IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

mercoledì 30 gennaio 2013

The Impossible - La Recensione


Il 26 dicembre 2004 uno Tsunami, considerato successivamente il più mortale mai visto, colpì le coste del Sud-Est Asiatico provocando migliaia di morti e feriti. Il regista Juan Antonio Bayona e lo sceneggiatore Sergio Gutiérrez Sánchez hanno voluto raccontare la storia di una delle famiglie rimaste coinvolte dal quel disastro.

Ecco arrivare allora "The Impossible", una storia vera, che ribadisce per ben due volte in apertura la sua attinenza alla realtà, quasi a voler scansare ogni minimo dubbio sulle possibilità di aver romanzato gli eventi che andrà a riferire. Pur essendo una produzione prettamente spagnola la pellicola è recitata in lingua inglese e segue le vicende di una famiglia americana, trapiantata in Giappone, in viaggio in Thailandia durante le vacanze di Natale. Per una buona parte Bayona si concede perciò ad esporre solamente il set-up di questa comune famiglia, felice e con tre bambini, che pensa al futuro e ai normali progetti da mettere in cantiere. Questo gli serve per accentuare ulteriormente l’imminente, imprevedibile fatalità che travolge senza pietà e preavviso qualunque speranza, proposito o forma di allegria trovi lungo la strada.

"The Impossible" allora si rivela per quel che è in tutta la sua natura e cioè un disaster-movie munito di un’unica sequenza agghiacciante, realizzata e montata in maniera straordinaria e che vede al centro una Naomi Watts intensa e disperata mentre cerca di ricongiungersi ad un figlio - unico apparentemente rimasto di una famiglia disunita – riemerso al di là della sua sponda. Ma Bayona non si risparmia, e mostra gli effetti della catastrofe senza oscurare le immagini dei corpi sbattuti, lacerati, infranti, da una corrente incontrollabile che spinge le vittime intrappolate in un acqua piena di detriti taglienti che infilzano esseri umani come lame invisibili. In queste sequenze, ci sono gli unici effetti speciali di un lavoro che inevitabilmente poi si lascia andare a risvolti drammatici, spostando l'occhio su superstiti e su famiglie dalle vite dilaniate e distrutte.

E' lo sfogo di una seconda parte, emotivamente parlando, meno documentaristica e più cinematografica dove, se vogliamo, "The Impossible" perde un tantino di spessore accarezzando un cenno di retorica e tradendo, in alcuni aspetti, la premessa fatta in apertura sulla documentazione genuina degli eventi. Bayona costruisce momenti dolci, struggenti, amari e incantevoli e per farlo è costretto a usare (abusandone?) nel miglior modo possibile lo strumento cinema che ha dalla sua parte, ciò significa forzare la mano su dialoghi e su circostanze, che difficilmente si fanno credere autentiche o accadute al millimetro anche nella realtà. Una furbizia che la sua pellicola in ogni caso paga ma parzialmente, in gran parte su un finale costruito in maniera meccanica per ricoprire al meglio il ruolo di strappalacrime, sgrovigliato perciò con abbondante artificio e quella puntina di riguardo che, pur facendolo fallire nei suoi intenti drammatici, ne limita comunque il fastidio di non spontaneità.

L'accoppiata Bayona-Gutierrez Sanchez aveva stupito qualche anno fa con il primo, ottimo, esordio legato a "The Orphanage". Con "The Impossible", conferma la sua bravura nel saper terrorizzare il pubblico ma non riesce a tenere salda e in piedi una pellicola che per una buona prima parte simulava addirittura l'ambizione a vette piuttosto alte. Il suo ridimensionarsi, non le impedisce di rimanere tra le opere migliori viste quest'anno ma indubbiamente la priva nel raggiungimento di un obiettivo che poteva senz'altro essere più elevato e memorabile.

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lunedì 28 gennaio 2013

Re della Terra Selvaggia - La Recensione

La natura, la vita, il mondo, visti perpetuamente con gli occhi innocenti di una bambina di appena sei anni. Deve essere stato questo a fare di “Re della Terra Selvaggia” un piccolo grande gioiello.

La pellicola d’esordio del giovane regista Benh Zeithlin, servendosi del cammino della piccola protagonista Hushpuppy - inteso sia senso letterale, ma soprattutto di crescita - allarga gli orizzonti di un’avventura che non finisce mai di vivere e di ruotare una volta posizionata nella testa dello spettatore. Una storia che oltre ad affrontare la maturazione, si riserva di rivendicare il senso di appartenenza nei confronti di una terra natia, e di sopravvivenza alla stessa nel momento in cui questa si pone ostile verso di noi.

Tra realtà e magia viene presentata allora La Grande Vasca (in originale Bathtub), la zona paludosa abitata da una comunità che ha scelto di continuare a vivere a contatto con la natura, abbracciando uno stile di vita selvaggio e ripudiando con disprezzo quello evoluto corrente. In essa vivono anche Hushpuppy e suo padre Wink, sorretti da un duro legame, in apparenza severissimo, ma che in più di un’occasione si lascia sfuggire in tutta la sua dolcezza. Gli equilibri stabili che ne regolano l’esistenza all'improvviso però saltano come facessero parte di un effetto domino: una malattia sembra colpire il cuore di Wink e, in sequenza, un uragano si scaglia addosso a La Grande Vasca allagandola e rendendola inabitabile, costringendo così i suoi abitanti a migrare o a sopravvivere in condizioni di scarsa sicurezza.

