IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 31 ottobre 2011

Festival Internazionale del Film di Roma 2011: Bilancio Parziale


Durante la partecipazione ad un Festival Internazionale di Cinema, uno spettatore ha tutto il diritto di chiedersi come mai la visione di alcune pellicole risulti spesso fuori contesto piuttosto che troppo pesante o addirittura insopportabile.

Tenendo conto di alcune considerazioni imprescindibili, come ad esempio la selezione obbligatoria a cui ogni film deve essere sottoposto prima di poter entrare a far parte del programma ufficiale o, per esempio, l’Internazionalità dell’evento, che di fatto lascia a un infinità di persone la possibilità di fare richiesta di presentazione delle loro opere, diventa davvero impossibile far finta di niente e accettare inermi la presenza di molti orribili titoli veramente incomprensibili presenti in cartellone. Film noiosi, poveri di contenuti, sciatti, qualitativamente scarsi, che nemmeno il torturatore più sadico e crudele di questo mondo potrebbe riuscire a mettere insieme così armonicamente in una singola manifestazione.

Assistere alla visione mattutina de "Il Mio Domani" di Marina Spada e a quella in tarda sera di "La Femme Du Cinquième", non solo fa riflettere su come si poteva spendere molto meglio il poco tempo a nostra disposizione ma potrebbe essere anche percepito dai presenti in sala come un bruttissimo gesto di crudeltà gratuita fatto dagli organizzatori del Festival nei loro confronti.

Cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo? Noi, gente così civile e educata!

Durante la conferenza stampa de “Il Mio Domani", un componente della crew ha esplicitamente dichiarato che il film aveva provato anche a passare a Venezia quest’anno. E continuando ha detto, che mentre Roma ha accettato subito la loro richiesta di partecipazione, Venezia al contrario non si è degnata nemmeno di rispondere.
Maleducazione? O buona educazione?
Io punterei più sulla seconda.
Non so se vi ricordate il programma di Venezia quest’anno, erano tutti potenziali grandissimi film.
Sai che figura che (avremmo) avrebbe fatto Marina Spada col suo!

Qui invece è diverso.
Qui Marina Spada ha degni rivali. Qui Marina Spada se la deve giocare a viso aperto se vuole provare a vincere il MarcoAurelio d’Oro al Miglior Sonno Procurato.

E’ sicuramente presto per fare un giudizio complessivo ma per un bilancio parziale il momento perfetto. E' la mediocrità a far da padrona quest'anno al Festival Internazionale del Film di Roma. Pare aver preso proprio la scena completa. Ormai si è aperta una vera e propria caccia al tesoro alla ricerca del bel film. Spesso ci si incontra con qualcuno che si conosce e non si perde occasione per chiedergli "cosa hai visto?", "com’era?", con la speranza che qualcuno in fondo sia riuscito a trovare un minimo di felicità legata a una qualità artistica fino ad ora paragonabile solo a un miraggio.

A proposito di felicità. Stamattina io l’ho trovata!
Ero in sala a vedere “Butter”, una commediola simpatica e nulla di più, quando ad un certo punto, e giuro che non me lo immaginavo affatto, è comparsa Olivia Wilde versione Lap Dancer.
Ecco, ora non posso descrivervi a parole esatte quanto fosse bella e cosa ho provato di preciso nel momento in cui l'ho vista ma credo che possiate immaginarlo benissimo da soli anche voi. Aveva un taglio di capelli simile a quello che portava in “Tron Legacy” e il suo personaggio era persino tra i migliori della pellicola. Ah, aveva anche una scena lesbo niente male.
Fantastica! Vabbè non fatemi esaltare troppo.

Che cosa volete, ormai qui ci tocca andare avanti così. Goderci piccole soddisfazioni sperando che prima o poi qualcosa di veramente buono si faccia vivo al più presto. Per adesso, a parte Olivia mi sono dovuto accontentare parecchio. Da qualche giorno sono diventato persino attivo frequentatore di un piccolo chioschetto che fa da sponsor all’Amaretto di Saronno. Regala a tutti dei shottini gratuiti. E lo fa a ripetizione.

Che gentile!

Penso sia un gesto di scuse da parte degli organizzatori. Del resto io la penso esattamente come il vecchio mitico Jack Sparrow. E ogni volta che mi ritrovo con il bicchierino in mano prima di bere esclamo sempre..."Yo oh beviamoci su !".





domenica 30 ottobre 2011

L'Industriale - La Recensione

Un vero industriale deve essere sempre astuto e capace. Deve sapersi muovere bene, salvaguardare la propria azienda, i suoi dipendenti e saper gestire alla perfezione anche la sua vita matrimoniale.

Non è considerato tale Nicola (Pierfrancesco Favino), l'industriale che sta guardando sgretolarsi intorno alla sua vita tutto quello sopra citato. La sua azienda di famiglia è in crisi, il matrimonio con sua moglie Laura (Carolina Crescentini) anche e gli aiuti non sono più un opzione da considerare. Trasportato solo dalla sua infinita determinazione che lo rende costantemente positivista e sincero con tutti, dovrà al più presto risolvere la situazione prima che sia troppo tardi. 

Parte da qui “L’Industriale”, l’ultimo film del veterano regista Giuliano Montaldo, affrontando - tramite il personaggio colonna della pellicola, il Nicola interpretato da Pierfrancesco Favino - la crisi economica che si è abbattuta ormai da lungo tempo sulla nostra epoca. Uno sguardo non più interessantissimo e negli ultimi tempi sicuramente troppo sfruttato, eppure, grazie soprattutto a un’interpretazione fenomenale del suo attore protagonista, la pellicola arriva persino a convincere, interessare e coinvolgere. 

