IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 30 dicembre 2012

La Migliore Offerta - La Recensione

Ripartire non sarà stato facile per Giuseppe Tornatore.
Lasciarsi alle spalle il lavoro mastodontico di “Baaria”, consapevole di non essere riuscito a raggiungere le aspettative qualitative anteposte e di non esser rientrato neppure della cospicua somma investita (oltre i venticinque milioni di euro), non era affatto compito agevole, considerando, altresì, il peso che ciò gli avrebbe comportato per la realizzazione di ogni progetto a seguire.

La prima azione da fare allora era rialzarsi da terra e riprendere a camminare, sapendo che ora davanti a lui non avrebbe trovato più la solita disponibilità e fiducia ma solamente paura e molta diffidenza. Sensazioni, se vogliamo, che il regista siciliano ha portato con sé fin dentro a “La Migliore Offerta”: opera definita da lui personalmente come una storiellina schematicamente elementare nata dall'unione di due soggetti che da anni stava cercando di sviluppare singolarmente ma che invece, solo quando sovrapposti tra loro, hanno trovato all'istante la strada per diventare sceneggiatura pronta per il cinema.

Di sicuro il modo in cui è stata poi lavorata questa sceneggiatura, come è stata arricchita e, da un certo punto di vista, perché no, “gestita”, portano le premesse per un indiscusso rilancio non solo a livello nazionale per Tornatore. Geoffrey Rush, Donald Sutherland e Jim Sturgess sono nomi di un certo livello (specie i primi due) e la misteriosa storia di un battitore d’asta rigoroso e alienato dal mondo che perde la testa per una ragazza affetta da agorafobia che desidera vendere le opere della sua famiglia senza mai uscire dal suo rintanato spazio segreto, fornisce quell'impronta a metà fra mistero e thriller che incuriosisce e trascina. Ma “La Migliore Offerta”, sebbene possa sembrare al termine unicamente una storiellina melodrammatica, non esaurisce le sue virtù così velocemente dopo la sua (non) risoluzione: i paralleli allestiti tra arte e umanità (intesa anche come sentimenti) che si scontrano, abbracciano e respingono in continuazione, restano scolpiti e muovono la mente dello spettatore oltre il processo compiuto dalla parabola del protagonista Virgil.

Quello di Tornatore è un film imperfetto, che si permette il lusso di stimolare vari argomenti senza magari prendersi la briga di approfondirli tutti, lasciandoli però li, a galla, a discrezione dello spettatore, che può continuare a scrutarli come a ignorarli. Ne deriva una pellicola solidissima nella sua prima parte ma anche parecchio frammentaria nella seconda, quando inizia a soffrire il bilanciamento della scena che passa dall'essere occupata esclusivamente dal personaggio di Rush all'essere condivisa assieme al personaggio della venditrice astratta interpretata da Sylvia Hoeks. Poiché è proprio lo svelare il mistero, l'abbattere quel muro tenacemente innalzato, a dissaldare ciò che era stato prima il collante principale dell’intera giostra: l’ambiguità, provocando quindi dei segni di cedimento, che per fortuna pur percepiti costantemente, riescono sempre a venire schivati.

Miscelando thriller e melò Tornatore fatica perciò a trovare il modo di rendere la sua (doppia) opera un composto omogeneo. Gli riesce meglio seminare briciole di messaggi, alcuni elementi che a una prima visione rimangono incompiuti ma che, se riesaminati col senno di poi, potrebbero trovare uno scopo ben preciso. Eppure la pellicola - con più di qualche difetto - convince, e gran parte del merito è da attribuire ad un Geoffrey Rush eccellente che riesce a staccarsi dallo schermo e a rendere il suo Virgil da automa a essere umano, con tutto ciò che questo gli comporta in termini di sofferenza e di emozioni.

Trailer:

sabato 29 dicembre 2012

Top 20 Movies of 2012 - Part Two


Avete avuto tempo e modo di leggere la prima parte della mia Top 20 - 2012. Ebbene adesso è giunta l'ora di completare l'opera, di far scendere in campo l'ultimo spaccato, coloro che metteranno il punto a questo ennesimo anno cinematografico. Questa è la mia Top 10, i dieci film che meglio hanno saputo fare il loro dovere.

INGLORIOUS CINEPHILES: Top 20 Movies of 2012 - Part Two

10 - Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno
Il capitolo meno riuscito della trilogia Nolaniana. Corposo, vasto, imbottito di troppe sottotrame. Christopher Nolan non voleva lasciare rimpianti prima di mettere la parola fine alla sua storia d'amore con Batman ma la durata ampia di centosessantacinque minuti non era sufficiente per trattare a dovere tutto quello che lui avrebbe voluto. Serviva di più, forse dividere il finale in due parti. Non ha voluto farlo: pazienza. Il lavoro globale, inteso per tutti e tre i film, però resta enorme, intelligente, unico. Un posto importante quindi se lo merita tutto.

09 - Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato
Un'altro grande del cinema recente: Peter Jackson. "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato" entra in classifica perché è probabilmente il film più innovativo dell'anno. La tecnologia HFR 3D è assolutamente da provare, fornisce una sensazione stranissima, diversa dalla solita a cui siamo abituati al cinema, è un esperienza visiva completamente nuova. La pellicola in sé agisce narrativamente sulla falsa riga de "La Compagnia dell'Anello", anche se purtroppo non coinvolge allo stesso modo. Sta di fatto che l'adrenalina e l'entusiasmo alla fine non mancheranno. No, neppure stavolta!

