IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 26 dicembre 2011

Top 20 Movies of 2011 - Part Two

Ogni promessa è debito.

E' arrivato il momento di svelare gli imperdibili. I migliori. Quei dieci titoli che quest'anno hanno meritato di più in assoluto. Ci tengo a precisare che la classifica è stata solamente un pretesto per divertirmi un po', come accennavo, è stato un lavoro molto duro decidere le posizioni. Anche se le uniche per cui non ho mai avuto alcun dubbio sono state la Numero 3, la Numero 2 e la Numero 1. Ma ora basta con le chiacchiere, non voglio dilungarmi oltre con i discorsi.

Siete pronti?

...Let's see...




INGLORIOUS CINEPHILES: Top 20 Movies of 2011 - Part Two



10 - Le Idi di Marzo
Entra nella Top 10 quello che probabilmente è il miglior film del George Clooney regista: un thriller politico sorretto da un cast di attori micidiale e forte di un ritmo e una narrazione praticamente perfetti. "Le Idi di Marzo" è senza ombra di dubbio uno dei migliori film dell'anno, perfetto sia registicamente che a livello interpretativo, non a caso la sua partecipazione ai prossimi Oscar appare ormai quasi del tutto scontata. Vorrei aggiungere due parole inoltre sul manifesto, quello che riprende la copertina del "Time": semplicemente fantastico e geniale.

09 - Melancholia
Di questo titolo ricordo soprattutto il potente cazzotto sullo stomaco che mi è parso di ricevere non appena terminata la proiezione. La visione di "Melancholia" è stata una vera e propria esperienza. Capace di affascinarmi moltissimo con le sequenze a rallenty iniziali e poi di consumarmi lentamente durante tutto il resto della narrazione. Sebbene non sfugga da alcuni evidenti difetti, credo che se un film riesca a farti provare un qualcosa di così potente a livello fisico allora significa certamente che ha qualcosa in più di qualsiasi altro.

08 - Carnage
"Carnage" rappresenta un po' una delle cose che io amo di più: il crollo della maschera. Assistere alla perdita del controllo di queste due coppie, proprio nel mezzo di un incontro organizzato per risolvere il conflitto violento generato dai loro figli, è stato uno dei momenti più belli che ho potuto vivere in sala. Credo che lo sviscerare i reali impulsi umani, quelli che spesso tratteniamo o gestiamo accuratamente all'interno della società, sia uno degli argomenti più interessanti da poter trattare al cinema. In questo caso Polanski ha fatto un ottimo lavoro circondandosi anche di quattro fantastici attori tutti straordinariamente in parte (Waltz-Winslet in particolare).

07 - Warrior
Forse è il più outsider di tutti. "Warrior" è stato un film a cui mi sono avvicinato con il minor numero di aspettative possibili, sospettoso di trovarmi di fronte all'ennesimo clone di tanti altri film del genere. Invece devo ammettere che è riuscito a sorprendermi in maniera molto positiva, tanto da riuscire a conquistarmi completamente dosando in modo intelligente drammaticità e azione, accontentando una fascia di pubblico molto vasta e arrivando persino a emozionare grazie a un finale abbastanza commovente.

06 - Il Cigno Nero
Sembra passato molto più di un anno e invece "Il Cigno Nero" è uscito in Italia solo a metà febbraio 2011. Oltre a una strepitosa Natalie Portman, che finalmente è riuscita a portarsi a casa la tanto ambita e meritata statuetta, la pellicola di Aronofsky convince soprattutto per quelle sue profondissime atmosfere dark agghiaccianti, indispensabili per entrare in contatto con il mondo distorto e crudele percepito dalla fragilissima ballerina Nina. Anche qui un ottimo cast e una mezz'ora finale da cardiopalma.

05 - Drive
Arriviamo in Top 5 e con questo titolo celebriamo probabilmente le due rivelazioni della stagione: Ryan Gosling e Nicolas Winding Refn. "Drive" è stata la pellicola che ha convinto tutti all'ultimo festival di Cannes e, sebbene poco apprezzata da noi, per quanto mi riguarda è stata una delle sorprese più sbalorditive sotto molti punti di vista. Dalla destrezza con cui il suo regista è riuscito a rapire le nostre menti, quasi ipnotizzandole e costringendole ad assistere a questa storia fatta di dolorosa violenza e quasi impercettibili sentimenti fino alla caratterizzazione di un protagonista taciturno, freddo, apparentemente quieto ma potenzialmente letale. La sua giacca con lo scorpione disegnato sulla schiena ne è una rappresentazione perfetta.

04 - The Fighter
Niente storia di pugilato come ci si aspettava. E' la famiglia a far da padrona nel bellissimo film di David O'Russel. Una famiglia sconquassata, distruttiva ma che nonostante tutto alla fine si rivela essere comunque indispensabile per la vita del protagonista Mickey. Un enorme Christian Bale e un Mark Whalberg bravo come non mai, duettano per dar vita a un dramma appassionante e coinvolgente. Un film doloroso che sa benissimo come fare per arrivare dritto al cuore.

03 - Il Grinta
Fratelli Coen. Jeff Bridges. Matt Damon. What else? La Top 3 si apre con questo gruppo di geni talentuosi che hanno deciso di buttarsi a capofitto nel remake di un cult western di fine anni '60 con protagonista John Wayne. Ecco a voi il perdente ingiustificato della passata edizione dei premi Oscar. Ennesimo capolavoro firmato dai fratelli di Minneapolis: un western girato impeccabilmente, condito con quel pizzico di grottesco che non guasta mai e, più di ogni altra cosa, con un Jeff Bridges gigantesco al seguito. Ancora siete qui a leggere? Dovete assolutamente recuperarlo.

02 - The Tree of Life
Oggettivamente "The Tree of Life" avrebbe meritato la prima posizione. Il problema è che Malick è un tipo abbastanza complicato. Se non sei disposto a metterci del tuo non è semplice stargli dietro. Per cui, visto che una delle domande che mi pongo spesso dopo aver visto un film è: "ma mi piacerebbe rivederlo?" e in questo caso la risposta è stata: "si, ma senza fretta", ho deciso di farlo scendere in seconda posizione. E' innegabile che l'intero percorso intrapreso da Malick in questo film sia frutto di una mente non solo intelligente ma soprattutto libera, sotto certi aspetti anche superiore, ma io ricordo perfettamente anche le reazioni del pubblico durante la proiezione e sono arrivato alla conclusione che se non sei preparato a ciò che ti aspetta può diventare davvero una sofferenza assisterne alla visione. Mi limito a dire perciò che "The Tree of Life" è assolutamente da scoprire però è bene che quando decidiate di farlo vi armiate di un po' di buona volontà e un po' di santa pazienza.

01 - Habemus Papam
Si. Il più bel film nel 2011 per quanto mi riguarda l'ha fatto Nanni Moretti. La prima volta che l'ho visto al cinema ne sono rimasto stranamente colpito, una di quelle storie che rimangono dentro per giorni e giorni facendoti continuare a pensare e a riflettere. Poi casualmente l'ho rivisto di nuovo a distanza di qualche mese, ancora al cinema, e al termine della seconda visione tutto mi è sembrato molto più chiaro. Poetico, sensibile, commovente, esilarante, ironico, tutto quello che di buono si può trovare o chiedere ad un film in "Habemus Papam" è presente. Per me è un assoluto capolavoro, il vincitore incontrastato di questo anno cinematografico. Peraltro non sono ancora riuscito a metabolizzare la sua esclusione come candidato italiano all'Oscar ma questo, ahimé, è un altro discorso.

Bene, mi pare che ci siamo detti tutto. Vi ricordo che chiunque si fosse perso la prima parte può recuperlarla facilmente cliccando qui. Questo è ufficalmente l'ultimo post dell'anno in corso e visto che molto probabilmente mi dovrò far sopportare da voi ancora a lungo ne approfitto per augurare a tutti un 2012 pieno zeppo di buone visioni. Credo sia l'augurio migliore che un cinefilo possa fare ai suoi lettori.




Alla prossima !   ;)

 



sabato 24 dicembre 2011

Top 20 Movies of 2011 - Part One

Ci siamo, un altro anno cinematografico volge al termine. Anzi, a dirla tutta, credo sia già terminato qualche giorno fa, forse leggermente in anticipo rispetto al previsto. Tuttavia allora, da cinefilo quale sono, ho voluto provare anche io per quest'anno a cimentarmi nella tanto acerrima e delicata lista dei migliori film della stagione.

Devo ammettere di aver scoperto che si tratta di un compito piuttosto complicato. Voglio dire, più del previsto. Il problema è che non si finisce mai di cambiare posizione ai film: prima uno più su, poi un altro più giù e poi ancora uno su e ancora uno giù. Per fortuna, alla fine, dopo aver visto e rivisto la scaletta finale, mi sono convinto di aver trovato un accordo soddisfacente con le mie preferenze e ho deciso di non toccare più nulla.

Ho optato per una classifica di venti titoli che andrò a dividere in due parti. Per cui posterò inizialmente le posizioni dalla 20 alla 11 e in un secondo momento quelle dalla 10 alla 1. Le scelte saranno del tutto personali e, cosa importantissima, riguarderanno esclusivamente titoli usciti ufficialmente nelle sale italiane, quindi nessun film da festival inedito e nessuno recuperato per mezzo di altre metodologie disponibili.

