IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

martedì 30 ottobre 2012

La Stellare Walt Disney

E' una notizia sensazionale quella rimbalzata nelle ultime ore. La Walt Disney Company ha acquisito per oltre quattro miliardi di dollari la LucasFilm Ltd. Evidentemente avere assorbito in passato il colosso Pixar e quello Marvel non era bastato alla casa madre di Topolino e aver preso possesso anche della creatura di George Lucas adesso sta aprendo uno degli scenari più incredibili dei prossimi anni. La Disney infatti ha già pianificato la realizzazione di "Star Wars - Episodio 7" entro il 2015. Avete letto benissimo, Episodio 7. Ovviamente non si conosce ancora la trama ma stando a quello che sta viaggiando in rete l'episodio in questione dovrebbe portare avanti la saga con dei veri e propri sequel legati alla trilogia terminata nel 1983. L'ipotesi che da qui possa nascere un'altra trilogia è da prendere in seria considerazione ma per adesso intanto accontentiamoci della certezza che le spade laser torneranno presto al cinema sotto il marchio e la garanzia firmata Walt Disney.

domenica 28 ottobre 2012

007: Skyfall - La Recensione

Difficile credere sia solo questione di casualità, è molto più facile pensare il contrario, sta di fatto che la ricorrenza dei cinquant'anni di James Bond in "Skyfall" si sente tutta, eccome. In questo ultimo capitolo non si perde mai occasione di celebrare il mito di un personaggio giunto cinematograficamente al mezzo secolo di vita e che, a conti fatti, ha conservato integralmente tutto l’appeal e l’affetto guadagnato da parte del (suo) pubblico.

Ed è proprio il tema del tempo (e dell'età) in "Skyfall" a considerarsi, per certi versi, quello principale, poiché viene calcolato ed esteso in maniera velata e altresì palpabile per tutto lo sviluppo della trama. Il ventitreesimo James Bond spunta allora come una cesura eseguita con lo scopo di segnalare il cambiamento di un epoca, la stessa sulla quale fino ad ora si era mosso autoritario e forte il famoso agente doppio zero. E' l'intera storia a venire edificata su queste basi a partire dalla pensione anticipata infierita a "M" (Judi Dench) ritenuta, in seguito alla morte di Bond, non all'altezza di un servizio che ora ha bisogno di essere rivisto e aggiornato. Lo si notifica forte e chiaro: questa è un era in cui i conflitti non si vincono più sul campo, dove la tecnologia e l'informatica crescono smisuratamente a vista d'occhio e dove è sufficiente stare seduti in pigiama sul divano di casa per creare panico e scompiglio da qualsiasi altra parte del pianeta.

Bond ha capito che il mondo a cui era dedito è cambiato, sa benissimo che lui è un superstite del vecchio e sopravvivere nel nuovo è probabilmente la missione più dura da dover superare. In "Skyfall" lo vediamo morire vittima del suo stesso sistema, negarsi ai suoi doveri e, solo per puro patriottismo, risorgere dalle ceneri e tornare operativo per la Gran Bretagna. Ma non è il vero Bond, è una brutta copia di quello che conoscevamo: barba incolta, pessima mira, affaticamento fisico, paura. Gli serve tempo per tornare a credere in sé stesso, per arrivare all'auspicata scena laddove una doverosa sbarbata eseguita “alla vecchia maniera” - quindi con un rasoio - dalla collega Eve (Naomie Harris) fa esclamare a quest’ultima l’azzeccata frase ad effetto: “Ecco, ora sei in parte!”.

Perché di significati doppi o celati la pellicola diretta da Sam Mendes né ha in abbondanza e li usa intelligentemente per rafforzare i concetti di cui è ambasciatrice e per accrescere la dose di humour senza la quale lo stile dell’agente segreto non sarebbe riconoscibile. Per quanto si cerchi di tenere a freno la faccenda, inoltre, esistono addirittura dei punti di contatto che uniscono trasversalmente "Skyfall" al "Il Cavaliere Oscuro" e si concentrano prevalentemente nella costruzione del villain Silva interpretato da un magnifico e straripante Javier Bardem. La sequenza che lo vede imprigionato temporaneamente nella cella trasparente del quartier generale dei servizi segreti fa il paio con quella del Joker intrappolato in carcere nel secondo capitolo della saga di Christopher Nolan e i risvolti della scena in questione, uniti anche a un pre-finale che ci riporta alle origini scozzesi del personaggio creato da Ian Fleming e poi nei sotterranei nascosti della sua antica dimora, non fanno altro che aumentare le affinità evidenti tra i due franchise.

