IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 28 febbraio 2011

Oscar 2011: Conclusioni


Alla fine l'ha spuntata Tom Hooper e il suo "Discorso del Re". Il film si è portato a casa 4 delle 12 nomination a cui era stato candidato, a mio onesto parere immeritatamente. Vincere un terzo dei premi può essere considerato comunque un segnale interessante, a testimionianza di come questo film non fosse poi così potente rispetto a come se ne parlava. Ma le vittorie della Migliore Sceneggiatura, la Miglior Regia, il Miglior Film e il Miglior Attore Protagonista (che si sapeva già da tre mesi avrebbe vinto Colin Firth!) gli fanno prendere automaticamente "l'etichetta" di pellicola dell'anno.

Incredibilmente, così, risulta un vero fallimento "Il Grinta" dei fratelli Coen. Candidato a 10 Nomination e tornato a casa con 0 premi. Un film bellissimo, che ha avuto la sfortuna di trovarsi invitato ad una festa non sua, che a questo punto rischia di comprometterlo terribilmente come fosse un fallimento.

Chi aveva scatenato molte polemiche era stato "Inception", a cominciare dalla mancata eslcusione di Christopher Nolan dall'elenco dei Migliori Registi (visto come è andata, e sarebbe comunque andata: Meglio Così !). Tanto male invece al film di Nolan non è andata proprio, visto che su 8 Nomination ne ha portate a casa la metà. Tutti premi tecnici è vero, ma niente male come media, considerando che si era alla festa del Re!

A questo punto è scontato che a rimetterci è stato il film più meritevole: "The Social Network". 8 Nomination, 3 premi portati a casa. Miglior Montaggio, Miglior Colonna Sonora (battendo il favorito Hans Zimmer di Inception) e il più importante, quello alla Sceneggiatura Non Originale vinto da Aaron Sorkin. Sapevamo che Sorkin avrebbe vinto, sarebbe stato un colpo di stato non premiarlo. Ma visto la piega che poi ha preso la serata, non so se dovremmo essere grati al "Discorso del Re" per avere avuto la nomination alla Sceneggiatura Originale!

Il resto tutto scontato, a cominciare da Colin Firth come Miglior Attore Protagonista. Se parliamo di meriti, io avrei premiato Jeff Bridges per "Il Grinta", ma dato che Firth non aveva mai vinto l'Oscar e Bridges l'aveva vinto già lo scorso anno, credo che alla fine sia giusto così.
"The Fighter" vince 2 premi su 7 entrambi per gli Attori Non Protagonisti: Christian Bale e Melissa Leo.
"Black Swan" ("Il Cigno Nero") sorride grazie a Natalie Portman che è la Migliore Attrice Protagonista.
"Toy Story 3" è il Miglior Film D'Animazione mentre il Miglior Film Straniero è "In Un Mondo Migliore" di Susanne Bier.

Ah dimenticavo, Roger Deakins perde ancora il premio alla Migliore Fotografia che a questo punto credo non vincerà mai (mi pare sia la nona Nomination!). La "nostra" Antonella Cannarozzi, l'unica italiana presente alla cerimonia, candidata per i Migliori Costumi del film "Io Sono L'Amore" ha dovuto chinarsi ad Alice in Wonderland di Tim Burton che è tornato a casa con ben 2 premi vincendo anche la Migliore Scenografia.

Mettendo da parte i premi, la serata è stata alquanto noiosetta, se non fosse stato per Facebook e l'impegno di segnare i vincitori di ogni categoria, credo che mi sarei addormentato facilmente!
Anne Hathaway e James Franco erano un po' impacciati e emozionati. Peccato perche l'inizio con gag sui film premiati aveva fatto ben sperare, sembrava quasi l'MTV Movie Awards. Invece poi è stato tutto troppo sobrio e rigoroso, sarà stata la presenza del Re, ma mi aspettavo molto più spettacolo e comicità.

Per quest'anno è tutto.

Inchinatevi al Re e al suo discorso...ma non troppo!




Se volete leggere tutti i vincitori della serata, potete farlo cliccando qui.

Oscar 2011: And the Oscar Goes to...

Questa notte al Kodak Theatre di Los Angeles si è svolta la cerimonia per l'assegnazione dei Premi Oscar 2011. Di seguito tutti i vincitori:

Miglior film:
Vince: The King's Speech
Black Swan
The Fighter
Inception
The Social Network
Toy Story 3
127 Hours
The Kids Are All Right
True Grit
Winter's Bone


Miglior regia:
Vince
: Tom Hooper per The King's Speech
Darren Aronofsky per Black Swan
David Fincher per The Social Network
Joel Coen ed Ethan Coen per True Grit
David O. Russell per The Fighter

Migliore attore protagonista:
Vince: Colin Firth
per The King's Speech
Jesse Eisenberg per The Social Network
James Franco per 127 Hours
Jeff Bridges per True Grit
Javier Bardem per Biutiful

Migliore attrice protagonista:
Vince: Natalie Portman
per Black Swan
Nicole Kidman per Rabbit Hole
Jennifer Lawrence per Winter's Bone
Michelle Williams per Blue Valentine
Annette Bening per The Kids Are All Right

Migliore attore non protagonista:
Vince: Christian Bale per The Fighter
John Hawkes per Winter's Bone
Mark Ruffalo per The Kids Are Allright
Jeremy Renner per The Town
Geoffrey Rush per The King's Speech

Migliore attrice non protagonista:
Vince: Melissa Leo
per The Fighter
Amy Adams per The Fighter
Helena Bonham Carter per The King's Speech
Hailee Steinfeld per True Grit
Jacki Weaver per Animal Kingdom

Migliore sceneggiatura non originale:
Vince: The Social Network - Aaron Sorkin
127 Hours - Danny Boyle & Simon Beaufoy
Toy Story 3 - Michael Arndt; John Lasseter, Andrew Stanton e Lee Unkrich
True Grit - Joel Coen & Ethan Coen
Winter's Bone - Debra Granik & Anne Rosellini

Migliore sceneggiatura originale:
Vince: The King's Speech - David Seidler
Another Year - Mike Leigh
The Fighter - Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson; Keith Dorrington
Inception - Christopher Nolan
The Kids Are All Right - Lisa Cholodenko & Stuart Blumberg

