IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

giovedì 28 aprile 2011

Thor - La Recensione

Dei tanti eroi dei fumetti che ci sono stati sbattuti in faccia negli ultimi anni, tra gli altri, mancava ancora all’appello Thor: il Dio del Tuono, uno degli esempi più coatti e cafoni che l’universo Marvel potesse ideare.
Armato di grossi muscoli, incredibile forza e un martello enorme da fare invidia anche al miglior falegname di turno, uno come lui non poteva di certo restare a guardare inerme i suoi “colleghi” spassarsela nell’immenso universo cinematografico.
Perciò, per colmare una blasfemia simile, era indispensabile si, portare il Dio di Asgard sul grande schermo, ma anche farlo con stile.
Ed è qui che entra in gioco Kenneth Branagh, il regista del film. Lui, che di Blockbuster non ne ha mai sentito parlare, dedito al teatro e amante dei drammi Shakespeariani, questa volta sorprende tutti e prende parte a un progetto lontanissimo dalle sue corde, tanto da suscitarne un enorme curiosità al riguardo.

Punito dal padre, il Dio Odino (Anthony Hopkins), per aver disobbedito ad un suo ordine, Thor (Chris Hemsworth) viene privato di tutti i suoi poteri e costretto a lasciare il regno di Asgard per essere spedito sul Pianeta Terra. Lì incontrerà la scienziata Jane (Natalie Portman), che insieme al suo team di esperti, lo assisterà fino a farlo ambientare nel nostro pianeta. Esperienza che lo aiuterà a limare anche il suo carattere molto aggressivo e infine a comprendere la crudele scelta del padre. 

Il problema ormai è sempre lo stesso: la Marvel ha perso il tocco. O meglio, lo ha perso al cinema almeno. Sono finiti i bei tempi in cui Sam Raimi faceva "Spiderman" e "Spiderman 2", o quelli in cui Ang Lee firmava uno splendido "Hulk". Siamo arrivati ai tempi in cui per portare un fumetto al cinema bastano esplosioni, effetti speciali e saper giocare bene con l’affetto del pubblico per il suo eroe su carta stampata preferito.
Sono i tempi di "Spiderman 3" (il killer della trilogia duologia di Raimi), de "L'Incredibile Hulk" di Leterrier (la quale trama era “boom, boom!”) e poi dell'inaspettato contentino: il fortunoso “Iron Man” di Jon Favreau, che prima sembrava essere un messia destinato a risollevare una tendenza da tempo negativa, e poi, con un pessimo seguito, è riuscito a rovinare di nuovo tutto. 

Anche in questo caso, la storia non è molto diversa.
Il “Thor” di Branagh è un film che ha molto, troppo della seconda fase di decadenza Marvel. E nonostante il suo tocco registico riesca ad intravedersi leggermente, visti i tanti difetti, non è molto chiaro se affidare a lui la regia del film sia stata una scelta più positiva o più negativa per la pellicola.
Difetti che iniziano da una trama poco interessante già dalle prime battute, che migliora a stento grazie all’arrivo del protagonista sulla terra, ma che poi si va perdendo inesorabilmente mano mano, non riuscendo più a gestire tutti i fili dapprima tessuti. La conseguenza, sono una serie di eventi tutti sviluppati con un evidente approssimazione e un enorme frivolezza, che trovano il loro apice nella storia d’amore, solamente accennata, tra il Marc’Antonio Thor e la “piccola” Natalie Portman (lei è alta la metà di lui). A peggiorare al pasticcio poi, uno sviluppo dei personaggi mai oltre il superficiale, e il ricorso a una risata facile grazie a uno humour magari discreto, ma che arriva al massimo a strappare appena due risate.   

La colpa di tutto ciò, è esclusivamente della prevedibile ricetta che da tempo, troppo tempo è utilizzata in casa Marvel per le sue pellicole. Le linee guida ormai le conosciamo fin troppo bene, non è difficile aspettarsi dei combattimenti, più o meno godibili, tra diverse civiltà (stavolta con nemici forse usciti da Pandora) o magari la (non più) mitica scena con il protagonista che deve affrontare un nemico tre volte più grande di lui (evergreen). Ma l’originalità? 
Non basta allora il regista Shakespeariano, non basta un cast con buoni attori di supporto, non basta nemmeno la protagonista neo-premio Oscar affiancata a un protagonista super bello.
Quando si parte da una sceneggiatura riciclata (scritta a sei mani da Ashley Miller, Zack Stentz e Don Payne) non puoi che accontentarti di aver realizzato un prodotto ai limiti della mediocrità. 

