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sabato 28 luglio 2012

Madagascar 3: Ricercati in Europa - La Recensione

Giungere al terzo capitolo per Madagascar deve essere stato un po’ come aver vinto alla lotteria.
La serie d’animazione di casa Dreamworks infatti si era presentata sulla scena con uno stile umoristico sempre piuttosto debole se paragonato a quello dei suoi concorrenti, sorretti ogni volta da protagonisti effervescenti e vivaci e capaci perciò di mandare avanti un racconto senza il bisogno categorico di aiuti o rinforzi. Le sventure di Scrat, per esempio, ne “L’Era Glaciale”, sono sempre state utilizzate solo e soltanto come valore aggiunto e, seppur esilaranti, non sono mai diventate indispensabili per strappare risate al pubblico, dato che l’esistenza di un personaggio buffo come Syd forniva da solo la comicità e il divertimento necessari. Ma tra Alex, Marty, Gloria e Melman purtroppo non c’era nessuno in grado di interpretare una figura intrattenitiva simile a quella del bradipo e la conferma è arrivata direttamente dallo spazio che i Pinguini hanno dovuto conquistare in fase di avanzamento della serie per garantire quella dose media di umorismo che altrimenti sarebbe rimasta profondamente contenuta.

Tuttavia con “Madagascar 3: Ricercati in Europa” si compie un passo importantissimo ai fini della vitalità del titolo perché si decide di abbandonare il vecchio tipo di regolamento favorendo la caratterizzazione dei comprimari all’ennesima potenza con conseguente alterazione del loro modo di fare e un risalto di cattiveria e scorrettezza poggiato su dei livelli mai azzardati prima. I protagonisti dunque cambiano, esistono ancora ma dividono la scena equamente con le loro “spalle”, mentre i pinguini diventano finalmente un punto quasi fermissimo e assai efficace per convertire l’intera miscela di elementi in un film d’animazione corale e molto piacevole. Scelte intelligenti, scelte coraggiose, scelte vincenti che impiegano poco per suggerire allo spettatore che lo spettacolo che sta guardando non ha niente in comune con il precedente ma questa volta ha intenzione di non porsi né limiti né obiettivi escluso quello di divertire a crepapelle e a qualunque costo. Questo diventa il preludio basilare a sbloccare scene d’azione e di inseguimenti notevolissime che strizzano forte l’occhio a "Matrix" e insieme bastano ad introdurre lo spietato e indomabile capitano-donna-francese Chantel DuBois, nuova villain dal fiuto eccezionale ossessionata dall’acciuffare il leone Alex per tagliargli la testa ed appenderla sul proprio muro di casa.

Per esaltare al massimo le sue potenzialità “Madagascar 3: Ricercati in Europa” ambienta la nuova storia all’interno di un circo in tour per l’Europa con destinazione finale New York. Ma in realtà il vero circo pare riesca a costruirselo con le sue stesse mani innalzando una serie di vicende veramente spassose e inaspettate, impossibili da immaginare se aggrappati ai vecchi standard. L’esecuzione di “Non, Je ne Regrette Rien” da parte del capitano DuBois rimane una delle sequenze che da sole potrebbero valere il prezzo del biglietto; il colpo di fulmine di Re Julien a spese dell’orsa in tutù Sonya (con relativo scompiglio creato tra i centri storici di Roma, lo scherzetto al Papa e i momenti da stravagante love-story) è tra i frame migliori da ricordare, eppure fortunatamente questo terzo capitolo contiene anche molto altro ancora.


I registi Eric Darnell, Conrad Vernon e Tom McGrath hanno compiuto una vera e propria rivoluzione sulla quale deve aver sicuramente avuto i suoi meriti anche la complicità dello sceneggiatore Noah Baumbach (nuovo entrato). Evidentemente un’aria di cambiamento era imprescindibile ma la sua riuscita ha finalmente fatto guadagnare al franchise di Madagascar quella medaglia al valore che prima indossava ma non meritava affatto.


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mercoledì 18 luglio 2012

La Memoria del Cuore - La Recensione

Secondo Leo -il protagonista interpretato da Channing Tatum in “La Memoria del Cuore”- esiste una teoria per la quale ogni vita è definita da momenti di impatto.
Un momento di impatto è quell'occasione in cui hanno origine possibili cambiamenti portatori di effetti diversi, lontani da quelli previsti.
Semplificando, un momento di impatto è un qualcosa in grado di ribaltarti la vita, e per Leo equivale al tamponamento subito in macchina dopo una serata al cinema con la moglie colpevole di avere azzerato la memoria di lei e di averla riportata cerebralmente a quando ancora non conosceva il marito, cancellando, di fatto, ogni singolo attimo della loro appassionante storia d’amore.