Merito di un ingranaggio narrativo funzionante sin dalle prime battute ma, come detto, soprattutto della potenza scenica di un infaticabile Pierfrancesco Favino al massimo della forma. L'aderenza dell'attore romano al personaggio di Nicola è totale: dialetto torinese, postura, fragilità emotiva, testardaggine. Una interpretazione maestosamente curata e precisa, fondamentale all'interno di una storia che seppur solidissima non arriva mai a restituire qualcosa di più concreto a livello emotivo. Tocca a lui, quindi, mettere l'intera pellicola sulle spalle e accompagnarla per tutto il viaggio stando attento a non farla cadere. Una responsabilità che l'attore dimostra decisamente di possedere tra le sue corde, arrivando alle battute finali ancora in forze e privo di stanchezze ma che non basta per tenere lontane delle terribili scelte di sceneggiatura.

Apparentemente solida e sicura, la scrittura del film cede inaspettatamente nella parte finale, quando dopo un paio di colpi di scena innegabilmente azzeccati, da il via ad un crollo forzato e irritante causato dall'inserimento di un doppio finale del tutto stupido e sbagliato. Sono scelte registiche che fanno indubbiamente arrabbiare, in grado di poter rovinare l'intero film con una sola mossa. Un letterale suicidio, una caduta profonda in un baratro destinato a portarci nella banalità più insensata.

Così “L’Industriale”, invece di essere ricordato come un titolo più che accettabile con all'interno una delle interpretazioni migliori della carriera di Pierfrancesco Favino, finisce per collocarsi in quella serie di pellicole che potrebbero tranquillamente non essere ricordate affatto, nonostante possa ancora vantarsi di una delle interpretazioni migliori della carriera di Pierfrancesco Favino. Ingiustizie inaccettabili, specie quando le vedi arrivare da registi con un enorme bagaglio alle spalle.

In attesa del Trailer, una clip:

sabato 29 ottobre 2011

Tre Uomini e Una Pecora - La Recensione

Apparentemente, la commedia Australiana "Tre Uomini e Una Pecora" potrebbe far riaffiorare alla mente il più famoso franchise di "Una Notte da Leoni". Paragone non esattamente corretto ad essere puntigliosi, visto che la storia di questo film non si concentra esclusivamente sulle conseguenze di un dopo-sbronza ma sulle grottesche e divertenti sorti di un completo e lussuoso matrimonio.

Tutto inizia quando il giovane David (Xavier Samuel) torna dalle vacanze annunciando un improvviso e inaspettato matrimonio. La fortunata ragazza è una ricca, bellissima australiana conosciuta pochissimi giorni prima in un isoletta semi deserta e da sogno. I suoi migliori amici non reagiranno con la giusta felicità e accettazione al grande annuncio ma pur di non incrinare una fortissima amicizia che unisce il gruppo da anni e anni, tutti insieme accetteranno di partire alla volta dell'Australia insieme a David per supportarlo sia nelle vesti di testimoni che in quelle di familiari.

Neanche a dirlo, quattro British Guys in vacanza all'estero, in testa dimostrano di avere la stessa identica idea di qualsiasi altro tipo di popolazione: divertirsi smisuratamente. Molto spesso però i propositi, seppur smodati, riescono a prendere comunque delle pieghe ancor più distorte, e magari involontariamente, ci si ritrova ad aver scambiato distrattamente intimoriti una borsa comune con quella di un assassino-spacciatore. Basta poco in fondo per perdere il controllo e scatenare una serie di conseguenze incontrollabili.

I testimoni di David non sono esattamente quelli responsabili e precisi che è solito aspettarsi quando si sta per compiere il grande passo, sono più quel genere di irresponsabili che in preda alla festa, o ai problemi personali fanno il pieno di marijuana e alcol risvegliandosi intontiti il giorno dopo senza avere ben chiaro cosa si è fatto durante la notte. Eppure è in gran parte merito loro se la commedia diretta da Stephan Elliot riesce a guadagnarsi facilmente un infinito numero di risate altamente sproporzionate facendo letteralmente morire chiunque dalle risate. Poco importa se per mettere in atto ciò si deve assistere, tra le tante, anche alla tristissima e ingiusta sorte di una povera pecora destinata a subirne di tutti i colori (ispezione anale compresa). In questa storia le scene memorabili sembrano non finire davvero mai, specie quando a brindare a favore del testimone va un caro amico appena strafatto di coca e preparato ad intavolare un discorso storico e politico su Inghilterra e Australia, obiettivamente fuori luogo alla situazione in corso.

Pieno mix di risate intelligenti, gratuite e di grana grossa. C'è un po' di tutto in "Tre Uomini e Una Pecora", classico prodotto creato esclusivamente per far ridere tutti e accontentare ogni genere di gusto. I suoi ingredienti altamente commerciali renderanno particolarmente difficile un non apprezzamento della pellicola in Italia. Del resto se "Una Notte da Leoni" ha funzionato e continua a funzionare non c'è spiegazione per cui questo film debba fallire.

Trailer:

Like Crazy - La Recensione

La vita è come un puzzle. Spesso si impiega molto più tempo del previsto per completarlo ma con il giusto impegno e la giusta costanza alla fine ci si riesce sempre.