Miglior film d'animazione:
Vince: Toy story 3 - La grande fuga
Dragon Trainer
L'illusionista


Miglior film straniero:
Vince: Hævnen (In un Mondo Migliore)
Biutiful
Dogtooth
Incendies
Hors la loi


Miglior documentario:
Vince: Inside Job
Exit through the Gift Shop
Gasland
Restrepo
Waste Land


Miglior fotografia:
Vince: Inception - Wally Pfister
Black Swan - Matthew Libatique
The King's Speech - Danny Cohen
The Social Network - Jeff Cronenweth
True Grit - Roger Deakins

Miglior montaggio:
Vince: The Social Network - Angus Wall e Kirk Baxter
Black Swan - Andrew Weisblum
The Fighter - Pamela Martin
The King's Speech - Tariq Anwar
127 Hours - Jon Harris

Miglior scenografia:
Vince: Alice in Wonderland - Robert Stromberg; Karen O'Hara
Harry Potter and the Deathly Hallows Part 1 - Stuart Craig; Stephenie McMillan
Inception - Guy Hendrix Dyas; Larry Dias e Doug Mowat
The King's Speech - Eve Stewart; Judy Farr
True Grit - Jess Gonchor; Nancy Haigh

Migliori costumi:
Vince: Alice in Wonderland - Colleen Atwood
Io sono l'amore - Antonella Cannarozzi
The King's Speech - Jenny Beavan
The Tempest - Sandy Powell
True Grit - Mary Zophres

Miglior trucco:
Vince: The Wolfman - Rick Baker e Dave Elsey
Barney's Version - Adrien Morot
The Way Back - Edouard F. Henriques, Gregory Funk e Yolanda Toussieng

Miglior colonna sonora:
Vince: The Social Network - Trent Reznor e Atticus Ross
How to Train Your Dragon - John Powell
Inception - Hans Zimmer
The King's Speech - Alexandre Desplat
127 Hours - A.R. Rahman

Miglior canzone:
Vince: We Belong Together” - Toy Story 3 (Randy Newman)
Coming Home” - Country Strong (Tom Douglas, Troy Verges e Hillary Lindsey)
I See the Light” - Tangled (Alan Menken; Glenn Slater)
If I Rise” - 127 Hours (A.R. Rahman; Dido e Rollo Armstrong)

Migliori effetti visivi:
Vince: Inception - Paul Franklin, Chris Corbould, Andrew Lockley e Peter Bebb
Alice in Wonderland - Ken Ralston, David Schaub, Carey Villegas e Sean Phillips
Harry Potter and the Deathly Hallows Part 1 - Tim Burke, John Richardson, Christian Manz e Nicolas Aithadi
Hereafter - Michael Owens, Bryan Grill, Stephan Trojanski e Joe Farrell
Iron Man 2 - Janek Sirrs, Ben Snow, Ged Wright e Daniel Sudick

Miglior montaggio sonoro:
Vince: Inception - Richard King
Toy Story 3 - Tom Myers e Michael Silvers
Tron: Legacy - Gwendolyn Yates Whittle e Addison Teague
True Grit - Skip Lievsay e Craig Berkey
Unstoppable - Mark P. Stoeckinger

Miglior mix sonoro:
Vince: Inception - Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo e Ed Novick
The King's Speech - Paul Hamblin, Martin Jensen e John Midgley
Salt - Jeffrey J. Haboush, Greg P. Russell, Scott Millan e William Sarokin
The Social Network - Ren Klyce, David Parker, Michael Semanick e Mark Weingarten
True Grit - Skip Lievsay, Craig Berkey, Greg Orloff e Peter F. Kurland

Miglior cortometraggio:
Vince: God of Love - Luke Matheny
The Confession - Tanel Toom
The Crush - Michael Creagh
Na Wewe - Ivan Goldschmidt
Wish 143 - Ian Barnes e Samantha Waite

Miglior cortometraggio d'animazione:
Vince:
The Lost Thing - Shaun Tan e Andrew Ruhemann
Day & Night - Teddy Newton
The Gruffalo - Jakob Schuh e Max Lang
Let's Pollute - Geefwee Boedoe
Madagascar, carnet de voyage (Madagascar, a Journey Diary) - Bastien Dubois

Miglior cortometraggio documentario:
Vince: Strangers No More
Killing in the Name
Poster Girl
Sun Come Up
The Warriors of Qiugang


Per lo speciale sulla serata, con considerazioni, commenti e altro ancora cliccate qui.

domenica 27 febbraio 2011

The Next Three Days - La Recensione

John (Russell Crowe) e Lara (Elizabeth Banks) sono una famiglia ordinaria. Genitori del piccolo Luke e entrambi con una buona occupazione, vivono una vita agiata e felice. Il loro equilibrio familiare viene sconvolto improvvisamente quando una mattina Lara viene accusata dell’omicidio del suo capo. John farà di tutto per dimostrare che la moglie è innocente ma quando ogni metodo legale si rivelerà inutile e la carcerazione di Lara ormai inevitabile, sarà costretto a usare dei metodi alternativi.

Remake della pellicola francese “Pour Elle” (“Anything For Her”) del 2008, “The Next Three Days” è il terzo film da regista firmato Paul Haggis, apprezzatissimo sceneggiatore grazie ai successi di “Million Dollar Baby” e “Crash” –con cui ha vinto anche l’Oscar alla sceneggiatura originale-. E' stato proprio grazie a "Crash" che, nel 2006, Haggis ha compiuto il salto nel buio che l’ha visto passare dalla Biro (o dal MacBook!) alla macchina da presa. Una scelta che ad oggi, non sembra essere stata molto intelligente.