Ma adesso mettiamo da parte le premesse e andiamo a rompere gli indugi:



INGLORIOUS CINEPHILES: Top 20 Movies of 2011 - Part One


20 - Boris: Il Film
Parto con questo film perché fa parte di quei pochi titoli che ho deciso di inserire a causa di una pura passione personale. Non c'è una motivazione ben precisa. "Boris" è stata una buonissima serie italiana, una delle poche, e il suo passaggio al cinema mi ha regalato precisamente ciò che mi aspettavo. Questa non è una commedia, non è una serie tv che tenta la fortuna sul grande schermo è più una denuncia, un dietro le quinte dalle tinte horror sul cinema italiano attuale. Sconvolgente.

19 - Easy Girl / Crazy, Stupid, Love (Emma Stone Tribute)

Poco spazio alle incomprensioni. Emma Stone è l'unica attrice di cui al momento sono follemente innamorato. In "Easy Girl" mi ha sconvolto, lo avrò visto credo almeno cinque volte e lo rivedrei volentieri anche in questo momento, in "Crazy, Stupid, Love" è stata incantevole. E' un'attrice bravissima, una donna bellissima e qualsiasi cosa dovesse fare io sarò sempre davanti allo schermo pronto a guardarla, anche se dovesse essere un cinepanettone. Tra pochi mesi intanto la vedremo tutti quanti nel reboot di Spiderman, dove interpreterà Gwen Stacy: la nuova ragazza di Peter Parker. Porterà per la prima volta il colore naturale dei suoi capelli: il biondo. Io però la preferisco rossa.

1
8 - Rango / Le Avventure di Tin Tin: Il Segreto dell'Unicorno
I film d'animazione quest'anno sono stati abbastanza dimenticabili. Tutti. Gli unici ad essersi salvati credo siano stati proprio il "Rango" di Gore Verbinski e il "Tintin" di Steven Spielberg. Non sono riuscito a sceglierne uno in particolare perché entrambi hanno pregi e difetti allo stesso livello. Forse penderei leggermente più per "Tintin" per quanto riguarda il ritmo, però anche "Rango" è davvero un grandissimo lavoro. Non lo so, recuperateli entrambi e magari aiutatemi a schiarire le idee.

17 - L'Alba del Pianeta delle Scimmie
Un blockbuster eseguito a dovere. Intrattenimento intelligente con ottima dose di buoni elementi, uno dei pochi esperimenti vincenti della stagione. Prendere un cult come "Il Pianeta delle Scimmie" e pensare di farne un prequel/reboot era già di per se un idea abbastanza pericolosa, essere riusciti a portarla a termine con dei risultati soddisfacenti è segno di ammirevole bravura. Lo scimpanzé interpretato in "motion capture" da Andy Serkis poi è davvero impressionante, in moltissime inquadrature sembra trasmettere sentimenti simili ad un essere umano.

16 - L'Ultimo Terrestre / Scialla!
Un'altra accoppiata. Lo so, c'è chi sta pensando che così non vale. Ma è la penultima promesso. Accoppiare questi due film secondo me è necessario per comprendere quale sia la strada giusta da intraprendere per cambiare in meglio il cinema italiano. "L'Ultimo Terrestre" e "Scialla!" sono due opere prime di due registi emergenti. Visionandole, oltre a convincere pienamente, fanno percepire quella ventata di novità che troppo spesso è assente all'interno dei nostri titoli. Questa è la posizione dedicata alla prospettiva futura, un incoraggiamento di ciò speriamo un giorno possa trasformarsi da 16 a un numero molto più basso.

15 - Midnight in Paris
Woody Allen. Sarebbe sufficiente solo il suo nome a giustificarne la preferenza, eppure ultimamente anche lui ha battuto leggermente la fiacca. Non quest'anno però. Questo film è un sogno ad occhi aperti che oltre a divertire soprattutto spinge a riflettere e pensare. Impossibile non identificarsi nel personaggio di Owen Wilson e non invidiare la sua fortuna nel momento in cui riesce ad entrare in contatto con i suoi miti del passato. In quei cambiamenti che pian piano si fanno largo in lui, attraverso i numerosi viaggi all'indietro nel tempo, magicamente sentiamo cambiare qualcosa anche in noi. Ed è proprio in quell'istante, quando comprendiamo ciò che prima sembrava essere sfuggevole, che ci accorgiamo di essere stati fregati ancora una volta dal quel maledetto genio di Allen.

14 - Sherlock Holmes: Gioco di Ombre
E' l'unico film del 2011 in cui è presente Robert Downey Jr. Mi sembra chiaro che, come andasse andasse, in classifica ci sarebbe entrato comunque. E invece poi ti accorgi anche di trovarti di fronte ad un buonissimo film, un sequel tra l'altro, il che rende tutto ancora più apprezzabile. Guy Ritchie sembra essere rinato da quando ha mollato Madonna. La saga di "Sherlock Holmes" è in buonissime mani e finché l'accoppiata Robert Downey Jr. / Jude Law andrà d'amore e d'accordo (in scena intendo) niente e nessuno potrà fermarla.

13 - Source Code / I Guardiani del Destino
Ci siamo. Eccovi l'ultima accoppiata. In realtà avevo scelto di mettere solo "Source Code" ma mi dispiaceva da morire non nominare anche "I Guardiani del Destino". Anche questi due film hanno molto in comune. Entrambi infatti appartengono al genere Sci-Fi e soprattutto entrambi fanno della bellissima storia d'amore il loro motore principale. Come accennato credo che "Source Code" vinca nettamente sull'altro, probabilmente perché ha una storia più articolata e mozza-fiato. A scanso di equivoci però vi invito a recuperarli entrambi, sono a loro modo due titoli molto romantici.

12 - Kick-Ass
"Momento Nerd". Chi non ha mai sognato di diventare un Supereroe? Il protagonista di questo film trova il modo di metterlo in pratica nella vita reale e aiutato dagli eventi, ci riesce. Divertentissimo, parodistico, fuori dagli schemi, "Kick-Ass" vi sorprenderà sicuramente e a stupirvi ancor di più sarà la piccola Chloe Moretz, una ragazzina dalla bravura impressionante, qui nei panni della figlia di Nicholas Cage. Non potrete restare a bocca chiusa vedendola all'opera. E' impossibile.

11 - Super 8
J.J. Abrams & Steven Spielberg. Una coppia d'assi per un ritorno agli anni '80 e "Momento Nerd n°2". Grande storia e grande stile in un action movie fatto di alieni e adolescenti che riporta alla mente storici titoli come "E.T.", "I Goonies" e "Stand by Me". Anche una dolcissima storia d'amore alla "Romeo & Giulietta" in uno spettacolo straordinario capace di teletrasportare lo spettatore indietro nel tempo fino a farlo sentire nuovamente bambino. Ma attenzione, perché una volta saliti sulla giostra non avrete più voglia di scendere e tornare a casa.

Bene, qui finisce la prima parte.
Per ora è tutto, vi aspetto tra qualche giorno per il rush-finale.

EDIT: Part Two

giovedì 22 dicembre 2011

Le Idi di Marzo - La Recensione

Il poliedrico George Clooney, a quattro anni di distanza dalla commedia romantica “In Amore Niente Regole”, torna dietro la macchina da presa per dirigere il thriller politico serratissimo “Le Idi di Marzo”. La pellicola, presentata con molto successo qualche mese in apertura all’ultimo festival di Venezia, si lascia notare innanzitutto per il numerosissimo cast di stelle a sua disposizione. Oltre alla presenza dello stesso Clooney infatti (il quale si è ritagliato un piccolo ruolo molto rilevante ai fini della trama) ad indossare le vesti da protagonista troviamo l'ormai apprezzatissimo Ryan Gosling, a sua volta supportato da una carrellata di altri straordinari nomi del calibro di: Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Jeffrey Wright e Evan Rachel Wood.

Proseguendo fedele lungo un filo del tutto stabile e ben connesso al resto dei suoi passati lavori, il Clooney regista mette in scena un thriller dalla matrice molto classica, decidendo di sacrificarsi in scena per darsi al massimo dietro la camera e affidandosi principalmente alle interpretazioni degli altri grandissimi artisti al suo servizio. "Le Idi di Marzo" intraprende così un percorso dallo sviluppo abbastanza ordinato e semplice ma non per questo da considerarsi scontato, il coinvolgimento dello spettatore si fa lampante, studiato alla perfezione fotogramma dopo fotogramma, merito, oltre che di un ottima regia, di un Ryan Gosling onnipresente e bravissimo nel farsi carico di tutto il peso della scena. É lui infatti l'epicentro selezionato a motorizzare il flusso del racconto, il catalizzatore degli eventi necessari a far smuovere la storia, l'attore canadese si ritrova spesso, anche qui come in “Drive”, a recitare esclusivamente con i muscoli della propria faccia, servendosi di leggeri, quasi impercettibili movimenti del viso, appena sufficienti a trasmettere intensi stati d’animo e sensazioni.

Mettendo alla berlina la politica americana, e perché no, anche quella in generale, "Le Idi di Marzo" si trasforma rapidamente in una sorta di trattato sul "fare politica", illustrandola come una professione da esercitare solamente se forniti di fortissimo pelo sullo stomaco e in alcuni casi simile al mestiere del serial killer: da svolgere in maniera spietata e fredda. Un ambiente dove la lealtà e l’onestà non riescono a trovare spazio, o quantomeno lasciano il tempo che trovano, in cui ogni sano principio è destinato a dissiparsi quasi naturalmente insieme a quegli stessi ideali ferrei e inviolabili che a un certo punto sono costretti a mettersi da parte per lasciare terreno fertile alla sola cosa a cui l’uomo tiene veramente di più al mondo: il potere.