La storia d’amore tra il giovane Jacob (Anton Yelchin) e la giovane Anna (Felicity Jones) sembra essere uno di quei puzzle da zero a sei mesi per quanto appaia perfetta su qualsiasi punto di vista. Ma a tagliarne i pezzi e a complicare le cose: la vita, o, in questo caso, la burocrazia. Ad Anna, londinese di nascita, vengono riscontrati dei problemi sul suo visto in America perciò non gli rimane più possibile tornare da Jacob dopo essere stata ad un matrimonio nel suo paese. La relazione perfetta e indistruttibile viene messa a dura prova dalla distanza e dall’impossibilità di riuscire a risolvere le cose più in fretta possibile e nel migliore dei modi. Allora tra i due inizia una relazione tira e molla che inghiottirà al suo interno anche altri amanti, perfette alternative ma non anime gemelle.

L’amore è potente e forte, invincibile anche dalla volontà dell’essere umano, per cui ogni tentativo responsabile di reprimerlo con la realtà e ripartire da zero sarà sempre del tutto vano. Jacob e Anna questo lo sanno ma provano comunque a sfidarlo senza mai riuscire a sconfiggerlo. I due ragazzi infatti non possono andare avanti senza sentire il bisogno di cercarsi continuamente a più riprese l’uno con l’altra, anche in circostanze palesemente scomode. Ma siccome la vita è come un puzzle e a noi non è dato affatto sapere perché un cerchio già scritto prima di compiersi debba allargarsi così tanto, possiamo solamente tirare un lungo sospiro di sollievo quando questo finalmente trova la sua perfetta chiusura dandoci ancora una volta la forza per rialzarci e guardare di nuovo avanti, anche se le difficoltà saranno molte.

Il regista Drake Doremus realizza una storia d’amore straziante e drammatica, ma allo stesso tempo forte e potentissima, che coinvolge subito e dal primo istante lo spettatore. “Like Crazy” è una pellicola emozionante, romantica e soprattutto interpretata benissimo dai suoi tutti giovani attori protagonisti. Oltre ai due sopra citati, c'è da aggiungere anche la partecipazione di Jennifer Lawrence (bellissima), nominata all'Oscar qualche mese fa per  "Un Gelido Inverno". 

La vera bravura di Doremus è stata quella di non aver realizzato la solita storia d'amore romantica ma un vero e proprio racconto in cui a venir fuori sono i sentimenti, quelli veri e autentici, insieme alle difficoltà che la vita è pronta a far fuoriuscire sempre da dietro l'angolo. Una piccolissima perla. Da non perdere.

Trailer:

venerdì 28 ottobre 2011

Tintin: Il Segreto dell'Unicorno - La Recensione

Steven Spielberg trova il nuovo Indy.
Ci volevano le avventure di Tintin per far trovare al regista di “E.T.” un fresco, nuovo, degno sostituto dell'ormai vecchio e stanco archeologo dei vecchi anni ‘80. Una rivelazione che il genio di Spielberg ha intuito ancor molto prima di noi e che lo ha portato già ad impegnarsi per realizzare un progetto talmente ambizioso da prevedere addirittura un’intera trilogia della serie. Come se non bastasse il suo nome, ad essere coinvolto nell’intera fatica compare persino quello del maestro Peter Jackson, produttore insieme a Spielberg e futuro regista per il prossimo episodio. Una coppia d'assi incredibile, due nomi pesantissimi che si alterneranno alla regia per poi concludere in simbiosi una saga già molto interessante.

Il Segreto dell'Unicorno”, titolo del primo episodio, è quello che dà la parola via all'intera operazione. Girata con la tecnica del Motion Capture (la stessa usata con Gollum ne “Il Signore Degli Anelli” e anche nel più recente “L’Alba del Pianeta delle Scimmie”) la pellicola si avvale di un cast di attori di eccellente categoria a cominciare dal protagonista Tintin interpretato dall’ormai ex Billy Elliot, Jamie Bell, con lui, Daniel Craig (007), Andy Serkis (Gollum) e la divertentissima coppia British formata da Nick Frost & Simon Pegg (“L’Alba dei Morti Dementi”, “Hot Fuzz”, "Paul"). 

Basato sui racconti dello scrittore Hergé, la storia vede il giovane reporter Tintin partire alla ricerca di un tesoro in compagnia dello strambo Capitan Haddock. Ad inseguirli, Ivanovich Sakharine, antenato di Rackham il Rosso, il quale, moltissimi anni prima, aveva giurato vendetta nei confronti di un altro antenato discendente di Haddock. 

Far divertire il pubblico per Steven Spielberg è facile come bere un bicchiere d’acqua e Tintin ci mette più o meno lo stesso tempo per trascinare lo spettatore nell’avventura più fantasiosa, incredibile e straordinaria. Uno spettacolo più che altro dedicato ad un pubblico più piccolo ma comunque in grado di essere pienamente apprezzato anche da quello più adulto. Non siamo di fronte al classico prodotto Pixar, anche se in alcuni momenti la sensazione è che la piega possa arrivare ad essere quella, ma di certo siamo su vette molto più alte di quelle toccate costantemente dalla Dreamworks. “Tintin: Il Segreto dell’Unicorno” è ottimamente capace di coinvolgere, divertire e far sognare in maniera abbondante i suoi spettatori, per questo gli si perdonano facilmente delle leggere flessioni presenti soprattutto nella parte centrale del film. Specie perché nel finale la pellicola si rifà ampiamente non lasciando prenderci mai fiato grazie ai tanti momenti davvero riusciti a base di azione e divertimento.

Insomma, dopo il rilancio fallimentare di qualche anno fa con il quarto Indiana Jones, finalmente si volta pagina. Tintin è il modo migliore, ad oggi, per passare lo scettro di un grande personaggio come Indy a un altro più giovane e potenzialmente in grado di riuscire a coprirne interamente le redini. Basterà solo dargli il giusto tempo.

Trailer:

The Lady - La Recensione

Portare al cinema la storia vera di Aung San Suu Kyi, la birmana Premio Nobel per la pace impegnata da moltissimi anni a combattere nel suo paese per la difesa dei diritti umani, era sicuramente un potente pretesto per la realizzazione di una convincente storia ad alto tasso di drammatizzazione.

Il Luc Besson regista questo lo sapeva benissimo quando ha deciso tornare dietro la macchina da presa per firmare personalmente la regia di “The Lady”, lasciando temporaneamente in secondo piano la più recente e prolifica attività di produttore alla quale si è dedicato spesso negli ultimi anni.

Ma la rappresentazione “bessoniana” di una storia così straordinariamente incredibile, non impiega molto a mostrare, già nelle primissime battute, delle enormi sofferenze derivate da evidentissime lacune del suo stesso regista a trattare determinati argomenti. La storia fatica a trovare il giusto ritmo, arrancando sin dal principio anche sugli obiettivi da percorrere. Le intenzioni del regista francese di narrare gli eventi dal punto di vista prettamente umano della protagonista, mancano di molto il loro bersaglio. Il ritratto di Suu, donna forte, sensibile e pacifica, lo si comprende assai facilmente ma sono le modalità con cui esso viene sciorinato all'interno della trama a non essere affatto incisive. E’ troppo forte la sensazione di assistere a una storia strutturata in maniera troppo grossolana e superficiale, per niente in grado di trattare i suoi infiniti e delicati temi a disposizione in  un modo profondo ed efficace e, per di più, infarcita anche di fastidiosissima retorica.

Debolezze da cui non può sfuggire nemmeno la sceneggiatura di Rebecca Frayn, la quale, sebbene doveva attenersi fortemente a dei fatti realmente accaduti, presenta degli evidenti buchi di scrittura tutt'ora incolmati che lasciano alla rappresentazione di un paese vittima di un militarismo violento e oppressivo e all'interpretazione magistrale di David Thewlis lo scettro di unici elementi meglio riusciti dell'intera opera. Una misera consolazione se si considera la potenza nativa di un personaggio con una biografia travagliata come quella di Suu.

Luc Besson ha dimostrato in passato di essere molto bravo a gestire pellicole d’intrattenimento. Questa volta però, alle prese con la drammaticità (anche altissima in certi casi) sembra soffrire pesantemente la condizione, non riuscendo mai ad arrivare a toccare le corde emotive dello spettatore. Il ringraziamento per aver portato alla luce una storia di cui non tutti ancora potevano essere a conoscenza è d’obbligo, visto che sicuramente il film sarà un ottimo espediente per colmare l’eventuale vuoto, ma il rimpianto di non aver potuto vedere un storia del genere diretta da mani più all'altezza è molto grande, visto che probabilmente avrebbe potuto regalare frutti di maggiore qualità.

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mercoledì 26 ottobre 2011

Festival Internazionale del Film di Roma 2011: Intro



Domani, 27 Ottobre 2011, ufficialmente avrà inizio la VI Edizione del "Festival Internazionale del Film di Roma". Come successe per lo scorso anno, anche in questo Inglorious Cinephiles prenderà parte alla mostra, cercando di aggiornarvi il più possibile su giornate, news, eventi e soprattutto proiezioni in programma. Se volete restare sempre informati perciò, continuate a segurci su questo blog quotidianamente e per saperne di più sul Festival, vi consiglio di visitare la pagina ufficiale della mostra in cui potrete leggere sia la lista completa dei film in programmazione e sia avere a disposizione la guida completa alle proiezioni nel caso in cui voleste partecipare attivamente.

Per ora è tutto, credo. Vi saluto e mi raccomando...


...Stay Tuned

lunedì 24 ottobre 2011

An Inglorious Happy Birthday

Era il ventiquattro ottobre duemiladieci quando, un pò per gioco e un pò per curiosità, apriva i battenti lo sperimentale blog di Inglorious Cinephiles.

Non mi sarei mai aspettato che oggi, dopo un anno, ancora sarei stato qui a scrivere su queste pagine e a ringraziare tutti voi per il supporto fornitomi. E invece eccomi qua, a trovare le parole per rendere omaggio a questo particolare evento.

In questi trecentosessantacinque giorni, soprattutto grazie a voi, le cose sono andate ben oltre i piani previsti. Sono state prese delle pieghe oltre l'immaginabile. Perché questo sito oltre a regalare a me delle grandissime soddisfazioni, sembra essersi creato anche una lista rispettabilissima di afecionados che regolarmente passano a lasciare un saluto sbirciando quello che periodicamente passa il convento.

Tutto ciò per me è motivo di felicità e non posso fare altro che ringraziarvi ancora una volta per dimostrarvelo. Per quanto mi riguarda questo spazio ormai è diventato come un figlio per un padre e una madre. Un'essere da nutrire, curare, proteggere, crescere. E oggi questo figlio è un pò più grande. Compie un anno e come tutti merita anche lui la sua tradizionale festa di rito...



TANTI AUGURI INGLORIOUS CINEPHILES...



lunedì 17 ottobre 2011

Cowboys & Aliens - La Recensione

Un misterioso Cowboy smemorato (Daniel Craig) si risveglia solo e ferito in mezzo al deserto con uno strano bracciale incollato al polso. Arrivato nella cittadina di Absolution in cerca di cure, si mette subito nei guai facendo arrestare il figlio del colonnello più temuto del paese (Harrison Ford). Sembra l'inizio di un duello annunciato, quando improvvisamente uno strano evento cambia le carte in tavola. Una grande luce esplode nel cielo. Qualcosa di strano si scorge all'orizzonte. E’ l’ora di sospendere i contrasti. Il momento di unire le forze è arrivato. Una minaccia enorme, sono sbarcati gli alieni.