Questo, tra l’altro, è stato anche il primo film Marvel realizzato in 3D. Ovviamente (neanche a dirlo) è l’ennesimo caso di “girato in 2D e poi riversato”. Altro passo falso che si percepisce immediatamente, visto che anche la stereoscopia in questa pellicola sembra più una scelta economica che artistica.

Ma il bello è che “Thor”, tutto sommato non è nemmeno da crocifiggere. Vista la situazione se la cava anche discretamente. Se consideriamo tutti i suoi difetti, almeno ha il pregio di non uscire troppo malconcio dalla sua stessa bassezza. Certo è, che se dovessimo affiancarlo a degli ottimi film sui supereroi, magari quelli citati all’inizio, allora saremmo davvero lontani anni luce. 

P.S: Non fuggite dalla sala alla fine del film, perche come ogni Marvel che si rispetti, anche qui non manca la famosa scena nascosta alla fine dei titoli di coda.

Trailer:

sabato 23 aprile 2011

Cappuccetto Rosso Sangue - La Recensione

Valerie (Amanda Seyfried) e Peter (Shiloh Fernandez) sono innamorati l’un dell’altra sin da quando erano bambini. Diventata ormai adulta, Valerie, viene a sapere proprio da Peter che sua madre l’ha già promessa in matrimonio al ricco Henry (Max Irons). Nel frattempo, mentre i due innamorati progettano insieme la loro fuga d’amore, nel villaggio un misterioso lupo mannaro inizia a dar vita ad una serie di efferati omicidi che colpiscono, tra gli altri, anche la sorella della giovane partente. Una situazione alla quale gli abitanti dovranno cercare di porre rimedio, soprattutto se l’assassino sembra proprio essere uno di loro.

Erano solo tre anni fa, quando Catherine Hardwicke portava al cinema il suo quarto film da regista. Si trattava del fortunato primo capitolo della saga “Twilight” (tra l’altro, l’episodio più riuscito visto fino ad ora). Ma la sorpresa, questa volta, è stata vedere il suo quinto film, “Cappuccetto Rosso Sangue”, ed avere la netta senzazione di trovarsi di fronte, ancora una volta, all’ennesima storia adolescenziale che trae i propri spunti proprio da quel “Twilight” che tanto ha avuto successo.
Partendo con un’amore impossibile, o quanto meno negato, tra la protagonista Valery e il suo Peter (stavolta la colpa è del ceto sociale e non della difficoltà del rapporto uomo/vampiro), fino ad arrivare al “solito” triangolo amororoso che viene a crearsi successivamente tra Valery, Peter e Henry (il terzo incomodo). Ad appesantire le coincidenze tra i due lungometraggi, un lupo mannaro nato dalla maledizione che affligge uno degli abitanti del villaggio, che pare sia disposto ad andarsene e a lasciare tutti in pace, solamente se la giovane Valerie fuggirà con lui.
Ma nonostante le molte analogie (che certamente non giocano a suo favore) tra questo film e la saga di Stephenie Meyer, a non funzionare maggiormente, all'interno della sceneggiatura scritta da David Johnson, è la mancanza di coinvolgimento che la pellicola riesce a trasmettere allo spettatore. Sensazione subito avvertita appena dalla prima scena. Complice magari un target di riferimento più basso, anagraficamente parlando, rispetto a quello di cui fa parte il sottoscritto, stà di fatto che “Cappuccetto Rosso Sangue”, ha il "pregio" di allontanare lo spettatore dalla sua storia e riuscire a farlo assistere ai fatti con un’indifferenza totale raramente provata al cinema, tentando poi di rifarsi leggermente nel finale apportando qualche piccolo colpo di scena. Peccato che sia tutto molto prevedibile e scontato, forse proprio a causa della riciclicità di queste storie riportate alla nausea.