Confezionato in una cornice affascinante e pregevole, l’ultimo lavoro firmato George Clooney centra in pieno il bersaglio prefissato in partenza. L'attore e regista statunitense ha dimostrato più e più volte di essere a tutti gli effetti un grandissimo fruitore di cinema e la sua presenza, sia quando in veste d'attore sia quando in quelle di regista, sta diventando sempre di più un sinonimo di garanzia e qualità al cinema. Per cui se per caso vi foste smarriti o state ancora cercando la strada giusta, accettate un consiglio: alzate lo sguardo e seguite le indicazioni di George. Saranno sicuramente quelle giuste.

Trailer:

domenica 18 dicembre 2011

Sherlock Holmes: Gioco di Ombre - La Recensione

Più avvincente, più divertente, più enigmatico. “Sherlock Holmes: Gioco di Ombre” è un sequel esemplare, un lavoro pregevole che non solo si permette di ripresentarsi al pubblico con una facciata ancor più tosta rispetto a quella di due anni fa ma riprende, e prosegue coerente, anche alcune delle sotto-trame più interessanti che tanto avevano incuriosito e affascinato sin dal principio, tutto, ovviamente, senza far cadere nemmeno una freccia dal proprio arco e andandone a guadagnare addirittura qualcuna di scorta.

In questo secondo capitolo, oltre al ritorno di tutti personaggi visti in quello precedente, c'è l’inserimento della grande nemesi di Holmes: il professor Moriarty. La formula narrativa è sempre la stessa, qui Sherlock Holmes (Robert Downey Jr.) e il suo fedele Dott. Watson (Jude Law) devono indagare sullo strano omicidio del principe d’Austria che a quanto pare dovrebbe essere solamente il primo tassello di un progetto assai più vasto e pericoloso che al suo vertice vedrebbe proprio la geniale mente criminale del professor Moriarty (Jared Harris).

Sempre più paragonabile a James Bond nella sua forma, l’Holmes di Guy Ritchie si sta consacrando lentamente come prodotto di grande intrattenimento e qualità. Il duo formato dall’immenso Robert Downey Jr. e Jude Law funziona alla perfezione, la loro alchimia garantisce in ogni momento una fortissima complicità sulla scena, sostenendo a dovere anche quel rapporto omosessuale implicito tra Holmes e Watson diventato ormai una delle componenti più importanti per la vitalità del franchise. Differentemente dal precedente, infatti, in questo “Gioco di Ombre” si cerca di nasconderlo sempre meno, disperdendolo con generosa abbondanza non appena c’è una possibilità per farlo (vedi la luna di miele in treno). I legami tra i due compari e le rispettive consorti sono palesemente più deboli paragonati a quello che li vede protagonisti e ogni loro battibecco, dispetto o velato gesto d’affetto elargito nel corso del racconto non fa altro che confermare questo essere a tutti gli effetti una concreta coppia di fatto (vedi il ballo che precede il finale).

Chi lamentava di un ritmo leggermente troppo sostenuto finalmente avrà la possibilità di ricredersi. L’azione e i misteri da risolvere questa volta sono onnipresenti e molto più dilatati, probabilmente per accrescere maggiormente i consensi positivi del pubblico. Ne deriva una vera e propria sfida scacchistica dove le due menti più acute ed ingegnose scalpitano a vicenda per darsi costantemente del filo da torcere, disposti anche a spostare in secondo piano il raggiungimento dei loro obiettivi pur di favorire un compiacimento personale e la proclamazione di un unico vincitore.

E' con estremo piacere constatare quindi che “Sherlock Holmes: Gioco di Ombre” non solo non delude le aspettative ma riesce anche a superarle. Il sorpasso (o evoluzione?) sarà probabilmente una questione di punti di vista, lo dovrete verificare in base alle vostre esigenze e/o preferenze. Tutti saremo d’accordo però su un unica certezza: se questi sono gli standard sui quali è destinata a viaggiare la saga allora noi non vediamo l’ora di gustarci al più presto qualche nuova avventura del detective di Baker Street e del suo fedele partner. Elementare, no?

Trailer:

venerdì 16 dicembre 2011

Beginners - La Recensione

Pur non essendo mai uscito nelle nostre sale, quello di “Beginners” è già diventato un piccolo grande caso “cinematografico”. Seppur molto apprezzato dalla critica (in particolar modo da quella europea), il secondo lungometraggio diretto da Mike Mills non è riuscito a trovare spazio nei cinema del nostro paese e dopo alcuni rinvii che lo avevano visto in possibile uscita è stato infine solamente destinato per il mercato home video. Decisione accolta da molti con leggero stupore, soprattutto vista l'attivissima partecipazione della pellicola all’imminente stagione dei premi, dove si è già aggiudicata due Gotham Awards (premio per il cinema indipendente) per il miglior film e per la miglior performance dell’intero cast.

E proprio dal cast si potrebbe partire per iniziare a parlare di questo lavoro. Perchè Ewan McGregor, Melanie Laurent e Christopher Plummer non sono affatto nomi da poco, bravissimi tra l'altro nel fornire ai loro personaggi un interpretazione molto intensa, in cui ad emergere maggiormente è il loro stato interiore più nascosto e più potente. Quello di Mills è senza dubbio un film profondo, dove il protagonista è costretto a fare i conti con la propria incapacità di vivere una vita felice, finendo per domandarsi se la felicità preveda una precisa strada da percorrere, un regolamento da seguire, o semplicemente è tutta solo una questione di fortuna. L’Oliver di Ewan McGregor già da troppo tempo ha rinunciato alla sua, favorendo questa alla tristezza e alla solitudine, una grande mano gli è stata fornita anche dal padre che appena dopo la morte della moglie, si è ufficialmente dichiarato gay con l'intento di volerlo essere finalmente "non solo in teoria ma anche in pratica". Tramite i regolari flashback allora, Oliver ripercorre gli ultimi mesi di vita di suo padre contemplando come questi, seppur danneggiati da un cancro incurabile, siano sempre stati vissuti con la stessa intensità, gioia e felicità. Al presente invece c'è l'incontro con Anna, nuova possibilità per ripartire e provare a rimettersi in corsa, contrastando un ormai esplicita tristezza col giovamento di una compagna di viaggio molto affine alle sue corde. La loro relazione nasce quasi come a volersi prendere per mano e affrontare insieme il lungo cammino ma finisce per incanalarsi, nella naturale evoluzione, proprio in quello che Oliver temeva e ancora teme di più.

Secondo Mills, la felicità è un qualcosa da costruire, meglio se insieme, nessuno ha mai detto che sia un mestiere facile ma il segreto sta proprio nel non cercare di aggrapparsi a guide, trucchi o istruzioni, ricordandosi solo un unica regola: "non mollare mai". In "Beginners" la vivacità di questo messaggio si percepisce abbastanza bene, quello che sembra mancare però è forse un degno approfondimento a riguardo. Il rammarico più grande infatti è quella mancanza di empatia che, visto lo spunto interessante di cui si faceva carico il racconto, sarebbe potuta essere molto più amplificata anziché solo dolcemente innestata.

Perciò l'ottima interpretazione di Christopher Plummer appare probabilmente come la componente più nitida dell'intero nucleo, insieme a un leggero amaro in bocca per l'occasione sfruttata solo parzialmente. Per Mills questo è un secondo tentativo. Probabilmente di miglioramenti rispetto a "Thumbsucker - Il Succhiapollice" ce ne sono stati eccome ma essendo anche lui, proprio come i protagonisti del suo film, un beginner in fase di crescita, c'è bisogno ancora di altra pratica prima di arrivare a raggiungere degli obiettivi leggermente più concreti e avanzare magari al livello successivo.

Trailer:

sabato 3 dicembre 2011

The Help - La Recensione

Tate Taylor adatta e dirige per il grande schermo il romanzo best seller di Kathryn StockettThe Help” (in Italia “L’Aiuto”), denuncia di alcune crudeli storie di razzismo che agli inizi degli anni Sessanta vedevano le domestiche afro-americane di Jackson, in Mississippi, essere maltrattate umanamente e senza alcuna coscienza da parte delle moltissime famiglie bianche borghesi per cui prestavano servizio.

Forte di un cast corale tutto al femminile di grandi nomi, la pellicola di Taylor concentra volutamente tutta la sua potenza sulle ottime interpretazioni delle attrici protagoniste. Sono le perfette caratterizzazioni fornite dalla bravissima Viola Davis e da un ancor più brava Octavia Spencer a catalizzare la massima attenzione di noi spettatori nel profondo della storia, le due attrici sono chiamate ad incarnare due personalità fragili e forti in modo diverso. La prima è Aibileen Clark, protagonista effettiva del racconto e portatrice sana di sofferenze cresciute a tal punto da non poter essere più contenute, complice anche un durissimo lutto personale ancora non elaborato totalmente. La seconda è Minny Jackson, domestica dal forte temperamento abituata a cacciarsi spesso nei guai a causa della sua indole troppo istintiva ed esplosiva che spesso le impedisce di sottostare alle indecenti regole cui è obbligata.

Va da sé allora che in questo contesto tocchi proprio a Emma Stone, colei che apparentemente sembrava dover essere la protagonista centrale, il compito di farsi da parte di fronte a due entità così smisurate, accontentandosi "solamente" di supportare questi personaggi tanto complessi quanto molto più sfaccettati della sua emancipata Eugenia. La Stone mette in mostra ancora una volta le sue grandissime potenzialità d’attrice ma, penalizzata forse da un ruolo che la vede soffrire di un problema minore rispetto a quello gigantesco dei diritti e dell'uguaglianza: l'amore, riesce a spiccare leggermente meno delle sue colleghe. A chiudere l’eccellente cerchio interpretativo anche una odiosissima Bryce Dallas Howard, protagonista-vittima di un episodio divertentissimo, e una tenera, svampita Jessica Chastain, inedita in queste vesti.

