IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

sabato 28 aprile 2012

The Avengers - La Recensione

Sorge spontaneo un curioso parallelismo se si prova a guardare a “The Avengers” da una certa distanza. Ed è quello che lega Joss Whedon a Nick Fury. Il primo è il regista e co-sceneggiatore (insieme a Zak Penn) del film e il secondo è l’agente segreto, interpretato da Samuel L. Jackson, incaricato di assemblare la cosiddetta squadra dei vendicatori.

Entrambi hanno dovuto affrontare infatti le stesse, grandissime difficoltà prima di riuscire a mettere in piedi il loro ambizioso progetto. Perché portare al cinema una pellicola colma di aspettative come questa era un lavoro di problematica esecuzione, tanto quanto quello di radunare un gruppo di eccentrici, egoisti e presuntuosi supereroi per poi inserirli all’interno di un'unica squadra designata a combattere e a contrastare l’ennesima minaccia aliena approdata sulla terra.

Considerando la scarsissima vena qualitativa messa in mostra dalla Marvel negli ultimi anni con “Iron Man 2”, “Thor”, e “Captain America: Il Primo Vendicatore”, quella di far coesistere nella stessa storia ben sei supereroi senza creare l’ennesimo e insoddisfacente giocattolone inutile sembrava quasi una sfida impossibile da realizzare e che richiedesse quantomeno un acutissimo raziocinio in fase di regia e di sceneggiatura. Ma “The Avengers” invece spiazza ogni tipo di pronostico negativo e, oltre ad essere esattamente quello che ogni appassionato sperava e voleva vedere, si dimostra soprattutto una conferma di quanto i progetti Marvel abbiano un diverso peso specifico l’uno dall’altro. Se “Iron Man 2” quindi era stato unicamente un indiscutibile buco nell’acqua, “Thor” e “Captain America: Il Primo Vendicatore” erano stati scritti velocemente proprio per spianare la strada il prima possibile a quello che in realtà era il vero obiettivo primario.

Sia chiaro, non siamo di fronte a un capolavoro del genere, ciò che portano al cinema i vendicatori è lo standard minimo a cui dovrebbero fare riferimento sempre tutte le pellicole tratte dai fumetti. “The Avengers” è alto intrattenimento allo stato puro e proprio per questo non cerca di dare grande importanza alla trama quanto piuttosto ai personaggi e alla spettacolarità. E in questo Whedon compie forse l'operazione più brillante per eccellenza lasciando entrare benissimo, e con tempi azzeccati, ogni supereroe nel flusso del racconto (l'entrata migliore è di Captain America, silenziosa e potente) e facendo in modo che ciascuno di loro si ritagli uno spazio distinto ma paro a quello dei suoi comprimari. Così il rischio che una forte personalità (Tony Stark, per esempio) potesse diventare la star assoluta della festa viene evitata ampiamente a favore delle moltissime possibilità comiche scatenabili, come prevedibile, dal protagonismo delle complicate individualità da gestire (fantastici i momenti di Stark e Hulk).

Se paragonati alla maestosità di un immenso parco giochi in cui è praticamente impossibile non divertirsi, i difetti della pellicola, seppur ci sono, sembrano assottigliarsi talmente tanto da risultare impercettibili. Ci si dimentica della partenza troppo sostenuta affidata nelle mani di un Loki forse poco sfaccettato ma ci si ricorda benissimo del combattimento elettrizzante misto di coattaggine e umorismo offerto durante le battute finali. Ecco, è precisamente durante quell'esatto momento che Joss Whedon e Nick Fury rimarcano nuovamente la loro equivalenza. L'istante simile a un fermo immagine in cui intravediamo la vittoria di entrambi venire ufficialmente sancita. Alla fine ce l’hanno fatta: hanno saputo trovare gli ingredienti adeguati, li hanno miscelati fino a creare un amalgama compatta e uniforme e, una volta assaporato il composto, hanno compreso di aver concepito il congegnato perfetto.