Di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima ma tuttavia 007 al cinema non smette mai di appassionare e scatenare gli spettatori. C’è ancora qualcuno che fa fatica ad accettare Daniel Craig per il personaggio che interpreta, eppure bisogna ammettere che durante il suo corso ha già assestato con l'ottimo "Casino Royale" e questo epico “Skyfall” due colpi su tre notevolissimi per la filmografia dell'agente segreto. Che sia bravura o fortuna poco importa, quello che conta è che il mito di Bond continui a viaggiare col vento in poppa, perché per quanto i tempi possano cambiare c'è una certezza a rimanere immutata: "ogni tanto un grilletto deve essere premuto".

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mercoledì 24 ottobre 2012

Argo - La Recensione

Nel 1979 dei militanti iraniani assalirono l’ambasciata statunitense di Tehran per protestare contro la mancata estradizione dello Scià-dittatore Mohammad Reza Pahlavi da parte dell’America. Tra le decine di americani presi in ostaggio, sei riuscirono a fuggire e a trovare asilo presso la casa dell’ambasciatore canadese Ken Taylor. La fuga però mise i rivoluzionari iraniani alla ricerca delle loro tracce provocando il forte rischio che, una volta ritrovati, questi potessero venire catturati e poi giustiziati. La CIA allora incaricò il suo uomo migliore, Tony Mendez, al fine di organizzare il piano di recupero meno rischioso ma più efficace per riportare i sei fuggitivi sani e salvi nel loro paese. La migliore cattiva idea (cit.) che veni in mente a Mendez fu inscenare una falsa produzione cinematografica in esplorazione a Tehran per dei sopralluoghi riservati alle riprese di “Argo”, un finto film di fantascienza.

Il Ben Affleck regista prende coscienza delle sue ottime capacità mostrate dietro la macchina da presa e alza l’asticella di difficoltà affrontando un progetto ambiziosissimo con maestria e sicurezza. “Argo” è una storia assurda ma vera, che nonostante i suoi trent'anni di età porta ancora con sé degli strascichi connessi al nostro presente, o meglio, a quello del suolo americano. Affleck si incarica di raccontare la nascita, lo sviluppo e la riuscita di quella missione, prendendosi la responsabilità di non trascendere la realtà e di rimanere il più fedele possibile a ciò che è accaduto.

La cercata rigorosità si tramuta tuttavia in un arma a doppio taglio per il regista, qui anche attore protagonista: l’aspetto documentaristico e formale coltivato per gran parte della pellicola genera un flusso di narrazione dal dinamismo molto composto, il quale subisce una repentina accelerata, invece, nella fase in cui “Argo” deve affrontare la parte legata al sistema hollywoodiano e alle sue metodologie. L’entrata in scena dei meravigliosi personaggi interpretati da John Goodman e Alan Arkin, la loro energia e la loro satira, rivitalizzano improvvisamente uno scenario fino a quel momento sostenuto, concedendo al film un respiro gradevole e divertente, analogo a quello delle migliori commedie irriverenti. Ma questo cambio di marcia non può chiaramente rimanere vivo troppo a lungo se l’obiettivo primario della storia resta l’esposizione effettiva della vicenda, ed infatti, non appena la missione Argo entra in corso d’opera, la pellicola si riassesta su frequenze più moderate e in linea con quelli che erano i suoi piani. Si viene a creare quindi uno squilibrio cospicuo di assorbimento, tangibilissimo allo spettatore che nel frattempo si stava abituando ad una forma incalzante di fruizione, la stessa che da quel momento non sarà più la benvenuta e dovrà lasciare il passo a un trattamento nuovamente rigido e compassato.

E’ un thriller politico piuttosto solido e di buonissima fattura “Argo”, su questo dubbi a riguardo non ce ne sono assolutamente, eppure la sua storia da l’impressione di aver potuto calzare una potenza cinematografica assai maggiore rispetto a quella che Affleck, in ultimo, è riuscito a restituirgli. Un’aggiuntiva manciata di suspance e azione senz’altro non avrebbe guastato, come allo stesso modo avrebbe fatto comodo non dimenticarsi della fantastica coppia Goodman-Arkin, che già da sola vale il prezzo del biglietto. Evidentemente un dubbio sul non trascendere la realtà per un secondo Ben Affleck lo deve avere avuto, e magari, chissà, visti gli effetti era il caso di dargli ascolto.

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martedì 23 ottobre 2012

Viva l'Italia - La Recensione

Gli si era contestato di aver fatto una storiella troppo alla "volemose bene" a Massimiliano Bruno quando esordì con il suo primo lungometraggio cinematografico. Un'accusa troppo severa in quel frangente, perché "Nessuno mi può Giudicare" era una commedia piacevole e spensierata, e seppur vittima di un finale troppo comodo e leggero, sapeva fare benissimo il suo lavoro basilare: dar vita a risate.

Purtroppo per lui, stesso discorso non gli si può accordare con "Viva l'Italia", dove Bruno non molla e si tiene stretta la sua tanto cara commedia fatta di gag e buoni sentimenti ma stavolta la utilizza per farci quello che ultimamente è diventato un must nel nostro cinema: raccontare la condizione attuale dell'Italia.

Niente più spensieratezza allora, ridere si ma riflettere pure. Ciò nonostante, è pur vero che ci sono modi e modi di utilizzare questa formula, di punzecchiare lo spettatore e di solleticarlo con la comicità mentre si tenta di accendergli il cervello. Quello scelto da Massimiliano Bruno è decisamente il meno incisivo e rende "Viva l'Italia" una commedia singhiozzante e non all'altezza di trattare gli argomenti di cui si fa carico al livello pungente che a lei piacerebbe.

Il politico che ruba, i raccomandati, il precariato, i corrotti, la malasanità: tutto il male ipotizzabile viene rappresentato e sviluppato nella maniera più caricata e superficiale possibile all'interno della seconda fatica del regista romano. La pellicola è paragonabile a uno di quei libri "For Dummies" con oggetto di copertina "L'Italia di Oggi". Ciò la rende un prodotto per distratti, dormienti, per chi ancora non si è reso conto di cosa sta succedendo nel paese in cui vive e per chi non è a conoscenza di nessuno dei fatti di cronaca degli ultimi anni, il che, sinceramente, risuona abbastanza difficile da poter credere.

Non fosse abbastanza, è persino la sceneggiatura ad abbracciare la banalità e a riversarsi per la seconda volta in una conclusione uguale e identica a quella della sua primogenita, e se in quel caso coerenza poteva esserci, in questo l'opzione del tarallucci e vino ha più un gusto di eccessiva bonarietà e mancanza di coraggio. Tra l'altro è un peccato aver visto bruciare il buon input di partenza nel quale si ironizzava su quanto, leggendo la costituzione italiana, questa oggi avesse perso vigore in parecchi dei suoi fondamentali articoli.

Massimiliano Bruno compie quindi un pastrocchio provetto, alternando disorganicamente risate e impegno e consegnando il suo lavoro con una discutibile chiusa sulla verità come unica fonte di salvezza per il paese. Il risultato è un film a tratti godibile così come irritante, dove gli attori sanno fare bene il loro compitino (ma il bis del Papaleo post-Moretti non è all'altezza) ma l'armonia di contenuti a cui si stava aspirando non viene mai trovata, al contrario, invece, delle abbondanti stonature fastidiosissime che si ripetono durante l'esecuzione.

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mercoledì 17 ottobre 2012

Il Comandante e la Cicogna - La Recensione

Si tratti di dramma o di commedia, in questo momento il cinema italiano sente il bisogno dirompente di raccontare la crisi sociale che sta attraversando il nostro paese. C’è chi la affronta di petto, chi la spia dal binocolo e chi tenta di difendersi da essa proteggendo i propri valori, ad ogni modo l'esistenza di un periodo particolarmente corrotto è divenuta una realtà talmente ingombrante da non poter essere tralasciata in alcun caso.

Silvio Soldini - messe da parte le parentesi drammatiche di "Giorni e Nuvole" e "Cosa Voglio di Più" - sceglie quindi di fare ritorno alla commedia in un lasso di tempo in cui il trattamento dei toni leggeri non può altro che avere un sapore agrodolce se non addirittura amaro. Ridere spensieratamente si è fatto mestiere impraticabile, se non proibito, e "Il Comandante e la Cicogna" questo lo sa benissimo e perciò neppure prova a metterlo in atto. Guardarci dall'alto sembra essere l’unica soluzione per trovare il bandolo della matassa, per recuperare quella visione ad ampio spettro che in questa volgare confusione ci è impossibile inserire ma che non manca invece alla cicogna del titolo, simbolo per eccellenza, non a caso, della (ri)nascita.

Cosa penserebbero i grandi storici del passato (da Garibaldi, a Verdi, a Leopardi) se potessero vedere oggi come si è ridotto il nostro paese? Nel suo film Silvio Soldini se lo chiede e prova anche a fornire delle risposte, andando a pescare più volte le statue sparse per la città e assegnando loro una voce fittizia che li aiuti ad esprimersi a riguardo. Chiaramente le parole spese non sono certamente parole di conforto ma quelle di chi rimpiange la fatica e i sacrifici fatti per consegnare infine questa penisola ad un popolo immorale, irresponsabile e egoista come quello attuale. I veri protagonisti, quelli che si muovono in questa giungla (come la chiama il personaggio di Luca Zingaretti), rappresentano, dal canto loro, sfaccettature e costumi chiamati ad incarnare l’istantanea di questa società. C’è l’idraulico onesto con due figli da accudire e nessuna donna al fianco (Valerio Mastandrea), “forzato” a collaborare con la delinquenza per restituire dignità alla sua famiglia; c’è l’aspirante pittrice disoccupata (Alba Rohrwacher) che per sopravvivere deve piegare il suo talento alle richieste della committenza; c’è l’avvocato bastardo (Luca Zingaretti) che aiuta i mascalzoni a farla franca e, infine, c’è persino chi da questo marasma ha deciso di prendere le distanze e di uscirne fuori completamente: un grottesco ma efficacissimo Giuseppe Battiston.

Il Comandante e la Cicogna” allora si assorbe allo stesso modo in cui viene assorbito l'ascolto di una sveglia di prima mattina, una sveglia dalla melodia piacevole ma che non sa perdere comunque la spontanea funzione di infastidire chi sta dormendo profondamente. Soldini spinge per ricordare quanto il risveglio da intraprendere debba essere cosa immediata perché l’impegno da onorare ormai è urgentissimo. E a questo punto quella di vederci sullo schermo, forse, sembra la prospettiva migliore per rendersene conto.

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giovedì 11 ottobre 2012

ParaNormaN - La Recensione

"I geek ci salveranno". E' il grido di vendetta che "ParaNormaN" porta con sé per esaltare sapientemente la figura del bambino emarginato, lo strambo del quartiere reso oltremodo speciale dal sesto senso che gli consente di vedere e di parlare con i morti.

Norman ricorda per capacità il famosissimo bambino del film con Bruce Willis e per integrazione e aspetto un personaggio dei migliori film di Tim Burton. La famiglia non lo appoggia, così come nessuno della sua città, l'unico che pare essere interessato a stringere amicizia con lui è un ragazzino cicciottello anche lui preso di mira dai bulli della scuola. Ma tutto cambia quando il suo grande dono diviene improvvisamente ricercato per debellare una maledizione che si scaglia sul suo quartiere riportando in vita un gruppo di Zombie terrificanti. Non esiste arma capace di annientarli, a parte l'umanità e l'innocenza che ora sembra risiedere esclusivamente nella forza di un bambino che proprio dalle sue paure ha imparato a non arrendersi e a reagire.

Si apre con un omaggio piuttosto esplicito a "La Casa" di Sam Raimi "ParanormaN", con il protagonista che ammira seduto davanti alla tv un horror splatter e divertente. E' una scelta che serve ad intendere rapidamente il tipo di impronta che vuole indossare la pellicola, spiccando unica ed innovativa all'interno della vasta gamma di possibilità che sta offrendo (e ha offerto) l'animazione negli ultimi anni. Diretto da Chris Butler e Sam Fell, e realizzato con la tecnica dello stop motion, "ParaNormaN" sfrutta le proprie carte a disposizione con astuta intelligenza e si lascia perdonare quindi da una partenza forse un po’ troppo sostenuta e noiosetta che spinge fino alla prima svolta della storia. Le trovate originali ed esilaranti non mancano, su tutte una spettacolare scena-suspance con protagonista un distributore di merendine e la soluzione di rappresentare una razza umana colma di stereotipi e di gente senza cervello abituata a vivere foderando la propria vera natura, smascherata poi dinanzi al minimo, sovrastante pericolo.

La Laika Entertainment sfodera un’altro colpo singolare e degno di nota ma stavolta lo assesta lievemente con meno convinzione rispetto a quanto fatto in passato. “ParaNormaN” è un horror ironico che sa simpatizzare molto bene con lo spettatore - e per questo è bravissimo a portarsi a casa un gradito risultato - quel che all'opposto non gli riesce invece è di incidere nella mente (o nel cuore) una traccia realmente indelebile. La conclusione facilona tirata giù in compagnia di una morale sempliciotta di certo non aiuta a coprire questa mancanza, soprattutto perché arriva in pesante contrasto con un lavoro che fino a quel momento era sembrato esser destinato più ad un pubblico adulto che ad uno per bambini.

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domenica 7 ottobre 2012

Tutti i Santi Giorni - La Recensione

Tutti i Santi Giorni” è, molto semplicemente, una commedia romantica.
Eppure sarebbe indecoroso liquidare con questa brevissima frase una pellicola che invece meriterebbe singolare attenzione, soprattutto per come riesce a trasformare quel “semplicemente” in un qualcosa di assai più articolato e multiforme.

Paolo Virzì - supportato in sceneggiatura dall'imprescindibile amico Francesco Bruni e da Simone Lenzi - ribadisce che al momento, in Italia, è lui il regista migliore a cui far riferimento quando si ha tra le mani una commedia appassionante da voler raccontare. “Tutti i Santi Giorni” è un film essenziale, che non vuole ingarbugliarsi né in tematiche particolari né in osservazioni su argomenti recenti, ma esclusivamente accentrarsi sull'improbabile storia d’amore di una coppia capace di difendersi dalle traversie e dagli imprevisti che la realtà gli ha prescritto, qualunque essi siano. Tutto il resto rimane in profondità, sullo sfondo, lo stesso della Roma popolare in cui vivono Guido e Antonia: lui toscano introverso e dedito alle lingue antiche che si arrangia lavorando in albergo come portiere di notte, lei siciliana sanguigna e ribelle impiegata di giorno in un autonoleggio e di sera nei locali romani, dove coltiva l’aspirazione di cantautrice. Diversissimi tra loro ma fatti l’uno per l’altra. Uniti da un rapporto lungo sei anni che nonostante la routine fila ancora come agli albori, almeno fino a quando non viene scosso dal desiderio dei due di avere un bambino che sembra però non volere arrivare.

Ispirato liberamente al romanzo “La Generazione” di Simone Lenzi (non a caso intromessosi nella scrittura del film) l’ultimo lavoro di Virzì è un opera che vive prevalentemente di atmosfera. E’ brava a crearsela ed è brava a gestirserla in maniera costante, supportata da una scrittura impeccabile dei protagonisti interpretati da un grandissimo Luca Marinelli e da un altrettanto bravissima Federica Victoria Caiozzo. “Tutti i Santi Giorni” diverte, strugge, commuove, fa riflettere, unicamente conquistando lo spettatore con la sensibilità dei sentimenti che racconta e con la purezza degli stessi.

Scava dritto al cuore Paolo Virzì, ed è un compito che gli riesce con una spontanea naturalezza. Da lodare il processo con cui è in grado di attribuire essenza e anima alla sua gemma velata, arrivando infine a conquistarsi praticamente il compiacimento di chiunque. Il passo successivo a “La Prima Cosa Bella” allora è una seconda meraviglia, più piccola, più timida forse, ma non per questo meno preziosa.

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mercoledì 3 ottobre 2012

Total Recall: Atto di Forza - La Recensione

Un rimprovero che proprio non si può fare a Len Wiseman e al suo remake di “Atto di Forza” è di voler cercare un confronto, impari tra l'altro, con il film di Paul Verhoeven. Se una furbizia c'è stata in questa operazione di resuscitare il film cult degli anni novanta è stata proprio quella di seguire un tracciato staccato e distinto, ed evitare così, ove possibile, ogni sorta di paragone con la versione storica smodatamente incensata.

Era già molto pesante portare addosso solamente il marchio di quel film, il nome, una grande responsabilità secondo alcuni e una mancanza di rispetto secondo altri. Ma al di là di quello che pensavano i fan, l’opportunità di vedere un nuovo "Total Recall", rielaborato e aggiornato a vent'anni di distanza dall'originale, si insinuava quantomeno come un operazione interessante e affascinante, oltre che provocatoria. Wiseman però dà il presentimento di essere stato il primo a non aver avuto la capacità di scrollarsi di dosso le chiacchiere e le pressioni generate da questa iniziativa, e a noi ci bastano veramente pochissimi istanti per comprendere quanto la sua pellicola abbia assorbito interamente tutte le insicurezze e le angosce del suo regista. Dalla prima all'ultima goccia.

Perché questo "Total Recall: Atto di Forza" non trova mai la giusta fiducia in sé stesso, parte e procede con una fiacchezza fisiologica che lascia intendere insistentemente al peggio, e in nessun caso fornisce segnali di una possibile ripresa di slancio. Colin Farrell ci crede, si impegna intensamente per non far rimpiangere Schwarzenegger e per imporsi attore di rilievo in un action-movie, ma per quanto i suoi sforzi siano apprezzabili è il territorio che lo circonda ad essere integralmente instabile. Kate Beckinsale in tutina aderente nera - per quanto affascinante - appare robotica e stereotipata: la sua interpretazione di Lori, pur avendo un minutaggio maggiore rispetto a quella di Sharon Stone resta comunque meno memorabile, intrappolata troppo a lungo nella parte ristretta di donna letale e spietata. Di Jessica Biel rimane la bellezza, ma parlare di presenza sarebbe eccessivo: poco partecipe e poco utile, inoltre protagonista insieme a Farrell di un bacio fuori luogo dissonantissimo. Per farla breve, l'esiguo coraggio mostrato in fase d’avvio "Total Recall: Atto di Forza" se lo brucia man mano per strada, andando a puntare su scelte poco coraggiose e dimenticandosi di quelle che viceversa sarebbero potute diventare punti di forza.

Se sparare battute infelici a raffica su un finto matrimonio stanca rapidamente lo spettatore, la decisione di non approfondire quella che era stata la materia migliore della storia - cioè la vicenda di un uomo insoddisfatto della monotonia e amareggiato dai rimpianti che all'improvviso si trova a realizzare il sogno della sua vita scoprendosi agente segreto – lo rattrista vivamente. Premere su questo ritaglio e ispezionarlo con la dovuta intelligenza avrebbe donato al lavoro di Wiseman sicuramente un destino più fortunato. Invece la pellicola si accartoccia gradualmente, si perde, perdendosi anche l’attenzione dello spettatore nel momento risolutivo cruciale, con un allestimento di chiusura approssimativo e confusionario a tal punto da richiamare un estraniamento e far gridare all'interruzione per estremo imbarazzo.

Malgrado ciò Wiseman la percezione (ma solo quella) di avere avuto in mano tutti gli elementi per realizzare un "Total Recall" inedito e considerevole l'aveva anche data, ma qualcosa gli deve essere chiaramente sfuggito di mano, e non solo l’aver lavorato con una sceneggiatura non all'altezza. In ogni caso la baracca gli è violentemente crollata addosso, priva di qualsiasi misericordia, e il suo tentativo pretenzioso, magari, adesso sente davvero il veemente bisogno di venire dimenticato il prima possibile.

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