Avvalendosi di un cast apparentemente ottimo composto da Russell Crowe, Elizabeth Banks, Olivia Wilde e Liam Neeson (in un piccolissimo cameo), questo ultimo film non solo è pieno di errori impossibili da sorvolare ma risulta anche pesante da poter digerire.
A cominciare da una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, dove un uomo ordinario spinto dalla forza di riunire la famiglia e dalla convinzione dell’innocenza della moglie si improvvisa un po’ "John Dillinger" e un po’ “James Bond” e grazie a Google e Youtube si trasforma in poco tempo in un criminale (quasi) professionista. Davvero troppo eccessivo per poter essere credibile, anche sotto sforzo non sarebbe possibile. Ad aiutare il film non ci si mette nemmeno il ritmo che solitamente nei thriller d’azione sa essere un gran punto di forza, mentre invece qui risulta molto sostenuto e poco accelerato. Si fa davvero fatica a metabolizzare il film scena dopo scena, e la durata di due ore e un quarto pesa come un macigno quando, arrivati a metà film, ci accorgiamo che c'è ancora più di un'altra ora da sopportare. Per trovare un po’ di adrenalina bisogna aspettare l’ultima mezz'ora in cui si passa finalmente all'azione, ma in termini di storia il film rimane comunque compromesso.

Difficile salvare qualcosa in un pasticcio così. Giusto qualche colpo di scena nel finale, come quello del posto di blocco o quello del detective poco prima dei titoli di coda. Ma davvero il resto è tutto un disastro. Dispiace aver mancato la possibilità di sfruttare meglio un cast brillante come quello che si aveva a disposizione. Russel Crowe, che di solito riesce sempre a uscire incolume dalle sue interpretazioni, stavolta risulta molto sottotono. Forse la migliore è Elizabeth Banks, che in alcuni picchi da psicopatica riesce ad essere davvero convincente. Sprecatissima invece Olivia Wilde (la n°13 di Dr. House) in un ruolo molto ma molto marginale.

Il film di Haggis gira continuamente a vuoto senza mai trovare la giusta direzione, e quando davvero sembra di capire dove vorrebbe andare, ormai è troppo tardi per arrivarci. Di certo non si sta creando una carriera di successi nelle vesti di regista, magari sarebbe meglio se tornasse a concentrarsi esclusivamente sulle sceneggiature, un mestiere che in passato l'ha già portato a grandi soddisfazioni. Chissà!

La pellicola uscirà in Italia il prossimo 8 Aprile 2011 distribuita da Medusa

Trailer:

sabato 26 febbraio 2011

Manuale D'Amore 3 - La Recensione


Arrivati al terzo capitolo, il franchise creato da Giovanni VeronesiManuale D’Amore” pare non volersi più fermare. Il primo capitolo di questa che ormai possiamo tranquillamente chiamare saga, uscì nel lontano 2005 e già all’epoca giravano dei rumors su eventuali sequel e trilogie. Quello che ci si chiede è: perché, nonostante il secondo capitolo fosse abbastanza scadente, oggi siamo qui a parlare di un terzo? Io una mezza idea ce l’avrei. Tutto merito della furbesca ricetta messa in pratica dai produttori del film Luigi e Aurelio De Laurentiis, (gli stessi dei cinepanettoni), i quali conoscono benissimo i trucchi per non fallire al box office. Perciò è ovvio che tutti i capitoli di questi film per essere visti: non richiedono la visione del precedente ma anzi ne sono completamente estranei; vengono sempre infarciti con gli attori italiani più in voga del momento, e dulcis in fundo; trattano un argomento che attira sempre il pubblico: l’amore. E visto che non ci facciamo mancare proprio niente, questa volta c’è anche un asso nella manica: la prestigiosa partecipazione della stella (al tramonto) Hollywoodiana Robert De Niro.

La struttura del film non ha niente di differente rispetto ai capitoli precedenti. Questa volta i tre episodi (non quattro come in passato) sono raccontati attraverso la fastidiosa voce fuori campo di Vittorio Emanuele Propizio nel ruolo di un improbabile tassista (a vent’ anni?).
Nel primo episodio, Giovinezza: Roberto (Riccardo Scamarcio), un aspirante avvocato di successo, è innamorato pazzo di Sara (Valeria Solarino). Lui sogna di sposarla, ma durante un breve viaggio di lavoro in Toscana l’incontro con la bellissima Micol (Laura Chiatti) confonderà le sue idee.
Nel secondo, Maturità: Fabio (Carlo Verdone), è un giornalista affermato. Sposato e con una figlia, non ha mai tradito la propria moglie. Ad una serata di gala, però, viene letteralmente travolto dall’incontro con Eliana (Donatella Finocchiaro) che in poco tempo sconvolgerà completamente la sua vita.
Nell’ultimo, …Oltre: Adrian (Robert De Niro), è un professore americano trasferitosi a Roma dopo la pensione. Separatosi dalla moglie, non ha più avuto alcuna relazione con le donne. Ma il ritorno in città di Viola (Monica Bellucci), la figlia del portiere Augusto (Michele Placido) con cui Adrian ha anche stretto un ottimo rapporto d’amicizia, gli farà cambiare idea.

Paragonato a questo, il secondo capitolo della saga, che qualche riga più su ho definito scadente, diventa un capolavoro! Siamo di fronte alla banalità e alla retorica più assoluta, per non parlare di Carlo Verdone, oramai rinchiuso ad interpretare continuamente lo stesso personaggio cambiandone solo le vesti. Stesse smorfie, stesse reazioni, stesse scene equivoche (già viste sia nei suoi film, sia nei film precedenti di Veronesi -vedi “Italians”-). E’ un po’ che lo dico, sarebbe meglio se si limitasse a fare esclusivamente il regista se questo ormai è il massimo che può dare come attore. Nel suo episodio i meriti, se proprio vogliamo darli a qualcuno, possono andare solamente alla bellissima e bravissima Donatella Finocchiaro. Per il resto, anche registicamente, il lavoro è stato abbastanza scarso.

Veniamo subito invece all’episodio più atteso, quello che vedeva protagonista Bob De Niro. Dal trailer sembrava parecchio svogliato l’ex Toro Scatenato, ma nel film, però, devo dire che il risultato è stato molto più convincente del previsto. Complice un’ottima spalla come quella di Michele Placido, (anche lui bravino) Mr. De Niro riesce a strappare anche qualche risatina quando si mostra in quelle meravigliose smorfie che ormai sono diventate un suo marchio di fabbrica. Tra l'altro è stato impressionante sentirlo recitare con un italiano molto fluente e con pochissime sbavature, peccato vederlo sprecato in un film come questo.

