IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 24 giugno 2012

Rock of Ages - La Recensione

Adam Shankman, regista prevalentemente di commedie sentimentali, ritenta l’approccio al musical portando al cinema il “Rock of Ages” di Chris D'Arienzo, dopo aver diretto qualche anno fa il discreto “Hairspray” con protagonista un John Travolta per l’occasione donna formato gigante.

A far da colonna al film questa volta c’è un Tom Cruise camaleonte assoluto, nelle vesti della rockstar dannata Stacee Jaxx ispirata a un mix tra Bret Michaels, Jim Morrison e Axl Rose. A sorreggerlo un cast amalgamatissimo, che affianca ai protagonisti Diego Boneta e Julianne Hough attori del calibro di Alec Baldwin, Catherine Zeta-Jones, Paul Giamatti, Malin Åkerman e Russell Brand.

La potenza di un gruppo di interpreti ben assortiti come quello a disposizione di Shankman modera incredibilmente l’assenza di una vera sceneggiatura (scritta da Justin Theroux, Chris D'Arienzo, Allan Loeb, Michael Arndt e Jordan Roberts) a sostegno della pellicola. Poggiato su una trama costruita per trascinare e coinvolgere lo spettatore esclusivamente con momenti musicali, “Rock of Ages” se la cava egregiamente nelle sue oltre due ore di narrazione (o ascolto) nel non far sentire mai né il fiatone né la noia allo spettatore. L’operazione dà quindi l’impressione di non avere mai avuto delle ambizioni ben precise da rispettare ma al massimo un leggero filo narrativo molto classico da portare a termine. Ciò ha giovato intensamente su chiunque ne abbia preso parte liberandolo da qualsiasi tipo di tensione e incoraggiandolo a divertirsi e a sperimentare il più possibile col suo personaggio.

La regia di Shankman passa allora in secondo piano, favorendo l'esagerazione nei momenti costruiti dagli attori nel corso delle loro performance. I duetti tra Tom Cruise e Malin Åkerman trasudano sesso a quantità elevatissime mentre quelli omosessuali tra Alec Baldwin e Russell Brand non possono fare altro che divertire. Se la cavano molto bene anche i semi-sconosciuti Diego Boneta e Julianne Hough, nati cantanti ma ultimamente a contatto col cinema, mentre Catherine Zeta-Jones, nonostante l’età cominci a farsi vedere, dimostra di non aver perduto lo stile e la sensualità mostrate in “Chicago”.

Sesso, amore e Rock'n'Roll. Basterebbe questa frase per ricapitolare brevemente “Rock of Ages”, un inno alla musica rock ambientato alla fine degli anni ’80, un musical che vuole premiare l’amore, il divertimento e la musica del suo genere. Un film onesto che elettrizzerà appassionati e non. Sono pregati di astenersi perciò tutti coloro che pensano che tale musica rappresenti il male o addirittura il diavolo, a meno che non vogliano essere costretti a ricredersi drasticamente.

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venerdì 22 giugno 2012

The Amazing Spider-Man - La Recensione

… previously on Spider-Man
Scontento del risultato di "Spider-Man 3", del quale non aveva apprezzato in primis la scelta dei tre villain, Sam Raimi rifiuta di scendere nuovamente a compromessi con la Sony e di realizzare quindi uno "Spider-Man 4" in tempi strettissimi, entro l’estate 2011. I contrasti tra regista e produzione proseguono per molto tempo senza sosta, arrivando a coinvolgere persino il protagonista Tobey Maguire che al termine dell’ennesima frizione si ritrova ad esser fatto fuori insieme al collega Raimi. L’esclusione dei due pezzi da novanta costringe la Sony a riavviare il franchise e a scrivere una storia obbligata a ripartire da zero ingaggiando un cast d'attori completamente inedito.

Eseguire il reboot di una saga ad appena dieci anni di distanza è un operazione oltremodo incomprensibile, giustificata solo dalla conseguente perdita dei diritti sul personaggio che la Sony avrebbe subito dalla Marvel nel caso in cui avesse deciso di attendere qualche anno in più per riportare l’uomo ragno al cinema. “The Amazing Spider-Man” partiva perciò da una posizione svantaggiata rispetto a quella di qualsiasi altro cine-comic, e non solo perché la trilogia di Raimi era ancora scolpita chiaramente nelle nostre teste ma soprattutto perché era portatrice di una qualità decisamente altissima (terzo capitolo a parte) da eguagliare.

Al regista Marc Webb (“500 Giorni Insieme”) in primis va riconosciuto allora di aver accettato una sfida rischiosissima, che senza via di scampo avrebbe messo a confronto il suo operato con quello del suo predecessore. Sfida in parte vinta, se consideriamo che “The Amazing Spider-Man” per staccarsi il più possibile dal divenire un vero e proprio remake sceglie di concedere molto spazio alla vita affettiva legata alla figura di Peter Parker e principalmente al suo rapporto con la compagna di liceo Gwen Stacy (interpretata da una grandiosa Emma Stone), nuova fiamma e primo vero amore di Parker nei fumetti. La sottotrama romantica che si crea tra i due è istantaneamente coinvolgente e nettamente migliore della vecchia, alcune scelte di sceneggiatura intelligentissime inoltre assicurano di renderla ancor più promettente soprattutto per quanto riguarderà il futuro della storia (destino di Gwen permettendo).

Concepito volutamente sin dall’inizio con sfumature e toni dark, durante la pre-produzione di questo Spider-Man insistevano voci riguardanti un progetto che volesse ricalcare il lavoro fatto da Christopher Nolan con Batman. E’ evidente che quanto detto fosse assolutamente sbagliato visto che i due prodotti non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Il Peter Parker del bravissimo Andrew Garfield ha sicuramente un alone cupo, estraneo rispetto a quello interpretato da Tobey Maguire (e forse l'interpretazione di Garfield è pure un gradino migliore), e il suo convivere in solitudine (nessun migliore amico), tormentato e sostenuto solo da sé stesso, Zio Ben e Zia May lo stacca a sufficienza dall’immaginario in cui eravamo abituati a vederlo, tramutandolo anche in una personalità abbastanza enigmatica. Ma è pur vero tuttavia che la scansione della storia appare comunque troppo fotocopiata: la sceneggiatura scritta da James Vanderbilt, Alvin Sargent e Steve Kloves cambia leggermente le dinamiche dei fatti ma non i passaggi e, a conti fatti, si ha troppo spesso l’impressione di stare a vedere il medesimo compito eseguito da un alunno diverso con la differenza sostanziale di avere di fronte un Peter Parker meno responsabilizzato del precedente.

Di conseguenza la vera e propria innovazione, o la più rilevante almeno, rimane il 3D: appagante durante i salti del supereroe tra i palazzi di New York e maggiormente quando ci viene proposto nelle visuali (poche) in prima persona. Passati dieci anni la tecnologia ha emesso passi da gigante e la modernizzazione è palpabile a livello visivo in “The Amazing Spider-Man”, ciò aiuta a rendere il suo spettacolo a dir poco eccezionale.

Tanto di cappello a Marc Webb insomma per aver realizzato un blockbuster coi fiocchi, nulla di sconvolgente ma intrattenimento allo stato puro di prima categoria. L’unico neo è stato l'esser venuto subito dopo Sam Raimi, una grana che ridimensiona di gran lunga le prospettive del suo film. In finale, per capire meglio dove potrà arrivare questo nuovo Spider-Man, sarà necessario attendere il proseguo della storia, nel frattempo siamo costretti a promuoverlo ma affibbiandogli una piccolissima riserva.

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domenica 17 giugno 2012

Moonrise Kingdom - La Recensione

Nel suo cinema Wes Anderson ha insistentemente manifestato una passione personale verso una cura maniacale della forma.
Il prologo di “Moonrise Kingdom” è l’esempio lampante di quanto il regista curi in maniera leccatissima ambienti e movimenti di macchina affinché il risultato finale delle scene dia sempre l’impressione di rapportarsi il più possibile con una realtà distorta, favolistica se vogliamo. Probabilmente lo fa perché è ciò che ama raccontare, e cioè delle storie da favola ambientate in una società alterata, dove di conseguenza il rigore per la forma di cui sopra non deve assolutamente bilanciarsi equamente con uno stesso rigore per il contenuto, il quale ha bisogno invece di ampia libertà per muoversi slegatamente e dare origine ad avvenimenti molto spesso inverosimili.

In “Moonrise Kingdom” accade allora che due dodicenni amici di penna e segretamente innamorati fuggono, lei da casa e lui dall’accampamento boy scout, per stabilirsi in un bosco ed avviare la loro storia d’amore mai cominciata. La sparizione costringe genitori e squadriglie a mettersi sulle loro tracce e a progettare una bizzarra caccia ai fuggiaschi volta a scompigliare le vite di chiunque né prenderà parte.

E’ una commedia a leggere tinte drammatiche “Moonrise Kingdom” rappresentata con il solito umorismo di fondo tratto indistinguibile del regista de “I Tenenbaum”; un racconto coming of age semplice ed emozionante, dove due ragazzini emarginati sentono la necessità di allontanarsi dal loro mondo e di esplorare la crescita verso l’età adulta. Anderson in questo senso dimostra di possedere una delicatezza invidiabile nei loro confronti costruendo momenti magici e disarmanti (la scena del primo bacio è da antologia) e alternandone altri più ingenui e divertenti, riassumendo così in pochissime scene lo stato effettivo dei piccoli Sam e Suzy.

In questo modo la sua pellicola si eleva spropositatamente, toccando vette di cinema altissime e intrattenendo lo spettatore con l’ironia dispensata dai personaggi caricaturali di contorno. Vediamo quindi un gruppo di ragazzini scout alla ricerca del (non)compagno nerd venir fuori come dei soldati stereotipati ed equipaggiati di pura asprezza; la coppia composta da uno strepitoso Bill Murray e Frances McDormand minacciata dalla relazione segreta di lei con il comandante Sharp interpretato da Bruce Willis e infine il Capo Scout, Edward Norton, alle prese con la sua insicurezza emotiva e l’incapacità a mantener saldo il team di cui è responsabile.

Ogni elemento diventa tuttavia indispensabile per la riuscita perfetta della pellicola, come un mosaico ammaliante perché simmetrico in ogni suo pezzo. “Moonrise Kingdom” è toccante e spiritoso nel modo giusto e al momento giusto, e Wes Anderson dimostra per l’ennesima volta quanto il suo sguardo e il suo interesse nel trattare famiglie bislacche e allargate produca sempre degli effetti piacevoli ed emozionanti.

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giovedì 14 giugno 2012

Amour - La Recensione

Sulla carta "Amour" doveva essere una storia densissima, toccante, tragica e dolce allo stesso tempo.
Il racconto della vecchiaia nella sua forma peggiore, quella della sofferenza di una donna costretta a perdere l’autosufficienza a causa di un ictus che le paralizza tutto il lato destro del corpo, condizione che la porta a diventare subordinata al proprio marito il quale, senza batter ciglio, le promette di prendersi assoluta cura di lei in malattia come in salute. Un amore fortissimo, indissolubile, incapace di affievolirsi neppure di fronte all’enorme dolore ma anche in grado di generare dei risvolti sconvolgenti.

Ma i film, lo sappiamo, non vivono solo sulla carta, e "Amour" sul grande schermo trasmette un effetto completamente differente rispetto alle attese previste. La pellicola vincitrice della Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes irrita, annoia, agonizza, sfinisce, arrabbia. E il merito (o la colpa) di questi scomodissimi effetti è concentrato esclusivamente sulla regia furbesca e arrogante di Michael Haneke.