Probabilmente era impossibile miscelare in modo uniforme e contenuto due generi diversi come il western e la fantascienza, senza rischiare poi di perdere qualcosa di considerevole a livello narrativo. Per questo è da ritenere intelligente la decisione intrapresa da “Cowboys & Aliens” di trattare entrambi i generi a turno, cercando di farli scontrare tra loro il meno possibile.

Durante il primo atto il film può considerarsi un western a tutti gli effetti, con l’unico accenno che rimanda alla fantascienza segnalato dal bracciale indossato al polso dallo smemorato Daniel Craig. Un elemento di squilibrio che riposa calmo e sereno per una buona mezz'ora di pellicola ma che nel frattempo resta lì a tener fede alla promessa pattuita dal titolo nei confronti dello spettatore. Bisogna attendere l’arrivo della parte centrale per fare in modo che entrambi i generi entrino davvero in contatto, mostrando anche di saper coesistere insieme, uno con l’altro, pur generando quella percettibile e minima carenza narrativa. Una flessione leggerissima, messa da parte nel modo più veloce possibile non appena la staffetta tra western e fantascienza ricomincia ancora dosata e precisa, alternando nuovamente momenti assai funzionali e preparando il terreno per un gran finale in cui la pellicola si scatena definitivamente dando sfogo incontrollato a combattimenti colmi di azione e degni dei più apprezzati blockbuster degli ultimi tempi.

Sceneggiato dai creatori di Fringe e Lost (Roberto Orci, Alex Kurtzman e Damon Lindelof) e ispirato alla Graphic Novel di Scott Mitchell Rosenberg, “Cowboys & Aliens” può vantarsi quindi di portare in scena una buonissima sceneggiatura, esemplare per lo scopo al quale deve conseguire, lasciando al regista dei due Iron Man, Jon Favreu, il compito di dirigere, abbastanza sobriamente e senza grandissimi picchi, una pellicola dal sapore curioso e spiazzante, con la sola e unica responsabilità di non lasciarsi mai prendere troppo la mano. Ad aiutarlo nell'ottenere un risultato così garbato e accettabile pensa un solidissimo cast, tra cui spiccano il James Bond in carica Daniel Craig (perfetto nel ruolo affidatogli) e uno scorbutico e ironicissimo Harrison Ford.

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sabato 15 ottobre 2011

This Must Be The Place - La Recensione

Paolo Sorrentino nella sua pur breve carriera di sceneggiatore e regista, ha sempre amato raccontare storie di protagonisti tormentati, soli e in cerca di cambiamenti o risposte e “This Must Be The Place”, pur essendo la sua prima avventura americana, continua imperterrito sulla stessa lunghezza d’onda.

Il protagonista della storia è Cheyenne (Sean Penn), una ex rock star annoiata dalla vita che, dopo aver appreso della morte del padre è costretto a lasciare Dublino per intraprendere un viaggio che lo porterà ad attraversare gran parte degli Stati Uniti, alla ricerca di un ex criminale nazista per il quale suo padre, da anni, era entrato in ossessione.

Un Road Movie insolito, vittima passiva dei pregi e dei difetti del suo stesso regista. Sorrentino è tra i migliori registi italiani emersi negli ultimi anni, visivamente parlando è forse il migliore in assoluto, ma quando si tratta di riuscire a trasmettere emozioni, allora il discorso cambia completamente. La freddezza di Sorrentino è uno dei problemi principali della sua cinematografia, insieme a una presunzione spesso del tutto incontrollata, e in “This Must Be The Place” questo si percepisce enormemente andando ad influire sull’intera potenza del racconto.

Il ritorno alla vita di Cheyenne si vive con eterno distacco per l’intera durata della pellicola. Sono molte le situazioni in cui è possibile assistere a dialoghi e scene interessantissime e/o divertenti ma sono altrettante quelle in cui ci si concentra esclusivamente sulla visionarietà, lasciando lo spettatore sospeso all’interno della narrazione in momenti palesemente affascinanti ma di difficile sopportazione perché assai dilatati. Tecnicamente parlando la regia del film è esemplare, colma di scene meravigliose e ad effetto, di giochi di luce seducenti e condita di rado anche con pizzichi di grottesco che molto bene si adattano al personaggio interpretato da Sean Penn.
Un’interpretazione straordinaria la sua. Tra le migliori della carriera. Calarsi interamente in un personaggio del genere è roba esclusivamente da attori una spanna sopra gli altri. La cura con cui, nei particolari, Penn è riuscito a portare in vita il suo Cheyenne (ispirato, si dice, a Robert Smith, leader dei The Cure) dovrebbe essere studiata nelle migliori scuole di cinema e recitazione. Dal look dark alla voce delicata piuttosto che a una risatina ostentata e alle continue sbuffate sul ciuffo perennemente fuori posto. Un personaggio maschile che, specie all’inizio, si descrive ambiguo, quasi omosessuale, per nulla aiutato dalla moglie mascolina (pompiere di mestiere) e sessualmente sovrastante impersonata da Frances McDormand.

A curare le musiche di “This Must Be The Place”, elemento fondamentale sia della storia che del cinema di Sorrentino in generale, troviamo David Byrne, fondatore dei Talking Heads. Il lavoro di unione tra immagini e musica è decisamente tra le cose migliori della pellicola, insieme a un dialogo che Byrne scambia con Penn alla fine di un suo concerto in cui quest’ultimo svela i motivi per cui da vent’anni ha deciso di ritirarsi dalle scene.

