IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

mercoledì 30 marzo 2011

Boris: Il Film - La Recensione

Prodotta da Wilder e trasmessa per la prima volta in TV da FOX nel 2007, “Boris – La Fuori Serie Italiana” arriva finalmente sul grande schermo. Dopo aver mostrato per tre stagioni i meccanismi assurdi e corrotti dell’industria televisiva italiana grazie ai “dietro le quinte” di fiction fittizie come “Gli Occhi del Cuore 2”, “Gli Occhi del Cuore 3” e “Medical Dimension” è giunta l’ora di smascherare anche tutto il marcio che gira intorno al nostro cinema, e magari non solo quello.

Il regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino), stanco dei continui compromessi a cui deve sempre soccombere, si ribella alla rete e molla il set della fiction “Il Giovane Ratzinger”. Allontanato dall’ambiente e senza un soldo in tasca avrà l’opportunità di riscattarsi con un progetto cinematografico molto importante: un film d’autore tratto dal best seller “La Casta” di Rizzo e Stella.

Scritto e diretto a sei mani da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo (i sceneggiatori della Serie TV) “Boris: Il Film” non è affatto un’episodio televisivo esteso per portare la serie TV al cinema come forse era lecito aspettarsi, non è neanche legato ad essa: visto che non è necessario averla vista per vedere questo film. "Boris: Il Film" è una falsa commedia, un’affresco sul nostro paese, sulla nostra società e sulla nostra industria cinematografica da tempo in crisi.

Il passaggio dalla televisione al cinema, com’era prevedibile, non fa altro che amplificare notevolmente tutto il grottesco e l’incredibile, già visto precedentemente nella serie, esponendolo totalmente all’ennesima potenza. Così ci troviamo di fronte a sceneggiatori che sfruttano segretamente giovani aspiranti tali, divi che hanno sempre almeno un problema con gli stupefacenti, attrici stimatissime ma impossibili da gestire (splendida la parodia a Margherita Buy), società di casting che vendono i propri attori in pacchetti 2x1 (uno bravo e una cagna!), direttori della fotografia presuntuosi alternati ad altri incapaci e cocainomani e anche produttori pro-cinepanettoni e no-film d’autore, insomma un vero e proprio quadro negativo del nostro bel cinema italiano.

Ma a fare più male è il quadro terribile riguardante la nostra società. Immagini di multiplex ridotti a proiettare un fittizio “Natale al Polo Nord” in tre/quattro sale sempre strapiene di persone che ridono a crepapelle, comici vittime dei propri tormentoni, spesso volgari, costretti a ripeterli all’infinito (vedi Martellone) per poter continuare ad avere una carriera.

Alla fine, più che arrivare a fare il verso ai cinepanettoni, si arriva quasi a giustificarli come unica fonte di espressione possibile ad oggi nel nostro paese. Una fonte sicura di redditività, proprio perché è l'unica cosa che NOI vogliamo (o possiamo ?) vedere in questo momento, allontanando così sempre di più ogni altro tipo di genere possibile. Emblematica in questo caso la scena finale durante la proiezione del film “Natale con la Casta”, che mostra all'interno della sala una situazione raccapricciante tra il pubblico, ma che potrebbe anche avverarsi prima o poi: chi lo sa?

E quindi Boris arriva al cinema e si mette da parte, mette da parte (relativamente) i suoi protagonisti, mette da parte le loro splendide gag - dosandole accuratamente- (vedi Stanis), lo fa volontariamente per dare spazio ad un film di denuncia. Un film al quale bisogna dare il giusto peso (tanto), anche se a malincuore. Il risultato è -citando la battuta di Sergio (presente anche nel trailer)- un film alla “Gomorra”, in cui ce se capisce e nun ce se capisce: io purtroppo c’ho capito pure troppo!

Un horror che fa riflettere, non solo una commedia per divertirsi. Ad ogni risata c'è una ferita, e questo alla fine dei giochi lascia dentro un grande dispiacere misto al terrore, sia verso la nostra società, sia verso il nostro cinema: l'ultima scena di Renè è fin troppo chiara a riguardo.

Trailer:

domenica 27 marzo 2011

Sucker Punch - La Recensione

Zack Snyder l’ibrido regista autore del non entusiasmante “300” e del buonissimo “Watchmen” finalmente si rivela. Gli serviva un progetto come “Sucker Punch” per identificarsi completamente, un lavoro interamente scritto e diretto personalmente, in cui non c’e alcun vincolo né fumettistico né di qualsiasi altro genere. Ed è proprio nella mancanza di vincoli che un film come “Sucker Punch” riesce nel suo tentativo.