Momenti, impatti.
Piccolissimi frammenti capaci di modificare in maniera gigantesca l’andamento dell’intero universo.

Ma nella pellicola diretta da Michael Sucsy, tratta da una storia vera, l’unico universo costretto a subire cambiamenti e a scuotersi è quello appartenente al povero Leo: prima turbato dal risveglio di Paige che lo identifica come uno sconosciuto, poi caparbio nello sperare che il tempo basti a ripristinarle la memoria e infine tenace nel comprendere che l'unica via da percorrere per sistemare le cose è quella della riconquista.

Cosi "La Memoria del Cuore" impiega pochissime battute per diventare un melò a tutti gli effetti, sostenuto da una coppia di attori funzionali alla causa e da una sceneggiatura attentissima a non scivolare mai nello zuccheroso, nello scontato e nel ridicolo, eseguendo il suo compito egregiamente senza l'ausilio di alti ma priva di moltissimi e rischiosissimi bassi. A condire il racconto, e ad affiancare egregiamente il già citato Channing Tatum e l’altra protagonista Rachel McAdams, un cast di contorno composto da Sam Neill e Jessica Lange, rispettivamente il padre e la madre di Paige tornati a prendere la figlia per riportarla a casa, abbandonata in passato dalla ragazza a causa di uno spiacevole episodio dimenticato in seguito al tragico incidente.

Sucsy non perde tempo per affermare che ogni essere umano è la somma dei momenti che ha vissuto, degli eventi inaspettati responsabili di aver alterato il corso della sua vita, e che di conseguenza anche solo la perdita di una parte di questi momenti può bastare a ridefinire radicalmente l’esistenza di un intero individuo. Il suo presupposto però è un preludio rivolto a rinforzare un secondo concetto, il fondamentale, e cioè che per ritrovare noi stessi, quella di fermarsi e aspettare non è l’unica strategia disponibile poiché basta ricominciare a camminare dal punto in cui ci è stato permesso di ripartire per renderci conto che i percorsi che abbiamo intrapreso non sono stati il frutto della casualità.

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sabato 14 luglio 2012

Biancaneve e il Cacciatore - La Recensione

Secondo adattamento libero nello stesso anno per "Biancaneve e i Sette Nani", l'intramontabile fiaba firmata fratelli Grimm datata 1812. A rispondere alla versione allegrotta con Julia RobertsLily Collins e Armie Hammer , presentata da Tarsem Singh solamente pochi mesi fa, ci pensa il regista debuttante Rupert Sanders con una trasposizione dark che per controbattere la sorellastra si avvale delle presenze di Kristen Stewart, Charlize Theron e Chris Hemsworth.

Biancaneve e il Cacciatore” però, già dal titolo, suona un po’ come una mossa ad inganno, un tentativo forse disperato, forse ingegnoso, rivolto a smuovere curiosità nei confronti di una storia talmente eterna che, per quanto rivisitata, sembra aver esaurito oramai ogni minimo fattore di interesse.

Non c’è nulla di nuovo all’orizzonte infatti in questa nuova rappresentazione ma esclusivamente delle scelte obbligatoriamente differenti eseguite per diversificare il percorso verso un risultato assai noto. Sanders è bravo allora quando gli si chiede di valorizzare il versante visivo della sua pellicola e lo vediamo spesso prendere spunti da “Il Signore degli Anelli”, nei momenti in cui c’è da innalzare scenari naturalistici obiettivamente affascinanti e incantati, e da “Harry Potter”, quando nella foresta oscura ci propone un atmosfera e delle creature molto simili ai Dissennatori. Dove esibisce tuttavia la sua inesperienza cinematografica è nell’incapacità a mantenere il ritmo della sua storia su dei livelli medio-alti. L’esperienza nel campo pubblicitario, da cui Sanders arriva, evidentemente sarà stata determinante in questo frangente e “Biancaneve e il Cacciatore”, dopo una partenza molto promettente affidata a una caricata ma perfetta Charlize Theron si affievolisce e soffre non appena passa lo scettro in mano alla coppia Kristen Stewart-Chris Hemsworth. I due non riescono a fornire lo stesso impulso di coinvolgimento erogato dalla regina Ravenna e in poco tempo riducono l’intera favola a una poltiglia di monotonia angustiante.

