IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 27 febbraio 2012

Oscar 2012: L'Urlo Assordante del Silenzio


Alla fine nessuna sorpresa. A giocarsi La Notte Degli Oscar sono stati "The Artist" e "Hugo Cabret", i due titoli con maggiori nomination al seguito.
Cinque statuette a testa che portano con sé però un peso specifico completamente differente.

Come era stato annunciato la pellicola di Martin Scorsese ha fatto incetta di premi tecnici, portandosi a casa la migliore fotografia, la migliore scenografia (degli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo), il miglior montaggio sonoro, il miglior missaggio sonoro e i migliori effetti speciali. Invece "The Artist" è riuscito ad aggiudicarsi i premi che contano maggiormente: miglior film, miglior regia, migliore attore protagonista, miglior colonna sonoramigliori costumi.

Tutto troppo prevedibile e scontato e, a voler essere cattivi, nemmeno molto corretto.
Perché vedere "The Tree of Life" rimanere a mani vuote è un ingiustizia impossibile da digerire e il segnale che l'Academy da troppi anni ormai stia premiando i film secondo un criterio quantomeno discutibile si sta facendo sempre più potente. Tornano in mente, per esempio, titoli come "Il Discorso del Re" o "The Millionaire", premiati in maniera assolutamente sopravvalutata e sbiaditi autonomamente dal corso del tempo. Sorte che, a parer mio, capiterà quasi certamente anche a "The Artist" non appena terminato il suo momento d'oro.

La categoria dei migliori attori una piccola sorpresa l'ha regalata però.
Da anni avevamo cominciato a pensare che la nomination (obbligatoria) a Meryl Streep fosse diventata una tradizione da rispettare per ricordare al mondo intero quanto lei fosse la migliore in assoluto, non c'era bisogno che prendesse il premio, il suo premio era la nomination in loop. Deve essere stato questo discorso quest'anno a mandarci fuori strada e a prendere sotto gamba la sua nomination alla migliore attrice per l'interpretazione di Margaret Thatcher. Davamo per scontato che con due Oscar già vinti l'Academy avrebbe continuato a celebrarla ancora una volta senza premiarla. E invece il tris finalmente è stato compiuto, a spese di Viola Davis purtroppo che probabilmente ci sarà rimasta male proprio per averla pensata erroneamente, compiendo lo stesso nostro ragionamento. Stà di fatto che quando Meryl Streep vince un premio nessuno può permettersi di obbiettare. Meglio tacere e accettare.

Per gli altri zero sorprese: Jean Dujardin sbaraglia la concorrenza e si prende la statuetta per il migliore attore, Christopher Plummer idem e prende il premio come migliore attore non protagonista e Octavia Spencer, molto più che meritatamente, si porta a casa quello per la migliore attrice non protagonista.

Tra le sceneggiature trionfano Woody Allen e "Midnight In Paris" per quella originale e Alexander Payne e "Paradiso Amaro" per quella non originale. Il miglior film d'animazione poteva essere solo "Rango" e così è stato mentre l'Iraniano "Una Separazione" è il miglior film straniero.

Tutto il resto è noia. Assoluta. Il ritorno di Billy Crystal alla conduzione non ha portato la giusta verve desiderata e sperata. La serata è stata fiacca e soporifera, molto simile alla conduzione dello scorso anno con James Franco e Anne Hathaway, altro problema a cui l'Academy dovrebbe iniziare a far fronte.

Ma per quest'anno ormai è andata così.
Ha vinto il cinema muto. Ha vinto "The Artist".
Anche se dentro di noi la sensazione che a vincere veramente sia stata la banalità, l'ingiustizia e la noia è assai più forte.

Clicca qui per leggere tutti i premi della serata.

Oscar 2012: And the Oscar goes to...


La cerimonia è appena terminata, di seguito l'elenco dei vincitori:


Miglior Film: The Artist

Miglior Regia: Michel Hazanavicius per The Artist

Migliore Attore Protagonista: Jean Dujardin per The Artist

Migliore Attrice Protagonista: Meryl Streep per The Iron Lady

Miglior Attore Non Protagonista: Christopher Plummer per Beginners

Migliore Attrice Non Protagonista: Octavia Spencer per The Help

Miglior Sceneggiatura Non Originale: Alexander Payne, Nat Faxon e Jim Rash per Paradiso Amaro

Miglior Sceneggiatura Originale: Woody Allen per Midnight in Paris

Miglior Film d’Animazione: Rango

Miglior Film Straniero: Una Separazione (Iran)

Miglior Documentario: Undefeated

Miglior Fotografia: Robert Richardson per Hugo Cabret

Miglior Scenografia: Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per Hugo Cabret

Migliori Costumi: Mark Bridges per The Artist

Miglior Trucco: Mark Coulier e J. Roy Helland per The Iron Lady

Miglior Montaggio: Kirk Baxter and Angus Wall per Millennium: Uomini che Odiano le Donne

Miglior Montaggio Sonoro: Philip Stockton e Eugene Gearty per Hugo Cabret

Migliori Missagio Sonoro: Tom Fleischman and John Midgley per Hugo Cabret

Migliori Effetti Speciali: Rob Legato, Joss Williams, Ben Grossman e Alex Henning Hugo Cabret

Migliore Colonna Sonora: Ludovic Bource per The Artist

Migliore Canzone: Man or Muppet per I Muppets

Miglior Cortometraggio Live Action: The Shore

Miglior Cortometraggio Documentario: Saving Face

Miglior Cortometraggio d’Animazione: The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore


Come avrete potuto leggere e intuire, nessuna sorpresa.
Per adesso è tutto. Presto un approfondimento.

domenica 26 febbraio 2012

Knockout: La Resa dei Conti - La Recensione

La scelta di affidare il ruolo da protagonista del suo film a Gina Carano -ex lottatrice di arti marziali miste alla sua prima vera esperienza cinematografica- è una dichiarazione schietta e sincera dei piani che Steven Soderbergh nutriva per il suo “Knockout: La Resa dei Conti”.

Contornata da un cast d’attori di grande rispetto (Antonio Banderas, Michael Douglas, Michael Fassbender, Ewan McGregor, Bill Paxton e Channing Tatum), la pellicola aspira infatti a puntare comunque la propria carica energica sulle (ottime) scene di combattimento che vedono coinvolta l’agente Mallory Kane (la Carano, appunto) negli scontri coi personaggi maschili di cui sopra, responsabili di averla messa al centro di un doppiogioco che dovrebbe portarla a diventare vittima sacrificale.

Il non aver selezionato un attrice professionista ma invece una lottatrice professionista diventa allora mossa intelligente e funzionale -seppur bisogna ammettere che nel suo ruolo Gina Carano se la cava abilmente bene anche a livello recitativo- perché sono i combattimenti la dominante nel progetto di Soderbergh: credibilissimi, numerosi, lunghi, ragionati e girati in maniera eccellente e godibili a livello visivo. Una sorta di Jason Bourne al femminile, asciugato moltissimo nella sua narrazione e fortemente desideroso di arrivare dritto al sodo. Per il resto al regista non resta altro che compiere una ordinaria amministrazione e intrecciare la trama con flashback e salti temporali per consentire allo spettatore più affamato di mantenere alta la concentrazione fino allo snodo dell’ultima scena, con l’unica pecca però di non potere evitare che la sua solita mano fredda che lo contraddistingue torni a farsi sentire dura e pesante proprio in quei momenti in cui l’assenza di azione richiederebbe di incalzare il ritmo in maniera leggermente più vibrante.

Tuttavia non è una novità nella filmografia di Steven Soderbergh che una storia prenda funzione e forma solamente una volta dopo aver trovato il personaggio adatto su cui costruirla. Solo qualche anno fa, nel 2009, aveva compiuto un lavoro simile con “The Girlfriend Experience” (sconosciuto in Italia), quando scritturò la pornostar Sasha Gray per interpretare la escort protagonista Chelsea/Christine.

Una modalità di fare cinema decisamente originale, dove non è più l’attore a dover diventare personaggio ma il personaggio a diventare attore per poi tornare diversamente ancora nei panni del personaggio. Difficile restituire opinioni a riguardo, meglio limitarsi a elogiare l’ottima riuscita della metodologia sulla paziente Carano, insieme alla capacità mostrata da Soderbergh nell’avere continuamente il coraggio e le idee per utilizzare il mezzo cinema in maniera differente e con varie sfaccettature. Che a noi piaccia oppure no.

Trailer:

sabato 18 febbraio 2012

Oscar 2012: Facciamo il Punto



Chi mi segue saprà perfettamente che ancora non ho detto la mia sulla questione Oscar.
Chi mi conosce meglio saprà anche benissimo quanto io sia interessato all'argomento.
Chi è perspicace, allora, avrebbe dovuto intuire che prima o poi mi sarei fatto sentire al riguardo.

Sta di fatto che il mio è un ritardo giustificato, ovviamente.
Prima di parlare e di dire qualsiasi cosa era opportuno conoscere meglio la situazione, e io, fino a qualche settimana fa, ancora non avevo visto alcuni tra i più importanti titoli presenti nella lista dei migliori nove di quest'anno. Motivo che mi ha costretto ad attendere fino ad oggi per esprimere ogni genere di parere.
Adesso, "Molto Forte e Incredibilmente Vicino" a parte, posso dire finalmente di aver visionato tutto il necessario e quindi di essere pronto a dire la mia tramite un discorso prettamente inutile ma estremamente sentito. (!)

Ebbene, senza che io ricordi ai più distratti il quadro della situazione posso dire immediatamente che mai come quest'anno sembra che l'Academy abbia voluto compiere una sopravvalutazione sui film selezionati. Tra "i migliori" infatti sono presenti pellicole che molto probabilmente in un epoca storica differente o in una stagione cinematografica migliore sarebbero stati probabilmente ignorati.
Per il miglior film esiste un divario insormontabile che divide un titolo come "The Tree of Life" dal resto dei suoi rivali e teoricamente non dovrebbe nemmeno esserci partita su chi meriterebbe di vincere e chi no, però, ed è un però molto grosso, da ciò che si è percepito e intravisto nelle recenti altre manifestazioni, ultimamente i giochi vedono come grande favorito di quest'anno "The Artist". Questo è un titolo che attualmente sta vivendo un momento di grandissimo entusiasmo generale, simile a quello che vide trionfare "The Millionaire" qualche anno fa e che poi nel corso del tempo, unico vero giudice, è finito per evaporare nell’aria. Ora, non possiamo sapere se a “The Artist” toccherà lo stesso, identico destino ma potremmo prevedere però che le possibilità di riuscire a riscattare dalle sue 10 nomination almeno 3 dei premi più importanti (Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore) siano davvero molto alte. Se così dovesse andare allora, lo “Hugo Cabret” di Martin Scorsese, favorito sulla carta con 11 nomination, diventerebbe di conseguenza ed erroneamente il grande sconfitto dell'anno, dovendosi accontentare di fare incetta solamente di (meritati) premi "tecnici" rinunciando a quelli nelle categorie più ambite.

La gara dei migliori interpreti sembra invece essere molto più aperta e interessante: se l’attore protagonista Jean Dujardin deve ingaggiare un duello alla pari con George Clooney, rimanendo comunque attento ai possibili sgambetti di Brad Pitt (mai così bravo come in “L’Arte di Vincere”) e del mostro Gary Oldman ("La Talpa"), l’attore non protagonista dovrebbe essere senza molti dubbi il Christopher Plummer di “Beginners”. Per le donne, l’attrice protagonista sarà probabilmente Viola Davis ("The Help"), minacciata qualche gradino più in basso da Michelle Williams ("My Week with Marilyn") e dall’eterna Meryl Streep ("The Iron Lady"), la non protagonista invece deve essere e sarà, senza benché minimo dubbio, l’immensa Octavia Spencer di “The Help”.

La migliore regia come dicevo la meriterebbe Terrence Malick ("The Tree of Life") ma sarà guerra aperta col Michel Hazanavicius di “The Artist” mentre per Alexander Payne (“Paradiso Amaro”) la vedo dura. La migliore sceneggiatura originale sarebbe bello andasse a Woody Allen (“Midnight in Paris”) ma l’ombra “The Artist” incombe anche in questo frangente, per quella non originale invece è scontro paro tra “Le Idi di Marzo”, “L’Arte di Vincere”, “La Talpa” e “Paradiso Amaro”, se vincesse “Hugo Cabret” sarebbe un delitto poiché la sceneggiatura è proprio uno dei suoi punti più deboli. Il miglior film d’animazione sarà “Rango” di Verbinski mentre per il miglior film straniero pare sia favorito l’iraniano: “Una Separazione”.

Da segnalare le pesanti assenze di David Fincher tra i migliori registi e di Ryan Gosling e Michael Fassbender tra i migliori attori, comprensibile invece l’esclusione del “J. Edgar“ di Eastwood da tutto. Discutibili infine le nomination mancate per “Super 8”, "Shame"e "Drive" insieme a quella di "Tintin" tra i film d’animazione.

Bene, mi sembra che ci siamo. Per sapere come andranno veramente le cose dovremo aspettare il 26 febbraio prossimo, per adesso accontentiamoci di fare pronostici e bellissime, irrefrenabili chiacchierate.

Ah, io comunque tifo per lui...


domenica 12 febbraio 2012

War Horse - La Recensione

Ci sono almeno un paio di scene in “War Horse” che valgono da sole il prezzo del biglietto e che suggeriscono soprattutto che Spielberg è tornato agli albori della sua carriera. O meglio, è intenzionato a farlo almeno. Perché raggiungere le corde emotive più nascoste dello spettatore con una scena come quella dove un cavallo riesce ad arare un campo di terra arido e trasandato utilizzando il massimo dei suoi sforzi, rappresenta una missione che solo la vecchia versione di Steven Spielberg poteva essere in grado di portare a termine. 

War Horse” però non è un rilancio del cinema spielberghiano fatto a gran voce ma si avvicina di più a una prova microfono eseguita sussurrando, in cui ogni tanto si prova a osare leggermente di più spingendo il diaframma per aumentare il volume e vedere che succede. Nonostante ciò però potremmo dire che l’insieme funzioni piuttosto bene, intrattenendo lo spettatore ed entusiasmandolo con l’ausilio di alcune scene che trovano la loro grande potenza per mezzo di una costruzione perfetta e intelligente alle spalle. Peccato non poter dire lo stesso per la sceneggiatura, probabilmente penalizzata proprio da una struttura che vede come protagonista un cavallo (Joey). L’apertura promettente della storia infatti subisce i primi cali abbastanza percettibili non appena Joey comincia la sua avventura verso la I Guerra Mondiale. Il passaggio di consegne del cavallo da un personaggio a un altro non sempre riesce a garantire la stessa attenzione da parte dello spettatore che inevitabilmente, specie nella parte centrale, si vede costretto a lasciare andare diverse dosi della sua concentrazione. Fortuna vuole però che la mano di Spielberg sia sempre dietro l’angolo, lì, pronta a sorprendere e a farti sobbalzare quando meno te lo aspetti, manifestando di possedere anche per questo titolo una buona porzione di grande cinema da impiegare alla scena.

Una delle sequenze per cui verrà ricordato senza dubbio “War Horse” è quella che vede un soldato inglese e un soldato tedesco mettere da parte il loro conflitto e unirsi per liberare Joey avvolto e intrappolato dal filo spinato della trincea. Qui si respira l’intero cinema spielberghiano quello dove l’uomo, pronto a fare guerra perfino a se stesso, ritrova la sua fugace umanità di fronte alla sofferenza di un animale innocente vittima di qualcosa che non lo riguarda per niente. Il contesto si trasforma allora in una atmosfera quasi favolistica o quantomeno ai limiti della realtà, decisamente coraggiosa insomma.

Ed è proprio il termine coraggio a risuonare spessissimo durante il lungo flusso della storia e che, distribuito in tantissime delle sue varie forme, si fa complice delle diversificazioni tra i protagonisti. Più o meno lo stesso coraggio che deve aver trovato Steven Spielberg per avvalersi di un racconto ostico come questo (tratto dall'omonimo romanzo dell'inglese Michael Morpurgo) per tornare a fare quel tipo di cinema che più gli riesce meglio. Il risultato non è certamente dei migliori ma comunque incoraggiante abbastanza da far crescere, se non altro, l’attesa per il suo prossimo progetto, sperando abbia a disposizione stavolta una voce molto più grossa rispetto a quella fioca presente al momento.

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sabato 11 febbraio 2012

Paradiso Amaro - La Recensione

L'ambientazione di "Paradiso Amaro" è un indizio importante da decifrare quando si vuole tentare di far luce sul tipo di lavoro realizzato dal regista Alexander Payne. Raccontare un dramma familiare in un una cornice stereotipatamente spensierata e felice come quella in cui sono solite essere rappresentate le isole Hawaii, definite in apertura proprio dal protagonista come un costante paradiso per i stranieri, riassume a grandi linee moltissimi se non tutti dei toni di cui vuole farsi forza il film.

L'avvocato a tempo pieno Matt King (George Clooney) deve affrontare il gravissimo incidente della moglie caduta in un coma irreversibile dopo aver sbattuto la testa su una barca durante uno spiacevole episodio avvenuto in mare. Lui, marito e padre assente, è costretto allora a riprendere in mano le redini della sua famiglia tentando anche di riallacciare i rapporti con le due figlie ormai stabilmente abituate a vivere senza la sua figura. Questo reinserimento forzato gli farà realizzare di aver messo per molto tempo il suo ruolo di genitore e coniuge in stand-by, abbastanza da non essersi nemmeno reso conto della storia extraconiugale che nel frattempo la moglie aveva instaurato alle sue spalle con un agente immobiliare. La drastica situazione farà scattare nella testa di Matt la voglia e il coraggio di sistemare ogni cosa e cercare di riunire i pezzi di una famiglia già smembrata recuperando quello di cui a lungo aveva deciso di fare a meno.

E' una storia drammatica quella di "The Descendants" (questo il titolo originale) che però non vuole perdere nemmeno la possibilità di strizzare l'occhio alla battutina sdrammatizzante non appena questa risulti possibile. Un lavoro ibrido, incapace di affondare il suo dito nell’amarezza né come né quando dovrebbe per finire col non apparire nemmeno sufficientemente ironico durante quei piccoli momenti in cui cerca faticosamente di esserlo. Una sorta di ostentazione inefficace che si propaga lentamente durante il corso della trama, alleviata soltanto dall’onnipresenza e dall’impeccabile interpretazione del solito George Clooney, sempre misurato e bravissimo a mostrare velatamente le preoccupazioni e i dolori del suo personaggio. Eppure Payne dimostra di sapere benissimo la strada che intende far percorrere al suo lavoro e lo lascia intendere facendo in modo che questo non prenda mai il sopravvento, tenendolo saldamente nelle sue mani che seppur incapaci di trattenere per bene l’attenzione del pubblico riescono a rimanere costantemente precise e ordinate.

Lo stesso discorso non può valere invece per quanto riguarda il ritmo, una delle maggiori complicazioni di “Paradiso Amaro”. La pellicola infatti si trova spesso a cadere in situazioni fin troppo fiacche che in una narrazione peraltro mai veramente spedita come di norma accade in questo genere di storie fanno sentire il loro peso molto più di quanto dovrebbero. Ne deriva perciò un lavoro piuttosto singhiozzante in cui i numerosi primi piani sul viso cupo di George Clooney, l’inserimento di personaggi completamente stupidi ma funzionali (l’amico della figlia di George) e alcune spruzzatine di ironia sparse qua e là non riescono a rivelarsi abbastanza incisive da ovviare a una carenza reale di emozioni forti. Evidentemente Payne le sue sensazioni preferisce suggerirle più che propagarle e per farlo ogni tanto finisce per scendere anche a patti con una retorica piuttosto impacciata che non lo aiuta a rimediare a quelle circostanze visibilmente deboli e svigorite nonostante sembri offrire una leggera spinta in più sull’acceleratore.

Diventa chiaro a questo punto che “Paradiso Amaro” è un lavoro riuscito a metà, carico di buone potenzialità mai sfruttate veramente al massimo e sorretto fino alla fine da un George Clooney che man mano si dimostra essere sempre più indispensabile nell'aiutarci a non perdere l’attenzione e l’interesse nei confronti del (suo) film.

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martedì 7 febbraio 2012

Millennium: Uomini che Odiano le Donne - La Recensione

E’ un vero e proprio ritorno al passato quello compiuto da David Fincher con l’adattamento americano del romanzo svedese di Stieg LarssonUomini che Odiano le Donne” (primo capitolo della trilogia “Millennium”), un rientro al thriller di genere che lo riporta dritto dritto a quei tempi che gli regalarono fama e successo, prima ancora di intraprendere tutte le varie opportunità che in seguito gli si proposero davanti. Le stesse che gli hanno consentito negli anni di poter mettersi alla prova per conoscersi e soprattutto riconoscersi e che lo hanno condotto anche di fronte a quelle due nomination all’Oscar per la miglior regia ottenute con "Il Curioso Caso di Benjamin Button" e "The Social Network", entrambe poi mancate.

La trasposizione fincheriana di “Millennium: Uomini che Odiano le Donne” si presenta immediatamente allora come un opera nuda e cruda, capitata a pennello per dare la possibilità al regista di “Se7en” di rimettersi di nuovo alle prese con una storia dove a fare da catalizzatore è sempre uno spietato assassino seriale, figura diventata oramai un must nella carriera del regista (vedi anche “Zodiac”) che non perde occasione per dimostrare inoltre quanto il suo tocco personale abbia finalmente trovato una chiarissima identità autoritaria.

Sono passati i tempi che vedevano Fincher impegnato a rappresentare delle atmosfere più ragionate e costruite, il suo occhio, quello attuale, adesso corre veloce e non permette allo spettatore un attimo di respiro. Gli oltre 155 minuti di questo ultimo lavoro ne sono la prova tangibile proprio per il modo in cui sembrano volar via senza neanche farsi sentire. E’ cambiato anche l'interesse nei confronti della narrazione, non più concentrato sul caso da risolvere e sui suoi risvolti ma esclusivamente focalizzato sui magnetici protagonisti che ne prendono parte: in questo caso il detective Mikael Blomkvist del bravissimo Daniel Craig e la cazzutissima hacker Lisbeth Salander incarnata in maniera davvero impressionante dalla giovane Rooney Mara. E’ intorno a loro infatti che vengono costruite le solide fondamenta della pellicola, inseguiti fin dalla prima scena quando ancora viaggiano in vite separate, fino alla successiva collaborazione che li farà prima incontrare e poi condividersi. In questo modo le due entità solitarie finiscono per entrare in forte contatto tra loro scoprendosi più simili di quanto pensassero e innalzando quello strano rapporto sfuggente e solido allo stesso tempo destinato a sfociare in una relazione a sfondo sessuale o forse più.

Pur non avendo mai a disposizione delle sequenze ai limiti della suspance, magari addirittura pretese a volte in un prodotto come questo, “Millennium: Uomini che Odiano le Donne” convince pienamente lo spettatore grazie all'uso di una grandissima e accurata regia e di una scrittura di sceneggiatura piuttosto solida (firmata da Steven Zaillian a cui si perdonano facilmente i leggeri cali dei minuti finali), vantando anche un paio di scene talmente potenti da poter far gola persino al maestro Quentin Tarantino (una violentissima in cui Lisbeth consuma la sua vendetta e un'altra infarcita da un affascinante monologo diretto al personaggio di Craig nel finale).

Fincher realizza un thriller quasi impeccabile, serratissimo e coinvolgente come al cinema non se ne vedevano da molto tempo. Lo fa scardinando tutta la sua bravura già dalla straordinaria sequenza dei titoli di testa per poi gestire il resto della storia senza mai destare nemmeno un minimo di difficoltà ma solo con la padronanza di un maestro che ormai questo genere se lo porta nel sangue e probabilmente sarebbe capace di maneggiarlo in maniera esemplare anche se dovesse tenere gli occhi completamente chiusi.

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domenica 5 febbraio 2012

Hugo Cabret - La Recensione

Quello di “Hugo Cabret” è senza alcun dubbio un Martin Scorsese dalle vesti inedite.
Nella sua lunga filmografia un titolo per famiglie come questo è chiaramente difficile se non impossibile da intercettare, come lo è d’altronde anche uno girato con l’uso della tecnologia stereoscopica. Futili motivi stimolanti abbastanza da fare intraprendere però al regista la voglia di mettersi in gioco e sperimentare ancora una volta, trovando anche la possibilità di omaggiare, nel frattempo, proprio quell’arte che lo ha reso uno dei cineasti più grandi di sempre in assoluto: il cinema.

Sembra quasi che Scorsese voglia provare a fare lo Spielberg della situazione, mettendo sul piatto la storia di un ragazzino orfano costretto a vivere nascosto nella stazione parigina di Montparnasse da quando, dopo la morte accidentale del padre, lo zio alcolizzato lo ha forzatamente preso sotto la sua ala. Ci prova, appunto, perché in mano gli manca quella che dovrebbe essere definita "una sceneggiatura realmente salda" o, per usare un termine più appropriato al contesto, un meccanismo davvero funzionante.

Hugo Cabret” è un racconto palesemente scollato e eterogeneo, in cui sembrano operare meglio le sottotrame piuttosto che la fiacca trama principale, responsabile peraltro di portare la pellicola di fronte alla conseguente impossibilità di sfondare l’apparente muro di vetro che da prassi si ostina a dividere lo spettatore dalla magia dello schermo. Lo stesso che non riesce ad aggirare nemmeno un uso eccellente del 3D, nonostante ci provi con tutte le sue forze fornendo ampia profondità alle immagini e catapultando fuori in varie occasioni anche i personaggi.
A tamponare parzialmente la situazione e quindi a limitare i danni deve entrare in gioco allora la completa bravura di Martin Scorsese che, probabilmente consapevole della debole sceneggiatura scritta da John Logan, tramite la sua immensa esperienza pesca dal cilindro i modi e le maniere per arrivare deciso e dritto al cuore, costruendo piccoli momenti toccanti e emozionanti e unendoli a delle fantastiche sequenze mozzafiato. E’ nella seconda parte infatti che il film trova una sua precaria stabilità, trasformandosi in un vero e proprio omaggio alla settima arte e lasciando affiorare integralmente la figura più interessante e misteriosa della storia: il George Méliès interpretato dal bravissimo Ben Kingsley.

Eppure l’ottima confezione è il pregio migliore a cui “Hugo Cabret” può aggrapparsi dal momento in cui i suoi contenuti non appaiono mai sistemati in una forma abbastanza ordinata da poter essere considerata come punto di forza mentre al contrario invece le scenografie e la messa in scena possono vantare di una grande magnificenza. Questo costringe Scorsese a rinunciare al ruolo di Spielberg impersonato in precedenza e a tornare quindi a quello di sé stesso, cosa che decisamente gli riesce assai meglio ma soprattutto gli permette di portare a casa un lavoro tutto sommato accettabile.

E così la dichiarazione d'amore per il suo mestiere non finisce per essere completamente gettata alle ortiche, aiutata moltissimo da un finale che va a concludere la spezzettata favola con delle atmosfere magiche mescolate tra sogno e realtà, destinate a regalare a ognuno dei personaggi quel tanto agognato scopo che sembravano aver smarrito o mai rintracciato.

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sabato 4 febbraio 2012

50/50 - La Recensione

L'ardua sfida intrapresa dal regista Jonathan Levine di realizzare la pellicola “50/50" può considerarsi adesso abbondantemente compiuta. Chiunque diffiderebbe a sentir parlare di commedia quando di fronte si ha una trama dove un ragazzo poco più che venticinquenne viene colpito da una rara malattia di cancro che lascia solamente una possibilità su due di completa guarigione. Ma in questo caso il genere, seppur non rispettato nel suo significato più totale, non è nemmeno da considerarsi poi così "violato".

Chiaramente non ci si può aspettare che una storia simile metta a disposizione una grande quantità di spunti comici e/o divertenti eppure, grazie soprattutto all’innesto di un Seth Rogen mai così indispensabile e nel suo ruolo per antonomasia, la pellicola di Levine riesce a sorprendere tutti trovando una strada che sfrutti al massimo le buonissime situazioni a disposizione arrivando ad ottenere un piacevole e particolare retrogusto dolce-amaro, risultato di un trattato di giusta ironia e grande delicatezza su una tematica tutt'altro che semplice.

Raccontare la scoperta e l’elaborazione di un cancro, utilizzando toni semi-leggeri e mantenendo estremamente alti nel frattempo serietà e rispetto per l'argomento rischiava di diventare un percorso in cui era più facile smarrirsi che ritrovarsi. Ma invece la sceneggiatura scritta da Will Reiser si dimostra fortunatamente essere pressoché impeccabile, specie nei momenti in cui riesce ad alternare sobriamente le situazioni drammatiche, nelle quali è indiscusso protagonista il bravissimo Joseph Gordon-Levitt, e le situazioni più vivaci, in cui a ravvivare la scena ci pensa un Seth Rogen politicamente scorretto e scheggia impazzita. “50/50” non tralascia minimamente quei passaggi fondamentali a cui si deve far obbligo quando un fardello così pesante come un cancro ti si scaglia improvvisamente addosso e non dimentica nemmeno di affiancare a ciò la compassione e il sostegno di circostanza che è solito fornire il prossimo di fronte allo sventurato di turno. Levine però preferisce di più concentrare la sua attenzione focalizzandosi sui rapporti umani più autentici, quelli che vedono il protagonista impegnato con le figure più importanti della sua vita. Madre, fidanzata e migliore amico cominciano allora a ritagliarsi ampi spazi, creando i momenti in cui la pellicola emana le più elevate dosi di emotività e dolcezza e sviluppando in questo modo anche una sotto-trama romantica tenera ed emozionante nella quale si fa largo gradualmente la figura della principiante psicologa Katie interpretata da una bravissima Anna Kendrick.

Meno emozionanti e più "mascoline" invece le scariche che arrivano dall’altro dominante rapporto, quello tra Adam e il suo migliore amico Kyle. Il loro legame quasi fraterno subisce lentamente alcune crepe nel corso del processo di accettazione di Adam alla malattia, crepe forzate soprattutto dal comportamento poco maturo e irresponsabile mostrato da Kyle. Lo sviluppo di questa sottotrama diventerà indispensabile per generare poi un paio di bellissime scene finali in cui il sentimento forte della loro amicizia prevarrà finalmente in maniera palpabile e molto convincente.

E' nei momenti più complicati e difficili della nostra vita che alla fine riusciamo davvero ad aprire gli occhi e a renderci conto di quali persone vale la pena avere al nostro fianco e quali no. Un messaggio semplice ma sufficiente a rendere "50/50" un prodotto davvero incantevole, per certi versi particolare: molto sensibile, a volte doloroso, spesso emozionante. Un progetto ambizioso e egregiamente compiuto, merito da retribuire in gran parte a un cast di straordinari interpreti tutti perfettamente in parte.

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