Con meno divagazioni e un trasporto maggiore l’esordio americano di Paolo Sorrentino avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare molto di più di quello che invece è diventato. Il livello qualitativo è senza alcun dubbio ottimo, superiore alla media, ma le potenzialità di ottenimento potevano essere molto maggiori. In questo senso si potrebbe rimanere leggermente delusi, specie dopo aver visto uno Sean Penn in un così stato di grazia.

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mercoledì 12 ottobre 2011

Amici di Letto - La Recensione

Il tema del sesso scisso all’amore non è più una novità al cinema, basti pensare che l’ultimo tentativo di storia simile risale appena a qualche mese fa, quando, nel dimenticabile “Amici, Amanti e…” di Ivan Reitman, la coppia formata da Natalie Portman e Ashton Kutcher provava a instaurare, senza successo, una relazione prettamente sessuale con la sola premessa di non innamorarsi. Queste storie nascono sempre sotto un disegno ben preciso e sono comunque destinate a seguire una scaletta talmente delineata da non avere alcuna possibilità di poter mostrare mai dei risvolti originali.

Fatalità alla quale non è riuscito a fare eccezione nemmeno Will Gluck.
Il regista reduce dall’ottimo “Easy Girl”, questa volta deve chinarsi a dirigere una storia banale e piena di cliché, provando a muoversi nel modo migliore possibile all’interno di spazi molto stretti ai quali non può sopperire in alcun modo. Fortunatamente la capacità di adattamento di Gluck sembra essere pari soltanto all’ottimo intuito che ha nello scegliere gli attori per i suoi film, perché se “Easy Girl” aveva marcato pesantemente il suo territorio grazie alla presenza di una grandissima Emma Stone, “Amici di Letto” non solo ha il pregio di funzionare abbastanza bene nel suo essere commedia romantica piena di limiti ma sa anche risaltare le doti carismatiche e di affiatamento di una coppia d’attori inedita e del tutto originale.

Justin Timberlake e Mila Kunis.
Non assolutamente nomi in grado di riempire le sale o fare Box Office, peraltro, nessuno dei due ha mai avuto a che fare con dei ruoli da protagonista davvero rilevanti. Eppure, insieme, trovano subito la carica perfetta per duettare in armonia e trasudare fortissima intesa fuori dallo schermo. A stargli al passo, non potevano mancare che degli eccellenti attori di supporto, che nei film di Gluck, come dimostrato, hanno un importanza pari a quella dei protagonisti. In primis, un Richard Jenkins impeccabile. Il ruolo del padre di Timberlake affetto dalla malattia dell'Alzheimer gli lascia assumere di diritto praticamente tutta la poca drammaticità presente nella pellicola. A controbilanciarlo, la madre sboccata di Mila Kunis affidata nuovamente a Patricia Clarkson, che tanto bene aveva fatto in un ruolo molto simile sempre in "Easy Girl". Infine, da non tralasciare, la spassosa presenza di Woody Harrelson, dipendente di Timberlake e gay ultra dichiarato.

Per ovviare alla mancanza di originalità, non trasmissibile al suo titolo, Gluck prova a divertirsi un po', citando, forse anche subliminalmente, pezzi di suoi lavori precedenti. Non poteva esimersi allora, dal far comparire, prima in una piccola partecipazione iniziale Emma Stone (che nei titoli di testa del film lascia Timberlake mettendo in moto la storia) e poi mostrando più avanti, nella scena del primo incontro tra la Kunis e Timberlake, un cartellone di riconoscimento in cui si legge a chiare lettere il nome di “O. Penderghast”, chiara citazione alla protagonista di "Easy Girl" Olive Penderghast.

Per farla breve, “Amici di Letto”, è una pellicola sicuramente scontata, banale e prevedibile, nella sua costruzione quanto nella sua risoluzione, ma nonostante tutto, vista la buona dose di umorismo di cui prova a farsi carico, si lascia vedere con molta simpatia regalando anche più di una gustosa risata. Questo è decisamente un grande pregio da dovergli restituire.

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martedì 11 ottobre 2011

Faust - La Recensione

Esistono moltissime opere cinematografiche capaci di spaccare nettamente l’opinione sia critica che pubblica. Sono opere super ambiziose, nelle quali qualunque dettaglio, da quello più piccolo a quello più evidentissimo viene inscenato in un determinato modo appositamente per stimolare, nel bene e nel male, il gusto dello spettatore. Queste opere hanno la caratteristica di poter essere esclusivamente amate o odiate, senza mezze misure e, sebbene nella maggior parte dei casi vengano accolte assai malamente, molto spesso riescono a trovare terreno fertile in alcune manifestazioni festivaliere dove arrivano addirittura a vincere il premio più importante. Un esempio perfetto di questa teoria lo si può ritrovare proprio in “Faust”, Leone d’Oro alla 68esima edizione del Festival di Venezia.

L’ultimo film del regista russo Aleksandr Sokurov va a chiudere la quadrilogia sul potere iniziata qualche anno prima ma ancora di difficile reperibilità nel nostro paese. Ispirato all’opera teatrale di Johann Wolfgang Goethe, “Faust” narra il viaggio di un medico, da cui prende nome il titolo, che vaga alla ricerca di conoscenza e risposte sulla vita, guidato da un ripugnante e misterioso traghettatore che non mancherà a rivelarsi in seguito.

Basta pochissimo a capire che il film di Sokurov si porta dietro delle ambizioni più che colossali. A voler essere ancor più maligni, potremmo quasi sospettare che l’intero progetto sia stato costruito “a tavolino” appositamente per tentare un colpaccio come quello riuscito poi a Venezia. La quantità enorme di presunzione che sgorga dallo schermo durante la visione della pellicola, non solo ottiene un effetto contrario a quello desiderato ma arriva addirittura fino a irritare lo spettatore.