Babydoll (Emily Browning), una ragazza a cui è appena morta la madre, uccide involontariamente la sorella con l’intento di salvarla dalle grinfie del viscido padrino. Accusata di omicidio verrà portata in un manicomio in cui sarà successivamente lobotomizzata. Solo rifugiandosi all’interno della sua mente potrà cercare il modo di salvarsi.

Un’Alice nel Paese delle Meraviglie con i Mitragliatori”, in questo modo Zack Snyder aveva descritto il suo film quando era ancora in fase di produzione. Il riferimento però adesso non sembra poi così calzante. “Sucker Punch” non ricorda assolutamente Alice, sembra più un enorme giocattolone stile “Kill Bill” che ha continuamente degli assi nella manica da giocare per sorprendere lo spettatore e lasciarlo stupefatto.

Una cornice meravigliosa fatta di scenari "super cool", tantissima azione, combattimenti maestosi e pezzi musicali ultra cazzuti. Un film completamente femminista e fuori di testa, dove gli uomini appaiono tutti malvagi e dominatori spietati del sesso opposto all’eccezione di un’ unico indefinito (la guida). In questo modo Snyder esalta metaforicamente la figura della donna. Non solo grazie alla bellezza delle cinque attrici protagoniste ma con dei riferimenti fatti di danza e sensualità che insinuano la debolezza dell’uomo di fronte al corpo femminile. Un’arma che non deve arrivare mai necessariamente al rapporto vero e proprio ma che funziona alla perfezione anche quando si ferma alla seduzione: in questo caso con alcuni balli che “noi pubblico” non vedremo mai realmente ma solo sottoforma di folli missioni in salsa videoludica.

Ma quello che sorprende di più è il modo in cui questa pellicola riesca a diventare quasi una carta d’identita del proprio regista. C’e tutto il suo cinema precedente esposto nel miglior modo mai visto prima. Le scene videoludiche di “300” che in quel film risultavano assai fastidiose, qui ritornano in modo molto più funzionale, dosate alla perfezione fino a risultare incredibilmente affascinanti. Il mondo parallelo visto in “Watchmen” è molto simile a quello in cui vive la povera Babydoll, sia nelle atmosfere che nella crudeltà dei personaggi che la circondano. E poi l’azione, questa volta super protagonista come non mai, ma ben misurata e finalmente priva degli eccessivi rallenti tanto cari al suo regista ma che soprattutto in “300” diventavano estenuanti e senza senso.

Zack Snyder dovrà essere un amante dei videogiochi e in questo film lo manifesta spudoratamente descrivendo un idea di cinema completamente personale che difficilmente potrà essere accettata dal grande pubblico e che forse si addice più ai giovani amanti delle consolle. A suo favore però c’è l’onestà di non mascherare tutto ciò, ma anzi di manifestarlo spudoratamente senza fronzoli e nella forma più delirante possibile. Inventa quindi un'opera che non è un capolavoro (anche se forse voleva esserlo), non è priva di difetti (anche se è la più perfetta da lui creata) ma che proprio per merito delle sue imperfezioni segna un qualcosa di importante nella carriera del suo regista e forse anche nel cinema in generale.  

A questo punto si fà ancora più interessante il progetto di “Superman” a cui Snyder sta lavorando insieme al regista dell’ultimo “Batman” Christopher Nolan (questa volta solo nelle vesti di produttore). Ci saranno di nuovo delle linee da seguire, e Snyder avrà meno libertà ancora una volta. Ma due menti non proprio convenzionali unite in un unico obiettivo forse saranno la ricetta ideale per riuscire a far sopravvivere Superman alla kryptonite del grande schermo.

Trailer:

mercoledì 23 marzo 2011

Cattivissimo Kevin...Spacey

Mettiamolo subito in chiaro: Kevin Spacey non è pericoloso. Almeno credo! Non che io lo conosca è chiaro (magari!), ma non è del Kevin Spacey attore che volevo parlare. Piuttosto la mia attenzione era legata al nuovo album di Caparezza: "Il Sogno Eretico", e più precisamente ad un pezzo contenuto al suo interno.