Mi duole dover spendere, invece, parole (quasi) positive a
favore dell’episodio con Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti. Quella che apparentemente doveva essere la storia più scadente, non solo si è rivelata la migliore delle tre, soprattutto a livello registico ma è pure l'unica ad avere un senso. Magari lo sapeva Veronesi che il film che aveva tra le mani era pessimo, ma visto che si andava nella sua terra, la Toscana, non voleva di certo far brutta figura. Così, nonostante le corse delle macchine (e non) nei suoi film non rappresentino certo una novità (ri-vedi “Italians”), riesce almeno a dare un pò di ritmo a una pellicola che dopo si assopirà quasi completamente, trattando anche discretamente un argomento come il passaggio dalla giovinezza all'età adulta.

Non c’era un vero pretesto per tornare con un nuovo “Manuale D’Amore”, infatti stavolta si è davvero raschiato il fondo. Trovo Veronesi un bravissimo regista ma la sua anima commerciale lo sta portando alla rovina. La cosa che mi spaventa di più è sapere che in cantiere ci sono almeno altri due manuali in arrivo.

Trailer:

martedì 22 febbraio 2011

Amore & Altri Rimedi - La Recensione

Fine anni novanta, Jamie Randall (Jake Gyllenhaal) è un libertino molto affascinante in cerca di una carriera come rappresentante di farmaci. Mentre è impegnato nel convincere i medici a sostituire il Prozac con lo Zoloft, medicinale da lui sponsorizzato, si imbatte nella bellissima Maggie Murdock (Anne Hathaway), una ragazza affetta dal morbo di Parkinson. I due si trascineranno in una relazione in cui l’unica regola sarà: “non fare sul serio”. Ma nonostante entrambi continueranno a sostenere di non volersi impegnare, l’amore inizierà a farsi largo.

Partendo con un inizio abbastanza frenetico, tanto da rischiare di mandare fuori strada lo spettatore, Edward Zwick impiega forse un po’ troppo prima di far intraprendere la strada giusta al suo film. “Amore & Altri Rimedi”, sembra concentrarsi inizialmente solo sulla vita privata e lavorativa del protagonista Jamie, deve passare circa mezz'ora prima che il suo incontro (forzato) con Maggie sblocchi definitivamente la reale storia del film. Solo allora infatti il tutto inizia a prendere senso e forma, aiutato soprattutto dalla grande alchimia (percepibile già dal primo appuntamento) che i due protagonisti riescono a trasmettere sullo schermo (merito magari anche delle scene di sesso affrontate insieme). Perché se questa commedia ha il pregio di non andarsi ad inserire all’interno delle altre numerose scialbe commediole di puro intrattenimento che in questo periodo stanno affollando le nostre sale, il merito è in gran parte del personaggio interpretato dalla bellissima e bravissima Anne Hathaway. Và certo detto che il ruolo di Maggie è quello con maggior spessore all’interno della pellicola e di conseguenza poteva dare la possibilità a chiunque lo interpretasse di svilupparlo ottimamente e meglio degli altri personaggi. Ma non era poi così scontato che ciò si verificasse davvero. La Hathaway (lanciata con “Il Diavolo Veste Prada”) sorprende nuovamente tutti grazie a una grandissima interpretazione, forse anche al di sopra delle aspettative. Può restare a guardare invece il povero Jake Gyllenhaal, a cui tocca lo stereotipato ruolo del solito uomo donnaiolo che prima di innamorarsi davvero è costretto a rifiutare qualsiasi tipo di responsabilità.

Edward Zwick confeziona quindi una commedia dai toni molto dolci, prima di finire col dosarsi sempre di più, andando a toccare anche qualche punta di amaro verso la conclusione. Non si tralasciano, ma ormai è cosa abituale, le solite banalità, le solite retoriche e le immancabili situazioni poco credibili usate per "smuovere" la storia. Nell’insieme però, merito anche di alcuni spunti davvero interessanti (vedi la scena con la Hathaway alla riunione dei malati di Parkinson), il tutto si lascia vedere molto piacevolmente.

In ultima, peccato aver cambiato leggermente il senso del titolo. Quello che in originale era “Love & Other Drugs” (letteralmente “Amore e Altri Farmaci”) in Italia è diventato “Amore e Altri Rimedi”. Pur non essendoci distaccati moltissimo dal vero titolo, quella piccola modifica alla parola finale fa perdere quel silenzioso messaggio sottile e divertente che si voleva inviare.

Trailer:

domenica 20 febbraio 2011

Toto Oscar 2011: I miei vincitori

Manca solo una settimana alla fatidica "Notte degli Oscar". Come si usa spesso fare nello sport anche in questi casi c'è chi ama scommettere su chi vincerà la tanto ambita statuetta. Personalmente non me la sento di sbilanciarmi su chi premierà l'Academy, visto che in passato alcune scelte sono state molto discutibili. Quello che posso fare è stilare una lista  dei miei vincitori, darvi le mie preferenze su chi secondo me meriterebbe di vincere. Le categorie ovviamente non sono tutte ma solo le più rilevanti.
...E chissà magari alla fine potrei anche vincere il picchetto!

PS: L'ordine della categoria "Miglior Film" segue la mia classifica personale.

Miglior film:
Mio Vincitore: The Social Network 
Toy Story 3
The Fighter
Il Grinta (True Grit)
Black Swan
Inception
127 Hours
Winter's Bone
The Kids Are All Right
The King's Speech

Miglior regista:
Mio Vincitore: David Fincher per The Social Network
Darren Aronofsky per Black Swan
Tom Hooper per The King's Speech
Joel Coen ed Ethan Coen per True Grit
David O. Russell per The Fighter

Migliore attore protagonista:
Mio Vincitore: Jeff Bridges per True Grit
Favorito: Colin Firth per The King's Speech
Possibile Sorpresa: Javier Bardem per Biutiful
Jesse Eisenberg per The Social Network
James Franco per 127 Hours

Migliore attrice protagonista:
Mio Vincitore:
Natalie Portman per Black Swan
Nicole Kidman per Rabbit Hole
Jennifer Lawrence per Winter's Bone
Michelle Williams per Blue Valentine
Annette Bening per The Kids Are All Right

Migliore attore non protagonista:
Mio Vincitore: Christian Bale
per The Fighter
John Hawkes per Winter's Bone
Mark Ruffalo per The Kids Are Allright
Jeremy Renner per The Town
Geoffrey Rush per The King's Speech