08 - Bella Addormentata
E' il film italiano più importante dell'anno diretto con estrema intelligenza da Marco Bellocchio, il quale affronta un tema delicatissimo in maniera impeccabile ed evitando tutte le infinite trappole del caso. Passando per gli ultimi giorni di Eluana Englaro e arrivando, attraverso la sua situazione, a parlare anche del nostro paese, "Bella Addormentata" strugge e fa riflettere lo spettatore permettendosi ogni tanto anche di farlo sorridere con l'ausilio di un Roberto Herlitzka straordinario. Dobbiamo essere orgogliosi di poter dire che questo è un film nostrano. Meraviglioso.

07 - …e Ora Parliamo di Kevin
Se non avete inquadrato di che pellicola sto parlando state tranquilli, non è colpa vostra. Questo film è uscito in punta di piedi poco meno di un anno fa. E' una storia drammatica tra madre e figlio, con quest'ultimo che incarna addosso una malvagità inaudita e odia la madre quasi in maniera gratuita. Lynne Ramsay dirige una pellicola inquietante e misteriosa, capace di funzionare benissimo sia come thriller sia come horror.

06 - The Help
Partendo dal presupposto che non può esserci classifica, a "Inglorious Cinephiles", se non c'è film con Emma Stone che ne faccia parte, ci tengo ad aggiungere che questo titolo non è presente qui solo per pura debolezza ormonale dello scrittore. "The Help" è un film importante, ben fatto, con un cast femminile di rara bravura: non a caso tre delle sue attrici si sono aggiudicate la nomination all'oscar e Octavia Spencer, più che meritatamente, il suo di oscar se l'è anche portato a casa. Insomma, vi sto consigliando un manuale di recitazione, una pellicola riuscita in maniera impeccabile.

05 - Millennium: Uomini che Odiano le Donne
La Top 5 si apre con David Fincher e il suo remake americano di "Uomini che Odiano le Donne". Non ho mai avuto molti dubbi riguardo questo film, conoscendo Fincher sapevo che mi sarebbe piaciuto, eppure mi sono accorto al termine della sua visione che era riuscito ad andare anche oltre le mie aspettative. Non vedevo l'ora (tutt'ora non vedo l'ora) di vedere il seguito di questo strano ma sensato rapporto tra il giornalista Mikael Blomkvist e l'hacker Lisbeth Salander. C'era da aspettarselo, d'altro canto parliamo di un maestro della regia e del thriller.

04 - Shame
Questo film si è giocato il podio fino all'ultimo istante con quello che poi è salito alla posizione  numero tre. E' la consacrazione di Michael Fassbender e, chissà, l'inizio della popolarità per il giovane regista Steve McQueen che dopo il bellissimo "Hunger" (sempre con Fassbender) ci regala un altro incantevole splendore. La pellicola apre con una sequenza priva di dialoghi e di immediata attrazione, solo musica e immagini bastano per ipnotizzare lo spettatore davanti allo schermo, il bis sarà concesso solo poco più avanti con Carey Mulligan che canterà, lasciando tutti a bocca aperta, la sua interpretazione della canzone "New York, New York". "Shame" è un'esperienza visiva ed emotiva potente e unica, roba che si vede in giro raramente ormai.

03 - L'Arte di Vincere
Come detto "L'Arte di Vincere" se l'è giocata fino all'ultimo con "Shame" ma Aaron Sorkin alla fine ha fatto la differenza, e non solo lui. Ci ha messo del suo anche un Brad Pitt straordinario - così bravo come non lo avete mai visto e probabilmente non lo rivedrete mai più - entrato al millimetro nel ruolo di Billy Beane, il general manager degli Oakland Athletics, al quale viene affidato il compito di riformare - lasciandola competitiva per il campionato - tutta la sua squadra di baseball con a disposizione solo pochissime risorse economiche. Una storia vera, incredibile, che va a riscrivere il concetto di vittoria e ci mostra come un uomo possa riuscire a cambiare le regole del gioco e attraverso di esse anche quelle dell'intero sistema.

02 - 007: Skyfall
C'è poco da dire, "Skyfall" è un film perfetto. Per quanto mi riguarda non si può chiedere di più a un episodio di 007 che nei primi venti minuti riesce a far morire e poi resuscitare il suo agente segreto numero uno sapendo, inoltre, di avere nel cilindro ancora tutta una storia con Javier Bardem antagonista perfido e ambiguo da raccontare. Sam Mendes eguaglia, o secondo alcuni punti di vista supera, il grandissimo Casino Royale e compie un percorso che porta James Bond ad aggiornarsi ai tempi moderni pur non perdendo contatto e memoria con il passato. Sovrumano.

01 - Another Earth
Ecco il classico film che non ti aspetti di vedere in prima posizione. In realtà non ti aspetti di vedere proprio perché non sai nemmeno che esiste magari. "Another Earth" è passato ancora più inosservato di quanto non abbia fatto "…e Ora Parliamo di Kevin", sono quei peccati che spesso toccano il cinema e dai quali ci si dovrebbe purificare. Diretto da Mike Cahill questo film è di una meraviglia indescrivibile, da vedere magari alla cieca, senza anticipazioni e lasciandosi travolgere piano piano proprio come viene travolta la sua protagonista. Un consiglio che spero non lasciate appassire su queste pagine ma che andiate a recuperare il prima possibile.