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domenica 22 aprile 2012

To Rome With Love - La Recensione

Prima “Bop Decameron” poi “Nero Fiddled” e infine “To Rome With Love”, insomma il progetto romano di Woody Allen dava l’impressione di non avere le idee molto chiare quando ancora doveva solamente attribuirsi un titolo per lo script. Certo, è curioso constatare che sia stata la sceneggiatura poi la responsabile numero uno della disfatta, proprio quella che qualche mese fa gli aveva fatto vincere il premio Oscar per “Midnight in Paris”, il terzo complessivo da sceneggiatore e il quarto della carriera. Purtroppo però “To Rome With Love” non possiede nulla dell’inconfondibile "stile Alleniano” che noi tutti conosciamo, o perlomeno possiede molto, molto poco.

Se fosse possibile vedere il film senza sapere chi sia veramente l’autore avremmo delle enormi difficoltà ad attribuirlo al regista di “Io e Annie”. Indubbiamente il suo ritorno sulla scena ci faciliterebbe se dovessimo tirare una soluzione affrettata (ah, il doppiaggio di Leo Gullotta è ottimo) ma la pochezza dei contenuti, i dialoghi banali e uno humour piuttosto scarso rispetto agli standard farebbe rimanere chiunque abbastanza scettico alla rivelazione della risposta esatta. La percezione è che non fosse neanche tanto una questione di idee stavolta a mancare al buon vecchio Woody quanto magari una maggiore quantità di tempo a disposizione per elaborare efficacemente e con degli spunti assai più vivaci le discrete intuizioni partorite.

Ogni episodio di questa pellicola infatti ha di per sé delle imbeccate interessanti e potenzialmente molto ironiche ma nessuna di loro tuttavia risulta essere trattata in maniera vigorosa e ottimale da dimostrarsi davvero incisiva. Le quattro storie che si sviluppano intorno alla magia e alla bellezza degli scenari di Roma danno la sensazione di essere alquanto trascurate nella loro scrittura e talmente approssimate nella loro elaborazione da propagare un grandissimo senso di incompiutezza da cui probabilmente sfugge solo l’episodio di Jesse Eisenberg ed Ellen Page. E' pensabile che Allen abbia dei seri problemi a fare i conti con la propria pensione e quindi con il riposo, ed è plausibile che il piccolo ruolo ritagliatosi in questo film (è il personaggio più divertente) sia una sorta di confessione rilasciata al pubblico, sta di fatto che un Roberto Benigni più inefficace di quello visto in “To Rome With Love” è facile che al cinema non si sia mai visto mentre la farsa in cui cadono i poveri sposini Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi è tirata giù così velocemente da potersi ritenere non più di una bozza di storia da ultimare: cadute troppo difficili da digerire al cospetto di un autore di questo calibro.

Se di quattro storie ce ne fosse stata soltanto una, che racchiudesse in sé anche il meglio delle altre, forse adesso staremmo qui a fare dei discorsi differenti, ma nel suo viaggio romano sfortunatamente Woody Allen da l’impressione di essersi quasi italianizzato, di aver lasciato il tocco nella valigia se non addirittura a New York. Stando alle sue parole però, quelle rilasciate durante la conferenza stampa di Roma, scrivere film lo aiuta a distrarsi, è come una terapia utile a stare lontano dai problemi della vita e se a volte dovesse accadere di realizzare un brutto lavoro allora non sarà certo la fine del mondo.

Quindi Allen pare cosciente della sua scarsa prestazione e ce lo comunica persino con l'ultima battuta del film proferita dal vigile che apre e chiude il racconto: "Di storie ce ne sono tante, un giorno ve le racconterò". Queste parole racchiudono un valore di speranza e sono la promessa che un giorno lui tornerà a Roma per regalarci finalmente il bel film che non ci ha mai regalato.
Considerato ciò: continua così Woody e beato te.

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domenica 15 aprile 2012

Diaz - La Recensione

Come esprimono chiaramente alcuni dei suoi manifesti, l’ultimo film di Daniele Vicari racconta uno dei capitoli più neri della storia del nostro paese: l’assalto collerico da parte delle forze dell’ordine alla scuola Armando Diaz nel corso del G8 di Genova 2001.

Premiato alla 62^ Edizione del Festival di Berlino nella sezione “Panorama” con il secondo premio del pubblico, “Diaz” si presenta immediatamente come una pellicola innanzitutto necessaria, importantissima a livello internazionale per informare coloro che non sanno, o sanno troppo poco, e fondamentale per coloro che sanno e esigono una documentazione che tutto il mondo possa vedere e comprendere (vivere).

Perché è doveroso farlo presente, “Diaz” non è affatto un film dalla facile fruizione. Non esiste censura davanti alle sue immagini dure e cruenti ma solo lo sguardo fisso e incredulo della camera ferma di fronte alla diffusione di tanta violenza mista a mancanza di umanità. E’ complicato per qualsiasi tipo di spettatore rimanere seduto e inerme sulla poltrona quando l’ennesima manganellata colpisce gratuitamente il corpo dell'ennesima vittima piegata e indifesa, trasformando i colpi in brividi di sofferenza percepiti da chi guarda in maniera infastidita e sdegnata. Vicari riesce a dare al suo lavoro quello che era mancato in parte ad “A.C.A.B.” in termini di violenza e soprattutto a “Romanzo di Una Strage” in termini di narrazione. “Diaz” racconta fatti realmente accaduti ma sfruttando al massimo il mezzo-cinema a sua disposizione facendo uscire con brutale veemenza fuori dallo schermo, e senza troppi sforzi, la completa crudeltà causata dalle stoccate di quei manganelli.

Sebbene recitato in maniera impeccabile da un ottimo cast corale, misto di attori italiani e stranieri, va sottolineato quanto Vicari abbia elegantemente preferito concentrare la sua intera attenzione sulla vicenda da raccontare e sui personaggi, sacrificando in questo modo le interpretazioni dei due attori di richiamo che aveva a disposizione: un comunque ottimo Claudio Santamaria e un leggermente schermato Elio Germano. Se infatti Germano ha forse poche possibilità per mettersi sufficientemente in rilievo, Santamaria mette in scena il suo celerino in maniera abbastanza compiuta, calibrando efficacemente dei stati piuttosto aggressivi a dei stati appena più sensibili.

Poter guardare a “Diaz” come a un film italiano è un orgoglio enorme, per quello che rappresenta e per come lo rappresenta. Una pellicola devastante, durissima, la cui visione però non solo è consigliata ma obbligatoria a tal punto da rendere superfluo e immorale qualsiasi minimo intervento espletato ai fini critici. Cinema utilizzato come alto mezzo di informazione, per ricordare al mondo intero che non sempre il sangue può esser lavato via ("Don't Clean Up This Blood").

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sabato 14 aprile 2012

La Mia Vita è Uno Zoo - La Recensione

Inutile negare la presenza di alcuni scetticismi che accompagnavano il ritorno di Cameron Crowe al cinema, se non altro perché per la prima volta il regista di "Jerry Maguire" si cimentava in un progetto per il quale non aveva avuto modo di scrivere personalmente la sceneggiatura, ricevuta già ultimata (scritta da Aline Brosh McKenna) ancor prima di prendere parte all’operazione. Quindi, se è pur vero che Crowe non appena abbracciata la causa rimise immediatamente mano all'intero script è vero altrettanto che i leggeri dubbi sollevati in merito alla resa finale del suo ultimo lavoro continuavano a rimanere, fino a prova contraria, piuttosto accesi.

"La Mia Vita è Uno Zoo" è la storia vera dello spaccato di vita di Benjamin Mee (ovviamente con qualche lieve licenza cinematografica) e di quando, perduta la moglie e rimasto con due figli piccoli da crescere, decide di elaborare il difficile lutto della sua famiglia tagliando radicalmente i ponti col passato. Lasciato il lavoro da giornalista e la vecchia casa si trasferisce a vivere quindi in una dimora appartenente a uno zoo in fase di chiusura, assumendosi di conseguenza la responsabilità di riabilitare lo stesso e di salvare così le sorti degli animali e dei suoi dipendenti.

Cameron Crowe è un regista appassionatissimo di storie di riscatto, gli piace da morire prendere i suoi protagonisti da situazioni difficili, complicate e spesso atroci per poi catapultarli in avventure inaspettate e favorevoli a (ri)conquistare le loro vite attraverso trasformazioni mentali e spirituali. E non è un caso allora se il toccante Benjamin Mee di Matt Damon non sembri affatto poi molto diverso dal Jerry Maguire di Tom Cruise nella sua folle e repentina decisione di tagliare definitivamente i ponti con il vecchio per costruire un qualcosa di non pianificato ma di assolutamente nuovo. E' precisamente in quel momento che qualsiasi grande o minimo dubbio riguardante la paternità di “La Mia Vita è Uno Zoo” viene spazzato via una volta per tutte perché la pellicola si avvia ad assumere le tipiche caratteristiche del cinema di Cameron Crowe, andando quindi a scavare nelle ferite dei protagonisti, nei loro rapporti o difficoltà e facendoli interagire tra loro in maniera profonda e intelligente ma anche ironica e divertente, creando in questo modo delle intensissime scene allestite per sfociare poi in piccoli attimi emozionanti e commoventi.

Sebbene non sfugga nemmeno da alcuni evidenti difetti, legati in gran parte al mancato spessore di certi personaggi secondari, come quello interpretato da Scarlett Johansson per esempio, bisogna riconoscere alla pellicola di funzionare molto meglio di quanto ci si potesse aspettare. In mani differenti una storia del genere avrebbe rischiato quasi sicuramente di fallire il passaggio sul grande schermo mentre l’intuizione di affidarne la direzione a un ottimo narratore come Cameron Crowe appare una delle scelte più azzeccate per una rispettabilissima e adorabile riuscita finale.

La Mia Vita è Uno Zoo” non sarà di certo il film dell’anno, come neanche il miglior tassello della filmografia del suo regista ("Elizabethtown" è saldo in testa) ma sicuramente sa fare benissimo il suo mestiere: intrattenere, coinvolgere, divertire e appassionare lo spettatore. Un perfetto titolo per le famiglie in grado di risultare in tempi come questi ancor più prezioso di quanto potesse risultarlo in altri.

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domenica 8 aprile 2012

Amarcord: Titanic

"Quindici anni fa un bambino di otto anni rimaneva incantato di fronte alla maestosità e alla magia di Titanic. Oggi quel bambino di anni ne ha ventidue ma la sua reazione di fronte al capolavoro di James Cameron sembra non essere mai cambiata".   
                                                                                       Giordano Caputo


E' incredibile, di tempo ne è passato tantissimo. Era la fine del 1997, per l’esattezza Gennaio 1998 (in Italia uscì in leggero ritardo), ero piccolo eppure il giorno in cui vidi per la prima volta “Titanic” sul grande schermo me lo ricordo come se fosse ieri. Il cinema strabordava di gente e la sala era strapiena. Molti erano costretti a rimanere fuori a causa dei biglietti esauriti, gli altri, i più fortunati, si apprestavano a mettersi in fila muniti di grandi scorte di cibo e bevande, coscienti della lunghissima durata della proiezione. L’attesa prima dello spegnimento delle luci era la stessa per chiunque, ogni singola persona sembrava consapevole di essere in procinto di vedere un futuro pilastro della storia del cinema, nessuno appariva scettico o distratto, nessuno aveva il coraggio di chiacchierare o farsi i fatti propri, tutti erano concentrati e intrepidi affinché quel dannato schermo si accendesse e cominciasse a raccontare la grande storia. Non quella del Titanic ma quella di Titanic, quella che James Cameron teneva a raccontarci, quella incantevole e romantica tra il povero Jack e la ricca Rose.

Perché se poteva essere attendibile la supposizione che a portare tutta quella gente al cinema fosse la curiosità degli effetti speciali e di come la tragedia fosse stata trasposta sullo schermo, non ci sono nemmeno dubbi che una volta saliti a bordo della nave diventava la storia d’amore ad appassionare la gente e a tenerla incollata alla poltrona. Il resto è storia. Com’è andata a finire lo sappiamo: un successo stupefacente, undici Oscar, il migliore incasso della storia del cinema superato solo dodici anni dopo da un altro capolavoro: “Avatar”, si, sempre di James Cameron. Il cineasta più intelligente in attività e tra più intelligenti di sempre. Lui non fa cinema, lui vive il cinema. Quando lavora a una sua opera cerca sempre di spingersi oltre, di superarsi. Lo fa per sorprenderci, per deliziarci e fare in modo che ogni volta che paghiamo un biglietto per vedere un suo film rimaniamo a bocca aperta. E fidatevi, bisognerebbe osannarlo per questo.

Ma veniamo al motivo responsabile di questo post: l'uscita al cinema di "Titanic" riconvertito in 3D. Dovrebbe essere già sottinteso, ma per sicurezza lo stabiliamo ancora una volta: non è stata un operazione eseguita per ragioni economiche (George Lucas qui non c'entra). Evidentemente James CameronTitanic” (inconsciamente forse, chissà) lo aveva già pensato in 3D e lo aveva persino girato in quel modo, nella riconversione si intuisce benissimo come la profondità delle scene sembri ragionata alla perfezione come se dovesse appartenere a una pellicola stereoscopica. Il risultato è uno dei migliori 3D riversati mai visti al cinema, ma considerato che il Re Mida di Hollywood ci aveva lavorato scrupolosamente di persona non avevamo grossi dubbi a riguardo.

La vera notizia allora è tornare a vivere gli stessi momenti di quindici anni fa: rivedere i cinema affollati, i biglietti esauriti, le sale piene e la gente emozionarsi ancora davanti al “Ti fidi di me?” che Jack dice a Rose sul ponte della nave, oppure commuoversi mentre Rose salta dalla scialuppa e correndo disperatamente raggiunge Jack, esclamando “Salti tu salto io, giusto?”. Sensazioni vissute molto tempo fa ma a tutt'oggi immutate, celate magari sotto un piccolo paio di occhialini meritevoli di aver donato al Titanic il pretesto per tornare al cinema in occasione del suo centesimo anniversario dalla partenza (motivo principe della riproposizione) e capaci di averci fatto vivere con il cuore la tragedia per l’ennesima volta come fosse la prima.

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sabato 7 aprile 2012

Biancaneve - La Recensione

La tendenza alla rivisitazione dei grandi classici fiabeschi in versione moderna o quantomeno più svincolata era scoppiata già qualche anno fa con Tim Burton e il suo "Alice in Wonderland”. La pellicola Disney infatti ha recitato suo malgrado un ruolo da apri pista, spianando la strada a successivi deboli esperimenti tra cui ricordiamo, non con molto entusiasmo, anche il "Cappuccetto Rosso Sangue" di Catherine Hardwicke.

Un brevissimo preambolo utile per aiutarci a comprendere le motivazioni del perché oggi, l'arrivo sullo schermo di "Biancaneve" di Tarsem Singh, non risulti ormai una proposta tanto interessante quanto nemmeno poi così sbalorditiva. E a pensarla in questo modo sembra persino il principe interpretato da Armie Hammer, quando nel film, commentando la scelta di Biancaneve di rinunciare al suo aiuto per combattere contro la regina cattiva, esprime un parere molto più che condivisibile formulando pressappoco questo concetto: "perché il bisogno di cambiare una struttura perfettamente consolidata e funzionante?".

Già, perché farlo? Quando poi tra le mani non si ha neppure un idea originale o concreta, oppure una capacità narrativa all’altezza di sostenere un racconto approssimativo e ricalcante? Vale davvero la pena andare a modificare degli automatismi certificati? La realtà è che non ci sono dei veri motivi per toccare un qualcosa che funzioni alla perfezione, esiste solamente un'attuale mancanza di idee e la necessità del cinema a sopravvivere. E così bisogna anche saper accettare alcuni tentativi vuoti e inefficaci analoghi a questo “Biancaneve”.

La pellicola di Singh deve girare a vuoto e a un’andatura piuttosto lenta e noiosa per circa un’ora prima di intercettare una stabilità ragionevole e poi procedere a bordo di essa fino alla fine. Per quanto sembri essere effettivamente molto in parte, non gli basta nemmeno una Julia Roberts regina cattivissima e onnipresente a rimediare alla larghissima e percepibile mancanza di ritmo della storia, mentre invece la povera e spaesata Biancaneve della candida e giovanissima Lily Collins sembra destinata a subire in continuazione una sovrastante presenza scenica da parte di tutti gli altri interpreti. Ad emergere forzatamente tocca allora ai simpaticissimi sette nani e all’imbranato principe Alcott (Hammer), i primi abilissimi a strappare le poche e uniche risate messe a disposizione dal film, il secondo bravissimo a sfruttare alcune scene piuttosto assurde che lo vedono protagonista.

Poco o niente però sufficiente a salvare un lavoro semplicemente evitabile e superfluo. “Biancaneve” non solo non esce a testa alta dalla sua ostinata volontà di provare a farsi largo e rompere le comuni consolidazioni ma addirittura arriva al punto di portare lo spettatore a rimpiangerle e lasciare che nella sua mente scatti la volontà di riesumarle nuovamente per apprezzarle ancora e ancora.

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