Migliore attrice non protagonista:
Mio Vincitore: Melissa Leo per The Fighter
Possibile Sorpresa: Hailee Steinfeld per True Grit
Amy Adams per The Fighter
Helena Bonham Carter per The King's Speech
Jacki Weaver per Animal Kingdom

Migliore sceneggiatura non originale:
Mio Vincitore: Aaron Sorkin - The Social Network
Danny Boyle & Simon Beaufoy - 127 Hours
Michael Arndt; John Lasseter, Andrew Stanton e Lee Unkrich - Toy Story 3
Joel Coen & Ethan Coen - True Grit
Debra Granik & Anne Rosellini - Winter's Bone

Migliore sceneggiatura originale:
Mio Vincitore: Inception - Christopher Nolan

Another Year - Mike Leigh
The Fighter - Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson; Keith Dorrington
The Kids Are All Right - Lisa Cholodenko & Stuart Blumberg
The King's Speech - David Seidler

Miglior fotografia:
Mio Vincitore: Roger Deakins - True Grit

Matthew Libatique - Black Swan
Wally Pfister - Inception
Danny Cohen - The King's Speech
Jeff Cronenweth - The Social Network

Miglior film d'animazione:
Mio Vincitore: Toy story 3 - La Grande Fuga

Dragon Trainer
L'illusionista

Il 28 Febbraio scopriremo finalmente i vincitori reali, per adesso accontentatevi dei miei possibili!

Il Grinta (True Grit) - La Recensione

Mattie Ross (Hailee Steinfeld) è una ragazzina quattordicenne che vuole vendicare a tutti i costi la morte del padre ucciso a tradimento dal delinquente Tom Chaney (Josh Brolin). Incapace di attuare il suo piano da sola, decide di affidarlo allo spietatissimo sceriffo Rooster Cogburn (Jeff Bridges), uomo dai metodi molto singolari e soprannominato da tutti “Il Grinta”. A loro si aggiungerà il Texas Rangers LaBoeuf (Matt Damon), anche lui interessato alla cattura di Chaney.

Tornano i Fratelli Coen, si riprendono il “loro” Jeff Bridges e confezionano un Western rispettando tutte le regole del genere senza rinunciare alle loro maniere un po’ grottesche, le quali, anche se stavolta molto più dosate, non accennano a mancare. “Il Grinta (True Grit)” è tratto dall’omonimo romanzo di Charles Portis, ed era già stato portato sul grande schermo in passato da Henry Hathaway (era il 1969), quella volta per il ruolo del grinta c'era lo storico John Wayne. I Fratelli Coen come ci hanno già abituato in passato, mischiano le carte e rinnegano di aver fatto un remake di quel film, tendendo molto a sottolineare che il loro lavoro è molto più fedele all’opera originale.

Stà di fatto che in questo film ad emergere su tutti è il personaggio della ragazzina Mattie. La personalità, il carattere e la determinazione nell’attuare la sua vendetta non solo sbalordiscono visti in quei piccoli panni ma rubano moltissima scena ai grandi come Jeff Bridges (che stando al titolo del film sarebbe il protagonista) e Matt Damon. E nessuno si sbalordisce allora quando legge nella lista delle attrici non protagoniste nominate all’Oscar il nome di Hailee Steinfeld. Magari quello che può sbalordire è non vederla nella lista delle migliori attrici protagonisti, ma questo è un altro discorso (Forse anche un segnale!?). Difficile credere che sia la prima volta per lei sul grande schermo, ma dalla sua potente interpretazione sicuramente non sarà l’ultima. Bravissima.

A fare il veterano c'è Jeff Bridges , l' ex Drugo torna a lavorare con coloro che gli avevano regalato quello splendido ruolo ne “Il Grande Lebowski”, e anche qui si prende il personaggio più bello del film. Quello che in passato aveva portato John Wayne a vincere l’Oscar e per ora porta il grande Jeff solo in nomination. Il suo grinta però è meraviglioso. Burbero, alcolizzato, invecchiato, con un occhio perennemente bendato si (perchè così deve essere), ma sempre temibile e infallibile se si tratta di sparare al nemico. E’ protagonista delle scene migliori grazie ai suoi comportamenti anticonvenzionali, il suo grilletto facile e i suoi dialoghi straordinari, perfetti per ricordarci che ci troviamo all’interno di un film dei fratelli Coen.

A Matt Damon tocca la figura del Texas Ranger. Quando si parla di Texas Ranger è lecito aspettarsi il volto e la personalità del temibile Chuck Norris, ma se questo deve essere un povero sfigato è più lecito virare su un'altra scelta! Sempre meno preparato rispetto al suo competitore Cogburn, Damon interpreta un Rangers molto insicuro di sè, ma agli occhi della piccola Mattie cerca sempre di rendersi più interessante gonfiando la sua reputazione. Insieme a Bridges è partecipe di alcune scene divertentissime in cui i due cercano di determinare chi è più interessante e migliore dell’altro. Su tutte quella in cui lanciano delle provviste in aria per verificare la loro infallibilità con la propria arma.

Sulla falsa riga del pluripremiato “Non è un Paese per Vecchi”, Joel e Ethan Coen ci riportano nei luoghi deserti e desolati dell’America alla ricerca di un assassino spietato e in fuga (interpretato da un breve Josh Brolin). Questa è la loro versione de “Il Grinta”, che sia più fedele al romanzo o al film del 1969 a noi interessa poco, quello che ci interessa è che funziona benissimo. I fratelli di Minneapolis ci sanno fare, la loro cultura cinematografica (e di generi) è enorme e si percepisce sempre all’interno di ogni loro lavoro…anche se spesso vogliono farci credere il contrario!

Trailer:

martedì 15 febbraio 2011

The Fighter - La Recensione

Sono passati circa sette anni dall’ultima pellicola di David O. Russell il regista di “Amori e Disastri”; “Three Kings” e “I Love Huckabees”. Seppur ancora non famosissimo, magari proprio a causa di una filmografia abbastanza ristretta, il regista statunitense può comunque vantare nel suo curriculum dei “misunderstanding” molto interessanti con alcune persone del panorama Hollywoodiano. Da Dustin Hoffman e Lily Tomlin fino a George Clooney, con il quale sembra abbia fatto anche a cazzotti.
Non appare poi così scontato allora, vederlo tornare alla ribalta con un film che narra proprio le vicende di un pugile.

The Fighter è la storia vera di Mickey Ward e della sua sconquassata famiglia. Allenato dal fratellastro Dickey (Christian Bale), ex pugile mai affermato per problemi con la droga, Mickey (Mark Whalberg) viene puntualmente sfruttato dalla sua famiglia come efficace fonte di denaro. Colpa soprattutto della pessima madre Alice (Melissa Leo), che ormai sembra aver aderito completamente al ruolo di manager auto-congegnatosi alle spalle del figlio. Ma l’arresto del fratello Dickie, l'incontro con la bella Charlene (Amy Adams) e il contrasto che la sua figura porta all’interno della famiglia, cambieranno completamente le sue sorti.

Se pensate a questo come all’ennesimo film sul pugilato è importante che vi ricrediate immediatamente. “The Fighter” è una storia completamente incentrata sulla famiglia, sui suoi rapporti e sull’importanza di essa nella vita di ogni uomo. Non a caso a fare da padrone nel film sono proprio le interpretazioni dei protagonisti.

A cominciare da un Christian Bale nominato all’Oscar (che spero vinca!) come miglior attore non protagonista. Un lavoro pazzesco il suo non solo sul personaggio ma soprattutto su se stesso. Dimagrire ben ventotto chili non è cosa semplice, anche se Bale ci aveva già abituati ad atti del genere. Basti ricordarlo ne “L’Uomo Senza Sonno” oppure nell’ancora più sconosciuto “L’Alba della Libertà”. Ma non è solo questo. A non poter passar inosservato è anche il resto del lavoro camaleontico sull’aspetto del suo personaggio. I pochi capelli, i denti rovinati, i ghigni caratteristici del vero Dickie, evidenti segni della meticolosità di un grande attore in questo caso straordinario. (Per capire meglio di cosa sto parlando dovrete aspettare i titoli di coda del film dove verranno mostrati i veri volti dei due fratellastri). Tra l’altro Bale è anche protagonista della scena più bella del film in cui il suo personaggio e quello di Amy Adams depongono l’ascia di guerra per il bene di Mickey. L’Amy Adams di cui sto parlando è la stessa che si è rivelata a tutti in quel bel film Disneyano “Come d’Incanto”. Ne ha fatta molta di strada la signorina e ha saputo anche scegliere le giuste direzioni, confermandosi ancora una volta una delle attrici più brave in circolazione. A ribadirlo è anche la nomination come miglior attrice non protagonista ricevuta per questo ruolo. Chi invece questo film l’ha voluto fare a tutti i costi è il protagonista Mark Whalberg. C’è sempre stata un po’ di diffidenza riguardo alle sue interpretazioni: è bravo? non è bravo? Bè per quanto mi riguarda Mark Whalberg è bravo! Ovviamente in alcune scene si fa sentire la differenza che c’è tra un’attore come lui e un attore come Bale, ma l’ex bad boy se la cava sempre benissimo e senza sbavature. A cavarsela non benissimo, ma egregiamente invece è Melissa Leo (anche lei canidata all’Oscar). Il suo ruolo, insieme a quello di Bale, è uno di quelli che colpisce di più per tutto il film. Una madre apparentemente senza cuore, dalla personalità fortissima in grado di tenere in mano le redini della famigia e pronta a mettere a repentaglio la salute del figlio pur di prendere i soldi dei suoi (sbagliati) incontri. In tutto il film viene chiamata da Mickey sempre con il nome di Alice. Solo quando lui la molla come manager e si affida a gente più preparata assistiamo ad una scena in cui viene chiamata mamma, figura che evidentemente non era nelle sue corde nonostante i numerosi figli dati alla luce. Un personaggio impossibile da non odiare, tutto merito dell’attrice che lo impersona e della sua interpretazione.

Partendo (giustamente) con un ritmo sostenuto per poi accelerare improvvisamente, il film di David Russell riesce nell’impresa di arrivare dritto al cuore raccontando in modo intelligente una storia dal finale scontato che rischiava di diventare noiosa e poco interessante. Invece “The Fighter” è davvero un grandissimo film, forte, appassionante, coinvolgente e a questo punto meritatamente candidato a sette premi Oscar.

Il film uscirà nelle sale italiane il 4 Marzo 2011

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sabato 12 febbraio 2011

Qualunquemente - La Recensione

In un periodo in cui la politica italiana è protagonista di scandalose notizie, Antonio Albanese decide di portare al cinema il suo personaggio più riuscito degli ultimi anni: Cetto La Qualunque.
Nato all’interno del piccolo schermo, Cetto è un latitante calabrese, aspirante politico che cerca di trovare i consensi degli elettori mettendo all’apice del suo progetto elettorale “U’ Pilu”.

Per questo esperimento Albanese si affida al regista Giulio Manfredonia conosciuto soprattutto per il film “Si Può Fare”, piccolo gioiello uscito circa un paio di anni fa. La sceneggiatura scritta a quattro mani da Antonio Albanese e Piero Guerrera, vede Cetto tornare al suo paese dopo alcuni anni di latitanza e immediatamente proposto dai suoi “amici” a contrastare il buon De Santis alle elezioni sindacali di Marina di Sopra.

Qual è il rischio più grande di portare al cinema un personaggio televisivo che vive di sketch televisivi? Ovviamente quello di fare un film pieno di sketch televisivi. Ecco, “Qualunquemente” fa proprio questo: tutto il film è composto da una caterva di servizi al personaggio di Antonio Albanese per dire quello che di solito dice in televisione. Di conseguenza la storia diventa sempliciotta, quasi inutile, e il film diventa un medley di battute già sentite che hanno definito e reso celebre il suo personaggio.
Ed è proprio questo il motivo per cui si ride anche di meno di quanto si dovrebbe. Se siete già dei fan di questo personaggio, come il sottoscritto, appena inizia una battuta già saprete come andrà a finire perché l’avete già sentita.