Ma c’è anche un non-so-che di ridicolo in “Biancaneve e il Cacciatore”, alcune scelte relative alla caratterizzazione dei personaggi e della trama che paiono essere state inserite appositamente per restituire al tutto una componente ironica velata. Armare il personaggio di Chris Hemsworth con un’ascia significa per forza risvegliare nello spettatore il suo vecchio mito di Thor, in questa circostanza mortale e ubriaco ma comunque ancora battagliero e pericoloso. Per la Biancaneve di Kristen Stewart invece viene tessuta una tela amorosa ambigua che insinua un tacito duello tra i due pretendenti e che riporta alla mente lo stesso triangolo di cui lei era protagonista in “Twilight”, ma fortunatamente, questa volta, si decide di non elaborarlo abbastanza da applicargli una conclusione definitiva.

Far indossare a Biancaneve un’armatura e averla spostata dal quel ruolo di indifesa in cui era stata partorita per incastrarla nel ruolo di guerriera, non pare essersi dimostrata in fondo un’idea così interessante. Saremo felici quindi se da ora in avanti si lasciasse che il suo mito riposi sereno e smettesse di essere riproposto nei più disparati modelli ipotizzabili. La fiaba dei fratelli Grimm è una e una sola, chiunque abbia intenzione di rivederla è bene ci ripensi.

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giovedì 12 luglio 2012

La Leggenda del Cacciatore di Vampiri - La Recensione

In originale era "Abraham Lincoln: Vampire Hunter" il titolo dell'ultima pellicola diretta dal regista russo Timur Bekmambetov. Un dettaglio tralasciato nella distribuzione italiana ma rilevante per sapere quanto quel cacciatore descritto nel nostro titolo non sia affatto un cacciatore qualunque o un ultimo arrivato.

Servendosi della sceneggiatura scritta da Seth Grahame-Smith, autore anche del romanzo da cui è tratto il film, Bekmambetov tenta di realizzare un operazione analoga a quella intrapresa da "X-Men: L'Inizio" e "Captain America: Il Primo Vendicatore" e cioè mischiare la fantascienza alla storia reale, utilizzando una figura come quella del sedicesimo presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, e immettendola in un contesto in cui questa è costretta a reinventarsi ammazzavampiri seriale -con tanto di accetta come arma preferita- alla ricerca di vendetta a causa della morte della madre.

Mettendola su questo piano non sembrerebbe neppure tanto male il progetto de "La Leggenda del Cacciatore di Vampiri" e se a dirigere è il cineasta di "Wanted", e a produrre un certo Tim Burton, il primo pensiero lascerebbe intendere almeno ad un onesto e sano prodotto di puro intrattenimento. Bekmambetov però questa volta sbaglia il pedale di sfogo, lesinando molto sulla sua arma migliore a disposizione, l'azione trash, e favorendo l’appoggio su una sceneggiatura scritta in maniera molto approssimata e caotica. Il risultato allora è un lavoro che si accartoccia continuamente su sé stesso, faticando a trovare una precisa identità e che procede con infiniti alti e bassi alla lunga solo penalizzanti.

A non aiutare l’insieme, specie nei momenti più ragionati, c’è la mancanza di un attore carismatico in grado di sostenere da solo il peso della scena. Benjamin Walker nel ruolo di Lincoln si lascia notare esclusivamente per la sua somiglianza con l’attore Liam Neeson e per un viso molto pronunciato, perfetto per essere contrapposto a quello dolcissimo e angelico dell'incantevole Mary Elizabeth Winstead. Il suo spazio gli viene rubato costantemente da chiunque si trovi al suo fianco, in primis un Dominc Cooper detentore del personaggio sicuramente più interessante della trama.

La Leggenda del Cacciatore di Vampiri” dunque non brilla mai e non riesce nemmeno a giocarsi al meglio le poche carte a disposizione. Persino il 3D, che in apertura figurava utilizzato intelligentemente, somministrando profondità alle immagini, si va perdendo nella confusione di una pellicola che non ha mai compreso quali fossero le vere finalità per le quali sia dovuta passare dalla carta allo schermo.


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