Il mio è un blog dedicato al cinema, d'accordo, e non intendo assolutamente iniziare a parlare di musica proprio oggi, però c'è quasi un senso di dovere da parte mia a cui non riesco proprio a sfuggire. E' quello di allontanarvi dalla traccia numero undici del nuovo album di Capa. Non è un boicottaggio, nemmeno una minaccia, ma solo una salvaguardia per tutti coloro che ancora non sono riusciti a vedere alcuni splendidi film e magari con questa canzone perderanno ogni minimo interesse futuro nel volerlo fare.

Caparezza avrà avuto i suoi motivi per scrivere un pezzo del genere, non lo si può biasimare, ma per chi non ne fosse a conoscenza una canzone come quella di cui andrò a parlare rischia di essere davvero disturbante. "Kevin Spacey" –questo il titolo- (non) si prende la responsabilità di spoilerare tutti i finali e i colpi di scena più folgoranti della scena cinematografica degli ultimi anni, senza nemmeno preoccuparsi di anticiparvelo dando a voi l’opportunità di scelta.
Una bastardata insomma!

Il titolo, legato all'attore hollywoodiano poi, diventa un coronamento a Kevin Spacey come “Re dei Cattivi”, e la scelta di chiamare col suo nome un pezzo ancor più spietato dei suoi ruoli, non è altro che una scorrettezza ancor maggiore progettata per assestare meglio il concetto. Il messaggio di avvertimento per fuggire a una tortura così psicotica e gratuita arriverà anche da parte dell’artista, ma solo troppo tardi (circa a metà della canzone) suggerendovi, se siete infastiditi, di skippare il pezzo e andare avanti con l’album: ma la frittata sarà ormai già bella che compiuta.

Per farvela breve, se ci tenete a vedere tutti i film elencati qui sotto e non sopportate l'idea che qualcuno possa rivelarvi dei particolari fondamentali su di essi, non avvicinatevi a "Kevin Spacey": la traccia numero undici dell'ultimo album di Caparezza: "Il Sogno Eretico".








I titoli dei film citati nel pezzo:

- Fight Club
- Shutter Island
- Il Sesto Senso
- L’Esercito delle Dodici Scimmie
- The Others
- I Soliti Sospetti
- Seven
- Superman Returns
- Saw (I Espisodio)
- Il Codice Da Vinci
- The Blair Witch Project
- Io e Marley
- Hachiko
- The Jackal
- Profondo Rosso
- Psycho (di Hitchcook)
- Sid & Nancy
- American Beauty
- Star Wars (Episodio V)
- The Prestige
- The Game
- La Moglie del Soldato
- Armageddon
- La Passione di Cristo
- Disturbia
- Il Curioso Caso di Benjamin Button



Per chi invece: questi film li ha già visti tutti, non avrà problemi a vederli anche dopo averne scoperto i particolari più intriganti, o meglio ancora, è disinteressato a tutto ciò e vuole solo ascoltare la canzone, può soddisfare la sua curiosità qui sotto.

Buon ascolto:




...and The Winner is...KEVIN SPACEY !!!

domenica 20 marzo 2011

Nessuno mi può Giudicare - La Recensione

E' un dato di fatto: ad oggi in Italia vende bene solo la commedia. Fenomeno iniziato verso la fine dello scorso anno con “Benvenuti al Sud” e ripetutosi all’inizio di questo 2011 con gli incassi stratosferici registrati da “Che Bella Giornata” e da tutti i successivi film seguiti a raffica. E’ anche un'altro dato di fatto che questa tendenza continui ad avanzare senza alcun segno di stanca portando con sé tutti i suoi lati positivi e negativi.
Questo mese è la volta di “Nessuno mi può Giudicare” opera prima da regista firmata Massimiliano Bruno, meglio conosciuto come attore e soprattutto come sceneggiatore, in particolare di tutti i film diretti da Fausto Brizzi per il quale ha sempre collaborato alle sceneggiature. Collaborazione che ritorna anche stavolta per questa pellicola, nata da un soggetto di Fausto Brizzi sceneggiato da Massimiliano Bruno e Edoardo Falcone.

La storia vede la ricca Alice (Paola Cortellesi) diventare povera dopo la morte accidentale del marito Pietro (Dario Cassini). Immersa dai debiti lasciati dal suo defunto consorte, Alice è costretta prima a lasciare la sua dimora elegante e lussuriosa dei Parioli per una baracca del Quarticciolo e poi ad intraprendere il mestiere di escort per guadagnare i soldi richiesti nel breve tempo a disposizione evitando così, sia la prigione sia la conseguente perdita del figlio di nove anni.