Dispiace tra l’altro sapere che Amanda Seyfried, la bella Amanda Seyfried, sarebbe potuta essere nel "Sucker Punch" di Snyder anziché in questo film e, dispiacere ancor maggiore, vedere di nuovo Gary Oldman arruolato in un personaggio già visto e antagonista di un film non all'altezza delle sue capacità. Anche se ormai ci stiamo abituando a vederlo esclusivamente in pellicole di questo tipo, apparte quando interpreta il commissario Gordon nel reboot di Batman firmato Christopher Nolan (che sta per terminare!).

Cappuccetto Rosso Sangue” voleva essere una rivisitazione in chiave moderna della favola dei Fratelli Grimm, in realtà di quella favola non ha praticamente niente, apparte un mantello rosso indossato dalla protagonista e una scena in sogno in cui viene pronunciato il famoso dialogo: “Nonna che occhi grandi che hai…”. Una delusione.
La Hardwicke è reputata (anche da me) una regista molto brava e intelligente. Ma se il suo vuole essere un tipo di cinema che và oltre gli adolescenti, questa volta fallisce completamente il bersaglio, mancando, forse, anche un’ottima opportunità di affermarsi definitivamente al grande pubblico. Il suo risultato è un’opera che non può andare oltre determinati standard e che dovrebbe, magari, essere vietata ai maggiori di sedici anni.

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domenica 17 aprile 2011

Scream 4 - La Recensione

Sono passati ben quindici anni dal primo episodio della saga di “Scream” e ne sono passati undici dall’ultimo: “Scream 3”. Ma se l’uscita di un quarto episodio, oggi per alcuni potrebbe sembrare sbagliata o quanto meno azzardata, ci sono anche moltissime ragioni per considerarla, in un certo senso, necessaria.

Dopo “Scream 3”, il regista Wes Craven non è riuscito più ad inanellare alcun tipo di successo commerciale, fallendo clamorosamente al box office con i suoi ultimi tre film. Era ovvio quindi aspettarsi un ritorno in grande stile che gli garantisse anche un successo (sulla carta) assicurato. Ma se questo non fosse già abbastanza, si può anche aggiungere che nei tanti anni passati dall’ultimo capitolo di Scream di cambiamenti ce ne sono stati eccome, al cinema come nel mondo. E quindi una saga come questa, che si serviva del personaggio di Ghostface per uccidere le sue vittime e terrorizzare gli spettatori ma soprattutto per esplorare intelligentemente i più grandi cliché del genere non poteva di certo restare a guardare. Necessitava di un aggiornamento, di un ritocco. Perché anche il genere horror negli ultimi anni è cambiato, si è evoluto, aggiornato e alcuni dei suoi grandi titoli sono stati addirittura realizzati nuovamente sotto forma di remake.

In questo quarto capitolo, Sidney (Neve Campbell) torna nella città di Woodsboro per promuovere il suo ultimo libro. Il caso vuole che proprio in quel giorno, la città sta celebrando l’anniversario degli orribili fatti che l’hanno vista protagonista parecchi anni prima. Ma mentre alcuni ragazzi si divertono scherzando e appiccando maschere di Ghostface dappertutto, c’è qualcuno che ha ricominciato ad uccidere sul serio.

"Qual è il tuo film horror preferito? ". Chissà quale sarà quello di Wes Craven! Una cosa è certa “Scream 4” è divertimento allo stato puro. Non avrà la freschezza della novità come il suo capostipite, ma non gli manca nemmeno il pregio di riuscire a giocare ancora una volta (bene) col suo genere e con tutti i suoi elementi. Di nuovo non ci sarebbe molto da dire, se non fosse per la nascita dei Social Network, la rivoluzione che hanno portato all’interno della nostra società e il mutamento dell' horror, che negli ultimi anni è andato a rivedersi le sue vecchie regole, riscrivendole e tornando a sorprendere ancora lo spettatore. Sono questi infatti gli ingredienti che hanno dato la possibilità a Wes Craven di realizzare un film che, forse servirà più a lui che a noi (visti gli ultimi insuccessi), ma che proprio grazie all'evoluzione generazionale, riesce a risultare nuovamente intelligente, divertente e ben costruito.