Una fotografia verdastra e repellente come la maggior parte dei personaggi che compongono la storia, alcune scene mostrate attraverso uno sguardo altamente deformato (somigliano molto a quelle di un film piratato), sono solo alcune delle scelte che sembrano unicamente idonee a voler rimarcare, da parte di Sokurov, l’essere riconosciuto come autore affermato e livellato. Mezzucci sterili, che i veri grandi autori non hanno mai avuto la necessità di utilizzare per racimolare elogi o stupire il pubblico.

Va da sé, allora, che il regista russo dovrà sudarsela parecchio, qui in Italia, se vorrà convincere un pubblico al quale film del genere rimangono sullo stomaco molto facilmente. La vittoria a Venezia potrebbe dimostrarsi importante solamente per incrementare l’inizio di un affluenza in sala, pronta a scemare appena l’esperienza di “Faust” si rivelerà per quella che è veramente. E così, la fortunata favoletta festivaliera, premiata principalmente per tentare un rinnovamento delle idee cinematografiche, si schianterà con una realtà che difficilmente vorrà rinnovarsi con lei.

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lunedì 10 ottobre 2011

L'Amore che Resta - La Recensione

Ci voleva il tocco registico esperto e sensibile di Gus Van Sant per raccontare una storia tanto melodrammatica come “Restless” (in Italia tradotto con il bruttissimo “L’Amore che Resta”) senza mai costringere lo spettatore ad arrivare alle lacrime interminabili. 

Entrambi i protagonisti del film, infatti, si trovano ad avere a che fare con il tema ricorrente della morte. Enoch (Henry Hopper), giovane sedicenne, sembra cercarla continuamente da quando i suoi genitori sono rimasti vittime di un incidente stradale al quale lui invece è riuscito a sfuggire risvegliandosi dopo qualche mese di coma, mentre Annabelle (Mia Wasikowska), sua coetanea, sa già che la incontrerà presto a causa del cancro incurabile diagnosticato al cervello che gli lascia appena tre mesi di vita.

Tutti elementi perfetti se si vuole scatenare un dramma intensissimo e lacrime facili. Ma Van Sant non è a questo che è interessato, bensì a tutto il contrario, il suo scopo è raccontare l’amore per la vita. Perciò in modo del tutto inaspettato trova il giusto spirito per fare in modo che la storia d’amore con data di scadenza tra Annabelle e Enoch diventi costantemente rasserenante agli occhi dello spettatore restituendogli dei mezzi sorrisi ripetuti e inattesi e mai lacrime e dolori.

L'ambigua storia d'amore tra i due, diventa per Enoch la medicina per alleviare le pene di una esistenza da tempo in bilico, dove l’unico amico della sua vita era rappresentato dal fantasma di un ragazzo giapponese, ex kamikaze, morto durante la seconda guerra mondiale che aveva iniziato a vedere risvegliato dal coma, e per Annabelle la possibilità di poter arrivare al termine della sua breve vita nel modo più felice possibile. Ma nonostante la loro storia decolli intensamente a vele spiegate verso il sentimento più profondo, regalando momenti altissimi di romanticismo e passione, non riesce comunque a fuggire alla prevedibilità delle conseguenze di una situazione palesemente fuori dall'ordinario. Sono i momenti più difficili, quelli in cui la realtà inizia a preparare i conti, provocando le prime piccole spaccature in un rapporto atipicamente perfetto destinato a finire.

Il rifiuto di Enoch a perdere nuovamente la persona a lui più cara, lo farà a reagire a se stesso portandolo fino a comprendere e a rispettare quel processo inevitabile al quale tutti siamo destinati ma che una volta accettato ci può spingere a prendere in mano la nostra vita onorandola come meglio si deve. E così come si era aperto, il finale del film ci riporta ancora una volta all’interno di un funerale ma questa volta da un'atmosfera completamente differente. Il senso di perdita e malinconia sparisce, lasciando spazio a una serenità totale da tempo ricercata e la situazione in cui i giovani amanti avevano fatto per la prima volta conoscenza diventa la stessa in cui si darsi l’ultimo addio.

Trailer:

venerdì 7 ottobre 2011

Tomboy - La Recensione

Criticare il cinema francese è uno sport ormai in via di estinzione, specie negli ultimi anni in cui l’industria filmica dei nostri antipatici cugini ha surclassato sapientemente quella del nostro paese sia per quantità che per qualità. Ma nonostante ciò, ancora oggi, quando un film francese sbarca in Italia, nei suoi confronti c’è ancora quella stessa perplessità di sempre, figlia di una cultura particolarmente chiusa e continuamente disinteressata a nuove correnti.

Andare controcorrente allora diventa l'unico rimedio per potersi scrollare di dosso quei stupidi pregiudizi e scoprire magari quelle opere eccellenti che, in altri casi altrimenti, sarebbero rimaste sconosciute in eterno. Un vero peccato, specie se a rimetterci potrebbero essere dei veri e propri gioiellini come "Tomboy", delicatissima storia sulla scoperta della sessualità di una ragazzina in piena fase pre-adolescenziale che, appena trasferita in una nuova città con la sua famiglia, inizia a farsi delle nuove amicizie presentandosi a tutti quanti come fosse maschio.