La pellicola di Massimiliano Bruno conosce perfettamente il tipo di strada che vuole intraprendere, merito soprattutto di una sceneggiatura scritta benissimo e quasi impeccabile. Una storia onesta e misurata ma allo stesso tempo divertente e malinconica al punto giusto, condita con trovate geniali e situazioni al limite dell’assurdo. Sono questi i segreti della riuscita di un’opera prima piena di freschezza e temperanza che già in partenza prometteva molto bene grazie al cast d’eccezione di cui era sana portatrice.
Non è certo una scoperta Paola Cortellesi, (ex) talento prodigio in grado di riuscire ad affrontare qualsiasi tipo di sfida gli si presenti davanti. Questa volta non solo è la protagonista del film, ma si cimenta in un ruolo pieno di sfumature che la porta anche a misurarsi con la sua sensualità -forse la dote in cui viene meno-. Nella maggior parte delle scene ovviamente è costretta a giocare d’ironia ma in altre riesce anche a mostrare un lato sexy di sé che fino ad oggi sembrava nascosto.
Discorso diverso da fare per quanto riguarda Raul Bova. Un attore spesso in evidente difficoltà in ogni ruolo gli venga proposto, stavolta pare aver trovato, più o meno, la sua dimensione. Il personaggio del romano coatto di periferia evidentemente è quello più nelle sue corde che, seppur molto limitate, almeno stavolta riescono a non infastidire completamente lo spettatore.
Un applauso corale và invece a tutti i personaggi di “contorno”, in un modo o nell’altro protagonisti anche loro grazie ad alcune scene che sono e saranno presto ricordate come vere e proprie scene CULT. Cominciando dalla bravissima (e bella) Anna Foglietta nel ruolo della escort professionista: la scena nel bar in cui ordina un caffè macchiato è strepitosa (la potete vedere su YouTube cliccando qui). Il grandissimo –come sempre- Rocco Papaleo, ancora una volta in un ruolo sopra le righe di un razzista ignorante alle prese con un figlio sovrappeso e ambiguo: già cult la sua scena in cui fa il verso a Nanni Moretti citando “Ecce Bombo”(anche questa la potete vedere su YouTube cliccando qui).
Ed infine le coppie improbabili: una formata da Lucia Ocone e Lillo Petrolo, vederli marito e moglie è un qualcosa di indescrivibile quasi un dispiacere ricordarsi che il loro legame è solo finzione e non realtà, e l’altra formata da un super depresso Valerio Aprea vittima delle continue allucinanti incursioni della sua ex Caterina Guzzanti impegnata a riconquistarlo: su tutte una con un Fausto Leali irresistibile.

Ci troviamo di fronte ad un prodotto che dovrebbe essere, qualitativamente parlando, lo standard di commedia italiana. Teoricamente se ogni commedia nostrana riuscisse almeno ad avvicinarsi al risultato finale raggiunto da questa pellicola, il nostro cinema potrebbe (e farebbe) di certo sorridere di più. Le cose purtroppo non stanno così, per questo motivo un prodotto molto buono come “Nessuno mi può Giudicareoggi acquista un valore ancor più grande rispetto a quello che in realtà avrebbe potuto avere in tempi diversi.

Trailer:

domenica 13 marzo 2011

Rango - La Recensione


Un Camaleonte smarrito nei meandri del deserto durante il cammino approda nei pressi di una cittadina sperduta chiamata “Polvere” in cui si finge eroe sotto il falso nome di Rango. Aiutato dalla fortuna, Rango diventa prima sceriffo e poi punto di riferimento dei cittadini, che vedono in lui l’unica speranza per risolvere il problema della mancanza d’acqua misteriosamente scomparsa che da tempo li costringe a vivere in condizioni disagiate.

Chiusa la parentesi legata ai “Pirati dei CaraibiGore Verbinski si reinventa in un genere che non aveva mai affrontato fino ad ora: il Western. Come se non bastasse il regista di “The Ring” per il suo esperimento decide di usare anche l’animazione andando a realizzare un qualcosa forse di mai visto prima. Una prova così difficile di certo aveva bisogno di qualche certezza, per questo motivo Verbinski richiama al suo fianco il pirata Jack Sparrow, affidando il ruolo del protagonista, Rango, a Johnny Depp.