Nonostante la pellicola di Taylor pecchi leggermente di alcune minuscole leggerezze retoriche sparse qua e là nel corso del racconto, non gli si può certo negare di essere in definitiva un amabilissimo lavoro. “The Help” riesce perfettamente nella sua missione di far comprendere allo spettatore quanto il razzismo e la discriminazione siano comportamenti disumani e assolutamente ingiustificati e soprattutto riesce benissimo a dispensare emozioni non solo commuovendo ma anche facendo divertire e arrabbiare quando serve. In un certo qual modo, tenta addirittura di mettere in discussione il ruolo concreto di madre, mostrando come i bambini cresciuti e accuditi sempre e solo dalla loro domestica identificassero più in questa quel ruolo piuttosto che nella loro vera matrice biologica.

Bisogna ammettere però che la storia di denuncia e riscatto dal lieto fine annunciato è probabilmente il lato più debole di “The Help”, Il classico sogno americano dove qualcuno in difficoltà attraverso il coraggio e la forza riesce ad imporsi a mille difficoltà per poi riscattarsi alla fine. Ma storie come questa sono sempre ben accette e tanto amate in America (dove infatti “The Help” è andato benissimo) e ancor di più dall’Academy, perciò non ci sarebbe da rimanere molto sorpresi se il film di Taylor quest’anno dovesse riuscire a fare incetta di premi e volare molto alto agli Oscar.

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lunedì 28 novembre 2011

Real Steel - La Recensione

Charlie Kenton (Hugh Jackman) è un ex-pugile di successo messo all’angolo con l’avvento degli incontri tra Robot, molto più violenti e spietati di quelli tra umani. Adeguatosi al mercato, si guadagna da vivere mettendo a disposizione i suoi robot da combattimento in strambi incontri per cui viene pagato anche abbastanza profumatamente. Il suo carattere troppo impulsivo però non lo aiuta a stare lontano dai guai e quindi dagli enormi debiti a cui deve fare fronte in seguito alle tante scommesse perse. Un giorno viene informato della scomparsa della sua ex-ragazza e chiamato in tribunale per sistemare l’affidamento di Max (un dolcissimo e bravissimo Dakota Goyo), il figlioletto di undici anni di cui non si è mai preso cura e non ha mai voluto sapere notizie. Resosi conto del grande desiderio da parte della sorella della sua ex di adottare il piccolo, Charlie pensa allora di trovare un accordo segreto col compagno di lei e vendere l’adozione di Max in cambio di centomila dollari. La sua proposta verrà accettata ma una clausola dell’accordo prevederà che il piccoletto passi l’intera estate insieme a suo padre.

Prodotto dalla DreamWorks e distribuito dalla Disney, due marchi che tendono spesso a viaggiare in parallelo ma che stavolta provano a prendersi per mano, “Real Steel” si presenta come il classico prodotto per famiglie in grado di restituire al pubblico esattamente quello che aveva promesso in partenza. Strutturato in maniera del tutto classica e schematizzata, il film di Shawn Levy non sorprende minimamente per originalità e si va a rintanare in rifugi più che sicuri senza rischiare mai nulla a livello narrativo e risultando man mano sempre più prevedibile. La sua mancata sfrontatezza però non gli impedisce di raggiungere comunque un risultato complessivo più che accettabile. Se gli si perdonano alcuni momenti un po’ troppo faciloni e discutibili nella prima parte della storia infatti il resto della pellicola si potrebbe dire viaggi quasi da solo, utilizzando un andatura costante da pilota automatico e dispensando momenti simpatici, divertenti e testosteronici prima di catalizzarci verso il più intramontabile lieto fine, con lacrimuccia al seguito, targato Disney.

Come è stato per “Transformers”, anche questa volta tra i nomi dei produttori è impossibile lasciarsi sfuggire quello di Steven Spielberg. Quel furbacchione di Steven deve aver capito benissimo quanto questi esserini meccanici attualmente attirino il pubblico in sala e sembra non voler farsi sfuggire alcun plot che li contenga. “Real Steel” è il tipico prodotto privo di rischi in partenza, forte di una presenza maschile di grande attrazione come Hugh Jackman e di una storia architettata per andare a toccare vari elementi in grado di avvicinare diverse categorie di pubblico.

Complessivamente nulla di eccezionale è vero, eppure questo genere di operazioni ancora oggi sanno fare benissimo il loro lavoro. Non ci sarà nessuno infatti, dopo aver visto il film, capace di criticarne il risultato. Sarà più semplice sorridere e convincersi che a volte bisogna avere il coraggio di pagare il biglietto senza avere la falsa pretesa di doversi impegnare troppo, perché in fondo il cinema è anche evasione, mentale e leggera.

Trailer:

mercoledì 23 novembre 2011

Scialla! - La Recensione

Durante l’ultimo Festival di Venezia una commedia italiana aveva fatto molto parlare di sé, convincendo praticamente tutti e portandosi a casa anche il premio della sezione “Controcampo”, quella dedicata alle nuove linee di tendenza del cinema italiano. La commedia in questione era “Scialla!”, opera prima dello sceneggiatore Francesco Bruni, il cui titolo -nel caso non fosse ancora abbastanza chiaro- fa riferimento al termine utilizzato nel linguaggio giovanile romano che significa tranquillità e non preoccupazione. “Stai Sereno” dice, approssimando un po', la locandina nel suo sottotitolo.

E’ lampante allora che la pellicola di Bruni si rivolga principalmente ad un pubblico giovane e adolescente, utilizzando, oltre al titolo, un protagonista quindicenne (Luca) disinteressato alla scuola e persuaso dalla delinquenza e dalla possibilità di guadagnare soldi facili attraverso loschi “lavoretti” di strada. Scorciatoia che dopo il grande successo di “Romanzo Criminale” e simili, sembra respirarsi sempre più frequentemente negli atteggiamenti dei ragazzi di oggi. E allora“Scialla!” si prende la briga di poterla dissacrare, servendosi di un elemento di lusso, se vogliamo, come Vinicio Marchioni, il Freddo di “Romanzo Criminale: La Serie”, e sopratutto di un antibiotico potentissimo come l’ex docente Bruno interpretato da Fabrizio Bentivoglio. L'attore milanese è chiamato ad interpretare il ruolo di un professore pigro e bislacco, ritiratosi dalle scuole pubbliche per non dover più soffrire uno stato di insopportazione nei riguardi degli alunni ma comunque disposto a fornire loro lezioni di ripetizione in privato mentre simultaneamente è occupato a scrivere biografie attinenti alle vite di alcuni celebri personaggi dello spettacolo.

Mediante la sua brillante figura, il rapporto padre-figlio mascherato alunno-insegnante tra Luca e Bruno intraprende una strada che penetra oltre i comuni stereotipi, scavando nel profondo di due culture lontane e vicine allo stesso tempo e superando contrasti e spazi per arrivare ad allontanare e a rinnegare quelle nuove e dannose tendenze che sempre più spesso plagiano moltissimi adolescenti (determinante la scena svelata durante i titoli di coda tra Bentivoglio e Marchioni). Per quanto infatti possa sembrare assurdo, il vero obiettivo di "Scialla!", quello che passa in sordina ma che invece vorrebbe essere udito a gran voce, è l'amore per il sapere e l'interesse per la cultura, ricchezza che in un paese come l'Italia sta perdendo via via la sua grande importanza ma in realtà dovrebbe essere caratteristica necessaria per aspirare ad avere un futuro.

L'assunto della paternità nascosta tra i due protagonisti, quella che a primo impatto sembrava destinata ad essere l'elemento più rilevante della storia, lascia volontariamente a questo punto il primato della narrazione, adagiandosi sullo sfondo e contribuendo ad essere solamente un surplus aggiuntivo e un mezzo al servizio del racconto. L'indietreggiamento però non gli impedisce affatto di raggiungere quella grande carica emozionale da restituire al pubblico e, attraverso uno scambio intelligente che dosa benissimo scene divertenti a scene più intense, la temporanea relazione tra l'insegnante e l'alunno muta con giusta scansione, raggiungendo la sua prevista chiusura attraverso una scena "epica" dichiaratamente evocativa.

La pellicola di Francesco Bruni si presenta quindi come una purissima boccata d'ossigeno per il nostro cinema e va a rimpolpare anche quel discorso riguardante i nuovi talenti. I lavori italiani degni di nota visti al cinema negli ultimi tempi sono stati tutti delle opere prime firmate da sceneggiatori passati alla regia o da nuovi autori emergenti, come ad esempio Gipi con "L'Ultimo Terrestre" (anch'esso a Venezia). Questo solo per risaltare quanto il nostro cinema, se consegnato in mano a gente capace e competente, possa ancora dire la sua su molti argomenti, preoccupandosi esclusivamente dei contenuti da trattare e senza badare troppo al tipo di linguaggio più idoneo da utilizzare.

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sabato 19 novembre 2011

Cambio Vita - La Recensione

Probabilmente molti non ci avranno fatto caso, eppure la data d’uscita di “Cambio Vita” è slittata più di una volta in Italia. Non è una novità, capita spessissimo che un film, specie da noi, per motivi di distribuzione o di difficile collocazione debba uscire un periodo ma poi esca in un'altro o magari arrivi direttamente in home video. Ma i motivi dello slittamento alla seconda settimana di Dicembre di “The Change-Up” (questo il titolo originale) diventano del tutto comprensibili non appena si ha la possibilità di vedere la pellicola.