Perfetto, anche quest'anno le somme le abbiamo tirate. Non credo si possa aggiungere altro, a parte la speranza che possiate tornare ancora qui a farmi visita. Se volete recuperare la prima parte della classifica la potete trovare a questo link, vi ripeto, se avete qualcosa da aggiungere o commentare fatelo pure. Io vi auguro un buon finale di 2012 e un buon inizio, centro e fine di 2013!
Al prossimo anno!

martedì 25 dicembre 2012

Top 20 Movies of 2012 - Part One


Torna puntuale come l'anno scorso il momento di classificare il meglio portato al cinema durante questo 2012. Venti titoli, tutti scelti secondo il mio gusto personale e tutti distribuiti regolarmente nelle sale italiane. Quest'anno la scelta è stata più semplice e meno difficoltosa, di perle vere ce ne sono state meno ma, scoprirete, non sempre il meglio deve essere inteso come un qualcosa di unico e raffinato.
Andiamo a dare un occhiata...

INGLORIOUS CINEPHILES: Top 20 Movies of 2012 - Part One

20 - The Avengers / I Mercenari 2
Un'accoppiata esplosiva che più esplosiva non si può. Iron Man, Hulk, Capitan America, Thor, Sylvester Stallone, Jason Statham, Arnold Schwarzenegger, Bruce Willies, Chuck Norris. Armatevi bene di birra e patatine perché a portare l'artiglieria pesante ci penseranno loro. I due film caciaroni più divertenti dell'anno, perderseli sarebbe un valido motivo per finire sotto la mira dei loro protagonisti.

19 - La Mia Vita è uno Zoo
Non sarà riuscitissimo, non sarà il suo miglior film ma Cameron Crowe quando esce allo scoperto merita sempre di essere evidenziato. Il regista del meraviglioso "Elizabethtown" torna con una storia semplice che grazie a lui scava nel profondo fino a scuotere le corde emotive e a far uscire la piccola lacrimuccia finale. Un bravissimo Matt Damon e una straordinaria Elle Fanning per una commedia drammatica da vedere con tutta la famiglia.

18 - I Muppet
La Disney resuscita i Muppet, li rimette in sesto e gli concede il lusso di riprendersi l'intero pubblico che negli anni si era dimenticato di loro. Una sceneggiatura coi fiocchi scritta da Jason Segel e Nicholas Stoller rende questa pellicola divertentissima e intelligente. Le canzoni al suo interno inoltre l'avvicinano ancora di più a quei classici Disneyani a cui da piccoli eravamo allegramente abituati. Una piccola gemma.

17 - Ralph Spaccatutto / Ribelle: The Brave
Seconda accoppiata, stavolta d'animazione. Due protagonisti ansiosi di stravolgere il loro destino già tracciato, entrambi creeranno un incredibile scompiglio al quale poi dovranno assolutamente porre rimedio. Ancora Walt Disney, ancora prodotti di ottima fattura, la casa d'animazione incontrastata al mondo anche quest'anno non delude i propri fan e con due splendide pellicole delizia e commuove grandi e piccini.

16 - Vita di Pi
Ang Lee ritorna e affronta il contrasto tra scienza e religione. Il suo adattamento del romanzo "Vita di Pi" di Yann Martel è una gioia per gli occhi e per la mente: un uso di effetti speciali affascinanti e magnetici, una storia che mette a confronto il rapporto tra un uomo e una tigre del bengala naufragati nell'oceano e costretti a condividere la stessa scialuppa. Una variante riuscita di "Big Fish" che però sa fare anche male con la sua svolta da brividi. 

15 - John Carter
Uno dei flop dell'anno al box office si rivela uno dei film d'avventura più belli degli ultimi anni. Paragonato a "Star Wars" e ad "Avatar" - nomi pesanti - la pellicola diretta da Andrew Stanton è uno dei casi più strani e ingiusti di questo 2012. La sua forza visiva, il suo coinvolgimento e il mondo in cui ci catapulta meritavano di ricevere miglior sorte. Se siete tra coloro che lo hanno snobbato o perduto, affrettatevi, "John Carter" è ottimo!

14 - Argo
Ben Affleck ormai è innanzitutto un regista. A dare forza a questa affermazione lo dimostrano i risultati. Con questo terzo film fa ancora passi avanti e nonostante non raggiunga un equilibrio narrativo simile all'altro suo bellissimo "The Town" ci regala cinema di ottima fattura. "Argo" è un thriller politico considerevole e i personaggi interpretati da John Goodman e Alan Arkin sono tra le coppie più belle mai viste al cinema.

13 - Reality
La svolta per mezzo della televisione. Matteo Garrone con maestria registica insegue la parabola di una famiglia trascinata nel baratro da un padre ossessionato dal voler entrare  nella casa del Grande Fratello. Un viaggio cupo e angoscioso vissuto da noi con terrore e panico per via di un protagonista, Aniello Arena, dalla bravura impressionante. 

12 - Tutti i Santi Giorni
Un piccolo gioiello, due protagonisti in perfetta connessione. Il piccolo film di Paolo Virzì arriva al pubblico in tutta la sua grandezza. Una pellicola vissuta di atmosfere, dolori e purezza dei sentimenti. "Tutti i Santi Giorni" vince alla grandissima perché racconta un legame vero, capace di resistere a qualunque tempesta e a qualunque sfortunata condanna la vita ha formulato. 

11 - Moonrise Kingdom
Wes Anderson realizza un coming-of-age alla sua maniera. La storia d'amore di questi due piccoli ragazzini è incantevole, il loro primo bacio una delle sequenze più belle e il cast d'attori che si ritrova a doverli supportare è uno dei più assortiti e più insoliti mai composti. Un'altra perla da non lasciarsi scappare sotto il naso, come spesso ultimamente stiamo facendo.


Bene, è giunto il momento di fermarci, questo era solo il primo dei due spaccati. Tra qualche giorno entreremo in zona calda, spero non mancherete.
La Top 10 è già pronta...

[EDIT] Part Two

domenica 23 dicembre 2012

Jack Reacher: La Prova Decisiva - La Recensione

L'ex militare creato dalla mente dello scrittore Lee Child si affaccia al cinema e si pone immediatamente come nuovo, aggiornato archetipo di John Rambo.

Jack Reacher infatti è un uomo che non ha voglia di reinserirsi nella società, vuole essere lasciato in pace, esplorare l'arte del vagabondaggio, non mettere radici, sentirsi libero. E rispetto al personaggio perseguitato, reclutato e reduce dal Vietnam di Sylvester Stallone ci riesce alla perfezione: Reacher al mondo è invisibile, ha una fedina penale impeccabile e non può essere scovato a meno che non sia lui a decidere di farsi vivo.

Christopher McQuerry tralascia allora il romanzo "Zona Pericolosa" - evidentemente per le enormi affinità della storia proprio con il primo Rambo - e si proietta senza indugi sul romanzo numero nove di Child, "La Prova Decisiva", dove il reduce di guerra fantasma viene chiamato a comparire per accusare definitivamente, oppure scagionare, un suo ex compagno incolpato di aver sparato senza movente a cinque vittime innocenti per puro piacere e insanità mentale.

Sebbene non manchino gli spunti, non si arriva mai a discutere di guerra a livello esteso nella pellicola di McQuerry, l'argomento è solo un cavillo che lui sfiora appena per prendere le imbeccate di cui ha bisogno e colorare la trama thriller/investigativa nella quale una chiara scena del crimine assume i sospetti di un complotto metodico e organizzato. Siamo ancora nello stadio embrionale di tutto l'impianto, dove il ritmo resta sospeso e l'azione è ristretta al massimo ma la discussa scelta di far impersonare a Tom Cruise il personaggio di Jack Reacher - che, dati del libro alla mano, fisicamente con lui poco c'entra - trova senso nel momento in cui la storia vede subire l'accelerata dalla quale poi stabilisce di non staccarsi più. Steso il progetto di intrigo, dunque, questo viene lasciato respirare e messo al servizio dell’azione, la quale, non appena slegata, si scatena libera e va ad adoperarsi per costruire l'ambiente adatto al suo carismatico protagonista, che una volta messo a proprio agio, può tirare fuori il meglio di sé e ricordare a tutti di essere lo stesso interprete di Ethan Hunt in "Mission: Impossible".

A metà fra solido thriller e action scanzonato Tom Cruise e Christopher McQuerry danno luogo così ad un nuovo divertente e godibile franchise d'azione con protagonista un eroe meno muscoli e più cervello. Il romanzo di Lee Child probabilmente perde più di qualcosa nel suo passaggio al grande schermo e la sua creatura si erge lontanissima come non mai da quella che lui stesso aveva ideato, ma per noi spettatori vedere qualcuno che massacra di botte i cattivi rimane sempre una soddisfazione più che appagante, anche se magari questi cattivi sono meno intelligenti e troppo meno furbi se comparati al loro giustiziere.

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giovedì 20 dicembre 2012

Anna Karenina - La Recensione

I feticci di Joe Wright si riaccorpano in massa e vengono messi al servizio di una sperimentale trasposizione cinematografica del classico di Lev Tolstoj, "Anna Karenina", lavoro che segna il ritorno del regista inglese alle opere in costume e allunga a tre (dopo "Orgoglio e Pregiudizio" e "Espiazione") le sue collaborazioni con l'attrice/chiodo fisso Keira Knightley.

Scomparso nell'anonimato a seguito degli insuccessi di "Il Solista" e "Hanna", Wright cerca di nuovo un modo per ripiazzarsi al centro dell'attenzione e lo scorge dando tocco particolare alla sua rappresentazione adattandola all'interno di un teatro di posa e acconsentendo che questo diventi partecipe avvertibile della scena. Un'esperienza di cinema fuso a teatro su cui il regista, forzatamente, punta moltissimo specie nelle battute iniziali, quando cerca di metterlo in risalto nelle sequenze di largo trasporto emotivo e durante i mutamenti scenografici incaricati di cambiare gli ambienti sia in interno che in esterno. L’esperimento si palesa presto però meno funzionale del previsto tanto è vero che – probabilmente anche per presa coscienza dello stesso Wright - viene abbandonato lungo la strada e diluito in dosi sempre maggiori, fino a passare direttamente nel dimenticatoio per essere poi ripescato solo una volta giunti al punto d'arrivo.

Fallito l’asso nella manica "Anna Karenina" crolla allora inevitabilmente su se stesso, rivelandosi privo di altri punti di forza, fiacco e dunque nient'altro che modesta rappresentazione moderna e particolare di un classico della letteratura russa e internazionale. Lasciare l’intero palco a disposizione di Keira Knightley, per Wright, si fa quindi assetto ancora più penalizzante: l’attrice non è assolutamente in grado di caricarsi un’intera pellicola sulle sue gracili spalle e lo dimostra per l’ennesima volta fornendo un interpretazione solamente accettabile, poco espressiva e priva di picchi. Il supporto e la bravura di Jude Law - nei panni di Alexei, il marito tradito da Anna - non trovano né il tempo né lo spazio per somministrare alla frana dell'opera quella fune di salvezza invocata, e Aaron Johnson, l’altro co-protagonista chiamato ad interpretare il Conte Vronsky, manca assolutamente delle carte in regola per catapultarsi utile alla causa e salvatore della patria.

Sotto queste precarie condizioni l'ambizione di Joe Wright non può altro che andarsi a schiantare prepotentemente contro la sua stessa mania di grandezza, ricordandogli di essere regista meno capace di quel che crede. Prima di buttarsi a capofitto in espedienti di questo genere bisognerebbe valutare attentamente sia i rischi che le proprie abilità e "Anna Karenina" non sembra averlo fatto, pertanto (si) sovraccarica levandosi infine solo come figlio di un'insopportabile presunzione, che seppur apprezzabile per audacia, viene pagata a caro prezzo sia dal suo ideatore che dai suoi realizzatori.

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lunedì 17 dicembre 2012

Vita di Pi - La Recensione

"Vita di Pi" non è la storia incredibile di uno sfortunatissimo naufragio al quale un ragazzo indiano è sopravvissuto pur rimanendo duecentoventisette giorni disperso in mezzo all'Oceano Pacifico. Non è neppure la storia di come questo ragazzo è riuscito a gestire il feroce rapporto di convivenza tra lui e Richard Parker: la tigre del Bengala salvatasi anch'essa dall'affondamento della medesima nave e piombata casualmente sulla sua stessa scialuppa. "Vita di Pi" è un racconto spettacolare, che si serve di questi (e di altri) elementi per (non) parlare del delicato e aperto contrasto che divide da sempre scienza e fede.

Il maestro Ang Lee prende il romanzo del canadese Yann Martel e lo utilizza per realizzare la sua versione personale di "Big Fish". Ma diversamente dalla favola Burtoniana, confinata al contrasto padre-figlio e al quale noi eravamo chiamati a partecipare unicamente in qualità di spettatori passivi, in “Vita di Pi” la partecipazione di una porzione degli spettatori - quella diffidente alla fede e aggrappata alla scienza - diventa parte attiva più che mai, dal momento che viene fatta sedere simbolicamente sulla stessa sedia su cui si accomoda lo scrittore che va ad incontrare Piscine (Pi è un diminutivo) per intervistarlo e prendere appunti sulla sua avventura, al termine della quale - gli è stato anticipato - si convincerà a voler credere in Dio.

Oscillando senza sosta tra razionalità e il suo opposto, e accarezzando prudentemente la connessione tra uomo e naturaAng Lee ci trasporta nel viaggio straordinario avuto luogo durante l’adolescenza di Piscine e per farlo si avvale del suo tocco poetico e incantato e del rafforzamento di effetti speciali sorprendenti e magnetici. Suddivisibile facilmente in tre spaccati, uno dei quali - il centrale - comprensibilmente più esteso e più coinvolgente per attrattiva ed efficacia, “Vita di Pi” semina caparbiamente i suoi costituenti basilari nel corso della parte iniziale, lasciandoli accrescere a lungo, e in silenzio, per andarli poi a raccogliere e ad utilizzarli durante la spiazzante fase di chiusura. Con la furbizia di questa tecnica Lee assesta un doppio colpo da maestri esibendo una svolta valida a lasciare di sasso entrambi i tipi di spettatori in ascolto e sollevando inoltre il valore della sua pellicola quel tanto che basta da restituirgli un peso maggiore confronto a quello assorbito in precedenza.

Così tra giochi di luce fosforescente, scene ammalianti di balene che dal profondo degli abissi balzano fulminee fino in cielo e visioni oniriche luccicanti proiettate al di sotto della superficie piatta dell’acqua notturna, ci lasciamo immergere da un racconto strabiliante, avvincente e all'altezza di deliziare insieme gli occhi e la mente. Ang Lee si dimostra astuto e più convincente di qualsiasi altro esperto in materia di fede e il suo tentativo di invitarci a seguirlo è decisamente il più efficace che sia mai stato messo a punto.

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venerdì 14 dicembre 2012

Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato - La Recensione

Un calvario è stato il percorso che Peter Jackson e il suo team hanno dovuto affrontare prima di poter dare il via alle riprese di "Lo Hobbit". Inizialmente affidato alla regia di Guillermo del Toro (che ha partecipato anche alla sceneggiatura), il prequel de "Il Signore Degli Anelli" ha visto subire un posticipo dietro l'altro, ogni volta legato a un problema differente, sostando vittima di un lunghissimo stallo che ha poi costretto il regista messicano a lasciare a malincuore una lavorazione di ben due anni per evitare di far saltare gli altri progetti sui quali aveva messo firma.

Ma nella preoccupazione degli ingolfamenti che rimandavano a "data incerta" l'uscita della pellicola, gli appassionati trovarono infine contento quando venne annunciato ufficialmente che il timone dei racconti precedenti all'odissea di Frodo era finito nuovamente in mano all'unica persona in grado di garantire fiducia e qualità al progetto: il maestro e creatore della Terra di Mezzo Peter Jackson. Una guida obbligata la sua, figlia del rifiuto di chiunque altro a volersi addossare un eredità pesantissima e abnorme, non allegeribile neppure dal sostegno che lui stesso era pronto a fornire da produttore, sceneggiatore e soprattutto fan numero uno.

Eppure, riletto oggi, il cammino di questa snervante fase pre-produttiva lascia pensare a un gigantesco disegno del destino scribacchiato proprio in favore di Jackson. Con "Lo Hobbit" infatti il regista si è caricato sicuramente in maggior misura di un impegno al quale aveva intenzione di prendere parte meno attiva, ma l’esserci entrato dentro fino in fondo gli ha consentito in seguito di sperimentarsi ancora e di superare il lavoro visivo già eccellente eseguito con "Il Signore Degli Anelli". Perché grazie all'innovazione di girare la pellicola in HFR 3D (48 fotogrammi al secondo anziché i 24 standard) il suo film impartisce al pubblico un inedito linguaggio cinematografico - uno a cui fino ad ora nessuno era stato mai abituato - e nonostante questa tecnica non abbia raggiunto ancora un plebiscito assoluto (probabilmente perché imperfetta e affinabile), il suo adoperamento resta determinante ad elevare l’asticella di magnificenza cinematografica oltre il limite conosciuto, che fino a ieri si pensava fosse quello toccato da James Cameron con “Avatar”.

Tuttavia, se dovessimo analizzare "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato" esclusivamente dal punto di vista della trama e dei personaggi bisognerebbe ammettere che di terreno ceduto in favore del suo predecessore né porta assai più del previsto. La storia del giovane Bilbo Baggins - arruolato da Gandalf per unirsi ad un esercito di tredici nani decisi a riconquistare la loro terra estirpata dal dragone Smaug - è meno intensa e avvincente se messa a confronto con quella di Frodo e del suo pericoloso anello del potere. Seppur scheletricamente molto simmetriche a fare della vicenda di questo prequel un trasporto minore è essenzialmente la caratterizzazione troppo esile dei suoi protagonisti principali. Se il Bilbo del bravissimo e appropriato Martin Freeman potrebbe specchiarsi più o meno bene con ciò che prima era incarnato da Frodo, viceversa nessuno dei tredici nani viene dipinto oltre il minimo indispensabile da riuscire ad accaparrarsi il gradimento dello spettatore, e Thorin - il Re plasmato chiaramente sulla falsa riga di Aragorn - non raggiunge mai dei risultati davvero soddisfacenti. Diventa Gandalf quindi il vero mattatore di questo primo capitolo, finalmente combattente attivo ed energico, la sua immagine è un piacere assoluto per gli occhi e rivederlo sullo schermo scaturisce un emozione eguagliabile solamente da un'altro ritorno, quello di Gollum/Smeagol.

Nonostante ciò la bravura di Peter Jackson nel raccontare questo genere di storie resta immensa e incomparabile, la cura maniacale usata per creare mondi fantastici abitati da creature incredibili e personaggi eroici fa sì che la realtà conosciuta venga da lui completamente cancellata e riscritta, e sempre in maniera talmente nitida e particolareggiata da risultare autentica e credibile. A noi allora non resta altro che cadere nel suo incantesimo e ammettere coscientemente che quella vecchia volpe ha saputo fregarci tutti ancora una volta. Il compito di contare impazienti i giorni che ci dividono dal proseguo di questa nuova trilogia è ricominciato. Bene o male che sia, dovremmo farcene subito una ragione.

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Colpi di Fulmine - La Recensione

Capita frequentemente negli sport di squadra: un team vincente che per anni regna incontrastato e si dimostra nettamente superiore agli avversari, pian piano diventa sempre più prevedibile e perde il distacco enorme che aveva stanziato sulle inseguitrici, che nel frattempo, rinforzate, lo raggiungono rubandogli il predominio e lasciandolo cadere inesorabile nelle zone meno nobili della classifica.

Aurelio de Laurentiis - che proprio di una società di calcio è presidente – negli ultimi anni ha applicato al cine-panettone lo stesso trattamento che un presidente applicherebbe ad una grande squadra di calcio entrata in crisi. Ha cominciato apportando modifiche alla rosa, ha continuato diversificando la qualità dei suoi interpreti, ha separato le prime donne puntando solamente su una di loro quando queste hanno dato segni di divergenza e, infine, ha addirittura cambiato il rodatissimo modulo di gioco esprimendo un approccio più garbato e meno offensivo. Sta di fatto che quella superiorità indossata un tempo non è più riuscito a recuperarla e quest'anno non gli era rimasto altro che giocarsi l'ultima carta: quella che porta il cine-panettone ad annullarsi rinunciando alla tanto amata ambientazione natalizia e alla collaudatissima trama corale.

Così irrompe, leggermente ambiguo, "Colpi di Fulmine" la pellicola che spezza la tradizione a cui per anni eravamo stati abituati, proponendo una trama suddivisa in due episodi distinti: il primo con protagonista l'intoccabile Christian De Sica e il secondo affidato al duo comico consolidato - ma inedito in questo tipo di prodotti - Greg e Lillo. Il tema centrale è oltremodo chiaro, l'amore. In entrambi i casi infatti, sia De Sica che Greg, si innamorano perdutamente di due donne a tal punto da fare tutto ciò che è in loro potere pur di riuscire a conquistarle.

Al di là di questo, però, a colpire molto più di un fulmine sono le chiarissime risposte che questa nuova formula afferma, seppur magari in modo ingenuo e del tutto involontario. L’episodio di Christian De Sica convalida senza troppi indugi l'impasse riscontrata negli ultimi anni da questo franchise, riportando una storia stanca, scarna e priva di qualsiasi tipo di coinvolgimento e piacere. Greg e Lillo invece originano un vero e proprio corto circuito, ravvivando la scena e risvegliando lo spettatore dal primo insipido episodio stimolandolo di nuovo per invogliarlo al migliore e divertentissimo secondo. I due lavori sono senza dubbio nettamente distanti e discordi l’uno dall'altro, lo si nota sia dalle loro sceneggiature sia dalla loro regia, commissionata sempre al fidatissimo Neri Parenti che con il duo romano riesce comunque a fare molto meglio di quanto espresso con l'amico Christian.

Per cui la domanda che sorge spontanea è perché non si sia lasciato spazio unicamente a ciò che realmente funziona a dovere: ai tempi comici perfetti e alle divertentissime gag di una coppia, Greg e Lillo, che surclassa senza troppe difficoltà l’ormai troppo ingombrante e consumato De Sica. Forse delle abbondanti modifiche apportate negli anni è mancata quella veramente giusta ed efficace e con “Colpi di Fulmine”, se dubbi c’erano, di certo ora scompaiono. Per questo motivo adesso bisognerebbe domandare al produttore/presidente De Laurentiis: cosa succede in una squadra di calcio quando a diventare di troppo è colui che prima era considerato intoccabile leader?

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venerdì 7 dicembre 2012

La Parte degli Angeli - La Recensione

Alcuni teppistelli e svitati poco più che ventenni, vengono graziati dalla legge e raggruppati insieme per prestare servizio alla comunità, tra loro c'è anche Robbie: nato e cresciuto nei bassifondi della città di Glasgow e ereditario di un violento scontro all'ultimo sangue tra famiglie che non ne vuole sapere di terminare. Come se non bastasse, la sua ragazza, Leonie, ha appena partorito e perciò lo mette in guardia imponendogli di sbarazzarsi del vecchio stile di vita e di responsabilizzarsi affinché possa garantire un futuro gradevole al suo primogenito che altrimenti vivrebbe più al sicuro lontano dalla presenza del padre.

Tra dramma e commedia il regista Ken Loach intavola un discorso sulla precarietà del lavoro e sull'impossibilità di costruirsi una vita migliore o diversa da quella che il perfido destino ha voluto affibbiarci. Non è facile né tantomeno corretto sedersi dalla parte del protagonista Robbie, specie quando assistiamo alla disperazione di una famiglia il cui figlio è stato letteralmente massacrato da lui in maniera ingiustificabile e animalesca. Serve il tocco innocente e puro di Loach infatti per ammorbidirci e lasciarci sperare che in qualche modo questo povero ex-bullo di quartiere riesca finalmente ad avere la sua ultima possibilità e a trovare quell'occasione in grado di disunirlo dall'inferno in cui è stato obbligato a vivere.

E il miracolo che disloca la pellicola dal dramma totale per andarla ad appoggiare sulla commedia leggera e imprevedibile, mitigandola, arriva inverosimilmente dalla passione per il whisky che il coordinatore dei servizi alla comunità - a cui Robbie dona sfogo dei suoi irrisolvibili problemi - coltiva e inculca a sua volta nel ragazzo segnalandolo talento in materia e spalancandogli le porte per un folle colpo a metà fra Robin HoodOcean's Eleven, nonché simbolo del biglietto valido verso la strada per la serenità. In questo preciso punto, quando Robbie disobbedisce alla sua fidanzata e torna a rischiare la pelle per prendersi con la forza quello che il mondo ha deciso di negargli, la nostra passione per lui e per il suo successo cresce a dismisura, e ci trasporta fin dalla sua parte e di conseguenza da quella dei farabutti.

La possibilità di redimersi, di pentirsi e di lavarsi dei propri peccati; la possibilità di dare a una povera anima innocente il futuro che avremmo voluto per noi stessi ma che purtroppo non ci è stato concesso; la possibilità di agguantare quello stato senza il quale vivere non avrebbe senso alcuno: la speranza. E' solo questo, in fondo, ciò che vuole proferire "La Parte degli Angeli". Ma se nessuno è in grado di fornirci questa speranza, se nessuno può darci la possibilità di guardare verso un mondo migliore, se l'unica via rimasta è la resa, allora tanto vale rinunciare alle regole e andarsi a prendere tutto con le risorse a nostra disposizione, oneste o disoneste che siano.

Trailer:

giovedì 6 dicembre 2012

[ESCLUSIVA] Il Trailer di Star Trek: Into the Darkness

In anteprima su Inglorious Cinephiles il trailer del secondo episodio di Star Trek diretto da J.J. Abrams e intitolato "Into the Darkness". Dalle ore 9.00 di questa mattina infatti su questa pagina sarà possibile vedere le prime immagini dell'attesissimo seguito in uscita il 6 giugno prossimo.

Sinossi Ufficiale:
Nell’estate del 2013, il regista J.J. Abrams ci regalerà un thriller d’azione esplosivo: 
Into Darkness – Star Trek.
Quando l’Enterprise è chiamata a tornare verso casa, l’equipaggio scopre una terrificante e inarrestabile forza all'interno della propria organizzazione che ha fatto esplodere la flotta e tutto ciò che essa rappresenta, lasciando il nostro mondo in uno stato di crisi.
Spinto da un conflitto personale, il Capitano Kirk condurrà una caccia all'uomo in un mondo in guerra per catturare una vera e propria arma umana di distruzione di massa.
Mentre i nostri eroi vengono spinti in un’epica partita a scacchi tra la vita e la morte, l’amore verrà messo alla prova, le amicizie saranno lacerate, e i sacrifici compiuti per l’unica famiglia che Kirk abbia mai avuto: il suo equipaggio.

mercoledì 5 dicembre 2012

[ESCLUSIVA] Red Carpet Londinese - Les Misérables (ORE 18.30)


Inglorious Cinephiles è onorato di poter dare ai propri fan la possibilità di seguire in esclusiva-streaming la premiere londinese dell'attesissimo musical "Les Misérables". Diretto dal premio Oscar per "Il Discorso del Re" Tom Hooper, il film uscirà nelle nostre sale il 31 gennaio prossimo e vedrà la partecipazione di star del calibro di Hugh Jackman, Anne Hathaway, Russell Crowe, Amanda Seyfried, Samantha Barks, Eddie Redmayne, Sacha Baron Cohen, Helena Bonham Carter Isabelle Allen. Insomma, una sfilata di nomi eccellenti davvero da non perdere.

Di seguito il collegamento che vi porterà direttamente a Londra, sul fantastico Red Carpet dove dalle 18.30 (ora italiana) sfilerà l'intero cast del film.

BUON DIVERTIMENTO E BUONA VISIONE!





domenica 2 dicembre 2012

Di Nuovo in Gioco - La Recensione

Può sembrare un titolo provocatorio deciso da Eastwood per celebrare il ritorno alle scene e invece "Di Nuovo in Gioco" è solamente la scelta italiana per "Trouble With The Curve", letteramente “problemi con la curva", in riferimento al difetto del battitore osservato con attenzione durante la storia e annunciato nuovo talento del baseball. Ma è assoluta verità che la pellicola d’esordio del regista Robert Lorenz fa rumore innanzitutto per il ritorno alla recitazione del maestro Clint che, dopo “Gran Torino”, aveva annunciato il ritiro garantendo il suo impiego solamente nel versante registico.

Ma, al contrario, il vecchio dagli occhi di ghiaccio riparte esattamente da dove aveva lasciato, interpretando un osservatore di talenti per una società di baseball dal carattere burbero e ostile (facilmente riconducibile a quel Walt Kowalski reduce della guerra di Corea), alle prese con la perdita incombente della vista e con un giovane esperto di computer che non vede l’ora di mandarlo in pensione per rubargli il posto.

Ricorda una variante più modesta dello splendido “L’Arte di Vincere” la pellicola di Lorenz: si parla di talenti da scovare, di tecnologie all'avanguardia per farlo e dei vecchi metodi da lasciarsi alle spalle. Questo in apparenza almeno. Perché la sceneggiatura scritta da Randy Brown poi si amplia e va ad accentrarsi sul rapporto padre-figlia-interrotto tra Gus – il personaggio di Eastwood – e Mickey, la figlia-avvocato interpretata dalla bravissima Amy Adams. Ecco che allora il cuore effettivo del racconto viene a formarsi, amplificato come se non bastasse dall'entrata di Justin Timberlake, anche lui osservatore di talenti e aspirante cronista dei Red Sox.

Molta carne al fuoco, dunque, e all’ordine del giorno le possibilità di scivolare nella retorica e nelle trappole che trame di questo tipo spesso non riescono ad evitare. Eppure non è quel che accade a Robert Lorenz, il quale con sorprendente destrezza invece evita qualsiasi tipo di caduta fattibile e immaginabile, portando avanti il suo compitino alla perfezione e riuscendo anche a conferirgli quella dose di piacevolezza che fa sempre comodo se si vuole conquistare lo spettatore.

Il fragoroso ritorno di Eastwood perciò si svela assai meno memorabile di quello che ci si poteva attendere, ciò nonostante funge da potentissimo catalizzatore per la sponsorizzazione di una onestissima opera prima che andrebbe apprezzata in gran parte per l’alchimia dei suoi protagonisti e per la competenza registica e di scrittura mostrata dai suoi rispettivi artefici.

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L'Amore è Imperfetto - La Recensione

Il romanzo "L'Amore è Imperfetto" di Francesca Muci progredisce dalla carta stampata allo schermo senza staccarsi dalle mani della sua stessa autrice, e segnando, pertanto, il suo esordio al cinema sia da sceneggiatrice che da regista.

La storia è quella di Elena, donna trentacinquenne ingannata dalla favola dell’amore e rimasta delusa a tal punto da avergli chiuso le porte. In un giorno qualunque però l'incontro con il maturo Ettore e l'appena maggiorenne Adriana - avvenuto tramite incidente di quest'ultima - risveglia in lei dei sentimenti, erotici e sentimentali, che da troppo tempo parevano essere assopiti.

E' una storia tutta al femminile "L'Amore è Imperfetto" lo si capisce dalla mano presente dietro la macchina da presa ma soprattutto dal corpo e dal viso della straordinaria Anna Foglietta onnipresenti in ogni fotogramma della pellicola. Francesca Muci si attacca morbosamente addosso alla sua protagonista e con flusso narrativo compassato e mai stancante ne sviscera in crescendo la storia alternandola su due piani temporali interrogati ad esaminarne passato e presente. Ma attraverso gli sbalzi legati alla vita di Elena, l'attrattiva in realtà si sposta per andare a toccare territori molto più estesi, arrivando gradualmente a fronteggiare i problemi relativi alla crisi sessuale ma soprattutto sociale che stiamo vivendo profondamente al giorno d’oggi.

Il personaggio di Elena infatti non è l’unico a vivere una condizione di disagio e ad esplorare, stordito, le possibilità che il caso gli pone sotto mano. Tutti i personaggi appaiono vittime della difficoltà di comprensione verso loro stessi e verso gli altri e impacciati si muovono disordinatamente nel mondo alla ricerca ansiosa di risposte. Tuttavia “L’Amore è Imperfetto” non cerca assolutamente di mettere ordine o di trovare soluzione a questa decadenza, la missione della Muci è più vicina a quella di conseguirne una positiva accettazione, vivere le esperienze come possibilità, lasciarsi andare affinché diventi più semplice sperimentare (e sperimentarsi), e comprendere, magari, in questo modo la strada giusta e la persona con cui percorrerla, poco importa se fino al traguardo o solo per un pezzo.

Decisamente un ottimo esordio per il cinema italiano e non solo per le tematiche affrontate dalla pellicola e per il modo autoriale con cui riesce ad elevarsi fino a centrare quasi pienamente il bersaglio preposto. Lo stupore maggiore viene dalla bravura che emerge da parte della Muci nel saper dirigere gli attori. Oltre alla scoperta di una immensa e naturalissima Anna Foglietta - la quale potrebbe vantare solo con questo film un curriculum vitae vincente - ogni singolo attore presente in scena fornisce una performance credibile e impeccabile, una virtù che nei film nostrani ultimamente è sempre meno frequente.

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