A sommarsi all'esito positivo della pellicola, c’è anche il gradito ritorno di tutti i personaggi più amati della vecchia trilogia (quelli rimasti vivi ovviamente!), dalla famosissima Cindy interpretata da Neve Campbell, alla coppia (ormai solo sullo schermo) formata da Courtney Cox e David Arquette.

Ma come accennavo all’inizio, se un quarto capitolo della saga, a conti fatti, poteva anche starci, più rischiosa potrebbe essere l’altra scelta di realizzare una seconda trilogia.
Quante altre nuove cose ci saranno da dire e da vedere ancora?
A mio modesto parere era meglio fermarsi qui, ma l’annuncio sembra ormai ufficiale, per fortuna Craven ha dimostrato di saperci ancora fare.
Prepariamoci quindi a vedere altri squartamenti, perché Woodsboro conoscerà ancora la faccia di Ghostface!

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sabato 16 aprile 2011

Habemus Papam - La Recensione

A cinque anni dal suo ultimo film, “Il Caimano”, finalmente torna al cinema Nanni Moretti, col suo attesissimo nuovo lavoro: “Habemus Papam”.

La trama, vede un conclave in via di raduno, che si appresta a eleggere il sostituto del Santo Padre appena scomparso. Tra i numerosi candidati, viene eletto l’anziano cardinale Melville (Michel Piccoli), il quale prima accetta, dopo qualche remora e poi entra profondamente in crisi, fuggendo in modo rabbioso durante l'ascolto dell'annuncio di presentazione ai suoi fedeli. Ad aiutarlo nell'affrontare questa situazione così delicata, ci penseranno il Vaticano e gli altri colleghi cardinali, ingaggiando uno psicologo (Nanni Moretti) che a sua insaputa diventerà poi prigioniero della Santa Sede finché il nuovo Papa non sarà “guarito” e ufficialmente annunciato.

Non è facile trovare una chiave di lettura immediata per “Habemus Papam”. Un film che richiedebbe di essere assimilato lentamente, e su cui bisognerebbe riflettere a lungo prima di riuscire ad essere esposto in maniera doverosa.

Questa volta Moretti decide di affrontare le debolezze e le insicurezze di un uomo messo di fronte a qualcosa più grande di lui, un uomo che nella società è una figura rassicurante per molti, ma che invece stavolta scende a livello umano e si permette di sentirsi inadeguato e impreparato (a suo giudizio) per il ruolo (enorme e) scomodo che gli è appena stato affibiato. Tenta perciò di superare una probabile depressione, (ri)cercando in se stesso e nella gente ciò che potrebbe aver perduto magari proprio nel posto da cui ha deciso di fuggire, provocando così una situazione talmente irreale quanto costruttiva. Un opera profonda, tratteggiata con la leggerezza della commedia grazie all'arrivo in scena del personaggio interpretato da Nanni Moretti. Non mancano infatti le situazioni propriamente dette“Morettiane”, in cui l’attore inventa momenti e dialoghi esilaranti che colpiscono inesorabili chi sta guardando: impagabile il torneo di pallavolo organizzato all’interno della Santa Sede tra i cardinali disposti in squadre e divisi per nazionalità. A reggere alla perfezione la parte più seria, drammatica del film, ci pensa invece un grandissimo Michel Piccoli, meraviglioso il suo (non) papa, dolcissimo il suo uomo. Le scene in cui cerca di confondersi tra la gente fino ad arrivare ad unirsi ad una compagnia di teatro, sono poesia allo stato puro. Un interpretazione davvero magistrale.

Come ormai ci ha abituato, Moretti non si risparmia nemmeno qualche frecciatina per coloro che non ama profondamente. Da qui nasce un giornalista completamente stupido, ostinato nel voler peggiorare la sua figura. Oppure la scena nel bar in cui viene punzecchiata in qualche modo anche la nostra società (o forse solo l'indisponibilità dei barsiti, chissà!). E ovviamente a non fuggire da tutto ciò, nemmeno la chiesa. Gran parte del film è girato all’interno delle mura papali e non si redime nel mostrare i molti cardinali spassarsela continuamente, quasi come in bisca, mentre tutti i fedeli, venuti da ogni parte del modo, sono radunati all'esterno di Piazza San Pietro in ansia attendendo stanchi di conoscere le sorti del loro nuovo Papa. Un contraltare scorrettissimo!
Per non parlare poi della Guardia Svizzera che si approfitta del ruolo che è stato chiamato a coprire, regalando da solo buonissime risate.