Quella che apparentemente potrebbe sembrare una commedia americana realizzata grazie a un canovaccio consumato fino all’osso, non risulta altro che l’esempio più acuto e riuscito di come gli americani potrebbero utilizzare la nostra ricetta del cinepanettone. E’ ovvio che l'imitazione, se si nota, è del tutto involontaria, e che un simile effetto nasce soprattutto dalla nostra esperienza visiva a un certo genere di pellicole, ma quello che ha realizzato David Dobkin, regista di “2 Single a Nozze”, con la sceneggiatura scritta da Jon Lucas e Scott Moore (sceneggiatori del primo “Una Notte da Leoni”) è un prodotto che fosse stato italiano, avrebbe sicuramente portato con sé il nomignolo di “cinetorrone” o roba del genere, finendo per diventare uno dei rivali di Christian De Sica al botteghino natalizio di quest’anno.

Fa uno strano effetto vedere Jason Bateman e Ryan Reynolds, due attori in ascesa nonché intelligenti nelle loro recenti scelte cinematografiche, essere protagonisti di un lavoro simile. Fortunatamente i due se la cavano piuttosto bene, uscendo collettivamente illesi da una messa in scena che se riesce a tenere in piedi fino all’ultimo, nonostante i numerosi e percettibili barcollamenti, è solamente per merito loro. Non è un’impresa semplice infatti continuare a vedere il film dopo essere stati sottoposti al penosissimo spettacolo del cambio pannolino iniziale seguito poi da altre trascurabili situazioni e scelte di sceneggiatura che scendono gradualmente verso la bassezza più incondizionata. Dei presupposti da accettare a priori però, dato che la banalità, la risata grossolana e le situazioni retoriche, stanno proprio alla base del prodotto di Dobkin e per questo vengono perseguite incessantemente fino ai titoli di coda e poste nel filo del racconto come fossero tanti piccolissimi sketch uniti da una sterile trama comune.

Gli elementi migliori perciò si intravedono soltanto ammirando quanto i due protagonisti siano bravissimi a scambiarsi le loro personalità, dopo essersi presentati nelle prime battute vittime di due stili di vita completamente contrari e desiderosi ognuno di vivere nella vita dell'altro. A questo proposito si fa interessante la prova di Bateman, il quale, da uomo ordinaro e sposato, deve interpretare lo sciupafemmine irresponsabile e recitare le vesti dello sfacciato, un ruolo che (se ricordo bene) non gli è mai stato concesso fino ad ora ma che l’attore dimostra comunque di possedere nel suo invidiabile bagaglio. Per Reynolds invece, sia vestire i panni del playboy sia quelli del brav'uomo non è poi una grande novità, da sex symbol qual'è ha già avuto modo di sperimentarsi in entrambe le figure e perciò il giudizio sulla sua prova può essere solo sufficientemente convicente.

E’ piuttosto chiaro insomma, “Cambio Vita” non è assolutamente una pellicola da consigliare o da non perdere. Però. Se siete amanti di un certo tipo di cinema abbastanza volgarotto e spicciolo o sentite il bisogno di staccare la spina per un paio d’ore, potrebbe essere una scelta di cui non vi pentirete poi così tanto. O ancora. Se state aspettando intrepidi di andare a Cortina con Christian De Sica & Co potreste scegliere questa commediola come leggero antipasto, alleviando leggermente quella spasmodica attesa che di questi tempi sta cominciando a farsi sempre più scalpitante. Ovviamente sempre sperando che la data d’uscita non dovesse slittare ancora una volta.

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domenica 13 novembre 2011

Warrior - La Recensione

Quando si ha in mano una sceneggiatura perfetta, un regista capace e un cast di ottimi attori è molto più semplice realizzare un grandissimo film. Ancora meglio se regia e sceneggiatura portano con sé lo stesso nome, facilitando moltissimo sia il lavoro in fase di riprese che il mantenimento costante di un impronta stilistica conferita in fase di scrittura.

Deve averlo pensato anche Gavin O’Connor, dato che il suo nome in “Warrior” compare sin dal soggetto (scritto insieme a Cliff Dorfman), proseguendo nella sceneggiatura (scritta sempre con Cliff Dorfman e Anthony Tambakis) e arrivando fino alla regia. Una presenza regolare in un progetto seguito dalla fase embrionale fino allo sviluppo finale, e che ha portato, senza ombra di dubbio, a degli enormi frutti.

E’ irrilevante chiedersi se sia stato o meno il fenomeno “The Fighter” a ispirare la storia di “Warrior”, o magari il ritorno al successo di un genere che da anni sembrava essere andato leggermente sepolto mentre ora è prepotentemente tornato di moda, perché di fronte alla qualità tutti i discorsi effimeri passano velocemente in secondo piano. La storia struggente della famiglia Conlon è una delle drammatizzazioni migliori portate sul grande schermo negli ultimi anni. La pena, il dolore, l’adrenalina e il coinvolgimento emotivo che O’Connor trasmette con la sua gestione perfetta della narrazione fanno del film una macchina a orologeria impeccabile, in grado di non lasciare mai un centimetro di stacco allo spettatore e tenendolo incollato alla vicenda per l'intera visione di ben due ore e venti di proiezione.

Rimanendo in tema "The Fighter", c'è da dire che anche in questo frangente a fare da cardine nella storia c’è un conflitto familiare, quello di un padre ex alcolizzato (interpretato magnificamente da un grande Nick Nolte) che prova a recuperare il rapporto con entrambi i figli da anni allontanatisi da lui. Anche loro, però, non si parlano da tempo. Tutto a causa della scelta di Brendan (Joel Edgerton) di non aver seguito il fratello Tommy (Tom Hardy) quando questo da piccolo decise di fuggire con la madre (in seguito deceduta) per salvarla dalle violente mani del padre. Ma a fare incrociare forzatamente le loro strade ci penserà “Sparta”, il torneo di arti marziali miste al quale sia Brendan che Tommy decideranno di partecipare per tentare di risolvere i loro problemi economici ma che probabilmente diventerà anche l'unica possibilità per sistemare le loro grosse opposizioni.

Ecco, se c'è un’altra cosa irrilevante in “Warrior” è conoscere anticipatamente o meno lo svolgimento della storia. Se avete avuto l'opportunità di vedere il trailer, avrete fatto caso che questa è praticamente raccolta tutta al suo interno. Chiara e scontata. Perché non è importante sapere chi vincerà il torneo e chi no a fare della pellicola la sorta di capolavoro oggettivo che è, ma sono il carico di emozioni che questa riesce a smuovere nello spettatore nel corso del suo cammino, minuto dopo minuto, scena dopo scena, i concreti punti di forza.

Il filo più drammatico del racconto, quello che racconta il conflitto fraterno misto a quello paterno, copre la totale superficie della narrazione, dimostrandosi elemento di maggiore interesse del suo regista. Ma i fanatici del testosterone avranno comunque modo e maniera di rifarsi ampiamente, godendosi gli ultimi quaranta minuti (circa) finali dove i combattimenti senza esclusioni di colpi diventeranno i protagonisti assoluti che ci accompagneranno verso un finale pregevole e profondamente toccante.

Costruito a pennello sulla superficie muscolosa di due protagonisti bravissimi a fornire la recitazione fisica adeguata all'ossatura della storia, diversificati in scena attraverso il netto contrasto con cui scelgono di affrontare combattimenti e avversari, il film di David O'Connor, con grande intelligenza e astuzia, entra di diritto tra i migliori dell'anno, portando a casa il pregio di essere uno dei pochi a fare incollare i nostri occhi allo schermo prima e a portarsi dietro anche tutto il resto del corpo poi.

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mercoledì 9 novembre 2011

Midnight in Paris - La Recensione

Woody Allen sta invecchiando, e lo sa.
Come tutti i grandi autori e registi che si rispettino è inesorabile che a un certo punto la volontà di tirar giù le somme di una lunga e faticosa esistenza diventi un bisogno praticamente necessario. E in questo senso Allen ha iniziato già da tempo un suo percorso personale, basti pensare a “Incontrerai l’Uomo dei Tuoi Sogni” per esempio, che affrontava nella sua tematica principale la possibilità di riuscire a vivere una vita in costante serenità proponendo come soluzione finale un espediente del tutto opinabile e soggettivo.

Sono i pensieri e le teorie di un uomo vissuto, consapevole di essere prossimo alla via del tramonto e che non a caso proprio negli ultimi anni ha incrementato la volontà di viaggiare (lo so, ma concedetemi lo stereotipo!), staccandosi regolarmente dalla amata New York e andando a toccare molte tra le più importanti mete europee. Così, dopo la lunga parentesi Londinese e il breve passaggio a Barcellona, adesso arriva tempestivo il momento di atterrare a Parigi.

Per un amante dichiarato della magia, non poteva esserci locazione migliore in cui ambientare una storia magica e romantica come quella di “Midnight in Paris” e in questo senso la pellicola, oltre ad essere un omaggio esplicito a una città romantica per eccellenza, a conti fatti sembra essere principalmente un vero e proprio omaggio che il regista newyorkese ha voluto fare a se stesso.

E allora non è un caso se la parte più favolistica e più coinvolgente del racconto può svilupparsi esclusivamente in piena notte, unico momento in cui Gil, ex sceneggiatore di Hollywood alla ricerca dell’ispirazione per il suo primo romanzo, ha l'opportunità (trovandosi in una determinata via di Parigi e in un determinato punto preciso ogni notte a mezzanotte spaccata) di salire su una strana carrozza, che regolarmente passa ad offrirgli un passaggio, per riportarlo indietro nel tempo. E’ l’avvio di un viaggio che ci riconduce a ritroso fino agli anni ’20, epoca in cui da sempre proprio Gil (Owen Wilson) avrebbe voluto vivere, mostrandoci delle riproposizioni molto caricaturali e ironiche di alcuni maestri della scrittura e della pittura del passato (Ernest Hemingway, Gertrude Stein, F. Scott e Zelda Fitzgerald, Pablo Picasso) ma soprattutto la visione sconvolgente della bellissima Adriana (Marion Cotillard), donna che farà perdere la testa a Gil tanto da fargli mettere in discussione l'imminente matrimonio (al presente) con la fidanzata Inez (Rachel McAdams) e non solo. Perché i continui e assidui salti temporali, insieme alle discussioni con i "nuovi amici", saranno determinanti per schiarire dalla mente di Gil i numerosi dubbi e appannamenti che prima della sua incredibile esperienza non sembravano poi nemmeno così evidenti, ciò farà si che la visione della sua vita "reale" diventi molto più definita, subendo nel finale l'importante rettifica risolutiva.

L’identificazione di Allen con i personaggi principali delle sue pellicole è una ricerca che ultimamente va sempre eseguita e che spesso risulta anche essere involontaria. Uscito di scena da qualche anno, è palese che l’unico modo per rimanere a contatto con le sue storie Woody lo abbia trovato trasferendo la sua personalità all’interno dei protagonisti. Quindi, come fu per Larry David in “Basta che Funzioni”, questa volta tocca a Owen Wilson fare da specchio. L’attore di “2 Single a Nozze”, per moltissimi degli aspetti caratteriali del suo personaggio, incarna alla perfezione la copia sputata del suo regista. La figura di Gil uomo, in tutte le sue sfaccettature (convinto di vivere in un epoca a lui distante, in continua ricerca di un radicale cambiamento, pieno di insicurezze, apparentemente superficiale, incline all’innamoramento, romantico, ironico, impacciato e infine sceneggiatore apprezzato ma stanco della politica hollywoodiana) è un pieno carico di riferimenti che possono rimandare tutti ad una sola e unica persona.

Come da tempo ci ha abituato Woody Allen si ripresenta di nuovo annnualmente e in orario, ma questa volta con una lucidità maggiore rispetto all’ultima. “Midnight in Paris” è un affresco affascinante di una incantevole Parigi, dove un uomo travolto dalle incertezze della propria vita, ritrova, grazie a un pizzico d'incanto, la giusta strada per rintraccciare se stesso e accettare con positività incoraggiante la difficile realtà del presente come sola e unica verità.

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sabato 5 novembre 2011

Festival Internazionale del Film di Roma 2011: Conclusioni


Si è svolta ieri pomeriggio la cerimonia di premiazione che ha sancito la fine della Sesta Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (per saperne di più potete cliccare qui).

Dal Bilancio Parziale di pochi giorni fa ad oggi non ci sono stati poi grandissimi cambiamenti. Durante le ultime battute sono passati alcuni titoli che hanno alzato leggermente l'asticella della qualità artistica, mi riferisco in particolar modo a "Un Cuento Chino" (vincitore del Festival) e soprattutto a "My Week With Marilyn" (notevolissimo). Purtroppo però il giudizio complessivo sulle pellicole passate quest'anno rimane comunque del tutto basso.

Si parlava inizialmente di una manifestazione tutta al femminile, Pink Carpet dicevano, ma la sensazione invece è stata abbastanza diversa. Sulla carta quello che sarebbe dovuto essere il Festival delle donne a conti fatti è stato il festival in cui proprio le donne hanno rappresentato uno dei maggiori punti deboli, penso per esempio a Marina Spada piuttosto che a "The Lady" (film d'apertura), entrambi tornati a casa con due pienissime bocciature. Più giusto dire magari che sia stato il Festival della commedia. "A Few Best Men" ha aperto le danze, "Mon Pire Cauchemar", "Hysteria", "Butter", "Un Cuento Chino" e, a suo modo, anche "Hotel Lux" le hanno continuate a dovere. Tutte commedie di buonissimo livello e persino in grado di poter piacere ad un pubblico vasto ed eterogeneo.

Tuttavia, sono comunque i rimpianti a rimanere i principali protagonisti.
In cima, una sterile Masterclass presieduta da Michael Mann. L'attesissimo incontro col regista, oltre a essere stato molto banale e noioso ha evidenziato una pochezza di reali contenuti nelle domande, spazzata via solamente nei minuti finali con lo spazio (minimo) lasciato al pubblico, il quale, presa parola, ha dimostrato di saper sollevare questioni molto più interessanti per tutti i presenti.

Sull'argomento "Cinema Italiano" c'è ben poco da dire, nel senso che è tutto ormai troppo scontato. "La Kryptonite Nella Borsa" non può di certo considerarsi un film, il filo conduttore di una storia è completamente assente. Pupi Avati è il solito, "Il Mio Domani" è un epopea di noia e sonno mentre Pippo Mezzapesa col suo "Il Paese Delle Spose Infelici" sembrava essere riuscito per alcuni istanti a trovare una strada interessante, salvo poi smarrirsi anche lui durante il viaggio. Nemmeno l'italiano esiliato all'estero Roberto Faenza, sebbene tra le mani avesse un racconto più che interessante ("Un Giorno Questo Dolore Ti Sarà Utile" di Cameron Peter) e un cast internazionale di tutto rispetto, è stato capace di realizzare una pellicola degna di nota. Solamente "L'Industriale" di Giuliano Montaldo, attraverso uno straordinario Pierfrancesco Favino può considerarsi leggermente salvo.

L'impressione è che tutto sia stato organizzato in fretta e furia all'ultimo secondo, con la mancata presenza di valide proposte. E' stata tanta, troppa la mediocrità. Due passi indietro rispetto all'anno scorso. Per un Festival nato da poco e che deve cercare di farsi largo tra gli altri "concorrenti" molto più preparati e navigati di lui, non può certo essere questo il cammino giusto da intraprendere. Se non si dovesse riuscire a invertire al più presto la rotta è molto probabile che il numero di coloro che da anni si stanno chiedendo se sia veramente necessario avere un Festival del Cinema a Roma aumenti vertiginosamente. E a quel punto la domanda inizierebbe davvero ad avere più di un senso.

Per chiudere l'argomento, la mia Top 6 personale:
("e sono sei perché ho deciso così !"):

1) My Week With Marilyn
2) Like Crazy
3) Hotel Lux
4) Un Cuento Chino
5) Tyrannosaur
6) A Few Best Men

giovedì 3 novembre 2011

Cosa Piove Dal Cielo? - La Recensione

Nel corso della sua romantica proposta di matrimonio, il povero Jun (Ignacio Huang) assiste imperterrito alla morte della fidanzata causata da una grossa mucca caduta dal cielo. Infelice e addolorato fugge in Argentina, terra di cui non conosce nulla, alla ricerca di uno zio che vive lì da anni, ma anziché trovare lui incontra Roberto (Ricardo Darín), non esattamente la persona più piacevole del mondo.

Una partenza a dir poco assurda e inaspettata per mettere in moto un racconto.

E in effetti è proprio dalle assurdità che "Cosa Piove Dal Cielo?", film spagnolo diretto da Sebastian Borensztein, basa gran parte della sua divertente e coinvolgente storia, tramite lo scontro tra due entità simili ma allo stesso tempo diverse e entrambe bisognose di ripartire da un nuovo inizio ma allo stesso tempo incapaci di riuscire a farlo per via di un passato ancora eccessivamente ingombrante.

Dalla difficoltà di dialogare e dalla diversità caratteriale dei due personaggi, "Cosa Piove Dal Cielo?" forgia la sua vera e propria arma di forza, gestendo alla perfezione momenti divertenti di alta classe mescolati ad alcuni più o meno drammatici e a mezzo sorriso. Il controsenso è parte fondamentale della pellicola ed è lo stesso motivo per cui i due estranei amici riescono, senza nemmeno rendersene conto, ad instaurare un rapporto solido d'amicizia pur non avendo mai tra loro un reale scambio di ideali (Jun non parla una parola di argentino mentre Roberto non parla una parola di cinese).

Saranno le esperienze vissute insieme durante quella breve parentesi caotica e improbabile a legare inscindibilmente le loro lesioni, così da cicatrizzarle una volta per tutte e infine superare, quel tortuoso stato mentale che impediva a entrambi di riprendere in mano la loro vitalità.

Sotto questi aspetti Borensztein compie un lavoro di fino, divertendo e riscaldando il cuore di tutti coloro che di fronte a una storia tanto paradossale non possono fare altro che stare al gioco e attendere ansiosi di arrivare a conclusione. Una furbata decisamente ben riuscita, con l’unico effetto collaterale di non far più ridere troppo di gusto chiunque un giorno dovesse trovarsi a leggere un fatto di cronaca nera legato a una mucca caduta dal cielo piuttosto che a un asino volante. Da oggi, in quel caso, sarebbe corretto tenere a disposizione una lacrima di scorta.

