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sabato 24 marzo 2012

Belli e (im)Possibili: The Grey

Coloro che lo adorarono vivacemente nelle vesti di Bryan Mills nell’action-thriller di Pierre MorelIo Vi Troverò” faticheranno abbastanza a riconoscere Liam Neeson in funzione di preda anziché predatore nel survival-thriller di Joe Carnahan: “The Grey”.

Il suo John Ottway infatti non pare proprio la persona più adatta a salvare vite e a non arrendersi mai, tanto è vero che bastano pochissime scene per vederlo tentare il suicidio fra le innevate terre isolate e deserte dell’Alaska. Ingaggiato da una compagnia petrolifera del posto come cacciatore di lupi, durante uno spostamento in aereo insieme a un gruppo di colleghi-operai si risveglia superstite del volo in compagnia di pochi altri. Dispersi nel niente i sopravvissuti dovranno adattarsi a resistere oltre che al freddo insostenibile anche a una minaccia ancor più temuta: l’attacco di un branco di lupi della zona determinati a rivendicare prepotentemente il comando sulla loro terra.

Ma nell’intelligente pellicola diretta da Joe Carnahan nulla è scontato, casomai lasciato al caso, quindi può accadere che colui che voleva farla finita si autoelegga tacitamente leader del gruppo e si batta prepotentemente coi suoi simili affinché la debole unione istituita non si vada a sbriciolare autonomamente a causa di piccoli screzi ma invece lotti a piene forze, salda fino all’ultimo respiro per la sopravvivenza.
Mettere l’uomo alle strette, lasciar cadere ogni suo ruolo e identità e riportarlo così alla semplice versione di individuo impegnato nella difesa della propria specie, apre inesorabilmente le porte ad alcuni grandi interrogativi che mai hanno abbandonato la sua mente. Diventa lecito, essendo scampati a un tragico incidente mortale, chiedersi i motivi per i quali si stia rischiando ancora la vita, normale interpellare la propria religione, come coerente è pensare che tutto andrà per il meglio, ma l’unica regola obbligata a vigere però, fino a prova contraria, deve rimanere quella di non abbassare mai la guardia.

Ci provano i protagonisti di “The Grey” a trovare un senso supremo al loro accaduto, lo fanno con ogni (sterile) mezzo a disposizione, prima di arrendersi al fatto di essere anch'essi vittime di questo mondo ed entrare nella mentalità che per (sopra)vivere bisogna combattere incessantemente senza mai arrendersi. Teoria da pessimismo cosmico che annulla dubbi su qualsiasi tipo di dogma, lasciando ogni essere umano fine a sé stesso e privo di appigli sovrannaturali e trascinando quindi i reduci dell’imparata lezione attraverso un tenebrosissimo finale.

Carnahan realizza un thriller interessato ad andare ben oltre il solito intrattenimento: pretende che il cervello dello spettatore rimanga acceso a ragionare, vuole costringerlo a pensare (e a vivere) nella stessa condizione di inquietudine e angoscia vissuta dai suoi protagonisti. Ciò gli riesce molto bene, rafforzando benissimo quel concetto scaturito in partenza - nel corso della presentazione a regola d'arte fatta al personaggio di Liam Neeson - dove qualcuno aveva già profetizzato a "The Grey" come un film molto più intrigante del previsto.

Al momento questo film NON ha una distribuzione italiana.

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domenica 18 marzo 2012

Magnifica Presenza - La Recensione

Prendere un classico spunto da film horror come quello della casa infestata da oscure presenze per costruirci sopra una storia intenta a miscelare insieme commedia, dramma e thriller è presumibilmente il pregio migliore dell’ultimo lavoro di Ferzan Ozpetek. L’idea originale, o quantomeno interessante, però non riesce a soddisfare integralmente le aspettative, trasformando “Magnifica Presenza” in una pellicola identificabile solo come riassunto completo delle caratteristiche tipiche del regista italo-turco, in tutto il suo stile come soprattutto in tutti i suoi difetti.

L’assenza di un principale filo narrativo solidamente funzionante purtroppo non permette a una storia, peraltro anche ben introdotta, di concedersi a uno sviluppo concreto e risolto. La vicenda di Pietro, aspirante attore stabilitosi a Roma dalla Sicilia per realizzare il suo sogno infatti, rimane sospesa e in seguito persino arrestata a favore di quella che in principio appariva come una logica sottotrama utile proprio al personaggio principale (un bravissimo Elio Germano) come soccorso per trovare quel suo significato esistenziale. Invece a metà narrazione l’interesse di Ozpetek vira totalmente a favore della risoluzione del grande mistero della casa, quello delle presenze che la abitano e che, come ne “Il Sesto Senso”, hanno evidentemente ancora qualcosa in sospeso da risolvere su questa terra. Ma il lato thriller della trama però non sembra mai farsi interessante come lo era quello drammatico e lascia cadere lentamente l’interesse dello spettatore nei confronti della risoluzione dell'enigma.

Da questo punto in poi allora i migliori spunti “Magnifica Presenza” se li ricava grazie alla sua ironia costruendo situazioni grottesche e divertenti, come quelle in cui Elio Germano condivide la scena con la cugina Maria (una brava Paola Minaccioni) e con i fantasmi dell'appartamento, fino ad arrivare a mostrare anche un paio di provini innegabilmente spassosi su cui spicca, nel secondo, anche l’amichevole partecipazione di Daniele Luchetti. Rimangono perplessità invece rispetto ad altre congiunture aperte e mai elaborate, come ad esempio l'ambigua presenza di Alessandro Roja. Incontri, sguardi e intese ogni volta sembrano segnalarlo un possibile compagno sentimentale per la vita del protagonista ma nel filo del racconto ciò non riesce mai a trovare un personale spazio definito lasciando infine solamente intendere che qualcosa tra i due prima o poi sia destinata a nascere. 

E quindi, responsabile una sceneggiatura oggettivamente incompiuta (scritta da Federica Pontremoli e Ferzan Ozpetek) e colpevole (o consapevole?) di lasciare il povero Pietro anima incompleta sulla terra esattamente come le presenze della casa che abita, questa “Magnifica Presenza” finisce per manifestarsi piuttosto anonima, senza fornire l'opportunità di lasciarsi apprezzare e né tantomeno disprezzare ma semplicemente risultando indifferente agli occhi dello spettatore.

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domenica 11 marzo 2012

Young Adult - La Recensione

La ricerca della felicità è il sogno Americano per eccellenza e Mavis Gary sembra aver capito perfettamente di cosa ha bisogno per realizzarlo.

Donna infelice e depressa, professionalmente in crisi con la scrittura del suo nuovo romanzo, Mavis decide di tornare nella città in cui è cresciuta per riprendersi l’uomo della sua vita: il fidanzato del liceo. Poco importa se questo ora è sposato con un'altra donna e ha appena avuto una figlia, perché alla vita piace assemblare percorsi incomprensibili, allungare strade in maniera eccessiva prima di giungere a destinazione e concedersi a un evento praticamente scritto. E il momento di permettere al destino di compiersi adesso è chiaramente arrivato.

Il regista Jason Reitman e la sceneggiatrice Diablo Cody dopo aver affrontato con “Juno” la tematica di una ragazza adolescente costretta a maturare in anticipo per via di una gravidanza inattesa, si ripresentano nuovamente insieme per portarci nella vita di una donna in cui quel passaggio di maturità non è proprio mai scattato. Ad interpretarla una perfetta Charlize Theron alle prese con un ruolo in apparenza vagamente ispirato alla scrittrice della serie di “Twilight”, Stephenie Meyer, allusione forzata sia dal genere della saga a cui è legato il successo di scrittrice del suo personaggio (adolescenziale) e sia per la presenza di vampiri che questa ha come protagonisti.

Young Adult” è una commedia amarissima orientata a fare proprio di questo aspro sapore il suo punto di forza migliore e risoluto. La parabola destinata alla povera Mavis è assolutamente anticinematografica, e non solo per le folli intenzioni che ne incitano il ritorno al passato. La storia gioca con lo spettatore seguendo determinati schemi standardizzati, lasciando che la protagonista si scontri in maniera lenta e violenta con una realtà evidentemente mai percepita veramente mentre nel frattempo si impegna anche col seminare silenziosa alcuni indizi-chiave partoriti dal rapporto tra Mavis e l’ex compagno storpio di liceo Matt (un ottimo Patton Oswalt). Tra i due si riscontra facilmente una grandissima intesa, riconducibile in gran parte all’emarginazione che entrambi hanno ricevuto dalla società, non a caso i momenti più veri e sinceri la pellicola li fornisce proprio durante i loro scambi di bevute e di opinioni, che dimostrano soprattutto quanto dietro a un esteriorità diametralmente opposta si celino in segreto due entità essenzialmente identiche.