Analizzare il contrasto con la propria sessualità di una ragazzina di appena dieci anni poteva apparire in principio una tematica molto difficile sulla carta, ma fortunatamente sia una sceneggiatura attenta che una regia solida, eseguite entrambe da Céline Sciamma, forniscono alla struttura di questa pellicola la giusta via per il corretto trattamento, senza mai incappare in alcuna ostentazione. Il voler essere Mickaël, e andare quindi contro natura, non è affatto per Laurie (Zoé Héran) una scelta definita da un motivo ben preciso; ma quasi un gioco intrapreso a causa di un suo volere temporaneo. La gestione della parte però, come prevedibile, gli sfugge presto di mano minando i rapporti con i suoi nuovi compagni e portandola inaspettatamente anche a un accenno di relazione sentimentale con l’amica Lisa. Troppe vittime per una sciocchezza nata da un passatempo innocente, cresciuta a dismisura fino a diventare di infattibile controllo e quindi destinata a passare nelle mani di persone più competenti in materia.

E' con grandissimo stupore allora che "Tomboy" si trasforma lentamente in quella sorpresa inaspettata e molto gradita, offrendo al proprio pubblico dei momenti intimi spesso complicati ma dai risultati dolcissimi e disarmanti. Lo splendido rapporto tra Laurie e la sua sorellina più piccola Jeanne è dipinto con una purezza unica, tanto potente da diventare l'unico elemento capace di trasformare a tutti gli effetti Mickaël in una persona reale. Una magia che termina appena dopo essersi rivelata, riportando la favola di Laure alla più corretta e intelligente conclusione possibile.

La realtà è che il cinema francese, ingiustamente bistrattato, è avanti anni luce da quello nostrano. Da tempo ormai tra i suoi titoli è possibile pescare dei lavori di ottimo livello e, per di più, anche rovistando tra generi diversi. Se questa non è evoluzione allora non saprei come definirla. Gli scettici intanto sono pregati di aprire gli occhi.

martedì 4 ottobre 2011

Shame - La Recensione

Poco più di due anni fa, a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, veniva presentata una pellicola intitolata “Hunger”, interpretata da un ancora sconosciuto Michael Fassbender e diretta da un regista alla sua prima vera esperienza cinematografica, un tale Steve McQueen. Questa pellicola, distrattamente non distribuita in Italia, riscosse moltissimi apprezzamenti positivi e concluse la sua esperienza nella manifestazione francese con la conquista della Caméra d’Or alla miglior opera prima. Un successo forse inaspettato ma figlio della collaborazione tra due amici destinati a fare ancora grandissime cose insieme. Un esempio concreto ne è la deliziosa ultima fatica filmica del regista inglese. 

Quando una storia ha la possibilità di esordire con una scena d'apertura potentissima, fatta esclusivamente di immagini e musica in crescendo, come quella in metropolitana presente in "Shame", allora è il segnale che il tocco di chi la sta raccontando è sicuramente di un livello superiore alla media. Se più avanti poi ti ritrovi ipnotizzato tra gli elegantissimi primi piani di una Carey Mulligan straripante in versione cantante, impegnata a reinterpretare in modo molto personale e commovente la canzone “New York, New York”, allora è veramente il momento di iniziare a pensare che la classe non sia per niente acqua. Ma la ciliegina sulla torta arriva quando Steve McQueen decide di deliziarci ancora di più mettendo sul piatto la tecnica cinematografica divenuta oramai una sua caratteristica per eccellenza: il piano sequenza. Dopo quello della durata di ben quindici minuti presente in "Hunger" anche stavolta il regista inglese propone nuovamente lunghe e numerosissime scene sfruttando intelligentemente la stessa tecnica ma sempre in un modo incantevole e uniformandola al servizio delle scene e delle forti emozioni.

Le stesse che arrivano attraverso l'evoluzione violenta e impetuosa del rapporto tra il Brandon di Michael Fassbender e la sua “sorellina” Sissy (interpretata da Carey Mulligan), quando quest'ultima piomba improvvisamente in casa del fratello a tempo indeterminato. Una tegola enorme per un uomo sessualmente malato e abituato a soddisfare i propri impulsi abordando continuamente donne sconosciute o chiamando in casa amiche prostitute. La forzata convivenza tra i due diventa in un lampo altamente insostenibile per entrambi, provocando una serie di turbamenti destinati poi ad esplodere in un intensa e devastante tempesta viscerale. A consumare le vite dei due protagonisti un enorme fragilità emotiva mai contrastata, responsabile principale non solo dei loro instabili comportamenti ma anche di un costante allontanamento e di una conseguente e dolorosa autodistruzione diretta verso l'inferno e ritorno. Essa darà sfogo a un inevitabile discesa agli inferi fatta di peccati e sensi di colpa, tutta sprigionata durante le battute finali grazie a un torbido, sporco percorso risanabile solamente con un incessante pioggia battente, quella che finalmente sarà in grado di ripristinare, attraverso un momento fortissimamente liberatorio, un po' di serenità e nuova voglia di vivere.

Presentato in concorso alla 68esima edizione del Festival di Venezia, “Shame” sorprende in primis per le eccezionali doti registiche manifestate dal regista Steve McQueen. Di sicuro un talento da tenere sott'occhio, se "Hunger" lo aveva sussurrato, questo secondo lavoro lo grida a squarciagola. Una vicenda sconvolgente, splendida e ottimamente interpretata: a tal proposito da ricordare la meritata vittoria della Coppa Volpi attribuita a Michael Fassbender a Venezia. In chiusura, visto che se ne parla sempre pochissimo, è obbligatorio spendere alcune parole anche nei confronti della "eterna dimenticata" Carey Mulligan, ad ogni nuova interpretazione sempre più convincente e sublime, insomma, un attrice meravigliosa.

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