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mercoledì 2 novembre 2011

Marilyn - La Recensione

Il regista Simon Curtis si avvale del corpo di una bravissima Michelle Williams (nominata all'Oscar) per far rivivere sulla scena il grande mito di Marilyn Monroe

Sfruttando le prime esperienze di Colin Clark (Eddie Redmayne), un giovane terzo aiuto regista aspirante al mestiere reclutato quasi per caso sul set del film “Il Principe e la Ballerina”, viene dipinto un ritratto soggettivo ed esplicito di una Marilyn in piena ascesa di carriera e portatrice sana di una presenza a dir poco ingombrante.

Visto dall’interno, quello della donna più bella e più amata del mondo non sembra essere stato affatto un ruolo semplice da sostenere per Marilyn Monroe. Se si mettono da parte le poche occasioni in cui la diva utilizzava la sua immagine popolare per divertirsi con i fan, il peso enorme di ciò che era diventata agli occhi di tutto il mondo era più simile a una maledizione che a una benedizione. L’essere vittima di un immagine troppo pesante e voluminosa per una donna fragile quale era, aveva scatenato un contraccolpo emotivo assai gravoso nei confronti della sua personalità. Una donna piena di debolezze, questo era veramente Marilyn Monroe, considerata addirittura distruttiva per chiunque sostasse troppo al suo fianco. Il regista e attore Laurence Olivier (un Kenneth Branagh favoloso) nel corso delle riprese lo capisce al volo, arrivando per un momento anche ad odiare fortemente gli atteggiamenti da star dell’attrice combinati alle continue destabilizzazioni.

Simon Curtis però preferisce dipingere Marilyn rimanendo fermo negli occhi e nell'esperienza del giovane Colin, demolendo così l'immagine popolare e risaltando quella principalmente intima, tratteggiando una persona incapace a vivere sola con se stessa e quindi in costante ricerca di qualcuno desideroso di prendersi cura di lei.

Nel lato insicuro però, traspare in modo molto sincero, anche l'amore dell'attrice nei confronti della recitazione. Sebbene moltissimi la considerassero esclusivamente un innesto di sensualità, la Monroe teneva immensamente al suo mestiere e aveva persino adottato una coach personale con cui esercitarsi per migliorare.

Tratto da una storia vera e interpretato in modo eccellente da un ottimo cast d'attori, una eccezionale Michelle Williams in particolare, “Marilyn” diventa un'accuratissima raffigurazione di una donna dal carattere difficile e ingestibile ma comunque conscia della sua immensa grandezza e di quanto questa potesse creare difficoltà sproporzionate nei confronti di altri. Ciò non gli ha impedito comunque di essere amata da tutti, e qualunque uomo, benché a conoscenza della sventura a cui andava incontro, era sempre ben disposto a rimetterci il cuore pur di starle accanto.

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lunedì 31 ottobre 2011

Festival Internazionale del Film di Roma 2011: Bilancio Parziale


Durante la partecipazione ad un Festival Internazionale di Cinema, uno spettatore ha tutto il diritto di chiedersi come mai la visione di alcune pellicole risulti spesso fuori contesto piuttosto che troppo pesante o addirittura insopportabile.

Tenendo conto di alcune considerazioni imprescindibili, come ad esempio la selezione obbligatoria a cui ogni film deve essere sottoposto prima di poter entrare a far parte del programma ufficiale o, per esempio, l’Internazionalità dell’evento, che di fatto lascia a un infinità di persone la possibilità di fare richiesta di presentazione delle loro opere, diventa davvero impossibile far finta di niente e accettare inermi la presenza di molti orribili titoli veramente incomprensibili presenti in cartellone. Film noiosi, poveri di contenuti, sciatti, qualitativamente scarsi, che nemmeno il torturatore più sadico e crudele di questo mondo potrebbe riuscire a mettere insieme così armonicamente in una singola manifestazione.

Assistere alla visione mattutina de "Il Mio Domani" di Marina Spada e a quella in tarda sera di "La Femme Du Cinquième", non solo fa riflettere su come si poteva spendere molto meglio il poco tempo a nostra disposizione ma potrebbe essere anche percepito dai presenti in sala come un bruttissimo gesto di crudeltà gratuita fatto dagli organizzatori del Festival nei loro confronti.

Cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo? Noi, gente così civile e educata!

Durante la conferenza stampa de “Il Mio Domani", un componente della crew ha esplicitamente dichiarato che il film aveva provato anche a passare a Venezia quest’anno. E continuando ha detto, che mentre Roma ha accettato subito la loro richiesta di partecipazione, Venezia al contrario non si è degnata nemmeno di rispondere.
Maleducazione? O buona educazione?
Io punterei più sulla seconda.
Non so se vi ricordate il programma di Venezia quest’anno, erano tutti potenziali grandissimi film.
Sai che figura che (avremmo) avrebbe fatto Marina Spada col suo!

Qui invece è diverso.
Qui Marina Spada ha degni rivali. Qui Marina Spada se la deve giocare a viso aperto se vuole provare a vincere il MarcoAurelio d’Oro al Miglior Sonno Procurato.

E’ sicuramente presto per fare un giudizio complessivo ma per un bilancio parziale il momento perfetto. E' la mediocrità a far da padrona quest'anno al Festival Internazionale del Film di Roma. Pare aver preso proprio la scena completa. Ormai si è aperta una vera e propria caccia al tesoro alla ricerca del bel film. Spesso ci si incontra con qualcuno che si conosce e non si perde occasione per chiedergli "cosa hai visto?", "com’era?", con la speranza che qualcuno in fondo sia riuscito a trovare un minimo di felicità legata a una qualità artistica fino ad ora paragonabile solo a un miraggio.

A proposito di felicità. Stamattina io l’ho trovata!
Ero in sala a vedere “Butter”, una commediola simpatica e nulla di più, quando ad un certo punto, e giuro che non me lo immaginavo affatto, è comparsa Olivia Wilde versione Lap Dancer.
Ecco, ora non posso descrivervi a parole esatte quanto fosse bella e cosa ho provato di preciso nel momento in cui l'ho vista ma credo che possiate immaginarlo benissimo da soli anche voi. Aveva un taglio di capelli simile a quello che portava in “Tron Legacy” e il suo personaggio era persino tra i migliori della pellicola. Ah, aveva anche una scena lesbo niente male.
Fantastica! Vabbè non fatemi esaltare troppo.

Che cosa volete, ormai qui ci tocca andare avanti così. Goderci piccole soddisfazioni sperando che prima o poi qualcosa di veramente buono si faccia vivo al più presto. Per adesso, a parte Olivia mi sono dovuto accontentare parecchio. Da qualche giorno sono diventato persino attivo frequentatore di un piccolo chioschetto che fa da sponsor all’Amaretto di Saronno. Regala a tutti dei shottini gratuiti. E lo fa a ripetizione.

Che gentile!

Penso sia un gesto di scuse da parte degli organizzatori. Del resto io la penso esattamente come il vecchio mitico Jack Sparrow. E ogni volta che mi ritrovo con il bicchierino in mano prima di bere esclamo sempre..."Yo oh beviamoci su !".





domenica 30 ottobre 2011

L'Industriale - La Recensione

Un vero industriale deve essere sempre astuto e capace. Deve sapersi muovere bene, salvaguardare la propria azienda, i suoi dipendenti e saper gestire alla perfezione anche la sua vita matrimoniale.

Non è considerato tale Nicola (Pierfrancesco Favino), l'industriale che sta guardando sgretolarsi intorno alla sua vita tutto quello sopra citato. La sua azienda di famiglia è in crisi, il matrimonio con sua moglie Laura (Carolina Crescentini) anche e gli aiuti non sono più un opzione da considerare. Trasportato solo dalla sua infinita determinazione che lo rende costantemente positivista e sincero con tutti, dovrà al più presto risolvere la situazione prima che sia troppo tardi. 

Parte da qui “L’Industriale”, l’ultimo film del veterano regista Giuliano Montaldo, affrontando - tramite il personaggio colonna della pellicola, il Nicola interpretato da Pierfrancesco Favino - la crisi economica che si è abbattuta ormai da lungo tempo sulla nostra epoca. Uno sguardo non più interessantissimo e negli ultimi tempi sicuramente troppo sfruttato, eppure, grazie soprattutto a un’interpretazione fenomenale del suo attore protagonista, la pellicola arriva persino a convincere, interessare e coinvolgere. 

Merito di un ingranaggio narrativo funzionante sin dalle prime battute ma, come detto, soprattutto della potenza scenica di un infaticabile Pierfrancesco Favino al massimo della forma. L'aderenza dell'attore romano al personaggio di Nicola è totale: dialetto torinese, postura, fragilità emotiva, testardaggine. Una interpretazione maestosamente curata e precisa, fondamentale all'interno di una storia che seppur solidissima non arriva mai a restituire qualcosa di più concreto a livello emotivo. Tocca a lui, quindi, mettere l'intera pellicola sulle spalle e accompagnarla per tutto il viaggio stando attento a non farla cadere. Una responsabilità che l'attore dimostra decisamente di possedere tra le sue corde, arrivando alle battute finali ancora in forze e privo di stanchezze ma che non basta per tenere lontane delle terribili scelte di sceneggiatura.

Apparentemente solida e sicura, la scrittura del film cede inaspettatamente nella parte finale, quando dopo un paio di colpi di scena innegabilmente azzeccati, da il via ad un crollo forzato e irritante causato dall'inserimento di un doppio finale del tutto stupido e sbagliato. Sono scelte registiche che fanno indubbiamente arrabbiare, in grado di poter rovinare l'intero film con una sola mossa. Un letterale suicidio, una caduta profonda in un baratro destinato a portarci nella banalità più insensata.