Se un piccolo pezzo si rompe, tutto l'universo si rompe. E’ la teoria con cui guarda alla vita la protagonista del film, e che la porta a sentirsi responsabile – per via di un dispetto al padre - della serie di eventi che colpiscono il suo genitore e il posto in cui vive. Inizia qui il senso di responsabilità che spinge Hushpuppy a dover trovare una soluzione a quelle che crede conseguenze di suoi sbagli, (non) consapevole di ciò che una bambina della sua età può e non può permettersi di aggiustare. Prova quindi a spostarsi oltre i propri confini, non sentendo inamovibile il legame che la lega alla sua terra d’origine e incoraggiata da un secondo, ignoto, mondo che, un giorno, ha fatto andar via dal suo anche la madre, che oggi vede raffigurata da una luce lontana lungo il tramonto a cui rivolgersi nei momenti di solitudine e di mancanza di sostegno.

Lo sguardo verso l'assenza di una figura materna che nel momento più alto di dolore e di confusione le si materializza in carne ed ossa davanti agli occhi, giusto il tempo che ad Hushpuppy serve per rendersi conto di quanto le sue radici siano piantante ne La Grande Vasca più di quanto lei potesse immaginare. E' il richiamo di una svolta che mette finalmente ogni pezzo del puzzle al posto giusto, tagliando il traguardo di un viaggio incredibile che culmina in una dimostrazione d’amore talmente potente da far commuovere un padre, una figlia e tutti i presenti intorno a loro.

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sabato 26 gennaio 2013

Looper - La Recensione

La volontà di Rian Johnson nel fare di "Looper" un prodotto onesto e sincero ma contemporaneamente curato e preciso la si intercettava, in un certo senso, già dall'aspetto di un Joseph Gordon-Levitt riconoscibile a fatica. C'è voluto un po' per capire che ciò che rendeva il suo volto diverso dal solito, altro non era che del trucco fissato per sporcare leggermente i suoi lineamenti e renderlo, nei tratti, più somigliante al co-protagonista Bruce Willis.

Nella trama fantascientifica di "Looper" c'è, del resto, un legame strettissimo tra i due attori, e non è quello semplice del padre e del figlio - che subito potrebbe venire alla mente - bensì il più complesso ed elegante della condivisione dello stesso, identico, personaggio. La pellicola si divide infatti tra il 2044 e il 2074 (pur rimanendo, in maggior parte, nella prima epoca) e ruota tutta intorno a Joe - Gordon-Levitt e Willis appunto - che lavora come killer professionista per un organizzazione criminale futuristica che, a causa dell'impossibilità di far perdere le tracce degli esseri umani nel suo periodo, si è appropriata della tecnica dei viaggi nel tempo (ancora ignota nel 2044) per spedire le vittime trent'anni indietro e sbarazzarsene attraverso un personale opportunamente scelto da un capo intransigente, anche lui venuto dal futuro. Un giro leggermente contorto, che si complica ancora di più quando a Joe sfugge accidentalmente il suo “vecchio”, impedendogli di rispettare la clausola che impone ad ogni killer reclutato l'obbligo di uccidere il proprio “Io del futuro” quando verrà inviato appositamente per chiudere il loop, in un rito che, dopo l'esecuzione, svincola il soggetto dallo sporco impiego e lo invita a godersi i suoi ultimi trent'anni di vita.

E' fantascienza a buon mercato quella sfoderata da Rian Johnson. Lo si intende dall'abbozzo di due universi futuri volontariamente mostrati in maniera imbastita, e costruiti con una messa in scena che non manifesta mai interesse per un affiancamento o un paragone verso quei titoli dello stesso filone che hanno fatto della fantascienza realtà dettagliata e plausibile (“Blade Runner” o “Matrix”, per esempio). L’obiettivo qui è quello di colpire e di conquistare il pubblico appartenente alla fetta più ampia della fascia, fuggendo, di fatto, da sentieri più contorti o di difficile gestione a cui volendo si poteva ambire ma solo rischiando oltre il prestabilito. E così “Looper” preferisce mutare in action-thriller intelligente ed equilibrato, che si tiene in piedi per mezzo di una sceneggiatura (scritta sempre da Johnson) semplice e chiara - nonostante la sua complessità - e mette in angolo la sua natura futuristica a privilegio di un racconto carico di suspance che raramente riesce a far staccare gli occhi dallo schermo.

Viaggiando su questa rotta allora Johnson porta a termine il suo lavoro nel migliore dei modi, realizzando una pellicola che è di fantascienza ma solo in parte, e dove la percentuale maggiore viene investita dall'intrattenimento puro. Nonostante ciò, con una rilettura appena più incavata, in “Looper” si potrebbe andare a leggere anche qualcos'altro. Perché pur poggiandoli sempre, e rigorosamente, in secondo piano i piccoli indizi – suggeriti fuori campo e non - che dipingono il ritratto di una (nostra) società preoccupante e avvilente si fanno sentire fin troppo. Sono dei sintomi di angoscia verso la tecnologia, che ci ha già reso schiavi ma che in futuro, probabilmente, potrebbe renderci addirittura vittime, obbligandoci a vivere in un contesto dove l’isolamento diventerebbe utopistico poiché annientato ormai da strumenti che agiranno anche sotto la nostra pelle.

Ma queste sono solo (grandi) briciole di un qualcosa che, (s)fortunatamente, non è stato approfondito a dovere, evitando di perdere una bussola che, magari finale a parte, dimostra di saper funzionare piuttosto bene.

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giovedì 24 gennaio 2013

Les Misérables - La Recensione

Si trattava solo di una questione di tempo affinché "Les Misérables" diventasse, inevitabilmente, pellicola cinematografica. Il musical ispirato al romanzo di Victor Hugo, divenuto tra i più famosi al mondo e dedicato allo strato della popolazione povera, schiava del potere del Re di Francia nel corso della monarchia compresa tra il 1815 e il 1833, aveva il sapore di un opportunità troppo ghiotta per non essere afferrata e trascinata oltre l’ambiente “teatro”.

Ci ha pensato il premio Oscar per "Il Discorso del Re" Tom Hooper allora a prenderlo sotto la sua ala e a decorarlo con un tocco personale che lo avrebbe reso indimenticabile anche sullo schermo, arricchendolo con due sostanziali caratteristiche che lo staccano da qualsiasi altro musical visto al cinema negli ultimi anni. La prima, la sapevamo, è la scelta di mantenere nella versione definitiva le interpretazioni canore catturate in presa diretta, evitando quindi di registrarle nuovamente da zero, in studio, per raggiungere quell'effetto pulito e leccato come accade di solito. La seconda, la più influente, l'aver praticamente proibito agli attori la recitazione non-cantata: in poche parole non è consentita nessuna battuta a secco, si recita solamente attraverso i brani musicali.

Ora, se la prima caratteristica passa piuttosto inosservata (a meno che non si possiedano occhi ed orecchie esperte ed allenate), è meno facile abituarsi alle infinite, eccessive, interpretazioni canore che "Les Miserablés" accoda e scioglie l’una dopo l'altra. La potenza di un musical è senza alcun dubbio quella di emozionare amalgamando al meglio recitazione, canto e musica ma quando questo processo non è compiuto attribuendo al mix un anima o una svolta, che sia per il personaggio, per la narrazione o per entrambi, si rischia di mancare di efficacia. Nella pellicola di Hooper si canta qualsiasi cosa, sfiorando a volte persino il ridicolo e oscurando la possibilità di guadagnare in intensità ritagliando spazi in cui la recitazione torni alla maniera più sobria e più classica. Una politica tanto ferrea quanto pericolosa poiché tende ad appesantire il flusso degli eventi, provocando svariati alti e bassi in cui un momento prima si tocca l'apice della drammaticità e uno dopo si va dritti verso la noia.


A sovraccaricare ulteriormente la scena, i numerosissimi primi e primissimi piani utilizzati per amplificare l’emotività e l’espressività delle interpretazioni, ma che limitano, di conseguenza, l’uso dei campi lunghi e dei campi larghi laddove sarebbero stati più opportuni. Tale scelta registica, seppur coi suoi limiti, a lungo raggio si conquista però un'accettazione visiva, potenziando, decisamente, anche il fervore dei pezzi più corposi dell'opera. Anne Hathaway e Hugh Jackman diventano perciò coloro che da questa sperimentazione cine-musicale-suprema escono sicuramente con un bagaglio più ricco e allargato: la prima, nelle sue pochissime scene, dalla bravura arriva a spaccare addirittura in due lo stomaco dello spettatore, mentre il secondo, seppur maggiormente convincente nella parte iniziale nei panni del miserabile, conferma le grandi doti canore e teatrali che gli avevamo visto esprimere da presentatore nel corso della notte degli Oscar di qualche anno fa.

L’operazione cinematografica di "Les Misérables" tuttavia trafigge solamente per maestosità e superficie, scontando a caro prezzo una rappresentazione troppo anticonvenzionale e complice d’un ritmo fatto di eccessive intermittenze. Ciò condanna duramente la pellicola per quanto riguarda la graduatoria del piacere, ridimensionando un complessivo che probabilmente poteva essere assai più potente se adattato in vesti più sobrie e lavorato dalle mani di un regista più esperto e capace di Tom Hooper.

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sabato 19 gennaio 2013

Lincoln - La Recensione

Lungo, prolisso, curato, storico, (molto) politico.
E’ questo "Lincoln", un biopic che biopic è poco, dal momento in cui si limita, senza limiti, a narrare gli ultimi quattro mesi della vita di Abramo Lincoln, ritraendolo impegnato e consumato dalla sua battaglia a favore dell’approvazione del XIII Emendamento, il quale, in seguito, abolirà per sempre la schiavitù negli Stati Uniti d'America e decreterà veramente uguaglianza ed equità all'interno del paese.

Un lavoro enorme è stato compiuto da Spielberg e soci per realizzare il tributo a uno dei presidenti, forse più importanti, sicuramente più amati, della storia Americana, a incominciare dal convincere Daniel Day Lewis ad accettare una parte da lui rifiutata in più di un’occasione. "Lincoln" però si affaccia allo spettatore - almeno quello non statunitense - come una lezione di storia spiegata in forma teatrale da un professore d'onore, una pellicola totalmente priva di azione dinamica e totalmente straripante di azione statica. Dialoghi a cascata, riunioni, discussioni, sono questi gli elementi che scuotono e stimolano lo spettatore, tentando di trascinarlo nella riuscita di una missione formalmente irrealizzabile ma voluta dal suo promotore così fortemente da arrivare, infine, ad esser compiuta.

Eppure ciò a livello cinematografico risulta poco, pochissimo. "Lincoln", arrivati neanche a metà della sua "avventura", stanca, pesa, annoia. Non ce la fa ad intercettare lo spettatore, si trascina a fatica e si riduce prestissimo ad un accumulo di grandi interpretazioni agevolate da un gigantesco cast d'attori capitanato da un Daniel Day Lewis spaventoso, sia per maestria che per aderenza al personaggio. L’assenza di una forza motrice tangibile, scuotente, perdura per tutti i centocinquanta minuti i quali diventano via, via sempre più interminabili non facendo mai e poi mai balzare neppure un istante dalla poltrona lo spettatore.

Non fosse per informazione, si fatica a pensare a "Lincoln" come a un film di Steven Spielberg. Il regista - che aveva fatto discutere per il lavoro compiuto con la mano sinistra di "War Horse" - questa volta sembra non voglia far sentire la sua presenza, e allora si annienta dietro la macchina da presa lasciando che sia il pilastro storico avanti a lui a prendere piena e totale attenzione. Questo gli impedisce senz'altro di lasciarsi andare, di creare momenti emozionanti come quelli che rendono distinguibile il suo cinema, limitandosi nel dare il massimo ed evitando che il suo tocco lasci tracce indelebili.

Ne deriva una esecuzione stilisticamente perfetta, interpretata senza neppure una sbavatura ma svolta però tutta testa e niente cuore, un polpettone storico che rimane sullo stomaco già a metà del piatto e non si vede l’ora di terminare per alzarsi da tavola. Tuttavia, “Lincoln” non svanisce nell'istante in cui scendono i titoli di coda. Seppur parecchio insopportabile, è bravo a scolpire nella nostra testa un immagine frammentaria, onirica quasi: quella di un presidente che voleva il bene del suo paese, sapeva cosa era giusto fare prima ancora che lo comprendesse il suo popolo, e si è battuto per questo con tutto sé stesso affinché ciò potesse avverarsi.

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martedì 15 gennaio 2013

Flight - La Recensione

Che il successo (o l'insuccesso) di un film sia determinato molto dai nomi delle star che ne prendono parte non è affatto una diceria bella e buona.

Togliere Denzel Washington e Robert Zemeckis da "Flight" avrebbe procurato alla pellicola sicuramente attenzione minore e, chissà, magari l'avrebbe fatta passare addirittura inosservata o quantomeno ricoperta di critiche. Invece si è finito per esaltare il ritorno di Robert Zemeckis al live action e la precisa, impeccabile interpretazione di Denzel Washington nei panni di questo pilota d'aerei alcolizzato cronico - e non contrario alle droghe - indagato come possibile responsabile di una sventata tragedia che ha visto un volo di linea andare in avaria ed effettuare un atterraggio di emergenza con successive sei morti e decine di feriti.

Il regista premio Oscar per "Forrest Gump", redivivo dalle esperienze in motion capture e di produttore, si rilancia cambiando colonna portante ma non formula, sostituisce Tom Hanks con Denzel Washington e lascia a lui il controllo assoluto di una parabola di redenzione che somiglia più a una lezioncina morale che ad altro. L'eroe oscuro, autodistruttivo che si è costruito (e continua a costruirsi) terra bruciata intorno pur di non rinunciare a un altro litro di vodka e ad una birra in più, ma nel suo mestiere è talmente unico da riuscire a limitare i danni di un incidente che, dati alla mano, era impossibile da contenere. Il problema è che "Flight", andando a stringere, non è nient'altro che una storiellina di una persona perennemente ubriaca, incurabile e ricoperta di demoni, che alla fine anziché farla franca ancora una volta e continuare a mentire al mondo e a sé stesso, decide di assumersi le proprie responsabilità punendosi per purificarsi dai propri peccati.

Un risvolto irritante, ma che la mano esperta di Robert Zemeckis è abile a far pesare meno del previsto, tenendo alla grande il ritmo - soprattutto durante la buonissima prima parte della pellicola - e non lesinando sulla spettacolarizzazione di uno schianto aereo realistico a tal punto da incutere ansia e panico a chi lo guarda. Il coraggio di spingersi oltre però a “Flight” manca, non è abbastanza spericolato per effettuare quella manovra a testa in giù che il suo protagonista si permette di compiere per lo straordinario atterraggio suicida, e quindi termina lasciando dei grandi rammarichi dovuti, appunto, ad un esito che poteva essere assai diverso ed efficace, vanificando, di fatto, l’esperienza e la bravura dei due cardini che ne hanno preso parte.

Perché chiudere predicando metaforicamente che l'alcol andrebbe bevuto responsabilmente o evitato, e che assunto in forti dosi porta un soggetto a dipendenza e all'impossibilità di conservare legami con persone amate e non, fa un po' troppo campagna di sensibilizzazione. E con tutto il rispetto, per quanto sia giusto, è ipotizzabile che tutti ne fossimo già al corrente.

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sabato 12 gennaio 2013

Frankenweenie - La Recensione

Il cammino a ritroso di Tim Burton verso la sua prima maniera, quella che molti gli rimproverano aver smarrito da anni penalizzando l'ultima parte della sua filmografia, ora è finalmente ultimato.

Torna dritto alle origini con "Frankenweenie", a quando ancora era un regista emergente e cercava l'opportunità di mettersi in mostra. Si tratta di uno dei suoi primi corti, girato in bianco e nero e adesso riesumato e ampliato per diventare a tutti gli effetti un lungometraggio d'animazione in stop motion. Una manovra semplice per il regista, che sicuramente non apporta niente di nuovo al suo cinema e/o alla sua immagine e si accontenta di essere esclusivamente storia dolce e divertente che conquista a più non posso ma senza appassionare.

Potrebbe chiamarsi tranquillamente "ordinaria amministrazione", l'operazione compiuta da Tim Burton attorno a "Frankenweenie". C'è il suo intero universo nel cerchio degli avvenimenti che travolgono questo bambino freak, senza amici e disinteressato all'integrazione, che a seguito della sfortunata morte del fedele cane Sparky trova da una lezione di scienze l'intuizione per riportarlo in vita cercando di mantenere il tutto “strettamente” riservato. Un’impostazione discreta, utile ad intavolare una serie di eventi grotteschi e divertenti e contemporaneamente andare a toccare argomenti quali la crescita e la perdita in giovane età. Eppure a venir fuori meglio da questo quadro generale sono i tanti omaggi che Burton regala al film e a sé stesso: ne allestisce a raffica, dai nomi dei personaggi alle loro rappresentazioni, da immagini di film che passano alla televisione a quelli proiettati nei cinema, molti esplicitamente presi da vecchi horror, ovviamente, altri da titoli che lo hanno in qualche modo influenzato da quando era bambino sino a quando è divenuto, poi, la figura che noi tutti conosciamo.

Tuttavia da lui ci si aspettava chiaramente di più. Un esercizio di stile non basta per guadagnare il totale assenso da parte degli affezionati, serviva uno sforzo maggiore, un colpo di coda che dilatasse la sua rivincita sulla Disney a una rivincita anche personale. Invece Burton stavolta non rischia - a parte l'aver realizzato un film d'animazione lontanissimo dal pubblico di riferimento e consigliabile maggiormente agli adulti – e perciò, a restare a galla, è moltissima delusione. Che fine ha fatto il regista di "Edward Mani di Forbice" e di "Big Fish"? Quando tornerà a stupire e a commuovere come tanto bene prima sapeva fare?

Le sue ultime uscite, in realtà, proprio su questo fronte sembrano aver aperto qualche spiraglio. "Dark Shadows" e "Frankenweenie" sono due lavori che probabilmente servivano più a lui per riprendere contatto con qualcosa da cui troppo si era allontanato che a noi, ma è evidente che andando avanti la paura di non rivederlo in grande spolvero aumenti e, in qualche modo, prenda sempre più corpo. E allora la domanda sorge spontanea: il ritorno alle origini oggi completato sarà sufficiente a far tornare nuovamente Tim Burton quel meraviglioso regista che era una volta? Oppure di lui rimarrà solamente un lontano ricordo che il tempo sbiadirà convertendolo fino al bianco e nero?

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Oscar 2013 - Le Nominations


Giovedì scorso, 10 Gennaio 2013, a Los Angeles, Seth MacFarlane ed Emma Stone hanno reso note le nominations all'Oscar di quest'anno. Di seguito l'elenco completo che ho personalmente copiato e incollato dal sito ufficiale http://www.oscars.org/. Riscriverle personalmente a mano non le avrebbe cambiate d'altronde, no?!


A voi, l'elenco completo:

Miglior Film
"Amour" Nominees to be determined
"Argo" Grant Heslov, Ben Affleck and George Clooney, Producers
"Re Della Terra Selvaggia" Dan Janvey, Josh Penn and Michael Gottwald, Producers
"Django Unchained" Stacey Sher, Reginald Hudlin and Pilar Savone, Producers
"Les Misérables" Tim Bevan, Eric Fellner, Debra Hayward and Cameron Mackintosh, Producers
"Vita di Pi" Gil Netter, Ang Lee and David Womark, Producers
"Lincoln" Steven Spielberg and Kathleen Kennedy, Producers
"Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook" Donna Gigliotti, Bruce Cohen and Jonathan Gordon, Producers
"Zero Dark Thirty" Mark Boal, Kathryn Bigelow and Megan Ellison, Producers

Miglior Regia
Michael Haneke "Amour"
Benh Zeitlin "Re Della Terra Selvaggia"
Ang Lee "Vita di Pi"
Steven Spielberg "Lincoln"
David O. Russell "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"

Miglior Attore Protagonista
Bradley Cooper in "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"
Daniel Day-Lewis in "Lincoln"
Hugh Jackman in "Les Misérables"
Joaquin Phoenix in "The Master"
Denzel Washington in "Flight"

Miglior Attore Non Protagonista
Alan Arkin in "Argo"
Robert De Niro in "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"
Philip Seymour Hoffman in "The Master"
Tommy Lee Jones in "Lincoln"
Christoph Waltz in "Django Unchained"

Migliore Attrice Protagonista
Jessica Chastain in "Zero Dark Thirty"
Jennifer Lawrence in "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"
Emmanuelle Riva in "Amour"
Quvenzhané Wallis in "Re Della Terra Selvaggia"
Naomi Watts in "The Impossible"

Migliore Attrice Non Protagonista
Amy Adams in "The Master"
Sally Field in "Lincoln"
Anne Hathaway in "Les Misérables"
Helen Hunt in "The Sessions"
Jacki Weaver in "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"

Miglior Sceneggiatura Non Originale
Chris Terrio "Argo"
Lucy Alibar & Benh Zeitlin "Re Della Terra Selvaggia"
David Magee "Vita di Pi"
Tony Kushner "Lincoln"
David O. Russell "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"

Miglior Sceneggiatura Originale
Michael Haneke "Amour"
Quentin Tarantino "Django Unchained"
John Gatins "Flight"
Wes Anderson & Roman Coppola "Moonrise Kingdom"
Mark Boal "Zero Dark Thirty"

Miglior Film D’Animazione
"Ribelle - The Brave" Mark Andrews and Brenda Chapman
"Frankenweenie" Tim Burton
"ParaNorman" Sam Fell and Chris Butler
"Pirati! Briganti Da Strapazzo" Peter Lord
"Ralph Spaccatutto" Rich Moore 

Miglior Film Straniero
"Amour" Austria
"Kon-Tiki" Norway
"No" Chile
"A Royal Affair" Denmark
"War Witch" Canada 

Miglior Documentario
"5 Broken Cameras" Emad Burnat and Guy Davidi
"The Gatekeepers" Nominees to be determined
"How to Survive a Plague" Nominees to be determined
"The Invisible War" Nominees to be determined
"Searching for Sugar Man" Nominees to be determined

Migliore Fotografia
Seamus McGarvey "Anna Karenina"
Robert Richardson "Django Unchained"
Claudio Miranda "Vita di Pi"
Janusz Kaminski "Lincoln"
Roger Deakins "Skyfall"

Miglior Montaggio
William Goldenberg "Argo"
Tim Squyres "Vita di Pi"
Michael Kahn "Lincoln"
Jay Cassidy and Crispin Struthers "Il Lato Positivo: Silver Linings Playbook"
Dylan Tichenor and William Goldenberg "Zero Dark Thirty"

Miglior Trucco
Howard Berger, Peter Montagna and Martin Samuel "Hitchcock"
Peter Swords King, Rick Findlater and Tami Lane "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato"
Lisa Westcott and Julie Dartnell "Les Misérables"

Migliore Scenografia
Sarah Greenwood (Production DesignKatie Spencer (Set Decoration) "Anna Karenina"
Dan Hennah (Production Design) Ra Vincent and Simon Bright (Set Decoration) "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato"
Eve Stewart (Production Design) Anna Lynch-Robinson (Set Decoration) "Les Misérables"
David Gropman (Production DesignAnna Pinnock (Set Decoration) "Vita di Pi"
Rick Carter (Production DesignJim Erickson (Set Decoration) "Lincoln

Miglior Montaggio Sonoro
Erik Aadahl and Ethan Van der Ryn "Argo"
Wylie Stateman "Django Unchained"
Eugene Gearty and Philip Stockton "Vita di Pi"
Per Hallberg and Karen Baker Landers "Skyfall"
Paul N.J. Ottosson "Zero Dark Thirty"

Miglior Mixaggio Sonoro
John Reitz, Gregg Rudloff and Jose Antonio Garcia "Argo"
Andy Nelson, Mark Paterson and Simon Hayes "Les Misérables"
Ron Bartlett, D.M. Hemphill and Drew Kunin "Vita di Pi"
Andy Nelson, Gary Rydstrom and Ronald Judkins "Lincoln"
Scott Millan, Greg P. Russell and Stuart Wilson "Skyfall"

Migliori Effetti Visivi
Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton and R. Christopher White "Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato"
Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer and Donald R. Elliott "Vita di Pi"
Janek Sirrs, Jeff White, Guy Williams and Dan Sudick "The Avengers"
Richard Stammers, Trevor Wood, Charley Henley and Martin Hill "Prometheus"
Cedric Nicolas-Troyan, Philip Brennan, Neil Corbould and Michael Dawson "Biancaneve e il Cacciatore"

Migliori Costumi
Jacqueline Durran "Anna Karenina"
Paco Delgado "Les Misérables"
Joanna Johnston "Lincoln"
Eiko Ishioka "Biancaneve"
Colleen Atwood "Biancaneve e il Cacciatore"

Miglior Colonna Sonora
Dario Marianelli "Anna Karenina"
Alexandre Desplat "Argo"
Mychael Danna "Vita di Pi"
John Williams "Lincoln"
Thomas Newman "Skyfall"

Miglior Canzone
"Before My Time" from "Chasing Ice" Music and Lyric by J. Ralph
"Everybody Needs A Best Friend" from "Ted" Music by Walter Murphy; Lyric by Seth MacFarlane
"Pi's Lullaby" from "Vita di Pi" Music by Mychael Danna; Lyric by Bombay Jayashri
"Skyfall" from "Skyfall" Music and Lyric by Adele Adkins and Paul Epworth
"Suddenly" from "Les Misérables" Music by Claude-Michel Schönberg; Lyric by Herbert Kretzmer and Alain Boublil

Miglior Corto
"Asad" Bryan Buckley and Mino Jarjoura
"Buzkashi Boys" Sam French and Ariel Nasr
"Curfew" Shawn Christensen
"Death of a Shadow (Dood van een Schaduw)" Tom Van Avermaet and Ellen De Waele
"Henry" Yan England

Miglior Corto d’Animazione
"Adam and Dog" Minkyu Lee
"Fresh Guacamole" PES
"Head over Heels" Timothy Reckart and Fodhla Cronin O'Reilly
"Maggie Simpson in "The Longest Daycare"" David Silverman
"Paperman" John Kahrs

Miglior Corto Documentario
"Inocente" Sean Fine and Andrea Nix Fine
"Kings Point" Sari Gilman and Jedd Wider
"Mondays at Racine" Cynthia Wade and Robin Honan
"Open Heart" Kief Davidson and Cori Shepherd Stern
"Redemption" Jon Alpert and Matthew O'Neill

Purtroppo è presto per fare analisi e/o critiche, in quanto molti dei titoli nominati ancora non sono sbarcati nel nostro paese. A breve comunque ci sarà spazio per una riflessione e per una personale assegnazione dei premi principali, le vecchie abitudini si fa sempre fatica a cambiarle del resto! 
Stay tuned!

giovedì 10 gennaio 2013

Cloud Atlas - La Recensione

La conoscenza dei nostri limiti la si raggiunge unicamente nell'istante in cui si cerca di superarli. In questi casi due sono le possibilità: o si vince, e ci si scopre più grandi, o si perde, e si prende atto di quelle che sono le nostre effettive capacità.

I (una volta) fratelli Wachowski, muniti del supporto del regista tedesco Tom Tykwer, dei loro limiti devono essersene proprio disinteressati però quando hanno deciso di ritornare dietro la macchina da presa con l'adattamento del romanzo "Cloud Atlas" di David Mitchell. Un opera che definire ambiziosa sarebbe riduttivo e definire rischiosa un eufemismo. Centosettantadue minuti, sei diverse storie separate da altrettanti piani temporali, attori che ad ogni epoca cambiano sia aspetto (spesso risultando irriconoscibili) che importanza di ruolo e un racconto dal sapore epico che affronta vari generi e solo nel finale rivela il filo conduttore in grado di connettere ogni trama (più o meno) saldamente con l'altra.

E' comparabile a un salto nel vuoto l'operazione che sta alla base di "Cloud Atlas". Un vortice di storie e di immagini che fa immensa fatica a filar liscio penalizzato in loop dai continui cambi e dai pochi fermi che impediscono, specie inizialmente, di prendere accessibile visione sull'intera e vasta scacchiera innalzata. La premiata ditta Wachowski dimostra di non aver perduto nulla riguardo l'elegante messa in scena e la spettacolarità mista alla fantasia, ma a dare i grattacapi maggiori al loro enorme impianto visivo è una scala troppo folta e ingestibile di esuberanti mini-trame. La metà sarebbero bastate per arrivare al nocciolo della questione (espresso palesemente anche nel trailer) mentre alcune sono addirittura dannatamente affascinanti da far rimpiangere il non averle viste diventare un film a sé stante, per cui alla fine è l'esagerazione a pesare gravemente sul globale disegno, responsabile di numerosi punti in cui le quasi tre ore di durata appesantiscono e si fanno sentire faticosamente. Lunghissimo spazio allora per i discorsi (ragionamenti?) filosofici e i rimandi ultraterreni - anche se non raggiungono la perfezione di "Matrix" o l'interesse magnetico di "V per Vendetta" – e per gli affascinanti richiami a "Blade Runner" che perfezionano l'infinita serie di (auto)citazioni e quello che è indubbiamente l'episodio più significativo e mastice del film.

Ma "Cloud Atlas" sfortunatamente sbatte contro la sua stessa voglia di essere troppo, e ricco, per questo non raggiunge mai i frutti che dovrebbero aiutarlo ad eleggersi come operazione pienamente o parzialmente riuscita. La pellicola - che vanta anche la collaborazione tra Stati Uniti e Germania - ha certamente grandi momenti, ma una miscela narrativa che non trova praticamente in nessuna occasione una omogeneità consistente. Rimane comunque difficile liquidare tutto ad un occasione persa, bisogna riconoscere ai Wachowski e a Tykwer di aver osato intorno a dei confini ad altri ancora sconosciuti, incoscienza che li ha portati a produrre un esperimento sicuramente non riuscito ma quantomeno audace.

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lunedì 7 gennaio 2013

Django Unchained - La Recensione

Con “Inglourious Basterds” la carriera di Quentin Tarantino aveva intrapreso una virata davvero inaspettata. La sua genialità, la sua conoscenza cinematografica, e tutto quello che fino a quel momento era stato il suo mondo, passavano dall'essere parte di una realtà fittizia al diventare valore aggiunto di contesti storici realmente esistiti. Il tutto attraverso una visione intenta a prendere le pagine più nere della Storia, rivisitarle e infine falsarle secondo canoni moralmente più giusti.

Django Unchined” non è altro che un’estensione di quel binario (si parla già di trilogia con un terzo film in cantiere), un proseguimento che per onorare il genere spaghetti-western guarda molto più indietro e, dalla seconda guerra mondiale, balza a due anni prima dell’inizio della guerra civile americana datata 1860, ritrovandosi, così, in pieno periodo di schiavismo.

La (non) novità è che Tarantino non finisce mai di stupire, e con questo suo ultimo lavoro si lascia andare a delle piccole variazioni stilistiche che gettano nuovi sguardi sul suo cinema e spiazzano notevolmente chi credeva di essersi abituato a conoscerloPer la prima volta, infatti, il regista sceglie di utilizzare la violenza senza la volontà di procurare un godimento nei confronti dello spettatore e, al contrario, riesce quasi a disturbarlo quando a subirla non sono più coloro che la meritano bensì delle povere vittime indifese e innocenti. Sebbene il regista di “Pulp Fiction” e “Kill Bill” non rinunci alla sua consueta ironia, in “Django Unchained” assume comunque delle vesti più serie, trattando l’argomento della schiavitù in maniera ancor più sensibilizzante di quanto non abbia fatto con lo sterminio degli ebrei e lasciandosi coinvolgere dallo sguardo del suo protagonista, vincolato ad accettare un cammino difficile quanto amaro pur di mantener viva la fioca speranza di vincere la sua complessa battaglia. Perché dietro la storia di ribellione contro lo sfruttamento di una razza – e questa è un’altra sorpresa - c’è prima di tutto una grandissima storia d’amore, il motore essenziale che spinge il Django di Jamie Foxx ad armarsi di immenso coraggio ed affrontare - sostenuto solo dal suo mentore - l’ingiustizia contro il suo popolo che impedisce a lui di beneficiare di un matrimonio al quale non ha voluto rinunciare.

Del lavoro di Sergio Corbucci rimane allora la tematica del razzismo (esposta in forma più allargata), la suddivisione narrativa in due blocchi (il primo con Django in aiuto al Dott. Schultz e il secondo con quest’ultimo a ricambiare il favore) e la simpatica partecipazione di Franco Nero che si concede ad un brevissimo scambio di battute con il suo erede. Per il resto, la pellicola viaggia priva di qualunque appiglio e si scatena con dialoghi brillanti e situazioni beffarde, figlia di un ottima sceneggiatura e di ottimi personaggi (Christoph Waltz in prima linea). L’unico istante in cui sembra perdere la bussola arriva in un finale che il regista ha dichiarato di aver riscritto tre volte: qui i piccoli indugi sono palpabili - specie nel momento in cui Tarantino da sfogo ad un suo cameo - ma per fortuna non ci vuole molto per recuperare la bussola e riprendere in mano le redini.

Contando “Kill Bill” un volume unico, e tralasciando quelle che sono state le opere dirette insieme ad altri registi, “Django Unchained” viene calcolato come il settimo film di Quentin Tarantino. Spalancando uno sguardo ampio sulla sua carriera, è impressionante vedere quanto sia impossibile riuscire a trovare un titolo non riuscito, o tuttavia contestabile per un qualunque motivo. In sostanza, ci troviamo di fronte ad un talento unico, un fruitore di cinema che sa eseguire come pochi, o addirittura come nessuno, il suo mestiere, un maestro del (e di) cinema per il quale nulla appare impossibile. In parole povere, secondo chi scrive, Quentin Tarantino è un Dio assoluto.

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sabato 5 gennaio 2013

The Master - La Recensione

Abbiamo tutti bisogno di un maestro. Vivere senza una guida è impossibile.
Lo dice chiaro e tondo Philipp Seymour Hoffman a Joaquin Phoenix nella scena pre-finale che vede i due attori confrontarsi faccia a faccia per l’ultima volta. E’ un’ossessione il rapporto che lega Lancaster Dodd, il “The Master” del titolo interpretato da Hoffman, a Freddie, il reduce di guerra disturbato e violento impersonato da Joaquin Phoenix. Due personalità apparentemente opposte, ma proprio per questo simili, uniti da una scintilla d’amore che scocca in Lancaster prima ancora che lo stremato Freddie se ne renda conto, occupato a riprendersi da un’altra notte finita tra alcool e fughe.

Due personaggi che non hanno ancora trovato una fissa dimora: uno cerca di reinserirsi nel mondo tentando senza successo di contenere la sua insanita mentale, l’altro vive praticamente sulla propria nave, viaggiando da una città all'altra dell’America con lo scopo di esportare la sua fede che ancora fatica a venire accettata. La fede esplorata, ormai intesa a tutti, è Scientology, mai nominata apertamente nel corso della pellicola ma ampiamente suggerita dalle sedute e dalle “teorie” di Lancaster che di continuo rimanda al nostro corpo come al contenitore di un’anima che non cesserà mai di morire, ma continuerà ad esistere e a trovare sempre nuovi “contenitori” destinati ad accoglierla. Una sorta di viaggio spirituale, che con le sue tecniche dovrebbe consentire di andare anche indietro nel tempo e curare ferite ancora aperte procurate in contenitori precedenti. Ipotesi difficili da rendere tangibili, a meno che, la sperimentazione in un soggetto cronico come Freddie - etichettato dalla maggior parte degli adepti del Maestro come una causa persa e da lasciare andare - non porti a dei risultati positivi.

Il ritorno, attesissimo, di Paul Thomas Anderson arriva per mezzo della nascita della dottrina fondata da Ron Hubbard e mette in mostra un’America post seconda guerra mondiale in difficoltà e alla ricerca di una salda guida a cui affidarsi. “The Master” però non raggiunge mai la possanza fisica, sanguigna e contenutistica che il tanto apprezzato regista aveva trovato con “Il Petroliere” ed il punto di forza maggiore, stavolta, giunge solo dalla bravura degli attori protagonisti impeccabili dal fotogramma iniziale a quello finale. Anderson ha in mano una sceneggiatura ottima, con dialoghi formidabili, ma sbaglia probabilmente nell'impostazione, seminando indizi sparsi senza mai dare troppe indicazioni a riguardo, e costringendo quindi lo spettatore attratto da un riscontro più illuminante a scavare a fondo in solitario munito solo di pala trasandata e di terreno appena fertile.

Di sintomi che “The Master” sia molto più di quello che riesce a emergere da una prima visione ce ne sono tantissimi, e sono tutti legati ai colloqui intensi che vedono Hoffman interrogare i suoi pazienti, Phoenix su tutti. Eppure questi sintomi rimangono li, slacciati in maniera larga l’uno dall'altro, difficili da raggruppare e osservare a dovere. Una mancanza che se non è il regista stesso a coprire non può certo essere colmata unicamente dallo spettatore. 

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