Chi l’ha detto che i film d’animazione di qualità devono essere per forza firmati Disney/Pixar? E’ vero che negli ultimi anni il monopolio dell’animazione è sempre stato nelle loro mani e che, salvo imprevisti, continuerà ad esserlo ancora per molto, molto tempo, ma "Rango" è la prova che con un po’ di impegno, originalità e intelligenza anche altri studios possono fare bene e colmare parzialmente un gap altrimenti enorme. Merito alla Paramount e a Verbinski allora, che riescono dove altri avevano fallito, realizzando così un prodotto più per adulti che per bambini (i quali però non si dispiaceranno affatto!).

E’ strano assaporare un genere come il Western attraverso un film d’animazione dove, tra l’altro, il protagonista è un improbabile camaleonte in crisi di identità. Ed è questo uno dei tanti motivi per cui "Rango" va elogiato: per la sua capacità di essere riuscito nell'impresa di creare un western d'animazione a tutti gli effetti.
Dall’inizio alla fine (tralasciando i primi dieci minuti) il film segue una struttura classica tipica del genere, senza rinunciare ad alcune scene intramontabili come quella all’interno del saloon o del classico attacco al carro merci (evergreen!).
Omaggiando anche molte pellicole western storiche con alcuni riferimenti sparsi qua e là, inclusa la scena in cui Rango sembra incontrare uno "straniero" molto simile a Clint Eastwood -con tanto di Oscar!-, che lo aiuterà a tornare sulla retta via.
In questo modo, ma anche con altre scene molto divertenti, Verbinski riesce a rispettare anche l’altro genere, quello dell’animazione, che seppur messa in secondo piano -rispetto ai temi toccati dal film-, non poteva comunque essere ignorata del tutto.

E allora fate largo a Johnny Depp, il quale seppur assente si intravede perfettamente nei movimenti e nelle reazioni del suo personaggio, affiancato da ottimi attori come Bill Nighy, Isla Fisher, Timothy Olyphant, Alfred Molina e Abigail Breslin.
Nella versione italiana Rango è doppiato da Nanni Baldini (la voce di Chukino), e non dal solito doppiatore di Depp: Fabio Boccanera. Una scelta particolare di cui ancora non sono riuscito a capire il motivo, considerato tra l’altro che Boccanera era stato chiamato a doppiare Rango nel trailer promozionale del film che potete ascoltare qui sotto.

Trailer:

domenica 6 marzo 2011

Il Gioiellino - La Recensione

La Leda è un azienda agro-alimentare ben avviata e molto affermata in Italia. Il suo fondatore, Amanzio Rastelli (Remo Girone), decide di volerla estendere anche presso i mercati Europei. Scelta che in poco tempo porta la Leda sull’orlo del fallimento a causa del vertiginoso indebitamento a cui deve fare fronte. Questo non riuscirà a fermare Rastelli che grazie alla bravura del suo direttore finanziario: Ernesto Botta (Toni Servillo), troverà il modo di ritardare il fallimento della sua azienda falsificandone i bilanci.

Andrea Molaioli affronta la sua seconda opera cinematografica. Stra premiato dal suo primo film: “La Ragazza del Lago”, si riprende Toni Servillo e lo affianca a Remo Girone scegliendo questa volta di raccontare una delle pagine più importanti della cronaca del nostro paese: il crac finanziario della Parmalat. “Il Gioiellino” infatti, nonostante i nomi fittizzi che potrebbero fuorviare, non è altro che una ricostruzione abbastanza fedele di quel grande fallimento che ha visto colpire economicamente milioni e milioni di italiani. E quindi se la Leda è la Parmalat, l’Amanzio Rastelli di Remo Girone è Calisto Tanzi e l’Ernesto Botta di Toni Servillo è Fausto Tonna. Ma non sono gli unici ad avere un personaggio sotto falso nome presente nel film.

Parte bene “Il Gioiellino”, nel descrivere il momento d’oro di una società andata ben oltre le sue aspettative –"il latte non è un prodotto che fa guadagnare molto" è una frase ripetuta più volte–, mostrandone anche i suoi lati più loschi -come l'acquisto "invisibile" di una macchina di lusso-. Sogni, e illusioni legati ai progetti di un espansione impossibile, colpa di una mentalità troppo provinciale, palesata ancor di più nel momento in cui, per ragioni economiche e familiari, viene affiancato al personaggio di Toni Servillo quello di Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum), la nipote di Rastelli. Personaggio alquanto particolare, di cui ancora rimangono oscuri alcuni comportamenti.