Così “L’Industriale”, invece di essere ricordato come un titolo più che accettabile con all'interno una delle interpretazioni migliori della carriera di Pierfrancesco Favino, finisce per collocarsi in quella serie di pellicole che potrebbero tranquillamente non essere ricordate affatto, nonostante possa ancora vantarsi di una delle interpretazioni migliori della carriera di Pierfrancesco Favino. Ingiustizie inaccettabili, specie quando le vedi arrivare da registi con un enorme bagaglio alle spalle.

In attesa del Trailer, una clip:

sabato 29 ottobre 2011

Tre Uomini e Una Pecora - La Recensione

Apparentemente, la commedia Australiana "Tre Uomini e Una Pecora" potrebbe far riaffiorare alla mente il più famoso franchise di "Una Notte da Leoni". Paragone non esattamente corretto ad essere puntigliosi, visto che la storia di questo film non si concentra esclusivamente sulle conseguenze di un dopo-sbronza ma sulle grottesche e divertenti sorti di un completo e lussuoso matrimonio.

Tutto inizia quando il giovane David (Xavier Samuel) torna dalle vacanze annunciando un improvviso e inaspettato matrimonio. La fortunata ragazza è una ricca, bellissima australiana conosciuta pochissimi giorni prima in un isoletta semi deserta e da sogno. I suoi migliori amici non reagiranno con la giusta felicità e accettazione al grande annuncio ma pur di non incrinare una fortissima amicizia che unisce il gruppo da anni e anni, tutti insieme accetteranno di partire alla volta dell'Australia insieme a David per supportarlo sia nelle vesti di testimoni che in quelle di familiari.

Neanche a dirlo, quattro British Guys in vacanza all'estero, in testa dimostrano di avere la stessa identica idea di qualsiasi altro tipo di popolazione: divertirsi smisuratamente. Molto spesso però i propositi, seppur smodati, riescono a prendere comunque delle pieghe ancor più distorte, e magari involontariamente, ci si ritrova ad aver scambiato distrattamente intimoriti una borsa comune con quella di un assassino-spacciatore. Basta poco in fondo per perdere il controllo e scatenare una serie di conseguenze incontrollabili.

I testimoni di David non sono esattamente quelli responsabili e precisi che è solito aspettarsi quando si sta per compiere il grande passo, sono più quel genere di irresponsabili che in preda alla festa, o ai problemi personali fanno il pieno di marijuana e alcol risvegliandosi intontiti il giorno dopo senza avere ben chiaro cosa si è fatto durante la notte. Eppure è in gran parte merito loro se la commedia diretta da Stephan Elliot riesce a guadagnarsi facilmente un infinito numero di risate altamente sproporzionate facendo letteralmente morire chiunque dalle risate. Poco importa se per mettere in atto ciò si deve assistere, tra le tante, anche alla tristissima e ingiusta sorte di una povera pecora destinata a subirne di tutti i colori (ispezione anale compresa). In questa storia le scene memorabili sembrano non finire davvero mai, specie quando a brindare a favore del testimone va un caro amico appena strafatto di coca e preparato ad intavolare un discorso storico e politico su Inghilterra e Australia, obiettivamente fuori luogo alla situazione in corso.

Pieno mix di risate intelligenti, gratuite e di grana grossa. C'è un po' di tutto in "Tre Uomini e Una Pecora", classico prodotto creato esclusivamente per far ridere tutti e accontentare ogni genere di gusto. I suoi ingredienti altamente commerciali renderanno particolarmente difficile un non apprezzamento della pellicola in Italia. Del resto se "Una Notte da Leoni" ha funzionato e continua a funzionare non c'è spiegazione per cui questo film debba fallire.

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Like Crazy - La Recensione

La vita è come un puzzle. Spesso si impiega molto più tempo del previsto per completarlo ma con il giusto impegno e la giusta costanza alla fine ci si riesce sempre.

La storia d’amore tra il giovane Jacob (Anton Yelchin) e la giovane Anna (Felicity Jones) sembra essere uno di quei puzzle da zero a sei mesi per quanto appaia perfetta su qualsiasi punto di vista. Ma a tagliarne i pezzi e a complicare le cose: la vita, o, in questo caso, la burocrazia. Ad Anna, londinese di nascita, vengono riscontrati dei problemi sul suo visto in America perciò non gli rimane più possibile tornare da Jacob dopo essere stata ad un matrimonio nel suo paese. La relazione perfetta e indistruttibile viene messa a dura prova dalla distanza e dall’impossibilità di riuscire a risolvere le cose più in fretta possibile e nel migliore dei modi. Allora tra i due inizia una relazione tira e molla che inghiottirà al suo interno anche altri amanti, perfette alternative ma non anime gemelle.

L’amore è potente e forte, invincibile anche dalla volontà dell’essere umano, per cui ogni tentativo responsabile di reprimerlo con la realtà e ripartire da zero sarà sempre del tutto vano. Jacob e Anna questo lo sanno ma provano comunque a sfidarlo senza mai riuscire a sconfiggerlo. I due ragazzi infatti non possono andare avanti senza sentire il bisogno di cercarsi continuamente a più riprese l’uno con l’altra, anche in circostanze palesemente scomode. Ma siccome la vita è come un puzzle e a noi non è dato affatto sapere perché un cerchio già scritto prima di compiersi debba allargarsi così tanto, possiamo solamente tirare un lungo sospiro di sollievo quando questo finalmente trova la sua perfetta chiusura dandoci ancora una volta la forza per rialzarci e guardare di nuovo avanti, anche se le difficoltà saranno molte.

Il regista Drake Doremus realizza una storia d’amore straziante e drammatica, ma allo stesso tempo forte e potentissima, che coinvolge subito e dal primo istante lo spettatore. “Like Crazy” è una pellicola emozionante, romantica e soprattutto interpretata benissimo dai suoi tutti giovani attori protagonisti. Oltre ai due sopra citati, c'è da aggiungere anche la partecipazione di Jennifer Lawrence (bellissima), nominata all'Oscar qualche mese fa per  "Un Gelido Inverno". 

La vera bravura di Doremus è stata quella di non aver realizzato la solita storia d'amore romantica ma un vero e proprio racconto in cui a venir fuori sono i sentimenti, quelli veri e autentici, insieme alle difficoltà che la vita è pronta a far fuoriuscire sempre da dietro l'angolo. Una piccolissima perla. Da non perdere.

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venerdì 28 ottobre 2011

Tintin: Il Segreto dell'Unicorno - La Recensione

Steven Spielberg trova il nuovo Indy.
Ci volevano le avventure di Tintin per far trovare al regista di “E.T.” un fresco, nuovo, degno sostituto dell'ormai vecchio e stanco archeologo dei vecchi anni ‘80. Una rivelazione che il genio di Spielberg ha intuito ancor molto prima di noi e che lo ha portato già ad impegnarsi per realizzare un progetto talmente ambizioso da prevedere addirittura un’intera trilogia della serie. Come se non bastasse il suo nome, ad essere coinvolto nell’intera fatica compare persino quello del maestro Peter Jackson, produttore insieme a Spielberg e futuro regista per il prossimo episodio. Una coppia d'assi incredibile, due nomi pesantissimi che si alterneranno alla regia per poi concludere in simbiosi una saga già molto interessante.

Il Segreto dell'Unicorno”, titolo del primo episodio, è quello che dà la parola via all'intera operazione. Girata con la tecnica del Motion Capture (la stessa usata con Gollum ne “Il Signore Degli Anelli” e anche nel più recente “L’Alba del Pianeta delle Scimmie”) la pellicola si avvale di un cast di attori di eccellente categoria a cominciare dal protagonista Tintin interpretato dall’ormai ex Billy Elliot, Jamie Bell, con lui, Daniel Craig (007), Andy Serkis (Gollum) e la divertentissima coppia British formata da Nick Frost & Simon Pegg (“L’Alba dei Morti Dementi”, “Hot Fuzz”, "Paul"). 

Basato sui racconti dello scrittore Hergé, la storia vede il giovane reporter Tintin partire alla ricerca di un tesoro in compagnia dello strambo Capitan Haddock. Ad inseguirli, Ivanovich Sakharine, antenato di Rackham il Rosso, il quale, moltissimi anni prima, aveva giurato vendetta nei confronti di un altro antenato discendente di Haddock. 

Far divertire il pubblico per Steven Spielberg è facile come bere un bicchiere d’acqua e Tintin ci mette più o meno lo stesso tempo per trascinare lo spettatore nell’avventura più fantasiosa, incredibile e straordinaria. Uno spettacolo più che altro dedicato ad un pubblico più piccolo ma comunque in grado di essere pienamente apprezzato anche da quello più adulto. Non siamo di fronte al classico prodotto Pixar, anche se in alcuni momenti la sensazione è che la piega possa arrivare ad essere quella, ma di certo siamo su vette molto più alte di quelle toccate costantemente dalla Dreamworks. “Tintin: Il Segreto dell’Unicorno” è ottimamente capace di coinvolgere, divertire e far sognare in maniera abbondante i suoi spettatori, per questo gli si perdonano facilmente delle leggere flessioni presenti soprattutto nella parte centrale del film. Specie perché nel finale la pellicola si rifà ampiamente non lasciando prenderci mai fiato grazie ai tanti momenti davvero riusciti a base di azione e divertimento.

Insomma, dopo il rilancio fallimentare di qualche anno fa con il quarto Indiana Jones, finalmente si volta pagina. Tintin è il modo migliore, ad oggi, per passare lo scettro di un grande personaggio come Indy a un altro più giovane e potenzialmente in grado di riuscire a coprirne interamente le redini. Basterà solo dargli il giusto tempo.

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