Nemmeno il rapporto tra il protagonista e il figlio Melo funziona come dovrebbe. Partecipante invisibile ad ogni sketch, c’era curiosità nel vedere come fosse stato strutturato un personaggio come quello del figlio di Cetto, completamente opposto alle vedute del padre. Ovviamente il contrasto tra i due personaggi c’è, e lo si nota sin dalla loro prima scena, dove Cetto cerca di rimettere subito il figlio sui binari, secondo lui, più giusti. Gioco che procede senza grandi esiti per tutta la durata del film, commettendo il solito errore di focalizzarsi sulla figura del padre sacrificando quella del figlio.

Un'altro spreco del film è Sergio Rubini nei panni di un personaggio troppo contenuto e poco sviluppato . Il suo Jerry, chiamato per creare tattiche vincenti in grado di annientare l’avversario politico di Cetto, è monodimensionale e quasi inutile. Mi chiedo come mai sia stato chiamato ad interpretarlo un attore così istrionico come Rubini e soprattutto perché quest’ultimo lo ha accettato.
Tra l’altro, la premessa del meridionale pentito di adozione milanese seppur non originalissima, poteva almeno essere usata in modo più utile, caratterizzando maggiormente un personaggio che nel film si limita a meditare e a scendere nel dialetto barese quando perde il controllo (il che succede solo due volte e per pochi secondi).

In poche parole, guardando il film si ha la sensazione di assistere a quello che “Qualunquemente” sarebbe potuto essere se fosse stato scritto di botto. L’incipit di questo film è la cosa più istintiva e normale che poteva nascere tentando di scrivere un soggetto cinematografico su questo personaggio. Leggerezza che mi ha lasciato stupito mentre lo guardavo e che mi ha fatto chiedere addirittura se quello che avevo davanti agli occhi fosse una bozza o un prodotto finito.

Si poteva fare di meglio. Si doveva fare di meglio. Specialmente in questo periodo storico in cui un personaggio come questo non è più così eccessivo come poteva esserlo qualche anno fa, perché come ha spesso ripetuto Albanese nelle sue interviste chiamate a promuovere il film: “Oggi Cetto è un moderato!”.

Si perde una buona occasione. Quella di sfruttare positivamente al cinema uno dei personaggi più esilaranti che la tv ci ha regalato negli ultimi anni. Mi sorprendo quando penso alla coppia Nunziante-Zalone, che con molta meno esperienza è riuscita a fare molto meglio di quella Manfredonia-Albanese, che di cinema e nel cinema hanno molta più esperienza.

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martedì 8 febbraio 2011

3D or not 3D ?

Spero che William Shakespeare mi perdonerà per aver preso e riadattato la sua frase più famosa solo per titolare un “articolo” il cui unico compito punta a voler parlare esclusivamente di un fenomeno come quello del 3D. Ma anche questo purtroppo sta diventando un vero e proprio problema per noi cinefili, quasi come il suo “essere o non essere”!

Entrato prepotentemente nelle nostre sale cinematografiche da poco più di un anno (anche se in passato c’erano già stati molti tentativi di lancio), il 3D ha scatenato una vera e propria ondata di consensi nel pubblico. Questa nuova tecnologia sarebbe dovuta servire inizialmente a fornire profondità alle immagini sullo schermo, ne é stato un ottimo esempio l'Avatar di James Cameron, fino ad ora l'unico vero lavoro in cui il sistema stereoscopico ha avuto davvero senso. Per un’altra fetta di addetti ai lavori però, il 3D è servito solamente a divertire il pubblico, facendogli arrivare addosso qualche oggetto durante la visione del film.

Vedere un film in questo modo non è semplicissimo. Richiede anche una certa collaborazione da parte dello spettatore, che deve indossare degli occhialini per tutta la durata del film. Per non parlare poi di chi porta già gli occhiali, costretto a delle lenti a contatto o a mettersi occhiali sopra altri occhiali.

Da un pò di tempo a questa parte, questi scomodi occhialini sembrano aver preso il vizio di voler essere utilizzati inutilmente, grazie a pellicole in cui l’uso del 3D è semplicemente un abuso, ideato soprattutto per “gonfiare” il prezzo del biglietto. 

Stà diventando una moda infatti quella di proporre i film in 3D, anche quando questo non è necessario. Quante volte durante (o dopo) la visione di una pellicola vi siete chiesti "ma perche sto indossando gli occhialini?". Un problema che sta diventando sempre più rilevante, visto anche il continuo aumento di sale cinematografiche attrezzate per questa tecnologia. Ora che anche Fausto Brizzi sta preparando il primo film italiano in 3D (si intitolerà “Sex 3D”), rischiamo davvero di trovarci in un futuro in cui le pellicole 3D senza senso aumenteranno vertiginosamente costringendo gli spettatori a spendere 10/15€ a biglietto per andare al cinema.

In sostanza: va benissimo Cameron, passino anche i film d'animazione ogni tanto, ma vi prego ricordatevi anche dell’esistenza del 2D che spesso per alcuni film può essere anche un vantaggio. Questa riflessione ovviamente non avrà alcuna ripercussione, ma certe cose è giusto dirle ogni tanto, magari solo per toglierle dalla mente.

...Ah dimenticavo, scusa ancora William!

lunedì 7 febbraio 2011

I Fantastici Viaggi di Gulliver - La Recensione

Lemuel Gulliver (Jack Black) é l'addetto alla posta di un giornale di New York. Ingabbiato in un ruolo dal quale non riesce ad emergere, si spaccia per uno scrittore e convince Darcy Silverman (Amanda Peet) ad affidargli un servizio sul triangolo delle Bermuda. Durante il viaggio verso la meta, una tempesta prima e uno strano vortice poi, lo faranno risvegliare prigioniero a Lilliput: un paese abitato da minuscole persone.

Jack Black : uno degli attori più divertenti del panorama Hollywoodiano, protagonista di splendide commedie come "School of Rock" e "Tropic Thunder", è da sempre uno dei miei attori comici preferiti. Ma come per Jim Carrey, il suo dinamismo e la sua comicità funzionano alla perfezione solo se é la storia del film a essere al suo servizio e non viceversa.

In questa commedia diretta da Rob Letterman ero quasi sicuro che sarei risucito a rivedere il Black libero di espressione come quello di "School of Rock". Non mi sbagliavo, ma sfortunatamente il risultato finale mi ha lasciato molto spiazzato. Spiazzato e non deluso perché non immaginavo che “I Fantastici Viaggi di Gulliver” fosse un film esclusivamente per un pubblico di ragazzini. Si é vero che Jack Black ha molto spazio e molta libertà a disposizione per utilizzare la sua enorme verve, ma al servizio di una storia paragonabile a quella di "Una Notte al Museo" non acquistano il loro vero valore, almeno non questa volta. E anche se la scena finale in cui l'attore statunitense canta (e balla) una canzone contro la guerra potrebbe valere da sola il prezzo del biglietto (ma non quello in 3D), non è comunque sufficiente ad accontentare le pretese di un grande fan! Si è vero, i simpatici e divertenti omaggi a pellicole storiche come: "Star Wars", "Titanic" e "Avatar" che Gulliver usa per rendersi protagonista agli occhi degli abitanti di Lilliput possono essere carini da vedere, come anche i riadattamenti di alcuni famosi brand ma si poteva sicuramente fare di meglio. Una comicità troppo superficiale e scontata che tenta la risata anche con metodi abbastanza "facili". Mi riferisco per esempio al modo in cui si spegne l'incendio nel villaggio oppure alla fine del povero Lillipuziano quando Gulliver cade a terra. 

Per fortuna a rendere la pillola meno amara ci sono le bellezze di Amanda Peet e Emily Blunt. La prima è Darcy Silverman, la donna segretamente amata da Gulliver, la seconda è la principessa di Lilliput. Ad arricchire il cast anche Jason Segel nei panni di Orazio, il migliore amico di Gulliver a Lilliput. Attore sconosciutissimo da noi, nonostante la commedia "Non mi Scaricare” di qualche annetto fa, ma molto famoso in America.

Pochi assi nella manica, qualche scenetta carina qua e là e qualche battuta divertente, ma questi “Fantastici Viaggi di Gulliver” non sono poi cosi fantastici se abbiamo più di quindici anni. Speriamo servano almeno per far scoprire, a chi ancora non ha avuto il piacere, quanto sia fenomenale e divertente un talento come quello di Jack Black.

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The Green Hornet - La Recensione

In seguito alla curiosa morte del padre, l’indisciplinato Britt Reid (Seth Rogen) è costretto a dover gestire l’enorme impero da lui ereditato. Licenziata tutta la vecchia servitù, decide di riassumere solamente il giovane Kato (Jay Chou), unico nel preparare i cappuccini. Kato peró ha anche altre abilità “nascoste” e appena Britt se ne rende conto decide di sfruttarle per creare (e crearsi) il supereroe “The Green Hornet” (“Il Calabrone Verde”).

Nato nel 1936 negli Stati Uniti come serial radiofonico grazie alle menti di George W. Trendle e Fran Striker, “The Green Hornet” era stato già portato sullo schermo nella serie televisiva del 1966, quando ad interpretare il ruolo di Kato era stato un certo Bruce Lee. Stavolta il progetto ha avuto come motore Seth Rogen il quale oltre ad interpretare il protagonista Britt ha anche scritto la sceneggiatura del film insieme a Evan Goldberg.

La sorpresa é stata vedere Michel Gondry dietro la macchina da presa. Il regista francese ci aveva sempre abituati a film molto particolari dove poteva utilizzare liberamente il suo estro (quasi) senza freni, per questo il suo nome affiancato ad un possibile blockbuster come questo portava molta curiosità. Il mistero peró è stato risolto. Questo non è il Gondry di "Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se Mi Lasci ti Cancello)" e "Be Kind Rewind" ma è quello inedito che "si sacrifica" completamente al servizio della storia e dei suoi attori, confezionando una commedia che mai avremmo pensato fosse stata diretta da lui se non ce lo avessero scritto nel manifesto.

A sopperire alla vera mano di Gondry, stavolta umile esecutore, subentra pesantemente la comicità e il corpo di Seth Rogen. Lui certo non ridimensiona il suo stile, già visto in commedie come "Molto Incinta" e "Strafumati", ma lo condisce solamente con delle sfumature obbligate al suo personaggio. Green Hornet è un finto supereroe che Britt improvvisa a causa della sua sindrome di Peter Pan e grazie alle attitudini di Kato. Infatti, se proprio dovessimo trovare un supereroe in questa storia, in cui di supereroi si parla ma solo per non contraddire i protagonisti, l'unico a poter essere chiamato tale è proprio il Kato interpretato da Jay Chou: bravissimo nelle arti marziali, da fare invidia a James Bond nel creare oggetti di vario genere e fantastico a modificare veicoli da combattimento.

Se Seth Rogen che fa il supereroe può sembrare quasi una pazzia ai nostri occhi, di certo sembrerà più normale e molto piacevole (ri)vedere nei panni del cattivo il gigantesco attore nonchè premio Oscar Christoph Waltz. Ancora una volta stra-convincente nei panni dell'antagonista. Il suo Benjamin Chudnofsky é il criminale più pericoloso di Los Angeles, cattivissimo e spietato è costretto a fare i conti con la sua "avanzata età", penalizzante perchè gli impedisce di essere temuto a dovere dai suoi nemici che lo considerano ormai obsoleto. Tale problema è spiegato alla perfezione da James Franco e dal suo ottimo cameo nella scena di apertura del film, per poi essere ripreso in seguito regalando anche momenti abbastanza divertenti.

A convincere poco, invece, è la (strana) presenza di Cameron Diaz. Un ruolo minimale il suo, stereotipo della donna, in questo caso segretaria, che fa innamorare i due protagonisti mettendoli (ovviamente) in conflitto tra loro. Non proprio il massimo la sua partecipazione nel film, anche perche la vediamo si e no per una decina di minuti in tutto. Un'altra apparizione straordinariamente sprecata è quella di Tom Wilkinson che interpreta l'editore James Reid, padre di Britt.

Tutto sommato però tra alti e bassi “The Green Hornet” si lascia vedere, anche gradevolmente. L’importante è non farsi ingannare e accettare il fatto che questo non è il solito film sui supereroi ma una commedia con protagonista un supereroe. Un’altra cosa dalla quale non bisogna farsi ingannare è un 3D sempre più abusato in pellicole dove non serve completamente a nulla ma questo però è un altro discorso.

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