Il pregio principale del film è una storia molto interessante che si lascia seguire sempre con molta attenzione -in particolare nel momento in cui la Leda inizia la discesa che la costringe ad aggrapparsi ad ogni tipo di salvataggio possibile-. Qui viene mostrata la difficoltà e allo stesso tempo la facilità con cui alcune società possono (e riescono), in maniera non proprio legale, a rimanere a galla nonostante l'evidente insufficienza economica che le affligge. Coperta solo parzialmente da enormi favoritismi e sostanziose mazzette fatte alle persone giuste.

Peccato che nella seconda parte il film subisca alcuni cali di ritmo. La storia mantiene comunque il suo interesse, ma con un po' più di fatica rispetto a come lo aveva fatto precedentemente. Un difetto questo, già presente anche nel primo film di Molaioli e probabilmente un suo tallone di Achille.

Ma nell’insieme “Il Gioiellino” funziona bene, è molto intrigante e capace di spiegare dettagliatamente ogni singolo passaggio tecnico relativo alle scelte finanziarie compiute dall'azienda di cui parla. Chiunque così, anche i meno esperti, potranno comprendere ogni tipo di passaggio responsabile poi del futuro fallimento. Sorretta da due ottimi protagonisti (Servillo e Girone), la seconda opera di Molaioli supera di gran lunga quella del suo esordio. Una buona iniezione di fiducia per chi, fino a pochi anni fa era "solo" l’aiuto regista di Nanni Moretti!

Trailer:

venerdì 4 marzo 2011

Professione Assassino (The Mechanic) - La Recensione

Arthur Bishop (Jason Statham) è un killer professionista soprannominato “Il Meccanico” per via della sua bravura a “risolvere i problemi”. Chiamato per una delle solite missioni, scopre di essere stato assoldato per uccidere il suo più grande amico nonché contatto: Harry (Donald Sutherland). La sua professionalità non lo fa esitare nemmeno per un secondo, ma quella uccisione, di fatto, lo rende completamente solo. Così, quando il figlio di Harry, Steve (Ben Foster), con la morte del padre gli chiederà di apprendere il suo mestiere per un eventuale vendetta, Arthur un po’ per solitudine, un po’ per senso di colpa, accetterà di diventare suo maestro.

Jason Statham non rompe la sua consueta tradizione e torna a cimentarsi di nuovo con il genere d’azione. Mettendosi nei panni che erano di Charles Bronson, sforna insieme al regista Simon West ("Con Air"; "Tomb Raider"), il remake del film "Professione Assassino" datato 1972.  “The Mechanic” però ci impiega un pò troppo a farsi interessante, e per film di questo tipo non può di certo essere un pregio. Buona la parte iniziale in cui viene descritto il personaggio di Arthur Bishop, una figura perfetta nel suo lavoro tanto quanto nella sua vita privata, dove è sempre attento a non stabilire relazioni emotive con alcun essere umano. Un ritratto molto accurato, che inquadra immediatamente e molto chiaramente le caratteristiche del personaggio in questione. La storia inizia a farsi leggermente confusa quando il nostro protagonista cerca di (far) stabilire un contatto con Steve. A questo punto, non si capisce più se il film voglia puntare tutto sulla figura del solitario che scopre quanto siano importanti i legami oppure sull’addestramento e il rapporto (im)possibile tra Steve e il killer di suo padre. Ma quelle che potevano essere due buone, se non ottime, strade vengono completamente ignorate a favore di una terza strada, per altro molto scontata e già abbastanza sfruttata in passato da altri film del genere. Non il massimo dell'originalità quindi, ma d’altro canto era l'unico modo per lasciare più spazio all’azione. Perciò, quello che era stato ben dosato nella prima parte del film si scatena senza freni nella parte finale. Sangue, uccisioni, salti da altezze assurde, esplosioni, battute da duri, muscoli, insomma tutto ciò che un film d’azione che si rispetti deve contenere al suo interno. Chiaramente tutto questo parapiglia non ha il minimo impatto sui "nostri eroi", che contro i cattivi non solo riescono ad avere sempre la meglio ma anche a non farsi alcun graffio!

Senza la presenza di un volto come quello di Jason Statham, un film come “The Mechanic”, avrebbe avuto sicuramente una distribuzione differente (parlo di quella americana ovviamente), magari invece di passare per le sale cinematografiche, sarebbe uscito direttamente in Home Video. Ma la presenza di alcuni attori spesso può essere una garanzia quando di mezzo c’è il pubblico e il botteghino (in alcuni casi riuscendo anche in ottimi incassi e sequel inaspettati). Una teoria questa, che si fa subito pratica guardando il finale di questo film, abbastanza scontato quanto sensato.


Trailer: