IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 30 dicembre 2012

La Migliore Offerta - La Recensione

Ripartire non sarà stato facile per Giuseppe Tornatore.
Lasciarsi alle spalle il lavoro mastodontico di “Baaria”, consapevole di non essere riuscito a raggiungere le aspettative qualitative anteposte e di non esser rientrato neppure della cospicua somma investita (oltre i venticinque milioni di euro), non era affatto compito agevole, considerando, altresì, il peso che ciò gli avrebbe comportato per la realizzazione di ogni progetto a seguire.

La prima azione da fare allora era rialzarsi da terra e riprendere a camminare, sapendo che ora davanti a lui non avrebbe trovato più la solita disponibilità e fiducia ma solamente paura e molta diffidenza. Sensazioni, se vogliamo, che il regista siciliano ha portato con sé fin dentro a “La Migliore Offerta”: opera definita da lui personalmente come una storiellina schematicamente elementare nata dall'unione di due soggetti che da anni stava cercando di sviluppare singolarmente ma che invece, solo quando sovrapposti tra loro, hanno trovato all'istante la strada per diventare sceneggiatura pronta per il cinema.

Di sicuro il modo in cui è stata poi lavorata questa sceneggiatura, come è stata arricchita e, da un certo punto di vista, perché no, “gestita”, portano le premesse per un indiscusso rilancio non solo a livello nazionale per Tornatore. Geoffrey Rush, Donald Sutherland e Jim Sturgess sono nomi di un certo livello (specie i primi due) e la misteriosa storia di un battitore d’asta rigoroso e alienato dal mondo che perde la testa per una ragazza affetta da agorafobia che desidera vendere le opere della sua famiglia senza mai uscire dal suo rintanato spazio segreto, fornisce quell'impronta a metà fra mistero e thriller che incuriosisce e trascina. Ma “La Migliore Offerta”, sebbene possa sembrare al termine unicamente una storiellina melodrammatica, non esaurisce le sue virtù così velocemente dopo la sua (non) risoluzione: i paralleli allestiti tra arte e umanità (intesa anche come sentimenti) che si scontrano, abbracciano e respingono in continuazione, restano scolpiti e muovono la mente dello spettatore oltre il processo compiuto dalla parabola del protagonista Virgil.

Quello di Tornatore è un film imperfetto, che si permette il lusso di stimolare vari argomenti senza magari prendersi la briga di approfondirli tutti, lasciandoli però li, a galla, a discrezione dello spettatore, che può continuare a scrutarli come a ignorarli. Ne deriva una pellicola solidissima nella sua prima parte ma anche parecchio frammentaria nella seconda, quando inizia a soffrire il bilanciamento della scena che passa dall'essere occupata esclusivamente dal personaggio di Rush all'essere condivisa assieme al personaggio della venditrice astratta interpretata da Sylvia Hoeks. Poiché è proprio lo svelare il mistero, l'abbattere quel muro tenacemente innalzato, a dissaldare ciò che era stato prima il collante principale dell’intera giostra: l’ambiguità, provocando quindi dei segni di cedimento, che per fortuna pur percepiti costantemente, riescono sempre a venire schivati.

Miscelando thriller e melò Tornatore fatica perciò a trovare il modo di rendere la sua (doppia) opera un composto omogeneo. Gli riesce meglio seminare briciole di messaggi, alcuni elementi che a una prima visione rimangono incompiuti ma che, se riesaminati col senno di poi, potrebbero trovare uno scopo ben preciso. Eppure la pellicola - con più di qualche difetto - convince, e gran parte del merito è da attribuire ad un Geoffrey Rush eccellente che riesce a staccarsi dallo schermo e a rendere il suo Virgil da automa a essere umano, con tutto ciò che questo gli comporta in termini di sofferenza e di emozioni.

Trailer:

sabato 29 dicembre 2012

Top 20 Movies of 2012 - Part Two


Avete avuto tempo e modo di leggere la prima parte della mia Top 20 - 2012. Ebbene adesso è giunta l'ora di completare l'opera, di far scendere in campo l'ultimo spaccato, coloro che metteranno il punto a questo ennesimo anno cinematografico. Questa è la mia Top 10, i dieci film che meglio hanno saputo fare il loro dovere.

INGLORIOUS CINEPHILES: Top 20 Movies of 2012 - Part Two

10 - Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno
Il capitolo meno riuscito della trilogia Nolaniana. Corposo, vasto, imbottito di troppe sottotrame. Christopher Nolan non voleva lasciare rimpianti prima di mettere la parola fine alla sua storia d'amore con Batman ma la durata ampia di centosessantacinque minuti non era sufficiente per trattare a dovere tutto quello che lui avrebbe voluto. Serviva di più, forse dividere il finale in due parti. Non ha voluto farlo: pazienza. Il lavoro globale, inteso per tutti e tre i film, però resta enorme, intelligente, unico. Un posto importante quindi se lo merita tutto.

09 - Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato
Un'altro grande del cinema recente: Peter Jackson. "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato" entra in classifica perché è probabilmente il film più innovativo dell'anno. La tecnologia HFR 3D è assolutamente da provare, fornisce una sensazione stranissima, diversa dalla solita a cui siamo abituati al cinema, è un esperienza visiva completamente nuova. La pellicola in sé agisce narrativamente sulla falsa riga de "La Compagnia dell'Anello", anche se purtroppo non coinvolge allo stesso modo. Sta di fatto che l'adrenalina e l'entusiasmo alla fine non mancheranno. No, neppure stavolta!

08 - Bella Addormentata
E' il film italiano più importante dell'anno diretto con estrema intelligenza da Marco Bellocchio, il quale affronta un tema delicatissimo in maniera impeccabile ed evitando tutte le infinite trappole del caso. Passando per gli ultimi giorni di Eluana Englaro e arrivando, attraverso la sua situazione, a parlare anche del nostro paese, "Bella Addormentata" strugge e fa riflettere lo spettatore permettendosi ogni tanto anche di farlo sorridere con l'ausilio di un Roberto Herlitzka straordinario. Dobbiamo essere orgogliosi di poter dire che questo è un film nostrano. Meraviglioso.

07 - …e Ora Parliamo di Kevin
Se non avete inquadrato di che pellicola sto parlando state tranquilli, non è colpa vostra. Questo film è uscito in punta di piedi poco meno di un anno fa. E' una storia drammatica tra madre e figlio, con quest'ultimo che incarna addosso una malvagità inaudita e odia la madre quasi in maniera gratuita. Lynne Ramsay dirige una pellicola inquietante e misteriosa, capace di funzionare benissimo sia come thriller sia come horror.

06 - The Help
Partendo dal presupposto che non può esserci classifica, a "Inglorious Cinephiles", se non c'è film con Emma Stone che ne faccia parte, ci tengo ad aggiungere che questo titolo non è presente qui solo per pura debolezza ormonale dello scrittore. "The Help" è un film importante, ben fatto, con un cast femminile di rara bravura: non a caso tre delle sue attrici si sono aggiudicate la nomination all'oscar e Octavia Spencer, più che meritatamente, il suo di oscar se l'è anche portato a casa. Insomma, vi sto consigliando un manuale di recitazione, una pellicola riuscita in maniera impeccabile.

05 - Millennium: Uomini che Odiano le Donne
La Top 5 si apre con David Fincher e il suo remake americano di "Uomini che Odiano le Donne". Non ho mai avuto molti dubbi riguardo questo film, conoscendo Fincher sapevo che mi sarebbe piaciuto, eppure mi sono accorto al termine della sua visione che era riuscito ad andare anche oltre le mie aspettative. Non vedevo l'ora (tutt'ora non vedo l'ora) di vedere il seguito di questo strano ma sensato rapporto tra il giornalista Mikael Blomkvist e l'hacker Lisbeth Salander. C'era da aspettarselo, d'altro canto parliamo di un maestro della regia e del thriller.

04 - Shame
Questo film si è giocato il podio fino all'ultimo istante con quello che poi è salito alla posizione  numero tre. E' la consacrazione di Michael Fassbender e, chissà, l'inizio della popolarità per il giovane regista Steve McQueen che dopo il bellissimo "Hunger" (sempre con Fassbender) ci regala un altro incantevole splendore. La pellicola apre con una sequenza priva di dialoghi e di immediata attrazione, solo musica e immagini bastano per ipnotizzare lo spettatore davanti allo schermo, il bis sarà concesso solo poco più avanti con Carey Mulligan che canterà, lasciando tutti a bocca aperta, la sua interpretazione della canzone "New York, New York". "Shame" è un'esperienza visiva ed emotiva potente e unica, roba che si vede in giro raramente ormai.

03 - L'Arte di Vincere
Come detto "L'Arte di Vincere" se l'è giocata fino all'ultimo con "Shame" ma Aaron Sorkin alla fine ha fatto la differenza, e non solo lui. Ci ha messo del suo anche un Brad Pitt straordinario - così bravo come non lo avete mai visto e probabilmente non lo rivedrete mai più - entrato al millimetro nel ruolo di Billy Beane, il general manager degli Oakland Athletics, al quale viene affidato il compito di riformare - lasciandola competitiva per il campionato - tutta la sua squadra di baseball con a disposizione solo pochissime risorse economiche. Una storia vera, incredibile, che va a riscrivere il concetto di vittoria e ci mostra come un uomo possa riuscire a cambiare le regole del gioco e attraverso di esse anche quelle dell'intero sistema.

02 - 007: Skyfall
C'è poco da dire, "Skyfall" è un film perfetto. Per quanto mi riguarda non si può chiedere di più a un episodio di 007 che nei primi venti minuti riesce a far morire e poi resuscitare il suo agente segreto numero uno sapendo, inoltre, di avere nel cilindro ancora tutta una storia con Javier Bardem antagonista perfido e ambiguo da raccontare. Sam Mendes eguaglia, o secondo alcuni punti di vista supera, il grandissimo Casino Royale e compie un percorso che porta James Bond ad aggiornarsi ai tempi moderni pur non perdendo contatto e memoria con il passato. Sovrumano.

01 - Another Earth
Ecco il classico film che non ti aspetti di vedere in prima posizione. In realtà non ti aspetti di vedere proprio perché non sai nemmeno che esiste magari. "Another Earth" è passato ancora più inosservato di quanto non abbia fatto "…e Ora Parliamo di Kevin", sono quei peccati che spesso toccano il cinema e dai quali ci si dovrebbe purificare. Diretto da Mike Cahill questo film è di una meraviglia indescrivibile, da vedere magari alla cieca, senza anticipazioni e lasciandosi travolgere piano piano proprio come viene travolta la sua protagonista. Un consiglio che spero non lasciate appassire su queste pagine ma che andiate a recuperare il prima possibile.


Perfetto, anche quest'anno le somme le abbiamo tirate. Non credo si possa aggiungere altro, a parte la speranza che possiate tornare ancora qui a farmi visita. Se volete recuperare la prima parte della classifica la potete trovare a questo link, vi ripeto, se avete qualcosa da aggiungere o commentare fatelo pure. Io vi auguro un buon finale di 2012 e un buon inizio, centro e fine di 2013!
Al prossimo anno!

martedì 25 dicembre 2012

Top 20 Movies of 2012 - Part One


Torna puntuale come l'anno scorso il momento di classificare il meglio portato al cinema durante questo 2012. Venti titoli, tutti scelti secondo il mio gusto personale e tutti distribuiti regolarmente nelle sale italiane. Quest'anno la scelta è stata più semplice e meno difficoltosa, di perle vere ce ne sono state meno ma, scoprirete, non sempre il meglio deve essere inteso come un qualcosa di unico e raffinato.
Andiamo a dare un occhiata...

INGLORIOUS CINEPHILES: Top 20 Movies of 2012 - Part One

20 - The Avengers / I Mercenari 2
Un'accoppiata esplosiva che più esplosiva non si può. Iron Man, Hulk, Capitan America, Thor, Sylvester Stallone, Jason Statham, Arnold Schwarzenegger, Bruce Willies, Chuck Norris. Armatevi bene di birra e patatine perché a portare l'artiglieria pesante ci penseranno loro. I due film caciaroni più divertenti dell'anno, perderseli sarebbe un valido motivo per finire sotto la mira dei loro protagonisti.

19 - La Mia Vita è uno Zoo
Non sarà riuscitissimo, non sarà il suo miglior film ma Cameron Crowe quando esce allo scoperto merita sempre di essere evidenziato. Il regista del meraviglioso "Elizabethtown" torna con una storia semplice che grazie a lui scava nel profondo fino a scuotere le corde emotive e a far uscire la piccola lacrimuccia finale. Un bravissimo Matt Damon e una straordinaria Elle Fanning per una commedia drammatica da vedere con tutta la famiglia.

18 - I Muppet
La Disney resuscita i Muppet, li rimette in sesto e gli concede il lusso di riprendersi l'intero pubblico che negli anni si era dimenticato di loro. Una sceneggiatura coi fiocchi scritta da Jason Segel e Nicholas Stoller rende questa pellicola divertentissima e intelligente. Le canzoni al suo interno inoltre l'avvicinano ancora di più a quei classici Disneyani a cui da piccoli eravamo allegramente abituati. Una piccola gemma.

17 - Ralph Spaccatutto / Ribelle: The Brave
Seconda accoppiata, stavolta d'animazione. Due protagonisti ansiosi di stravolgere il loro destino già tracciato, entrambi creeranno un incredibile scompiglio al quale poi dovranno assolutamente porre rimedio. Ancora Walt Disney, ancora prodotti di ottima fattura, la casa d'animazione incontrastata al mondo anche quest'anno non delude i propri fan e con due splendide pellicole delizia e commuove grandi e piccini.

16 - Vita di Pi
Ang Lee ritorna e affronta il contrasto tra scienza e religione. Il suo adattamento del romanzo "Vita di Pi" di Yann Martel è una gioia per gli occhi e per la mente: un uso di effetti speciali affascinanti e magnetici, una storia che mette a confronto il rapporto tra un uomo e una tigre del bengala naufragati nell'oceano e costretti a condividere la stessa scialuppa. Una variante riuscita di "Big Fish" che però sa fare anche male con la sua svolta da brividi. 

15 - John Carter
Uno dei flop dell'anno al box office si rivela uno dei film d'avventura più belli degli ultimi anni. Paragonato a "Star Wars" e ad "Avatar" - nomi pesanti - la pellicola diretta da Andrew Stanton è uno dei casi più strani e ingiusti di questo 2012. La sua forza visiva, il suo coinvolgimento e il mondo in cui ci catapulta meritavano di ricevere miglior sorte. Se siete tra coloro che lo hanno snobbato o perduto, affrettatevi, "John Carter" è ottimo!

14 - Argo
Ben Affleck ormai è innanzitutto un regista. A dare forza a questa affermazione lo dimostrano i risultati. Con questo terzo film fa ancora passi avanti e nonostante non raggiunga un equilibrio narrativo simile all'altro suo bellissimo "The Town" ci regala cinema di ottima fattura. "Argo" è un thriller politico considerevole e i personaggi interpretati da John Goodman e Alan Arkin sono tra le coppie più belle mai viste al cinema.

13 - Reality
La svolta per mezzo della televisione. Matteo Garrone con maestria registica insegue la parabola di una famiglia trascinata nel baratro da un padre ossessionato dal voler entrare  nella casa del Grande Fratello. Un viaggio cupo e angoscioso vissuto da noi con terrore e panico per via di un protagonista, Aniello Arena, dalla bravura impressionante. 

12 - Tutti i Santi Giorni
Un piccolo gioiello, due protagonisti in perfetta connessione. Il piccolo film di Paolo Virzì arriva al pubblico in tutta la sua grandezza. Una pellicola vissuta di atmosfere, dolori e purezza dei sentimenti. "Tutti i Santi Giorni" vince alla grandissima perché racconta un legame vero, capace di resistere a qualunque tempesta e a qualunque sfortunata condanna la vita ha formulato. 

11 - Moonrise Kingdom
Wes Anderson realizza un coming-of-age alla sua maniera. La storia d'amore di questi due piccoli ragazzini è incantevole, il loro primo bacio una delle sequenze più belle e il cast d'attori che si ritrova a doverli supportare è uno dei più assortiti e più insoliti mai composti. Un'altra perla da non lasciarsi scappare sotto il naso, come spesso ultimamente stiamo facendo.


Bene, è giunto il momento di fermarci, questo era solo il primo dei due spaccati. Tra qualche giorno entreremo in zona calda, spero non mancherete.
La Top 10 è già pronta...

[EDIT] Part Two

domenica 23 dicembre 2012

Jack Reacher: La Prova Decisiva - La Recensione

L'ex militare creato dalla mente dello scrittore Lee Child si affaccia al cinema e si pone immediatamente come nuovo, aggiornato archetipo di John Rambo.

Jack Reacher infatti è un uomo che non ha voglia di reinserirsi nella società, vuole essere lasciato in pace, esplorare l'arte del vagabondaggio, non mettere radici, sentirsi libero. E rispetto al personaggio perseguitato, reclutato e reduce dal Vietnam di Sylvester Stallone ci riesce alla perfezione: Reacher al mondo è invisibile, ha una fedina penale impeccabile e non può essere scovato a meno che non sia lui a decidere di farsi vivo.

Christopher McQuerry tralascia allora il romanzo "Zona Pericolosa" - evidentemente per le enormi affinità della storia proprio con il primo Rambo - e si proietta senza indugi sul romanzo numero nove di Child, "La Prova Decisiva", dove il reduce di guerra fantasma viene chiamato a comparire per accusare definitivamente, oppure scagionare, un suo ex compagno incolpato di aver sparato senza movente a cinque vittime innocenti per puro piacere e insanità mentale.

Sebbene non manchino gli spunti, non si arriva mai a discutere di guerra a livello esteso nella pellicola di McQuerry, l'argomento è solo un cavillo che lui sfiora appena per prendere le imbeccate di cui ha bisogno e colorare la trama thriller/investigativa nella quale una chiara scena del crimine assume i sospetti di un complotto metodico e organizzato. Siamo ancora nello stadio embrionale di tutto l'impianto, dove il ritmo resta sospeso e l'azione è ristretta al massimo ma la discussa scelta di far impersonare a Tom Cruise il personaggio di Jack Reacher - che, dati del libro alla mano, fisicamente con lui poco c'entra - trova senso nel momento in cui la storia vede subire l'accelerata dalla quale poi stabilisce di non staccarsi più. Steso il progetto di intrigo, dunque, questo viene lasciato respirare e messo al servizio dell’azione, la quale, non appena slegata, si scatena libera e va ad adoperarsi per costruire l'ambiente adatto al suo carismatico protagonista, che una volta messo a proprio agio, può tirare fuori il meglio di sé e ricordare a tutti di essere lo stesso interprete di Ethan Hunt in "Mission: Impossible".

A metà fra solido thriller e action scanzonato Tom Cruise e Christopher McQuerry danno luogo così ad un nuovo divertente e godibile franchise d'azione con protagonista un eroe meno muscoli e più cervello. Il romanzo di Lee Child probabilmente perde più di qualcosa nel suo passaggio al grande schermo e la sua creatura si erge lontanissima come non mai da quella che lui stesso aveva ideato, ma per noi spettatori vedere qualcuno che massacra di botte i cattivi rimane sempre una soddisfazione più che appagante, anche se magari questi cattivi sono meno intelligenti e troppo meno furbi se comparati al loro giustiziere.

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giovedì 20 dicembre 2012

Anna Karenina - La Recensione

I feticci di Joe Wright si riaccorpano in massa e vengono messi al servizio di una sperimentale trasposizione cinematografica del classico di Lev Tolstoj, "Anna Karenina", lavoro che segna il ritorno del regista inglese alle opere in costume e allunga a tre (dopo "Orgoglio e Pregiudizio" e "Espiazione") le sue collaborazioni con l'attrice/chiodo fisso Keira Knightley.

Scomparso nell'anonimato a seguito degli insuccessi di "Il Solista" e "Hanna", Wright cerca di nuovo un modo per ripiazzarsi al centro dell'attenzione e lo scorge dando tocco particolare alla sua rappresentazione adattandola all'interno di un teatro di posa e acconsentendo che questo diventi partecipe avvertibile della scena. Un'esperienza di cinema fuso a teatro su cui il regista, forzatamente, punta moltissimo specie nelle battute iniziali, quando cerca di metterlo in risalto nelle sequenze di largo trasporto emotivo e durante i mutamenti scenografici incaricati di cambiare gli ambienti sia in interno che in esterno. L’esperimento si palesa presto però meno funzionale del previsto tanto è vero che – probabilmente anche per presa coscienza dello stesso Wright - viene abbandonato lungo la strada e diluito in dosi sempre maggiori, fino a passare direttamente nel dimenticatoio per essere poi ripescato solo una volta giunti al punto d'arrivo.

Fallito l’asso nella manica "Anna Karenina" crolla allora inevitabilmente su se stesso, rivelandosi privo di altri punti di forza, fiacco e dunque nient'altro che modesta rappresentazione moderna e particolare di un classico della letteratura russa e internazionale. Lasciare l’intero palco a disposizione di Keira Knightley, per Wright, si fa quindi assetto ancora più penalizzante: l’attrice non è assolutamente in grado di caricarsi un’intera pellicola sulle sue gracili spalle e lo dimostra per l’ennesima volta fornendo un interpretazione solamente accettabile, poco espressiva e priva di picchi. Il supporto e la bravura di Jude Law - nei panni di Alexei, il marito tradito da Anna - non trovano né il tempo né lo spazio per somministrare alla frana dell'opera quella fune di salvezza invocata, e Aaron Johnson, l’altro co-protagonista chiamato ad interpretare il Conte Vronsky, manca assolutamente delle carte in regola per catapultarsi utile alla causa e salvatore della patria.

Sotto queste precarie condizioni l'ambizione di Joe Wright non può altro che andarsi a schiantare prepotentemente contro la sua stessa mania di grandezza, ricordandogli di essere regista meno capace di quel che crede. Prima di buttarsi a capofitto in espedienti di questo genere bisognerebbe valutare attentamente sia i rischi che le proprie abilità e "Anna Karenina" non sembra averlo fatto, pertanto (si) sovraccarica levandosi infine solo come figlio di un'insopportabile presunzione, che seppur apprezzabile per audacia, viene pagata a caro prezzo sia dal suo ideatore che dai suoi realizzatori.

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lunedì 17 dicembre 2012

Vita di Pi - La Recensione

"Vita di Pi" non è la storia incredibile di uno sfortunatissimo naufragio al quale un ragazzo indiano è sopravvissuto pur rimanendo duecentoventisette giorni disperso in mezzo all'Oceano Pacifico. Non è neppure la storia di come questo ragazzo è riuscito a gestire il feroce rapporto di convivenza tra lui e Richard Parker: la tigre del Bengala salvatasi anch'essa dall'affondamento della medesima nave e piombata casualmente sulla sua stessa scialuppa. "Vita di Pi" è un racconto spettacolare, che si serve di questi (e di altri) elementi per (non) parlare del delicato e aperto contrasto che divide da sempre scienza e fede.

Il maestro Ang Lee prende il romanzo del canadese Yann Martel e lo utilizza per realizzare la sua versione personale di "Big Fish". Ma diversamente dalla favola Burtoniana, confinata al contrasto padre-figlio e al quale noi eravamo chiamati a partecipare unicamente in qualità di spettatori passivi, in “Vita di Pi” la partecipazione di una porzione degli spettatori - quella diffidente alla fede e aggrappata alla scienza - diventa parte attiva più che mai, dal momento che viene fatta sedere simbolicamente sulla stessa sedia su cui si accomoda lo scrittore che va ad incontrare Piscine (Pi è un diminutivo) per intervistarlo e prendere appunti sulla sua avventura, al termine della quale - gli è stato anticipato - si convincerà a voler credere in Dio.

Oscillando senza sosta tra razionalità e il suo opposto, e accarezzando prudentemente la connessione tra uomo e naturaAng Lee ci trasporta nel viaggio straordinario avuto luogo durante l’adolescenza di Piscine e per farlo si avvale del suo tocco poetico e incantato e del rafforzamento di effetti speciali sorprendenti e magnetici. Suddivisibile facilmente in tre spaccati, uno dei quali - il centrale - comprensibilmente più esteso e più coinvolgente per attrattiva ed efficacia, “Vita di Pi” semina caparbiamente i suoi costituenti basilari nel corso della parte iniziale, lasciandoli accrescere a lungo, e in silenzio, per andarli poi a raccogliere e ad utilizzarli durante la spiazzante fase di chiusura. Con la furbizia di questa tecnica Lee assesta un doppio colpo da maestri esibendo una svolta valida a lasciare di sasso entrambi i tipi di spettatori in ascolto e sollevando inoltre il valore della sua pellicola quel tanto che basta da restituirgli un peso maggiore confronto a quello assorbito in precedenza.

Così tra giochi di luce fosforescente, scene ammalianti di balene che dal profondo degli abissi balzano fulminee fino in cielo e visioni oniriche luccicanti proiettate al di sotto della superficie piatta dell’acqua notturna, ci lasciamo immergere da un racconto strabiliante, avvincente e all'altezza di deliziare insieme gli occhi e la mente. Ang Lee si dimostra astuto e più convincente di qualsiasi altro esperto in materia di fede e il suo tentativo di invitarci a seguirlo è decisamente il più efficace che sia mai stato messo a punto.

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venerdì 14 dicembre 2012

Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato - La Recensione

Un calvario è stato il percorso che Peter Jackson e il suo team hanno dovuto affrontare prima di poter dare il via alle riprese di "Lo Hobbit". Inizialmente affidato alla regia di Guillermo del Toro (che ha partecipato anche alla sceneggiatura), il prequel de "Il Signore Degli Anelli" ha visto subire un posticipo dietro l'altro, ogni volta legato a un problema differente, sostando vittima di un lunghissimo stallo che ha poi costretto il regista messicano a lasciare a malincuore una lavorazione di ben due anni per evitare di far saltare gli altri progetti sui quali aveva messo firma.

Ma nella preoccupazione degli ingolfamenti che rimandavano a "data incerta" l'uscita della pellicola, gli appassionati trovarono infine contento quando venne annunciato ufficialmente che il timone dei racconti precedenti all'odissea di Frodo era finito nuovamente in mano all'unica persona in grado di garantire fiducia e qualità al progetto: il maestro e creatore della Terra di Mezzo Peter Jackson. Una guida obbligata la sua, figlia del rifiuto di chiunque altro a volersi addossare un eredità pesantissima e abnorme, non allegeribile neppure dal sostegno che lui stesso era pronto a fornire da produttore, sceneggiatore e soprattutto fan numero uno.

Eppure, riletto oggi, il cammino di questa snervante fase pre-produttiva lascia pensare a un gigantesco disegno del destino scribacchiato proprio in favore di Jackson. Con "Lo Hobbit" infatti il regista si è caricato sicuramente in maggior misura di un impegno al quale aveva intenzione di prendere parte meno attiva, ma l’esserci entrato dentro fino in fondo gli ha consentito in seguito di sperimentarsi ancora e di superare il lavoro visivo già eccellente eseguito con "Il Signore Degli Anelli". Perché grazie all'innovazione di girare la pellicola in HFR 3D (48 fotogrammi al secondo anziché i 24 standard) il suo film impartisce al pubblico un inedito linguaggio cinematografico - uno a cui fino ad ora nessuno era stato mai abituato - e nonostante questa tecnica non abbia raggiunto ancora un plebiscito assoluto (probabilmente perché imperfetta e affinabile), il suo adoperamento resta determinante ad elevare l’asticella di magnificenza cinematografica oltre il limite conosciuto, che fino a ieri si pensava fosse quello toccato da James Cameron con “Avatar”.

Tuttavia, se dovessimo analizzare "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato" esclusivamente dal punto di vista della trama e dei personaggi bisognerebbe ammettere che di terreno ceduto in favore del suo predecessore né porta assai più del previsto. La storia del giovane Bilbo Baggins - arruolato da Gandalf per unirsi ad un esercito di tredici nani decisi a riconquistare la loro terra estirpata dal dragone Smaug - è meno intensa e avvincente se messa a confronto con quella di Frodo e del suo pericoloso anello del potere. Seppur scheletricamente molto simmetriche a fare della vicenda di questo prequel un trasporto minore è essenzialmente la caratterizzazione troppo esile dei suoi protagonisti principali. Se il Bilbo del bravissimo e appropriato Martin Freeman potrebbe specchiarsi più o meno bene con ciò che prima era incarnato da Frodo, viceversa nessuno dei tredici nani viene dipinto oltre il minimo indispensabile da riuscire ad accaparrarsi il gradimento dello spettatore, e Thorin - il Re plasmato chiaramente sulla falsa riga di Aragorn - non raggiunge mai dei risultati davvero soddisfacenti. Diventa Gandalf quindi il vero mattatore di questo primo capitolo, finalmente combattente attivo ed energico, la sua immagine è un piacere assoluto per gli occhi e rivederlo sullo schermo scaturisce un emozione eguagliabile solamente da un'altro ritorno, quello di Gollum/Smeagol.

Nonostante ciò la bravura di Peter Jackson nel raccontare questo genere di storie resta immensa e incomparabile, la cura maniacale usata per creare mondi fantastici abitati da creature incredibili e personaggi eroici fa sì che la realtà conosciuta venga da lui completamente cancellata e riscritta, e sempre in maniera talmente nitida e particolareggiata da risultare autentica e credibile. A noi allora non resta altro che cadere nel suo incantesimo e ammettere coscientemente che quella vecchia volpe ha saputo fregarci tutti ancora una volta. Il compito di contare impazienti i giorni che ci dividono dal proseguo di questa nuova trilogia è ricominciato. Bene o male che sia, dovremmo farcene subito una ragione.

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Colpi di Fulmine - La Recensione

Capita frequentemente negli sport di squadra: un team vincente che per anni regna incontrastato e si dimostra nettamente superiore agli avversari, pian piano diventa sempre più prevedibile e perde il distacco enorme che aveva stanziato sulle inseguitrici, che nel frattempo, rinforzate, lo raggiungono rubandogli il predominio e lasciandolo cadere inesorabile nelle zone meno nobili della classifica.

Aurelio de Laurentiis - che proprio di una società di calcio è presidente – negli ultimi anni ha applicato al cine-panettone lo stesso trattamento che un presidente applicherebbe ad una grande squadra di calcio entrata in crisi. Ha cominciato apportando modifiche alla rosa, ha continuato diversificando la qualità dei suoi interpreti, ha separato le prime donne puntando solamente su una di loro quando queste hanno dato segni di divergenza e, infine, ha addirittura cambiato il rodatissimo modulo di gioco esprimendo un approccio più garbato e meno offensivo. Sta di fatto che quella superiorità indossata un tempo non è più riuscito a recuperarla e quest'anno non gli era rimasto altro che giocarsi l'ultima carta: quella che porta il cine-panettone ad annullarsi rinunciando alla tanto amata ambientazione natalizia e alla collaudatissima trama corale.

Così irrompe, leggermente ambiguo, "Colpi di Fulmine" la pellicola che spezza la tradizione a cui per anni eravamo stati abituati, proponendo una trama suddivisa in due episodi distinti: il primo con protagonista l'intoccabile Christian De Sica e il secondo affidato al duo comico consolidato - ma inedito in questo tipo di prodotti - Greg e Lillo. Il tema centrale è oltremodo chiaro, l'amore. In entrambi i casi infatti, sia De Sica che Greg, si innamorano perdutamente di due donne a tal punto da fare tutto ciò che è in loro potere pur di riuscire a conquistarle.

Al di là di questo, però, a colpire molto più di un fulmine sono le chiarissime risposte che questa nuova formula afferma, seppur magari in modo ingenuo e del tutto involontario. L’episodio di Christian De Sica convalida senza troppi indugi l'impasse riscontrata negli ultimi anni da questo franchise, riportando una storia stanca, scarna e priva di qualsiasi tipo di coinvolgimento e piacere. Greg e Lillo invece originano un vero e proprio corto circuito, ravvivando la scena e risvegliando lo spettatore dal primo insipido episodio stimolandolo di nuovo per invogliarlo al migliore e divertentissimo secondo. I due lavori sono senza dubbio nettamente distanti e discordi l’uno dall'altro, lo si nota sia dalle loro sceneggiature sia dalla loro regia, commissionata sempre al fidatissimo Neri Parenti che con il duo romano riesce comunque a fare molto meglio di quanto espresso con l'amico Christian.

Per cui la domanda che sorge spontanea è perché non si sia lasciato spazio unicamente a ciò che realmente funziona a dovere: ai tempi comici perfetti e alle divertentissime gag di una coppia, Greg e Lillo, che surclassa senza troppe difficoltà l’ormai troppo ingombrante e consumato De Sica. Forse delle abbondanti modifiche apportate negli anni è mancata quella veramente giusta ed efficace e con “Colpi di Fulmine”, se dubbi c’erano, di certo ora scompaiono. Per questo motivo adesso bisognerebbe domandare al produttore/presidente De Laurentiis: cosa succede in una squadra di calcio quando a diventare di troppo è colui che prima era considerato intoccabile leader?

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venerdì 7 dicembre 2012

La Parte degli Angeli - La Recensione

Alcuni teppistelli e svitati poco più che ventenni, vengono graziati dalla legge e raggruppati insieme per prestare servizio alla comunità, tra loro c'è anche Robbie: nato e cresciuto nei bassifondi della città di Glasgow e ereditario di un violento scontro all'ultimo sangue tra famiglie che non ne vuole sapere di terminare. Come se non bastasse, la sua ragazza, Leonie, ha appena partorito e perciò lo mette in guardia imponendogli di sbarazzarsi del vecchio stile di vita e di responsabilizzarsi affinché possa garantire un futuro gradevole al suo primogenito che altrimenti vivrebbe più al sicuro lontano dalla presenza del padre.

Tra dramma e commedia il regista Ken Loach intavola un discorso sulla precarietà del lavoro e sull'impossibilità di costruirsi una vita migliore o diversa da quella che il perfido destino ha voluto affibbiarci. Non è facile né tantomeno corretto sedersi dalla parte del protagonista Robbie, specie quando assistiamo alla disperazione di una famiglia il cui figlio è stato letteralmente massacrato da lui in maniera ingiustificabile e animalesca. Serve il tocco innocente e puro di Loach infatti per ammorbidirci e lasciarci sperare che in qualche modo questo povero ex-bullo di quartiere riesca finalmente ad avere la sua ultima possibilità e a trovare quell'occasione in grado di disunirlo dall'inferno in cui è stato obbligato a vivere.

E il miracolo che disloca la pellicola dal dramma totale per andarla ad appoggiare sulla commedia leggera e imprevedibile, mitigandola, arriva inverosimilmente dalla passione per il whisky che il coordinatore dei servizi alla comunità - a cui Robbie dona sfogo dei suoi irrisolvibili problemi - coltiva e inculca a sua volta nel ragazzo segnalandolo talento in materia e spalancandogli le porte per un folle colpo a metà fra Robin HoodOcean's Eleven, nonché simbolo del biglietto valido verso la strada per la serenità. In questo preciso punto, quando Robbie disobbedisce alla sua fidanzata e torna a rischiare la pelle per prendersi con la forza quello che il mondo ha deciso di negargli, la nostra passione per lui e per il suo successo cresce a dismisura, e ci trasporta fin dalla sua parte e di conseguenza da quella dei farabutti.

La possibilità di redimersi, di pentirsi e di lavarsi dei propri peccati; la possibilità di dare a una povera anima innocente il futuro che avremmo voluto per noi stessi ma che purtroppo non ci è stato concesso; la possibilità di agguantare quello stato senza il quale vivere non avrebbe senso alcuno: la speranza. E' solo questo, in fondo, ciò che vuole proferire "La Parte degli Angeli". Ma se nessuno è in grado di fornirci questa speranza, se nessuno può darci la possibilità di guardare verso un mondo migliore, se l'unica via rimasta è la resa, allora tanto vale rinunciare alle regole e andarsi a prendere tutto con le risorse a nostra disposizione, oneste o disoneste che siano.

Trailer:

giovedì 6 dicembre 2012

[ESCLUSIVA] Il Trailer di Star Trek: Into the Darkness

In anteprima su Inglorious Cinephiles il trailer del secondo episodio di Star Trek diretto da J.J. Abrams e intitolato "Into the Darkness". Dalle ore 9.00 di questa mattina infatti su questa pagina sarà possibile vedere le prime immagini dell'attesissimo seguito in uscita il 6 giugno prossimo.

Sinossi Ufficiale:
Nell’estate del 2013, il regista J.J. Abrams ci regalerà un thriller d’azione esplosivo: 
Into Darkness – Star Trek.
Quando l’Enterprise è chiamata a tornare verso casa, l’equipaggio scopre una terrificante e inarrestabile forza all'interno della propria organizzazione che ha fatto esplodere la flotta e tutto ciò che essa rappresenta, lasciando il nostro mondo in uno stato di crisi.
Spinto da un conflitto personale, il Capitano Kirk condurrà una caccia all'uomo in un mondo in guerra per catturare una vera e propria arma umana di distruzione di massa.
Mentre i nostri eroi vengono spinti in un’epica partita a scacchi tra la vita e la morte, l’amore verrà messo alla prova, le amicizie saranno lacerate, e i sacrifici compiuti per l’unica famiglia che Kirk abbia mai avuto: il suo equipaggio.

mercoledì 5 dicembre 2012

[ESCLUSIVA] Red Carpet Londinese - Les Misérables (ORE 18.30)


Inglorious Cinephiles è onorato di poter dare ai propri fan la possibilità di seguire in esclusiva-streaming la premiere londinese dell'attesissimo musical "Les Misérables". Diretto dal premio Oscar per "Il Discorso del Re" Tom Hooper, il film uscirà nelle nostre sale il 31 gennaio prossimo e vedrà la partecipazione di star del calibro di Hugh Jackman, Anne Hathaway, Russell Crowe, Amanda Seyfried, Samantha Barks, Eddie Redmayne, Sacha Baron Cohen, Helena Bonham Carter Isabelle Allen. Insomma, una sfilata di nomi eccellenti davvero da non perdere.

Di seguito il collegamento che vi porterà direttamente a Londra, sul fantastico Red Carpet dove dalle 18.30 (ora italiana) sfilerà l'intero cast del film.

BUON DIVERTIMENTO E BUONA VISIONE!





domenica 2 dicembre 2012

Di Nuovo in Gioco - La Recensione

Può sembrare un titolo provocatorio deciso da Eastwood per celebrare il ritorno alle scene e invece "Di Nuovo in Gioco" è solamente la scelta italiana per "Trouble With The Curve", letteramente “problemi con la curva", in riferimento al difetto del battitore osservato con attenzione durante la storia e annunciato nuovo talento del baseball. Ma è assoluta verità che la pellicola d’esordio del regista Robert Lorenz fa rumore innanzitutto per il ritorno alla recitazione del maestro Clint che, dopo “Gran Torino”, aveva annunciato il ritiro garantendo il suo impiego solamente nel versante registico.

Ma, al contrario, il vecchio dagli occhi di ghiaccio riparte esattamente da dove aveva lasciato, interpretando un osservatore di talenti per una società di baseball dal carattere burbero e ostile (facilmente riconducibile a quel Walt Kowalski reduce della guerra di Corea), alle prese con la perdita incombente della vista e con un giovane esperto di computer che non vede l’ora di mandarlo in pensione per rubargli il posto.

Ricorda una variante più modesta dello splendido “L’Arte di Vincere” la pellicola di Lorenz: si parla di talenti da scovare, di tecnologie all'avanguardia per farlo e dei vecchi metodi da lasciarsi alle spalle. Questo in apparenza almeno. Perché la sceneggiatura scritta da Randy Brown poi si amplia e va ad accentrarsi sul rapporto padre-figlia-interrotto tra Gus – il personaggio di Eastwood – e Mickey, la figlia-avvocato interpretata dalla bravissima Amy Adams. Ecco che allora il cuore effettivo del racconto viene a formarsi, amplificato come se non bastasse dall'entrata di Justin Timberlake, anche lui osservatore di talenti e aspirante cronista dei Red Sox.

Molta carne al fuoco, dunque, e all’ordine del giorno le possibilità di scivolare nella retorica e nelle trappole che trame di questo tipo spesso non riescono ad evitare. Eppure non è quel che accade a Robert Lorenz, il quale con sorprendente destrezza invece evita qualsiasi tipo di caduta fattibile e immaginabile, portando avanti il suo compitino alla perfezione e riuscendo anche a conferirgli quella dose di piacevolezza che fa sempre comodo se si vuole conquistare lo spettatore.

Il fragoroso ritorno di Eastwood perciò si svela assai meno memorabile di quello che ci si poteva attendere, ciò nonostante funge da potentissimo catalizzatore per la sponsorizzazione di una onestissima opera prima che andrebbe apprezzata in gran parte per l’alchimia dei suoi protagonisti e per la competenza registica e di scrittura mostrata dai suoi rispettivi artefici.

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L'Amore è Imperfetto - La Recensione

Il romanzo "L'Amore è Imperfetto" di Francesca Muci progredisce dalla carta stampata allo schermo senza staccarsi dalle mani della sua stessa autrice, e segnando, pertanto, il suo esordio al cinema sia da sceneggiatrice che da regista.

La storia è quella di Elena, donna trentacinquenne ingannata dalla favola dell’amore e rimasta delusa a tal punto da avergli chiuso le porte. In un giorno qualunque però l'incontro con il maturo Ettore e l'appena maggiorenne Adriana - avvenuto tramite incidente di quest'ultima - risveglia in lei dei sentimenti, erotici e sentimentali, che da troppo tempo parevano essere assopiti.

E' una storia tutta al femminile "L'Amore è Imperfetto" lo si capisce dalla mano presente dietro la macchina da presa ma soprattutto dal corpo e dal viso della straordinaria Anna Foglietta onnipresenti in ogni fotogramma della pellicola. Francesca Muci si attacca morbosamente addosso alla sua protagonista e con flusso narrativo compassato e mai stancante ne sviscera in crescendo la storia alternandola su due piani temporali interrogati ad esaminarne passato e presente. Ma attraverso gli sbalzi legati alla vita di Elena, l'attrattiva in realtà si sposta per andare a toccare territori molto più estesi, arrivando gradualmente a fronteggiare i problemi relativi alla crisi sessuale ma soprattutto sociale che stiamo vivendo profondamente al giorno d’oggi.

Il personaggio di Elena infatti non è l’unico a vivere una condizione di disagio e ad esplorare, stordito, le possibilità che il caso gli pone sotto mano. Tutti i personaggi appaiono vittime della difficoltà di comprensione verso loro stessi e verso gli altri e impacciati si muovono disordinatamente nel mondo alla ricerca ansiosa di risposte. Tuttavia “L’Amore è Imperfetto” non cerca assolutamente di mettere ordine o di trovare soluzione a questa decadenza, la missione della Muci è più vicina a quella di conseguirne una positiva accettazione, vivere le esperienze come possibilità, lasciarsi andare affinché diventi più semplice sperimentare (e sperimentarsi), e comprendere, magari, in questo modo la strada giusta e la persona con cui percorrerla, poco importa se fino al traguardo o solo per un pezzo.

Decisamente un ottimo esordio per il cinema italiano e non solo per le tematiche affrontate dalla pellicola e per il modo autoriale con cui riesce ad elevarsi fino a centrare quasi pienamente il bersaglio preposto. Lo stupore maggiore viene dalla bravura che emerge da parte della Muci nel saper dirigere gli attori. Oltre alla scoperta di una immensa e naturalissima Anna Foglietta - la quale potrebbe vantare solo con questo film un curriculum vitae vincente - ogni singolo attore presente in scena fornisce una performance credibile e impeccabile, una virtù che nei film nostrani ultimamente è sempre meno frequente.

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venerdì 30 novembre 2012

Una Famiglia Perfetta - La Recensione

Arrivati al punto in cui la commedia commerciale italiana si è fermata a un angolo morto, dove anche i cinepanettoni non fanno più botteghino e sono costretti ad arrendersi e a reinventarsi, Paolo Genovese probabilmente è ancora uno dei pochi che riesce a non crollare a terra dando l'impressione di aver trovato il modo di cavarsela.

Prova a farlo nella modalità che rende il suo cinema esportabile oltre il paese Italia, fruibile ad un pubblico europeo perché universale, beneficiando di un processo abbozzato già dai tempi di "Immaturi", ritoccato con il migliore "Immaturi: Il Viaggio" e perfezionato con quest'ultimo "Una Famiglia Perfetta". Non si tratta di processo ultimato, diciamolo subito, di difetti l'ultima creatura di Genovese ne ha moltissimi, e alcuni se li va a pescare addirittura dai precedenti lavori, eppure possiede il gran pregio di non uscire mai fuori dai binari e di mantenere un percorso coerente in grado di intrattenere senza fatica, e spesso divertendo, lo spettatore.

Così come è stato per il seguito di "Immaturi" anche "Una Famiglia Perfetta" non manca dal soffrire delle numerose sottotrame distese a causa del suo cast corale, sottotrame, tra l'altro, mai all'altezza l'una dell'altra. Perché c'è da dire che sebbene lo scenario funzioni benissimo, proprio come il suo immenso protagonista Sergio Castellitto, e il filo principale del racconto conquisti un'attrazione particolare: con il misterioso Leone che affitta, pagandola profumatamente, una compagnia di attori per interpretare la sua famiglia (con tanto di copione alla mano) nel giorno della vigilia e in quello di Natale; i fili più leggeri che lo accompagnano - legati tutti ai rapporti sentimentali - sanno molto di minestra riscaldata e vanno quindi ad annacquare e ad indebolire l'intera amalgama.

Il meglio di "Una Famiglia Perfetta" arriva allora dal rapporto tra vero e finzione che esplode durante la messa in scena della farsa, quando gli attori si trovano, loro malgrado, a dover improvvisare sotto le mosse scorrette di Leone. In quei momenti la commedia è spinta ad oscillare costantemente tra le due condizioni e, in più di un occasione, ad appiccicarle tra loro per poi staccarle nuovamente dietro intervalli irregolari e imprevedibili.

Liberamente ispirato a "Familia", film spagnolo datato 1996, "Una Famiglia Perfetta" fa della recitazione e del cast a disposizione il suo maggiore punto di forza. Oltre all'eccellente e già citato Sergio Castellitto, l’ottima conferma comica di Marco Giallini e i saldi supporti di Claudia Gerini, Eugenia Costantini, Ilaria Occhini e Carolina Crescentini. Insomma, se non fosse stato per il colpo di scena ultimo, il quale rende leggermente utopistici i motivi del protagonista di inscenare la farsa, magari le cose sarebbero potute andare anche un pochino meglio ma, al di là di tutto ciò, l’ultimo lavoro di Paolo Genovese resta un buonissimo prodotto per le feste, riservato al grande pubblico e ampiamente passabile persino per i più pretenziosi.

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giovedì 29 novembre 2012

Ruby Sparks - La Recensione

La famiglia non la si sceglie, la si trova. Stessa cosa non si può dire invece per quanto riguarda le relazioni sentimentali.

Jonathan Dayton e Valerie Faris, i registi del giustamente acclamato "Little Miss Sunshine", messi da parte i problemi e le disavventure degli stravaganti Hoover - raccontati con gran cuore ed ironia - passano ora ai toni (relativamente) più drammatici e scelgono per la loro seconda opera registica il copione "Ruby Sparks" scritto dalla giovanissima attrice e neo-sceneggiatrice Zoe Kazan.

All'apparenza è una favola auspicata da ogni persona sulla terra quella di incontrare magicamente il partner perfetto. Al genietto-scrittore Calvin (il protagonista Paul Dano) questo capita esattamente nel momento oscillante tra il suo periodo nero - che lo ha portato ad essere lasciato dalla ragazza e ad andare in cura dall'analista - e il blocco narrativo dovuto al successo del suo primo libro. La sua Ruby infatti sboccia come un sogno sfocato, un immagine indefinita che con il battere dei tasti della macchina da scrivere si fa all'improvviso scolpita e reale, tangibile agli occhi non solo del suo artefice ma a quelli di tutto il mondo. La donna che desiderava, così come l'aveva pensata (e scritta), una mattina gli si palesa in casa in veste di fidanzata.

Ma "Ruby Sparks" non è una favola, o almeno non lo è nella sua forma più integra. Il personaggio di Calvin infatti non vive perennemente felice e contento il regalo che gli è stato concesso. Ruby è la donna dei suoi sogni, che lui stesso ha composto con cura e piacere ma l’averla resa reale a tutti gli effetti, e capace dunque di arbitrarietà, diventa presto una condizione che inizia a preoccuparlo insanabilmente. La magia dell'amore e dell'anima gemella si tramuta quindi in stregoneria e possessione. Calvin, sebbene avesse promesso a sé stesso, e agli altri, di non cambiare più nulla di ciò che aveva miracolosamente messo al mondo, infrange le regole e intavola una serie infinita e confusa di piccole modifiche che, messe nero su bianco, non fanno altro che sbilanciare sia la personalità di Ruby che la sua.

Ed è a questo punto che la pellicola inizia a spingere l'acceleratore sulla malinconia e sulla solitudine del suo protagonista, evidenziando l'egoismo e la cattiveria dell'essere umano quando si tratta di dover accogliere gli spazi e i piaceri dell'altro. Ruby perciò smette di far parte di una relazione bilaterale e diventa vittima delle incertezze e delle insicurezze del suo compagno, è il momento in cui la magia si sgretola e scaraventa Calvin in un lunghissimo oblio con fermata culminante il muro durissimo e doloroso della realtà.

Così, alternando in modo pulito dramma e risate "Ruby Sparks" va a segnare un ottimo passo in avanti per l’accoppiata Dayton e Faris, oramai sempre più interessante. La pellicola scritta, e interpretata alla perfezione, da Zoe Kazan (nella vita compagna di Paul Dano) risalta benissimo le difficoltà del singolo a vivere sia il rapporto di coppia che quello con sé stesso e nonostante non abbia dalla sua quello stile altamente affabile che portava “Little Miss Sunshine” mantiene ugualmente un estremo raziocinio per confluire infine in quel fiabesco e in quel fantastico sfiorati già nelle battute introduttive e da cui poi si era dovuta allontanare.

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sabato 24 novembre 2012

Lawless - La Recensione

1920, in America ha inizio il proibizionismo. Il commercio di alcol si fa illegale e di conseguenza il contrabbando dello stesso diventa l’unico modo di spaccio e ottima entrata redditizia per chiunque riesca a praticarlo. I leggendari fratelli Bondurant sono i migliori nella contea di Franklin a produrre una qualità di whisky alta e ricercata ma mentre gli affari vanno a gonfie vele, e le loro finanze crescono, da Chicago arriva il vice-sceriffo Charlie Rakes che, insieme al procuratore distrettuale, obbliga tutti i contrabbandieri a pagare una tassa salata sullo smercio dei loro prodotti. Con le buone e con le cattive molti si piegano alla nuova e corrotta legge, solo i Bondurant, indignati, decidono di ribellarsi ad essa.

Abbandonate le cupe atmosfere del buonissimo “The Road”, John Hillcoat si ripresenta al cinema con la trasposizione di un altro romanzo: “La Contea più Fradicia del Mondo” di Matt Bondurant. Ennesima collaborazione con il grande amico musicista Nick Cave, – il quale ha scritto interamente la sceneggiatura e le musiche – con “Lawless” il regista di "La Proposta" torna a riassaporare l’amato genere western amalgamandolo organicamente al gangster movie cruento e intraprendendo la strada assai ambiziosa di realizzare una pellicola di livello, destinata a restare.

E ad essere sinceri a “Lawless” le carte in regola per raggiungere i suoi obiettivi non mancano per niente: c’è una storia alla Scorsese, una scenografia curatissima e un cast d’attori dai nomi pesanti e in ascesa. Ripercorrendo i passi fatti con “The Road” allora Hillcoat sfrutta al massimo la cornice delle sue ambientazioni, indirizzandosi verso paludi di (tanto) sangue e vendette ma senza mai perdere di vista la natura umana e i suoi sentimenti. Ciò nonostante la sua pellicola non sembra mai riuscire a costruirsi un’anima, né a dare allo spettatore un motivo per empatizzare con i protagonisti o magari di provare un minimo di emozione per le vicende che accadono a ognuno di loro. Manca quindi la vitalità al suo ultimo lavoro, e non è certo che la colpa sia tutta quanta di uno Shia LaBeouf protagonista seccante e poco in parte, più probabile pensare che i problemi risiedano proprio nella sceneggiatura di Cave. Fortunatamente a riconsolarci c'è uno spassoso Tom Hardy in una delle performance migliori della sua (ancor breve) carriera e un Gary Oldman che nelle due scene a disposizione è talmente efficace da far rimpiangere il non avergli affidato un ruolo di maggior rilievo.

Ma è un’occasione mancata ciò che “Lawless” pianta nello spettatore. Il poco spessore ai ruoli femminili di Jessica Chastain e Mia Wasikowska influiscono sulla debolezza di un mancato spirito che Hillcoat, a differenza di “The Road”, questa volta non riesce a stabilire oltre lo schermo. La sua pellicola quindi deve ridimensionarsi di gran lunga e, sebbene sia un prodotto medio-buono, rinunciare a puntare di restare a lungo scolpita nelle nostre menti.

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domenica 18 novembre 2012

Festival Internazionale del Film di Roma 2012: Tiriamo le Somme


Si chiude tra le infinite polemiche questa settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. A fare arrabbiare stampa e pubblico le premiazioni attribuite a "E la Chiamano Estate" di Paolo Franchi e a "Marfa Girl" di Larry Clark, due titoli che hanno fatto soffrire non poco gli spettatori in sala durante le loro rispettive proiezioni (si dice che il film di Franchi abbia scatenato addirittura richieste di rimborsi). 

Al di là di ciò che si è già detto, e che ormai è piuttosto chiaro, si può aggiungere che premiare meritatamente uno dei film in concorso quest'anno era impresa non poco ardua. Erano presenti infatti titoli di difficile fruizione, in una selezione che puntava più a sorprendere con nuove idee e sperimentazioni, e a voler spiazzare ma allo stesso tempo convincere il pubblico. L’esperimento è riuscito solo a metà, la prima metà. Perché di spiazzi sicuramente ce ne sono stati tanti, troppi, abbastanza da farci arrivare a chiedere se fosse tutto un grandissimo scherzo degli organizzatori. Di scherzo chiaramente non si trattava, era il festival ufficiale, quel festival a cui doveva partecipare anche Quentin Tarantino e che, pur non essendo mai stato smentito, alla fine non ha calcato in nessun modo il tappeto rosso come promesso. E meno male, sarebbe da aggiungere.

Le speranze arrivate con Marco Müller di pareggiare la qualità del Festival di Roma a quella di Venezia (qualcuno diceva anche Cannes) non sono state certo d’aiuto alla situazione e se consideriamo le difficoltà che ci sono state per rendere possibile questa settima edizione allora l’intero insieme comincia a prendere un senso comprensibilmente logico. L’unica spiegazione che riusciamo a darci quindi è di un allestimento eseguito in fretta e furia sulla quale non si è potuta svolgere con serenità e pazienza la scelta variegata delle pellicole da privilegiare, e sulla quale si è compiuto poi, di fatto, un assemblaggio qualitativamente basso o, per essere buoni, ai limiti del passabile.

Mettersi a parlare di coraggio per giustificare l’opera dell’arrogante Paolo Franchi sarebbe come arrampicarsi sugli specchi, “E la Chiamano Estate” è anticinema e basta, guai ad affiancarlo al cinema d’autore o al cinema coraggioso. Chi deve ringraziare Franchi invece è sicuramente Larry Clark che grazie a lui è riuscito a schivare le polemiche che altrimenti si sarebbero scagliate anche sul suo film, il Marc’Aurelio d’Oro a “Marfa Girl” è un riconoscimento folle quasi quanto la personalità del suo regista. A questo punto si dilata il valore dell’unica pellicola in concorso veramente interessante: “Alì ha gli Occhi Azzurri” di Claudio Giovannesi. Due premi vinti che non gli generano forse il giusto rumore forte a sufficienza da muovere la gente a recuperarlo in sala, visto che è stato distribuito al cinema nei giorni scorsi.

Dopo l’ultima edizione insomma - dove il festival aveva deluso pesantemente - anche quest’anno, complici le aspettative altissime, a Roma il buon cinema continua a trovare la porta chiusa. Per Müller è solo il primo anno, un primo anno complicatissimo e probabilmente da battezzare “di passaggio”, le speranze di vedere un grande festival nella città capitolina rimangono comunque ancora vive, nonostante a parlarne oggi sembri più il trapasso la fase vicina. Eppure, prima di scavare la fossa, secondo me sarebbe il caso di aspettare almeno un altro anno.

Festival Internazionale del Film di Roma 2012 - Palmarès


I premi assegnati dalla giuria internazionale presieduta da Jeff Nichols e composta da Timur Bekmambetov, Valentina Cervi, Edgardo Cozarinsky, Chris Fujiwara, Leila Hatami e P.J. Hogan nella sezione Concorso:

- Marc’Aurelio d'Oro per il Miglior Film: "Marfa Girl" di Larry Clark
- Premio per la Migliore Regia: Paolo Franchi per "E la Chiamano Estate"
- Premio Speciale della Giuria: "Alì ha gli Occhi Azzurri" di Claudio Giovannesi
- Premio per la Migliore Interpretazione Maschile: Jérémie Elkaïm per "Main Dans la Main"
- Premio per la Migliore Interpretazione Femminile: Isabella Ferrari per "E la Chiamano Estate"
- Premio a un Giovane Attore o Attrice Emergente: Marilyne Fontaine per "Un Enfant de Toi"
- Premio per il Migliore Contributo Tecnico: Arnau Valls Colomer per la fotografia di "Mai Morire"
- Premio per la Migliore Sceneggiatura: Noah Harpster e Micah Fitzerman-Blue per "The Motel Life"


I premi assegnati dalla giuria internazionale presieduta da Douglas Gordon, e composta da Hans Hurch, Ed Lachman, Andrea Lissoni ed Emily Jacir nella sezione Cinemaxxi:

- Premio CinemaXXI (riservato ai lungometraggi): "Avanti Popolo" di Michael Wahrmann
- Premio Speciale della Giuria – CinemaXXI (riservato ai lungometraggi): "Picas" di Laila Pakalnina
- Premio CinemaXXI Cortometraggi e Mediometraggi: "Panihida" di Ana-Felicia Scutelnicu


I premi assegnati dalla giuria presieduta da Francesco Bruni e composta da Babak Karimi, Anna Negri, Stefano SavonaZhao Tao nella sezione Prospettive Italia:

- Premio Prospettive per il Migliore Lungometraggio: "Cosimo e Nicole" di Francesco Amato
- Premio Prospettive per il Migliore Documentario: "Pezzi" di Luca Ferrari
- Premio Prospettive per il Migliore Cortometraggio: "Il Gatto del Maine" di Antonello Schioppa

Menzioni Speciali: Cosimo Cinieri e in memoria di Anna Orso per "La Prima Legge di Newton"


I premi assegnati dalla giuria internazionale presieduta da Matthew Modine e composta da Laura Amelia Guzmán, Stefania Rocca, Alice Rohrwacher e Tanya Seghatchian nella sezione Migliore Opera Prima e Seconda:

- Premio alla Migliore Opera Prima e Seconda: "Alì ha gli Occhi Azzurri" di Claudio Giovannesi
- Menzione Speciale: "Razzabastarda" di Alessandro Gassman

Hanno partecipato al premio i film appartenenti ad una delle diverse sezioni competitive del Festival: Concorso, CinemaXXI, Prospettive Italia e la sezione autonoma e parallela Alice nella città.


Premio del pubblico BNL per il Miglior Film
Attraverso un sistema elettronico, il Festival ha previsto la partecipazione degli spettatori all'assegnazione del Premio del Pubblico BNL per il miglior film. I film che hanno partecipato all'assegnazione del premio sono quelli del Concorso.

- Premio del Pubblico BNL per il Miglior Film: "The Motel Life" di Gabriel Polsky, Alan Polsky.

sabato 17 novembre 2012

Una Pistola En Cada Mano - La Recensione

Cinque sketch con protagonisti otto uomini bastano al regista Cesc Gay per tracciare l’impasse comunicativa maschile.

Incontri casuali tra amici o conoscenti danno il via a uno scambio sincero di problematiche e debolezze che risaltano con chiarezza la differenza che contraddistingue l’uomo alla donna. “Una Pistola En Cada Mano” è una commedia umoristica che incoraggia alla comunicazione e, specialmente nell'ultimo bellissimo sketch incrociato, rimarca quanto questa sia efficace per salvare noi stessi e i nostri rapporti.

Perché è sempre di rapporti che si finisce a parlare nel film di Gay. Di quelli finiti, in crisi, in stallo, in difficoltà. E da questi poi il regista compie un percorso che lo porta a scavare coi suoi personaggi all'interno della psicologia maschile pescando informazioni puerili per le quali molto spesso l’uomo tende più facilmente a crear danni piuttosto che a riparare (viene detto apertamente da una delle poche donne presenti nella pellicola “voi uomini avete una pistola in ogni mano”). Ma il ritratto di queste figure da parte di Gay non è mai crudele, al contrario, cerca sempre di farsi tenero mostrando quanto questa natura faccia parte di un qualcosa molto più grande di loro (e di noi), faticosa da invertire. Il regista spagnolo nutre un amore fortissimo per i suoi personaggi e lo esplicita affidandogli una resa di consapevolezza sulla loro stupidità artefice del dolore autoinflitto e concedendogli, per resistere e arginare la depressione, un ironia adeguata a cui potersi aggrappare.

Diventa la sceneggiatura – scritta da Cesc Gay e Tomàs Aragay - quindi il punto di forza inattaccabile della pellicola, ottima sia nella costruzione dei duetti, sia in quella delle battute ma soprattutto nella psicologia dei protagonisti, a cui si deve unire obbligatoriamente la formazione di un cast stellare di interpreti impeccabili (tra i più noti in Italia Ricardo Darín e Luis Tosar).

Cinema spagnolo che continua a stupire, rivelando ormai una piena intelligenza e una estrema bravura. “Una Pistola En Cada Mano” è una commedia-gioiello dal piacere altissimo che ricorda lontanamente un arrangiamento di “Sex & the City” al maschile e per questo rivolta direttamente ad un pubblico composto di uomini ma tuttavia non disprezzabile neppure da un eventuale composto di donne.


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giovedì 15 novembre 2012

Ralph Spaccatutto - La Recensione

Era il 1995 quando la Pixar e la Disney collaborarono per un film d'animazione geniale e incredibile che si domandava cosa facessero dei comuni giocattoli quando il loro padrone non era li a giocare con loro.

Sono passati diciassette anni da quel momento, periodo nel quale la Disney ha assorbito la Pixar (la Marvel e la LucasFilm, ma questa è un'altra storia) e durante il quale nessuno è mai riuscito a confezionare uno spunto simile e brillantemente strabiliante da essere paragonato al capolavoro "Toy Story". Doveva pensarci ancora la Disney allora - e stavolta senza l'aiuto della Pixar - a rielaborare l'idea e a riadattarla in un frangente leggermente diverso ma nuovamente connesso al mondo dei  giocattoli, quello dei videogiochi. Probabilmente lo script di "Ralph Spaccatutto" avrà scatenato nella testa di ogni produttore di film d'animazione la legittima domanda: "ma perché non ci ho pensato anch'io?". Roba da mangiarsi le unghie se si rimugina a quanto semplice e sotto gli occhi sia sempre stata un'idea del genere senza mai venir colta e sviluppata da nessun'altro.

Anche qui parte tutto da una domanda: che cosa fanno i videogiochi quando la sala che li ospita chiude al pubblico? Ovviamente la risposta è elementare: fanno quello che facevano i giocattoli di Andy quando lui non era in stanza con loro, staccano dal loro impiego e si danno alla pazza gioia. Tuttavia c'è qualcuno che fatica ad accettare la sua posizione di cattivo, è il Ralph Spaccatutto del gioco "Felix Aggiustatutto", programmato per distruggere qualsiasi cosa e quindi destinato a non essere amato e a venire emarginato su una piramide di spazzatura mentre il suo "bravo antagonista" festeggia e si diverte con gli altri nell'attico di un lussuoso palazzo. Ma Ralph è stanco di rappresentare il cattivo, lui si sente un buono, e per dimostrare di essere diverso da come è stato programmato esce dal suo gioco alla ricerca di una medaglia che dovrebbe riconoscerlo come eroe, tramutandosi a sua insaputa, in un pericolo maggiore rispetto a quello che costituiva  nel suo limitato cosmo.