Nonostante l'inevitabile fallimento del suo spregevole piano allora la felicità ricercata da Mavis sembra palesarsi ugualmente davanti ai suoi occhi, lo fa sottoforma di realtà dolorosa scagliata su di lei come una forte bastonata, una maniera diversa rispetto a come se l'era immaginata ma comunque necessaria ad aprirgli le porte verso la strada giusta. Eppure è proprio nel momento in cui ormai lo spettatore pensa che tutti i nodi siano venuti al pettine che “Young Adult” piazza il suo colpo migliore, una pugnalata allo stomaco velata da un monologo conclusivo negativo e agghiacciante, percepito dalla protagonista come una rivelazione divina.

E così ogni bramata risposta diventa molto più semplice del previsto: la ricerca della felicità non troverà mai una soluzione se non può essere accompagnata dall'imprescindibile elemento necessario della fortuna, costituente indispensabile da avere sempre dalla propria parte nel posto giusto, al momento giusto. Un avvenimento che purtroppo alla povera Mavis Gary non è capitato, colpa di una mancanza di fortuna che sembra essergli distante nella vita molto più di qualsiasi altra cosa.

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domenica 4 marzo 2012

Posti in Piedi in Paradiso - La Recensione

Nel panorama cinematografico italiano Carlo Verdone è rimasto forse l’unico autore in grado di portare sullo schermo delle commedie originali e interessanti, capaci di stimolare delle riflessioni nello spettatore e insieme anche di adempiere benissimo al ruolo ricercato di far ridere di gusto.

In questo senso “Posti in Piedi in Paradiso” è una bellissima storia, la migliore scritta da Verdone da parecchi anni a questa parte, che si concentra prevalentemente sulle figure di tre padri separati schiantati dalle loro vite, atterrati violentemente dalla situazione economica del nostro paese e quindi alla sfrenata ricerca di una svolta utile per rimettersi in pista. Una pellicola unicamente al maschile dunque, che può contare però sulla sola presenza femminile elaborata di una bravissima Micaela Ramazzotti.

In questo film Verdone decide di guardare al passato per affrontare il delicato tema del futuro, un futuro precario, instabile, allarmante e apparentemente senza via di scampo. La convivenza fra i tre sconosciuti, uniti dalle stesse necessità e difficoltà, diventa allora un pretesto per dare il via a delle situazioni comiche prettamente “verdoniane” che dimostrano ancora una volta dopo “Io, Loro e Lara” come ad essere il più in forma, nonché fresca scoperta della nostra commedia sia proprio Marco Giallini, forse già eleggibile come nuovo attore-feticcio per il regista romano. Il suo personaggio è decisamente il più eccessivo e sregolato del gruppo e per questo in grado di fornire un umorismo più becero e sfrontato rispetto al critico intellettuale cinematografico retrocesso al gossip Pierfrancesco Favino oppure dell’ex produttore discografico ora commerciante di vinili Carlo Verdone, entrambi più razionali e equilibrati.

Purtroppo “Posti in Piedi in Paradiso” però soffre alla lunga di un leggero rallentamento di ritmo, riscontrabile in gran parte verso le battute finali, e accoppiato inoltre da un problema generico di regia fiacca. Sebbene, come detto in precedenza, la sceneggiatura posseduta da Verdone questa volta sembri veramente ottima, è la modalità di racconto a volte a sembrare leggermente posticcia e priva della giusta vivacità necessaria alla commedia. Si ha l’impressione infatti che le reali potenzialità della trama non riescano a venir fuori completamente, lasciando una leggera delusione nello spettatore consapevole di aver potuto pretendere sicuramente un qualcosina in più.

Le gag esilaranti e le battute divertenti però non mancano, come non mancano neanche alcuni riferimenti alla commedia all'italiana del passato allegate a quella consueta dose di buoni sentimenti che Verdone ama da sempre trasmettere ai suoi affezionati e che, specie in questa storia, diventano la cura principale per affrontare qualsiasi tipo di problema la vita spesso ci pone di fronte. La speranza della vecchia generazione finisce così per tagliare quel disperato cordone che la legava a ciò che è destinato a non ritornare, puntando ogni singola aspettativa nei giovani che secondo il verdone-pensiero dovranno essere il futuro e i fautori del cambiamento di questo paese. Insomma, un leggero sprizzo di positività in un momento storico in cui proprio noi giovani fatichiamo a sorridere.

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