Ancora una volta Moretti non rinuncia al suo grande stile (per fortuna). In questo film mette leggermente in disparte se stesso, offrendoci una sua presenza meno ingombrante del solito, ma comunque gustosissima. Confeziona in questo modo un’opera molto particolare che non si svela facilmente ad una prima visione e che forse ne richiede almeno una seconda.

Trailer:

martedì 12 aprile 2011

Belli e (im)Possibili: Rubber

Un omaggio al nessun motivo, così viene presentato “Rubber”, commedia horror francese scritta e diretta dallo sconosciutissimo Quentin Dupieux. Presentata a Cannes lo scorso anno, durante la settimana della critica, la pellicola ha subito giudizi di ogni genere ma è riuscita comunque a trovare un distributore come la "Magnet" che si è occupata di farla sbarcare addirittura negli States.

Ad esporre il monologo d'apertura del film, ci pensa uno sceriffo molto particolare, che pare essere uscito proprio da un film di Quentin Tarantino. Attraverso le sue parole cerca di convincere (e convincerci) sulla teoria che ogni grande film deve sempre avere un elemento di nessun motivo al suo interno. Certo è, che il suo monologo ha delle falle assurde, difficili da sostenere, ma tralasciando alcuni esempi sbagliati che vedono protagonisti tra gli altri, film come “Il Pianista” e “JFK”, le intenzioni in generale sono abbastanza buone, così con qualche piccolo sforzo, il (non)senso riesce ad essere accettato.

La vera trama di "Rubber" però è un’altra.
La storia del film vede un comune pneumatico abbandonato nel deserto californiano, prendere vita e scoprirsi spietato assassino con poteri psichici capaci di far esplodere le sue vittime.

Originale no?
In realtà è tutto molto delirante. Vuoi o non vuoi però, un suo fascino questo film ce l’ha eccome. Non mi riferisco solamente al fascino visivo del deserto e di una ruota che prende vita al suo interno dando l’impressione di essere quasi umana a chi la guarda -un pò come il robottino Wall-E della Pixar-. Di interessante in questo b-movie, c’è anche l’idea originale di mettere un pubblico all'interno della trama, armarlo di binocolo e fargli seguire la storia completamente dal vivo. Cercando di avvelenarlo successivamente per evitare di chiudere il film con un finale che in realtà ancora non esiste. Tuttavia si sa, siamo ossi duri noi! 

Ma ottanta minuti a seguire le (dis)avventure di uno pneumatico non è cosa semplice, anche se questo è un super killer. La mancanza di una presenza umana protagonista si sente, e se il pubblico dal vivo ogni tanto smorza leggermente la noia, non basta a risollevare i tanti vuoti creati. Perchè purtroppo i momenti in cui il film di Dupieux cala di ritmo e arranca ci sono, e anche spesso. Però “Rubber” complessivamente riesce a sorprendere e, in qualche scena, anche a divertire. L’unica cosa che non gli riesce è spaventare. Ma quello magari era già stato calcolato dal suo regista.

Sarà difficile che un film così riesca a trovare un distributore in Italia, anche se: "mai dire mai". Fortunatamente internet è un mezzo che molte volte sopperisce a queste ingiustizie, e questa è un ottima opportunità per gli onnivori della settima arte di riuscire a vedere interessanti esperimenti cinematografici.
In questo caso il risultato finale sfortunatamente è parzialmente riuscito. Se vi capita, dategli un’occhiatina. Già il trailer promette bene!

Trailer:

sabato 9 aprile 2011

C'è Chi Dice No - La Recensione

Max (Luca Argentero), Irma (Paola Cortellesi) e Samuele (Paolo Ruffini) si rincontrano ad una cena di ex compagni dopo aver frequentato insieme la stessa classe del liceo. Tra i trentenni già riusciti a costruirsi una carriera, loro non sono riusciti ancora a sbarcare il lunario. La colpa di tutto ciò è di un meccanismo sbagliato che in Italia sembra basarsi su continue raccomandazioni e segnalazioni. Stanchi di essere sorpassati quindi, i tre decidono di unirsi per sfidare il sistema, creando il movimento dei ”Pirati del Merito”: la minaccia peggiore per i raccomandati.