Il regista austriaco racconta la vicenda concentrandosi su momenti di vita piccolissimi della coppia e usa spesso la tecnica di ripresa a camera fissa per riprendere gli attori (e gli ambienti) da un punto di vista esterno simulando un occhio indiscreto nascosto sulla scena. "Amour" cerca così di scavare nel cuore dello spettatore ponendolo in modo scorretto davanti al dolore (e all'amore) dei suoi personaggi, sceglie di tenere un ritmo molto lento e crea delle sospensioni narrative di difficile digestione. Haneke innalza  momenti forzati e mai emozionanti, ricattatori per chi sta guardando, che teoricamente dovrebbe restare li e sentirsi in colpa nel caso in cui non riuscisse a provare alcun tipo di sentimento.

Perché forse ci vuole un po' di coraggio ad ammettere che in realtà il film di Haneke è una scatola tendenzialmente vuota, dove il regista è primo responsabile della mancata empatia incapace di fuoriuscire dalla pellicola. Di fronte alla delicatezza di certi argomenti allo spettatore medio rimarrebbe più facile commuoversi e non restare indifferente, anche forzando, magari, quelle che sarebbero poi le vere sensazioni, giusto per non sembrare troppo insensibile verso sé stesso e verso gli altri.

Così, se fossimo costretti a salvare qualcosa di "Amour" sicuramente dovremmo attaccarci alle interpretazioni dei due attori protagonisti, Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, entrambi eccezionali a dar vita ai loro difficili e tormentati personaggi. Ma è un dato di fatto affermare che purtroppo nemmeno loro, pur essendo la cosa migliore, sono in grado di tirare su un film interamente privo di anima e colmo di fastidi dal principio fino al suo scontato epilogo.
Una tortura decisamente da evitare.

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giovedì 7 giugno 2012

Project X: Una Festa che Spacca - La Recensione

Il nome di Todd Phillips tra i produttori di "Project X" non figura esclusivamente come una mossa commerciale progettata per promuovere al meglio una pellicola altrimenti priva di attenzione.

Durante la visione infatti è netta la sensazione che il DNA del film provenga dalle idee e dagli spunti allestiti in passato da "Una Notte da Leoni" e che a differenziare i due titoli ci sia solamente la volontà di "Project X" di elaborare, in maniera molto più accurata, le situazioni assurde che in quel contesto furono solamente accennate, sacrificando pertanto un interesse approfondito nei confronti dei suoi personaggi. Lo zampino di Todd Phillips allora lo si nota senza grandissimi sforzi, è sempre li, agitato dietro la macchina da presa, mascherato dalla regia videoclippara dell'esordiente Nima Nourizadeh (alla sua prima esperienza cinematografica) e impegnato a godersi la sfuria sregolata di chi ha capito come ci si sballa veramente.

Ma sebbene sia l'esagerazione dei festeggiamenti a far da padrona e a dar vita ai momenti più incredibili di "Project X", rimane altrettanto coerente dichiarare che il film, oltre ad appartenere alla categoria dei party-movie, porta con sé anche una seconda e leggermente sfumata parentela con la teen-comedy (distinguibile negli istanti iniziali e conclusivi della storia). E allora il motivo che spinge i tre sfigati protagonisti (quattro se contiamo anche il cameraman -inquadrato solo una volta-) ad organizzare la festa più cool di Pasadena diventa la disperata ricerca di una popolarità liceale mai acquisita. Sfruttando il compimento della maggiore età di uno di loro e un giro di passaparola improvvisato e confusionario, il gioco gli riesce alla perfezione, uscendo decisamente fuori dai canoni previsti. Così, gli invisibili della scuola si trovano a dover gestire, nella casa del festeggiato, un esercito di ragazzi e ragazze preoccupati solo a divertirsi e a fare baldoria, in uno scenario inevitabilmente destinato a sfociare nell'apocalisse totale.

Girato con la tecnica del found-footage (in gran voga ultimamente) e ispirato a un fatto realmente accaduto, "Project X" si trasforma nel film più fancazzista mai visto sul grande schermo. La mancanza di solidi contenuti presenti sul fondo, ad esclusione del desiderio di oltrepassare ogni limite e di fare sesso, gli esplicitano l'unica finalità di voler mostrare le possibili conseguenze scatenabili da un'infinita mandria di teenager ubriachi e sotto effetto di stupefacenti. Il risultato è un finale a tinte catastrofiche, senza alcun dubbio la cosa migliore riuscita al film, paragonabile alle migliori sequenze di conflitto tra esercito e alieni portati al cinema negli ultimi anni, con la sola differenza che questa volta a impersonare gli extraterrestri sono esseri umani incontrollabili.

Scritto senza grandi fiammate da Matt Drake e Michael Bacall, il primo impatto col grande schermo di Nima Nourizadeh non è abbastanza sufficiente per fare previsioni sul futuro della sua carriera ma si rivela decisamente perfetto per dare un giusto benvenuto alla stagione cinematografica estiva. Il ritmo incalzante e la durata leggera di "Project X" suscitano quantomeno curiosità nell'apprendere fino all'ultimo istante i pericolosi consigli su come organizzare una festa squilibrata senza precedenti e dagli strascichi spaventosi.

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sabato 2 giugno 2012

21 Jump Street - La Recensione

Phil Lord e Chris Miller portano al cinema la serie televisiva prodotta a cavallo tra gli anni ottanta e novanta "21 Jump Street", nota soprattutto per aver lanciato prepotentemente al pubblico un giovanissimo e ancora sconosciuto Johnny Depp.

Affidata all’inedita coppia d’attori Jonah Hill (dimagrito per l'occasione) e Channing Tatum, la genesi cinematografica del franchise promette di diventare, alla lunga, un progetto molto prolifico. Affiatatissimi sulla scena, i due attori protagonisti incarnano alla perfezione gli stereotipi del nerd sfigato e del bello poco intelligente e realizzano, all’interno di una storia che proprio coi stereotipi vuole giocare, una pellicola molto esilarante e a tratti irresistibilmente divertente.

Compagni ostili alle scuole superiori, il povero Schmidt e il fustacchione Jenko, si ritrovano insieme nella fase di ammissione per agenti di polizia. Il primo abile di mente, il secondo abile di fisico, decidono di unirsi patteggiando una strana amicizia fraterna, simile a un’alleanza di sopravvivenza. Diventati agenti, si rendono conto che il mestiere reale di poliziotto però è molto meno affascinante rispetto a quello riportato nei film e in televisione, e in seguito a una cattura maldestra di alcuni spacciatori vengono riassegnati entrambi al distretto 21 Jump Street, realizzato per arruolare agenti dalle sembianze adolescenziali per poi infiltrarli nei licei e smascherare eventuali criminali. E così la loro missione diventa quella di trovare il distributore di una nuova droga, la “Holy Shit”, talmente potente da poter causare anche la morte di chi l’assume.

Scritto da Michael Bacall e Jonah Hill, col suo canovaccio “21 Jump Street” ha il pregio di riuscire ad accarezzare diversi generi, spaziando da commedia-action a buddy-movie e sfiorando addirittura qualche punta di romanticismo. Lo spazio collegiale in cui la pellicola deve sostare per la maggior parte del suo tempo non si lascia sfuggire l’opportunità di raffigurare anche una generazione giovanile attuale variopinta e squilibrata, calcando molto la mano persino sulla velocità di cambiamento della stessa: ne è scena-testimone il ritorno a scuola di Schmidt e Jenko, convintissimi che dopo sette anni dal loro addio la classe dominante fosse rimasta ancora quella dei bellimbusti prima di doversi ricredere a stento davanti al paradossale dominio nerd.

Complice un ottima sceneggiatura e la scelta di un cast azzeccato, Phil Lord e Chris Miller vincono nell’opportunità di aver portato al cinema una rinfrescata versione di Starsky e Hutch. Le battute ironiche e i momenti spassosi (regalati principalmente da un Ice Cube cliché dichiarato ma funzionante) intrattengono lo spettatore con un ritmo scatenato, facendo volare in breve tempo i cento quaranta minuti della storia. Infine, da non dimenticare, uno straordinario e memorabile cameo di Johnny Depp che, come accennato in apertura, non poteva non prendere (minima) parte alla trasposizione cinematografica di un titolo che, nel bene e nel male, è stato importantissimo ai fini della sua carriera.

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