Pur non essendo un qualcosa di assolutamente inedito "Ralph Spaccatutto" ha dalla sua parte la virtù di sapersi vendere con destrezza sin dal primo istante. Portare sullo schermo personaggi virtuali che hanno fatto la storia dei videogiochi anni ottanta seduce lo spettatore (meglio se appartenente a quell'epoca) in un piacere visivo morboso e remoto. Il regista Rich Moore assieme agli sceneggiatori Jennifer Lee e Phil Johnston dipingono i protagonisti raffigurandoli allo stesso modo di esseri umani: ripieni di sentimenti, sogni ed emozioni; con questa formula si permettono di sollevarli dall'obbedienza invariabile del loro codice e come accade per Ralph, e per il Glitch (bug, errore di sistema) con cui instaura un rapporto di convenienza prima e di amicizia poi, di causare  - attraverso la metro dei cavi di corrente - un miscuglio tra videogiochi capace di modellare un confronto di epoche strabiliante e suggestivo.

Così facendo "Ralph Spaccatutto" non solo non delude le aspettative ma le amplifica e, a suo modo, le cambia vestendosi di classico. Uno dei migliori Disney (orfani di Pixar) degli ultimi anni, eretto anche lui da una struttura consolidata in grado di scatenare risate, riflessioni e ovviamente l'immancabile lacrimuccia finale.

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Jimmy Bobo: Bullet to the Head - La Recensione

Jimmy Bobo: Bullet to the Head” è il fratellastro fortunato, ma senza grande esagerazione, de “I Mercenari 2”. Affiancare simmetricamente la creatura di Stallone a quest’ultima di Walter Hill potrebbe sembrare un processo difficile se non impossibile, eppure, entrambe, hanno in comune un denominatore che li rimanda a coesistere, seppur con il dovuto distacco, nello stesso insieme categorico.

Il ritorno sulle scene di Sylvester Stallone - avvenuto con “Rocky Balboa” e “John Rambo” - per quanto avesse deliziato gli affezionati non poteva garantire al suo artefice una totale rinascita cinematografica. L’invenzione del franchise de “I Mercenari” allora sorgeva per lui come un salvagente a cui aggrapparsi senza correre il rischio di dovere andare a distruggere dei veri e propri miti storici. Il primo capitolo però fu un esperimento riuscito solo a metà sul quale Stallone ebbe comunque la possibilità di ritagliare materiale sufficiente per poi cogliere il suggerimento sul quale avrebbe impostato il suo nuovo percorso artistico.

L’autoironia anagrafica che era alla base de “I Mercenari 2”, prodotto assolutamente più riuscito del primo, diventa quindi il marchio di fabbrica dello Sly 2.0, facendosi arma imprescindibile ogni qual volta il suo volto, ormai malandato dall'età (e non solo quella), ha bisogno di essere messo al servizio di un film action di genere adrenalinico e muscolare. “Jimmy Bobo: Bullet to the Head” non ha nulla a che vedere con “I Mercenari 2” ciò nonostante lo segue in tutto il suo spirito e soprattutto esenta Stallone da qualunque tipo di catena scenica in grado di trattenerlo dal suo dinamismo e dalla sua esuberanza.

E’ una storia classica quella proposta da Walter Hill, un buddy action-thriller dove i protagonisti non sono nemmeno poi tanto buddy poiché divisi da un etica opposta legata alla giustizia: se il detective Taylor Kwon vuole sbattere in prigione chi ha ucciso il suo partner, il sicario Jimmy Bobo (Stallone, appunto) tende ad applicare, per vendicare la morte del suo, la legge del taglione. L’attrito in questione non impedisce al rapporto tra i due di dar sfogo a battute e siparietti ironici e divertenti, ma anzi, viene sfruttato per aprirne uno quasi ad ogni scena, eleggendo Stallone mattatore assoluto e dilatando la coattaggine fino a farla diventare valore aggiunto.

Basato sulla graphic novel “Du Plomb Dans la Tête” scritta da Matz e illustrata da Colin Wilson, “Jimmy Bobo: Bullet to the Head” convince integralmente grazie al suo ritmo forsennato e privo di fiati corti. Walter Hill sa valorizzare benissimo gli attori a disposizione e intrattenere con ottime scene d’azione, elargendo spettacolo e risate al pubblico che deve solo pensare a divertirsi e a farlo di gusto. Lasciamo correre perciò sul combattimento vichingo con asce - poco credibile e meno spettacolare del previsto - con cui Sly chiude troppo facilmente un duello impari a suo sfavore contro l'osso duro impersonato da Jason Momoa.

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Le 5 Leggende - La Recensione

Lo scrittore William Joyce, a forza di raccontare storie e rispondere alle domande dei suoi figli, un giorno si è chiesto: "come mai i super eroi hanno delle proprie mitologie mentre di personaggi del calibro di Babbo Natale, la Fatina dei Denti e il Coniglietto di Pasqua si sa poco o niente?". A rimediare alla grave mancanza allora ha voluto pensarci lui scrivendo sull'argomento oltre cinquanta libri per bambini e creando una collana, mai pubblicata in Italia, intitolata "The Guardians of Childhood" in cui i vari miti su cui è stata costruita la nostra infanzia vengono aggregati dal misterioso uomo della luna in un unico team che ha lo scopo di sconfiggere il male.

Babbo Natale, il Coniglio di Pasqua, la Fatina dei Denti e Sandman, sono i leggendari paladini a cui "Le 5 Leggende" affianca lo spaccone protagonista Jack Frost per una missione intenta a bloccare l'uomo nero Pitch Black dal privare della speranza e della felicità ogni singolo bambino del mondo.

Al regista Peter Ramsey e allo sceneggiatore David Lindsay-Abaire il non facile compito di valorizzare l'apprezzato lavoro di Joyce portandolo dalla carta stampata alle immagini del grande schermo senza deludere l'immaginazione dei più piccoli e, perché no, anche dei più grandi. L'effetto finale è quello di una caratterizzazione personalissima e meno innocua del previsto, con un Babbo Natale armato di spade e tatuaggi sulle braccia con su scritto "Naughty" (cattivo) e "Nice" (buono) e gli altri membri della squadra provvisti di un faccino apparentemente gentile eppure rapidi a convertirsi in guerrieri inclini al combattimento quando in ballo c'è da difendere la loro vitalità.

La DreamWorks con "Le 5 Leggende" cerca spudoratamente un rilancio dopo la gloriosa ma tramontata era Shrekkeriana e punta a sfondare i botteghini di tutto il mondo con una godibile favola energica e in pieno stile natalizio. Le basi per un filone che vada ben oltre il solo capitolo esistono - e sono senz'altro migliori rispetto ad altri titoli prosciugati in passato fino all'esaurimento - bisognerà soltanto capire come si avrà intenzione di portare avanti una trovata adatta a concedersi a mille potenzialità.

Chris Pine, Alec Baldwin, Hugh Jackman, Isla Fisher e Jude Law. La fila di nomi stratosferici composta per il doppiaggio - e affiancata alla produzione dal beniamino Guillermo Del Toro - sottolinea la grossa entità e la grossa ambizione dell'intero progetto. "Le 5 Leggende" è ancora troppo giovane per puntare in altro, per ora è solo un prodotto di sincero intrattenimento e sufficiente per farsi apprezzare da un pubblico di bambini senza lasciare delusi gli adulti che saranno costretti a fare da accompagnatori. Domani poi chissà.

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martedì 13 novembre 2012

Il Cecchino - La Recensione


Michele Placido è il primo a prendere le distanze da “Il Cecchino”, la sua prima pellicola da cineasta realizzata in Francia tramite una co-produzione italo-francese, sbocciata per merito dei successi ottenuti dai suoi precedenti titoli a livello internazionale. E’ stato un film eseguito su commissione, lo dice senza problemi, dove lui non è intervenuto minimamente né sulla sceneggiatura né su altro, si è limitato solo a fare ciò per cui era stato chiamato, adempiendo al suo incarico stimolato dalla novità dell'avventura.

Non a caso, se non ci fosse il suo nome tra i titoli di testa e di coda a suggerirne l’operato, faremmo seria fatica a identificare “Il Cecchino” come un film di Michele Placido, lui che con le opere di genere, vedi “Romanzo Criminale” e “Vallanzasca”, aveva dimostrato di saperci fare benissimo, padroneggiando la macchina da presa e in particolar modo la gestione degli attori. Cose che purtroppo non gli riescono in questa parentesi: colpa principalmente di una sceneggiatura scarna e una storia, che a parte la poca chiarezza e qualche sparatoria, ha ben poco da dire e da fare apprezzare.

Provvisto di un ingombrante sapore televisivo, percettibile con insistenza nel corso della visione, “Il Cecchino” non vuole neppure provarci ad innalzare un racconto fondamentalmente povero e approssimativo infatti si lascia andare formalmente ad una pessima e fuorviante scansione narrativa mista a inquadrature spesso troppo strette o non ragionate. Qualsiasi cosa funziona poco o male, insomma, sono solo gli attori probabilmente a rappresentare il tassello meno malandato dell'insieme: il personaggio principale dell’ottimo Daniel Auteuil lascia il segno ma deve scontare un vuoto nella parte centrale dove viene un po’ dimenticato per fare emergere meglio gli altri co-protagonisti, che però appesantiscono lo svolgimento e, a parte magari un bravo Mathieu Kassovitz, non sanno raggiungere le sue vette.

Un esordio europeo assolutamente da rivedere quello di Placido, che seppur limitato dalla libertà autoriale (non è stato specificato se obbligata o voluta) non può certo scagionarsi dall'aver realizzato un lavoro privo d’identità e di percorso. Gli innesti italiani di Violante Placido e Luca Argentero servono solamente a donare al prodotto transalpino quel tocco di italianità in più, accentuato con maggior risultato dal cameo ritagliatosi da Placido nel finale.
Resta comunque tutto troppo sconclusionato per raggiungere la sufficienza.

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