Scritto da Fabio Bonifacci con la collaborazione del regista Gianbattista Avellino, “C’è Chi Dice No” è una commedia italiana (un’altra?!) che prova ad esorcizzare l’incubo presente nel nostro paese legato alle raccomandazioni a al precariato. Un lavoro simile era stato già fatto in passato (ovviamente), usando sempre i stessi toni leggeri, ma in modo nettamente migliore: mi riferisco sia al film di Paolo Virzì “Tutta la Vita Davanti” ma soprattutto a “Generazione 1000 Euro” di Massimo Venier.

In questo caso a funzionare meglio ci sono i tre protagonisti: Luca Argentero, Paola Cortellesi e Paolo Ruffini. Il primo sta diventando sempre di più un buonissimo attore di commedie, qui, ancora una volta, dà prova di saperci fare e di essere convincente, parlando in un dialetto toscano molto accettabile. Stesso discorso per la Cortellesi, anche lei essendo romana riesce comunque a parlare un buon toscano anche se in qualche scena sembra perderselo leggermente. Paolo Ruffini da livornese, è quello che meno ha dovuto faticare visto che il dialetto se lo portava praticamente da casa ma finalmente è riuscito ad avere un ruolo da comprimario, dimostrando che potenzialmente come attore può essere interessante.

Quello che convince meno però, è la modalità di rappresentazione della pellicola di un Italia dove sembra che l’unico modo di poter vivere una vita agiata e tranquilla, oltre quello di ricevere una raccomandazione, è quello di seguire le orme dei genitori. Una visione un po’ distorta e magari troppo pessimista. Anche qui non mancano i soliti riferimenti ad un paese ormai logoro, corrotto e rovinato da un sistema che accontenta solo chi già ne fa parte. Ma a non convincere maggiormente, a questo punto, è la scelta di non volersi spingere troppo oltre, arrivando a costruire prima un movimento sociale contro le
raccomandazioni, facendo pensare quasi a una possibile rivoluzione, e poi scegliendo di chiudere il film con un finale troppo prudente e poco coraggioso.

Trattare alcuni temi così delicati e attuali spesso può essere un rischio, ci si aspetta sempre qualcosa di buono. Il cinema dà la possibilità di scrivere storie anche assurde e irrealizzabili nella realtà ma, se viste sul grande schermo, che possono anche risultare credibili. Per questo sarebbe stato più intelligente dare al film un finale politicamente scorretto stile “Il Caimano” di Nanni Moretti piuttosto che scegliere una strada che a conti fatti ridimensiona completamente tutto trasformando la pellicola in una banalissima commedia per per chi ha bisogno di spensierarsi un pò...

...a queste commedie c'è chi dice basta!

Trailer:

domenica 3 aprile 2011

The Ward (Il Reparto) - La Recensione

Kristen (Amber Heard), viene portata in un ospedale psichiatrico dopo essere stata trovata davanti ad una casa alla quale aveva appena terminato di appiccare il fuoco. Rinchiusa senza nessuna spiegazione da parte dei medici, presto si rende conto che l’ospedale non è quel che sembra. Ultimamente alcuni pazienti sembrano sparire improvvisamente dal reparto senza fare più ritorno.

Lontano dal grande schermo da circa dieci anni, dopo il flop al botteghino di “Fantasmi da Marte”, torna finalmente il maestro dell’horror John Carpenter con il suo nuovo lungometraggio intitolato “The Ward (Il Reparto)”. Un’horror psicologico molto classico che dimostra soprattutto che la lontananza dal cinema negli ultimi anni non ha di certo fatto perdere il tocco al suo regista.

Scritto da Michael e Shawn Rasmussen, il nuovo film di Carpenter non si preoccupa minimamente di stupire lo spettatore con qualcosa di nuovo o di qualsiasi altro tipo, ma gioca anzi di mestiere.

Diretto in modo semplice e preciso “The Ward” procede secondo la linea più classica figlia degli horror di una volta, aiutato si, dall’esperienza del suo vecchio maestro, ma anche dalla splendida protagonista Amber Heard.

Ambientato quasi interamente all’interno di un’ospedale psichiatrico in cui le pazienti sono tutte ragazze coetanee alla protagonista –impossibile non ricordare il recente “Sucker Punch” di Snyder-, tutto il film regge interamente sulla figura del personaggio della Heard. Nella prima parte la storia funziona decisamente meglio, merito di una messa in scena esemplare che ha il merito di saper costruire alla perfezione l’ambiente per la suspance successiva. Nella seconda invece, subisce qualche leggera flessione, in particolare verso il finale, ma complessivamente il film viene portato a casa con ottimo stile.

Un gradito ritorno. Chi se lo aspettava più stupefacente forse rimarrà deluso ma poco importa, quello che conta veramente è che finalmente uno dei maestri del cinema è tornato, dimostrando che per fare un'horror come si deve non servono necessariamente i tanti giochetti da quattro soldi che ultimamente vengono utilizzati da alcuni autori più contemporanei, ma serve piuttosto sapere usare bene la macchina da presa.

E anche se questo film non abbraccia in pieno lo stile che aveva distinto Carpenter nel periodo più florido della sua carriera merita senz'altro la visione. Non ci resta altro allora, che ammirare "The Ward" e gridare: "Bentornato John!".

Trailer:

sabato 2 aprile 2011

Frozen - La Recensione

Tre studenti universitari: Joe (Shawn Ashmore), Dan (Kevin Zegers) e la sua ragazza Parker (Emma Bell), durante una gita in montagna rimangono bloccati sulla seggiovia che li avrebbe dovuti riportare sulla via del ritorno. Una distrazione si trasforma presto in un incubo al quale i tre giovani dovranno trovare al più presto rimedio, dovendo fare anche i conti con la natura e la sua fauna.

Un horror agghiacciante, è proprio il caso di dirlo visto che si parla di “Frozen”, ultimo film del regista americano Adam Green. Una pellicola devastante che mette a dura prova la sensibilità e lo stomaco dello spettatore, spesso costretto a soffrire alcune scene veramente al limite della sopportazione.

Inizialmente potrebbe sembrare uno dei tanti horror che, specialmente in estate, ci vengono spiattellati in faccia continuamente: "il solito gruppo di giovani che durante una vacanza diventa vittima di qualcuno del posto o del posto stesso". In realtà “Frozen” si distacca subito da questo genere di storia. Nella sfortuna dei protagonisti c’è sempre la solita irresponsabilità giovanile onnipresente in quel genere di film ma, questa volta, a metterli nei guai sarà solamente un “piccolo” errore umano.

Così una vacanza tra amici diventa inaspettatamente il peggiore degli incubi, in cui il male è la natura e la vittima l'uomo. Tutto si trasforma in una situazione assurda, ma proprio grazie ad essa il film inizia a funzionare, creando quell’empatia con il pubblico e costringendolo, quasi in modo ricattatorio, a vivere la situazione dei protagonisti e soprattutto a domandarsi: "come reagirei io al loro posto?". Una connessione inevitabile ma che ha il sapore di un’arma a doppio taglio perché man mano che il film avanza alcune scene diventano assai difficili da sostenere risultando il più delle volte
fastidiosissime alla sensibilità umana.

Condito con dialoghi non eccezionali, il più delle volte forzati e fuori luogo (come quello sulla "morte peggiore" che i protagonisti affrontano appena la situazione inizia a farsi critica) ma in qualche modo anche delicatamente interessanti, il film procede abbastanza bene secondo i determinati standard del genere, portando lo spettatore all'esaurimento da suspance e a desiderarne una sorta di allontanamento e rinnegazione a causa della troppa sofferenza già accumulata.

Frozen”è un film impossibile da sentenziare. Difficile potergli dare un giudizio. E’ più semplice dire che se cercate della suspance eccessiva e volete mettere a dura prova il vostro stomaco allora questo è il film che fa per voi. Se volete vedere un horror ma siete abbastanza sensibili alle scene forti allora evitatelo: altrimenti vi ritroverete ad uscire dalla sala ancor prima che il film sia finito (episodio certificato!).

Trailer: