IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

martedì 30 dicembre 2014

Belli e (im)Possibili: I Origins

Scienza e fede non sono mai andate d'accordo. L'una esclude l'altra e viceversa, e nessuno è mai riuscito nell'intricato compito di rintracciare l'esistenza di una verità assoluta, presente in una delle due culture, capace di spazzare via completamente le radici della sua avversaria. Eppure il regista Mike Cahill - a dispetto di chi puntualmente prende in esame tali argomenti non assumendo mai una posizione concreta - sente il bisogno di andare in controtendenza e sentenziare una teoria che, per quanto campata in aria e fine a sé stessa, è la rappresentazione del suo credo più profondo e sincero.

Giunto alla sua seconda opera autoriale il regista del meraviglioso "Another Earth" infatti alza di molto l'asticella, avventurandosi in un conflitto irrisolvibile e ultra-manipolato, forte esclusivamente dell''aiuto del genere fantascientifico di cui è solito e appassionato. A fare da sfondo una storia d'amore, scoppiata come per magia, tra uno scienziato e una donna fortemente aggrappata e dedita alla spiritualità: due anime praticamente opposte che però sembrano essere speculari per stare insieme all'infinito, o fino a quando – perlomeno - una sceneggiatura densa e scaltra come quella di "I Origins" vuole che al romanticismo vada a contrapporsi la fatalità, o quel surrogato incomprensibile e privo di senso che scombina ogni nostro piano per mettere in moto determinati ingranaggi utili a farci compiere giri immensi e cambiarci, a lungo termine, sino all'interno. Ed è proprio qui che "I Orignis" allora rischia di bruciarsi, quando senza se e senza ma decide di ammettere fiero l'appartenenza al suo schieramento sbriciolando con nonchalance quel che sorregge il suo esatto opposto. Corre l'azzardo di mandare all'aria l'atmosfera incredibile e affascinante di una pellicola spezzata distintamente in due parti, dove la prima è condotta in sostanza dalla pancia e dall'amore e la seconda è bilanciata e appesantita dalla testa e dalla ragione.

Come in "Another Earth" si serve della disgrazia, Cahill, per compiere una cesura e spingere a un secondo livello i suoi discorsi, andando a rimettere in gioco - attraverso l'occhio e la sua iride - le tesi e i punti fermi di un Michael Pitt che nel suo lavoro gioca a fare Dio ma che, allo stesso tempo, né contesta l'esistenza perché mai stata provata scientificamente. Nonostante ciò e tuttavia, il regista dimostra con grande coerenza e ostinazione di voler portare avanti una linea di pensiero che in precedenza si era concesso appena il lusso di accennare, meno esplicita fino ad ora, quindi, ma comunque perfettamente in linea con quelle vedute e quelle tendenze che il suo cinema non smette di inseguire e di esplorare. Perché uno dei meriti che vanno senz'altro riconosciuti a Cahill, in questo frangente, è senza ombra di dubbio quello di assumersi ogni tipo di responsabilità consequenziale alle affermazioni che il suo lavoro esprime e protegge: rinnegando quel colpo al cerchio e alla botte che probabilmente lo avrebbe esposto meno e salvato di più, e sostenendo il pericolo che per convincere l'altra metà degli spettatori inclini all'opposto della sua filosofia servirà assai di più che un finale da brividi, costruito a regola d'arte.

Esce perciò sicuramente molto esposto Cahill da questo suo viaggio personale, e probabilmente l'essersi scoperto oltremisura lo ha portato un po' anche a perdere la bussola, spaesandosi leggermente. Ma per quanto "I Origins" possa essere - quasi per natura - un film controverso, ostico e decisamente di parte, al suo interno mantiene salda tutta una serie di pregi figli del suo talentuoso creatore, che non perde affatto capacità di esposizione, verve registica e incanto fotografico.

Trailer:

mercoledì 24 dicembre 2014

Top 20 Movies of 2014


Come promesso eccovi la mia classifica dei migliori film dell'anno. Rispetto agli anni scorsi, quest'anno ho deciso di regalarvi il blocco completo, senza alcuna divisione, per cui prendete fiato perché la strada dalla 20 alla 1 sarà lunga e colma di grandi titoli. Titoli che ci tengo a precisare, forse per la prima volta, ho scelto senza alcun dubbio, un po' per mancanza magari di grandi colossi un po' perché probabilmente le idee ogni anno si fanno sempre più chiare e decise.
Ma, senza dilungarci oltre, andiamo subito a vedere chi si è aggiudicato un bel posto in questa Top 20 2014...


20 - Maps To The Star
Va a David Cronenberg l'onore di aprire l'ingloriosa classifica di quest'anno. Il suo film, pessimista fino al midollo, è un mix di filosofia e pazzia che attraverso uno sguardo nel sistema e nella società hollywoodiana estende l'arrivo ad un punto di non ritorno che abbraccia un po' l'universo tutto. Secondo lui l'umanità è vicina alla fine...e chissà che, da maestro qual'è, non ci abbia visto lungo!


19 - The Rover
A proposito di umanità che finisce, quella raccontata da David Michöd seppur ancora in vita non pare poter resistere a lungo termine. Nella realtà semi-deserta e post-apocalittica in cui fa muovere un magnifico Guy Pierce e un Robert Pattison stranamente in parte, il suo "The Rover" però si distingue non tanto per i temi trattati, quanto per una regia fantastica e solida che lascia colpiti e affascinati.


18 - Smetto Quando Voglio
E' un opera prima. E' italiana. E' divertente. Già questo dovrebbe bastare a giustificare il film di Sydney Sibilia tra le cose migliori viste quest'anno, eppure c'è di più. C'è un saccheggiamento intelligente ed educato, eseguito a regola d'arte, di serie-tv e commedie americane, un copia e incolla rivisitato però all'italiana nel miglior modo possibile, con un cast d'attori misto, affiatato e capace di dare una spinta in più all'intero ingranaggio.


17 - Magic In The Moonlight
Guai a bollarlo come Woody Allen minore. Perché altrimenti significherebbe che vi è sfuggito qualcosa. In questo film infatti Allen rimette in gioco il suo essere ateo quasi per tentare un'ultima, disperata analisi che possa convincerlo a credere in qualcosa di superiore e astratto. L'età in fondo è quella che è, per cui avere la certezza di un livello successivo non sarebbe poi così male. Ovviamente in questo viaggio riesce solo a confermare sé stesso, e quanto l'amore sia l'unica magia esistente nella vita di ogni essere umano. Ma a noi la cosa sta benissimo, specialmente se ad aiutarlo nella ricerca c'è anche la straordinaria e bravissima (immancabile nelle nostre classifiche) Emma Stone.


16 - The Judge
Un film classico come ormai raramente capita di vedere. Due attori straordinari come Robert Downey Jr. e Robert Duvall. Probabilmente opere come "The Judge" per la maggior parte vengono studiate a tavolino, funzionano per definizione e preparazione, però quando poi scopri che davvero fanno effetto, tutto l'artificio passa in cavalleria in favore delle emozioni. E questo film, chi più e chi meno, sicuramente sa emozionare.


15 - Nebraska
Alexander Payne viene spesso etichettato come regista furbo, come uno a cui piace compiacere il pubblico per accaparrarselo. E forse un po' è anche vero, ma in "Nebraska", dove la cosa senza dubbio avviene, ciò gli riesce in maniera meno invasiva rispetto al solito. Sarà la grande interpretazione di Bruce Dern, sarà il viaggio on the road, la comicità di alcune scene, sta di fatto che non voler bene (almeno un pochino) a questo film è pressoché impossibile.


14 - Boxtrolls: Le Scatole Magiche
Dopo la Pixar la Laika è forse la miglior garanzia quando si parla di animazione. E dopo "Coraline E La Porta Magica" e "ParaNorman", quest'anno con "Boxtrolls: Le Scatole Magiche" ci regala una pellicola geniale, dolce e commovente al punto da rimanerne innamorati all'istante, non appena chiusa la visione. Un capolavoro che trasversalmente sa catturare sia grandi che piccini.


13 - Lo Sciacallo: The Nightcrawler
Esordio alla regia coi fiocchi per Dan Gilroy, che dirige forse il miglior Jake Gyllenhaal di sempre. Arrivismo e cinismo giornalistico sono solo una parte del suo thriller incalzante, le aspirazioni e il controllo a cui aspira il suo spietato protagonista invece fanno parte probabilmente dell'anima. Una delle poche sorprese dell'anno a cui forse, come spesso capita, non si è dato il giusto peso e attenzione. Fortunatamente potete rimediare.


12 - A Proposito di Davis
I fratelli Coen non sbagliano mai. Possono essere meno precisi del solito, ma comunque sempre fedeli a loro stessi e al loro cinema. Con questo film omaggiano la musica folk e insieme ad essa proseguono un'esplorazione sulla vita priva di significato e, per questo, a volte crudele senza alcun motivo specifico. A pagarne le spese stavolta è il protagonista Llewyn Davis che nella mestizia generale perlomeno passerà alla storia come il primo personaggio capace di scaldare il cuore dei Coen al punto da fargli palesare un po' di affetto nei suoi confronti.


11 - The Wolf Of Wolf Street
Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio. Un duetto che difficilmente buca o gira a vuoto. Quest'anno comunque se la sono rischiata grossa e a salvarli è stato probabilmente l'eccesso e l'ironia con cui hanno trattato un argomento per niente nuovo come quello, appunto, dei Lupi di Wall Street. Non ci troviamo di fronte a un capolavoro infatti, più di fronte a un film che, come la droga che gli fa da contorno, riesce a far durare tre ore come fossero la metà. Merito di un cast eccezionale e di una sceneggiatura folle di cui DiCaprio si fa showman e chi gli sta a fianco strumento necessario. D'altronde la classe non è acqua.


10 - Solo Gli Amanti Sopravvivono
I vampiri belli, quelli che volevano farci credere essersi estinti. Bè, Jim Jarmusch ci ha fatto vedere dove erano andati a finire. Sono salvi, per fortuna. Sopravvissuti nonostante tutto. Nonostante noi deludenti esseri, privi di interessi e culturalmente aridi. Tom Hiddlestone e Tilda Swinton sono perfetti: taciturni, poetici, affascinanti. Probabilmente l'unico bello rimasto ad abitare in un mondo decadente e alla deriva, dove ad uccidere e allo stesso tempo far rimanere in vita sono solamente i ricordi, quelli passati e appartenenti ad altre ere.


09 - Arance E Martello
L'esordio cinematografico di Diego Bianchi come quello di Pif, con cui condivide la radice giornalistica e televisiva, è un fulmine a ciel sereno. Si tratta di una particolare ed esplicita versione di "Fa La Cosa Giusta" dove ad essere messi in risalto sono i riferimenti politici e la romanità che fuoriesce dallo sfondo in cui viene ambientata la storia. Un progetto tanto ambizioso quanto riuscito, dove si ride, si riflette e si ragione sull'incoerenza che ci riguarda e che ci frattura, ma dalla quale, magari, è possibile ripartire per aggiustare le cose.


08 - Locke
Solo un attore per novanta minuti circa di film. Che Tom Hardy avesse il fisico per sopportare un peso del genere lo avevamo già riscontrato in passato, per esempio in "Bronson". Ma il lavoro svolto con la camera puntata perennemente addosso, nella sua auto, con il telefono sempre attivo, nella notte in cui inizia un viaggio importantissimo, di cui sapremo i perché solo alla fine, è qualcosa di sensazionale e meraviglioso. Steven Knight lo dirige col compasso, preciso e attento a dargli sempre il giusto spazio, la giusta inquadratura che sappia risaltare al massimo il suo dolore e il suo senso di colpa. Un film magnetico, che difficilmente se ne andrà dalla vostra testa.


07 - Il Capitale Umano
Ultimo italiano in classifica. Paolo Virzì. Scaricato agli Oscar "Il Capitale Umano" resta il miglior film realizzato in Italia in questo 2014. Un'opera dal respiro internazionale, curata, con un intreccio e una modalità di racconto impeccabili ed un cast meraviglioso su cui Fabrizio Gifuni e Fabrizio Bentivoglio spiccano per eccessività di bravura. Ci troviamo di fronte a un thriller crudele, grottesco e freddo, un prodotto di cui andare fieri e da cui bisognerebbe prendere esempio.


06 - Frances Ha
Questo film è uscito in sordina, talmente in punta di piedi da non creare nemmeno il minimo rumore e invece sarebbe stato giusto se di rumore ne avesse creato almeno un pochino se non abbastanza. Noah Baumbach e Greta Gerwing in fondo ci raccontano - con un bianco e nero non casuale - un futuro precario e incerto fatto di paura e di false promesse. Però non lo fanno con l'idea di schiacciare ancora di più le nostre prospettive ma con la forza e il coraggio di chi non abbassa mai la testa nonostante tutto. Suggerendo, magari, che perdersi totalmente potrebbe essere l'unico modo per (ri)trovare noi stessi.


05 - Snowpiercer
Ancora apocalisse, solo che stavolta l'umanità si sposta sui binari di un treno in corsa perenne che continua a mantenere, divisi in carrozze, le classi sociali ben distinte e separate l'una dall'altra. La prima opera in lingua inglese del regista e sceneggiatore sudcoreano Bong Joon-ho è un tesisissimo e reazionario film di fantascienza e azione solo apparentemente truccato di intrattenimento semplice e spensierato. La maniera in cui sa essere violento, grottesco e a volte anche privo di scrupoli nel mostrare la sua crudezza, insieme alla capacità con cui sa mettere in piedi teorie centrate su caos e disordine, piuttosto che su ecosistema, regole e istituzioni, rendono "Snowpiercer" uno dei prodotti migliori e apprezzati di quest'anno. Assolutamente da non perdere. 


04 - Mommy
E siamo arrivati al genietto canadese. Il 2014 in un certo senso infatti è stato anche l'anno di Xavier Dolan e della sua affermazione al grande pubblico, almeno a quello internazionale. La sua tematica madre-figlio fa un'altro passo in avanti con "Mommy": storia di un ragazzo difficile da gestire e di una madre inopportuna che tuttavia prova ad ogni costo a stargli vicino per tenerlo lontano da istituti e riformatori duri e violenti. Pur non essendo ancora arrivato agli apici, Dolan annuncia che prima o poi i podi cominceranno a far parte della sua carriera, perché di cinema lui sa, e anche molto, e che come autore non ha nulla da invidiare proprio a nessuno: basti pensare alla scelta geniale dell'aspect ratio in 4:3 con cui ha deciso di girare questo film, allargando la scena in 16:9 solamente in determinati momenti, per niente casuali. 


03 - L'Amore Bugiardo: Gone Girl
Lui è un fenomeno. Magari non sarà conosciuto come i veri grandi ma se si va a guardare la filmografia di David Fincher si capisce che non è per niente l'ultimo arrivato, anzi. "L'Amore Bugiardo: Gone Girl" è sicuramente il thriller dell'anno, un capolavoro del genere in cui l'amore e il rapporto di coppia fanno da padrone, trascinandosi dietro media e opinione pubblica. C'è una miriade di temi che la pellicola affronta, tutti sempre intelligentemente e in modo acuto, mentre a ogni passo o angolo un nuovo indizio o colpo di scena incollano lo spettatore alla poltrona, immobilizzandolo fino all'agghiacciante finale. Roba di classe, insomma!


02 - Lei
Fa strano leggere "Lei" in una classifica del 2014, ma siamo in Italia e da noi il film di Spike Jonze è uscito con un ritardo che più ritardo non si può. Una vera e propria opera d'arte una sceneggiatura mostruosa, resa ancor più mostruosa da un interprete magnifico come Joaquin Phoenix e dalla voce (indoppiabile) di Scarlett Johansson, relegata a impersonare un computer di ultimissima generazione. Chi pensa alla solita storiella tra uomo e macchina sta sbagliando perché in realtà questa pellicola si serve della tecnologia per raccontare l'umanità, quella fragile, malinconica e speranzosa che ha paura di amare così come di dover condividere le sue fragilità con l'altro. Jonze riesce a maneggiare questi argomenti con una sincerità e una bellezza incantevoli, segno di una sensibilità non comune a tutti ma solo ai grandi.


01 - Boyhood
E qui arriviamo alla fine, al termine di questo (bel) viaggio. Nel meglio del meglio non poteva mancare l'incredibile, un film che solo a descriverlo mette i brividi, un progetto straordinario, girato in dodici anni per rendere reale il cambiamento del piccolo protagonista e scandire al meglio le fasi più eclatanti della sua vita, "Boyhood" è il capolavoro di Richard Linklater, la finzione che si mischia alla realtà, è ciò che per anni al cinema è stato raccontato artificialmente e che ora ha raggiunto la perfezione. Un'esperienza unica, indescrivibile in poche righe, un'emozionante viaggio nella vita "vera" di un bambino che pian piano impara a diventare grande, e lo impara non grazie a chissà quali eventi o particolari situazioni, ma esattamente come capita ad ognuno di noi, crescendo e vivendo. Se non non capite di cosa sto parlando, correte a recuperarlo.

Ci siamo, il 2014 si chiude così. Questa è la quarta superclassifica da quando questo sito ha visto la luce. Se vi interessa sapere cosa abbiamo scelto negli anni passati sotto potete trovare i link di riferimento, se vi interessa sapere cosa penseremo dei futuri continuate a seguire queste pagine.
Non mi resta che augurarvi buon cinema a tutti e rinnovarvi l'appuntamento al prossimo anno.

Top 20 Movies 2011 (Parte Uno - Parte Due)
Top 20 Movies 2012 (Parte Uno - Parte Due)
Top 20 Movies 2013 (Parte Uno - Parte Due)

American Sniper - La Recensione

E' da qualche anno ormai che Clint Eastwood non si preoccupa più di tenere alti i suoi standard: quelli di inizio duemila, quelli che lo hanno portato all'Oscar, quelli insomma del cinema che vale. E' da qualche anno ormai che, come Woody Allen, la sua preoccupazione è diventata principalmente il non restare fermo, il voler dirigere sempre, comunque e a prescindere, occupandosi ancora di Storia (americana), ma altalenando risultati accettabili ad altri appena sostenibili.

Probabilmente uno script schizofrenico come quello di "American Sniper" l'Eastwood di dieci anni fa non lo avrebbe preso neanche in considerazione, o magari si, ma esigendo forse pesanti modifiche in cui sarebbe andato ad affinare le intenzioni di una pellicola che invece si trova a saltare - a seconda dei sviluppi - di palo in frasca, toccando trasversalmente il biopic formale e poi il genere guerra più esplicito, curvando lentamente in quello più introspettivo, mentre affoga in una retorica e in un patriottismo tanto banali quanto stonati. E pensare che dietro le gesta di Chris Kyle - autore del libro da cui il film prende spunto nonché eroe americano, inviato in Iraq e soprannominato La Leggenda per la sua infallibilità da cecchino - inizialmente, volontariamente o meno, apparivano nitidi alcuni tratti tipici delle pellicole dedicate ai supereroi: con la fase iniziale incentrata sulla ricerca di un identità personale, quella centrale in cui fuoriusciva la sua esplosione di talento e senso del dovere e la finale (larga) miscelata tra amore impossibile da coltivare e nemesi speculare da sconfiggere. In mezzo l'America, le Torri Gemelle, la disumanità della guerra e il nemico dipinto nettamente come male nudo e crudo. Un lavoro assai inedito e spiazzante per Eastwood, dunque, in cui non viene neppure risparmiata la variante del ritornello paterno da un grande potere derivano grandi responsabilità, che qui diventa una parabola su pecore, lupi e cani da pastore, dove gli ultimi sono chiaramente l'esemplare migliore da seguire perché, in maniera disinteressata, sa prendersi cura dei primi proteggendoli dai secondi.
Eppure neanche questo, scopriamo, essere un obiettivo che la pellicola intende seguire fino in fondo.

D'altronde di spunti "American Sniper" ne contiene parecchi, è evidente, ognuno di loro proveniente da un territorio non sostenibile o sconosciuto all'altro. L'errore che impedisce perciò il suo funzionamento, risiede più nella volontà di costringere questi spunti a dover collaborare (o convivere) tra loro, cercando una serenità e un amalgama inesistenti, per favorire le sorti di un racconto che, al contrario, accusa disomogeneità e assume forme incompiute e irregolari, praticamente impossibili da assemblare. La vera notizia quindi potrebbe essere il palese disinteresse ostentato da Eastwood nell'intero contesto. Lui, uno che il cinema lo conosce meglio delle sue tasche, ma che ultimamente anziché partecipare attivamente ai progetti che avalla, si limita sostanzialmente a dirigerli senza troppe domande, evitando di notificare, o magari correggere, quelle evidenti discordanze che dovrebbe intuire ad orecchio e sistemare a schiocco di dita.

Chissà se il suo carattere scorbutico, provocatore e tendenzialmente adatto a stimolare il pubblico - nel bene e nel male - da qualche parte esista ancora o se è stato nascosto, chiuso a chiave, dentro un cassetto segreto. Questo "American Sniper", in fondo, è l'ennesimo suo prodotto né carne né pesce, che non va da nessuna parte e porta con sé anche l'aggravante di essere spudoratamente pro-americano, ai limiti della tolleranza.
Se questo è ciò che è rimasto al regista di "Gran Torino" sinceramente saremmo più felici se si mettesse da parte, considerando che cinema di questo livello andrebbe limitato e non incoraggiato.

Trailer:

martedì 23 dicembre 2014

The Avengers: Age Of Ultron - Trailer Esteso in Italiano


Ottime premesse di spettacolo e divertimento nel trailer esteso in italiano di "The Avengers: Age Of Ultron" il sequel di "The Avengers" in uscita il 22 Aprile 2015, che conferma sia alla regia che nel cast lo stesso team vincente, schierato in precedenza.

Trailer Esteso Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Quando Tony Stark avvia un programma di mantenimento della pace rimasto inattivo, le cose vanno male e gli Eroi più Potenti della Terra, tra cui Iron Man, Capitan America, Thor, l'Incredibile Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco, sono messi a dura prova nella battaglia per salvare il pianeta dalla distruzione per mano del malvagio Ultron.

sabato 20 dicembre 2014

Ouija - La Recensione

Il genere horror è sicuramente uno dei più generosi quando si tratta di dover trovare pretesti per una storia. Qualsiasi cosa, anche la più zuccherosa e dolce, infatti se inserita in un contesto leggermente alterato può tramutarsi nell'oggetto malvagio peggiore che sia mai stato forgiato. Figuriamoci allora se, anziché bambole, specchi, case o quant'altro, ad essere preso come elemento di paura sia invece la tavoletta Ouija, specialista delle sedute spiritiche e canale speciale in grado di mettere in comunicazione i vivi con i morti.

Strano dunque che fino ad ora nessuno abbia mai deciso di dedicargli un film che ne esaltasse le caratteristiche, uno di quelli che non solo parlano di sedute spiritiche ma che rendano la tavoletta in questione fondamentale strumento e terrificante oggetto al medesimo tempo. A colmare questo vuoto però ci pensa il regista Stiles White, che oltre a dirigere, scrive con Juliet Snowden una trama quanto mai classica e prevedibile, che tuttavia ha il pregio di lasciarsi guardare con piacere per via dell'ottima cura con cui va a gestire situazioni e tensioni. Poiché se "Ouija" è lampante che non porti niente di nuovo all'interno del genere in cui si colloca - né come innovazioni e né come racconto - quantomeno ha il pudore di rispettarlo e di onorarlo al massimo della sua portata, risultando sempre credibile nelle performance degli attori e allestendo una fotografia - spesso costituita solo da fioche luci e da ombre - tarata ed efficiente.

La mano dei produttori in questo caso si sente forte e fa la differenza, specie quella dell'esperto Jason Blum, al quale dobbiamo la maggior parte degli horror di successo usciti negli ultimi anni: su tutti i due capitoli di "Insidious". Ed è proprio da "Insidious" che questo "Ouija" ruba tantissimo, troppo probabilmente, specialmente nei momenti delle visioni attraverso la lente dell'indicatore mobile, con il quale - durante le sedute - è possibile vedere gli spiriti che si manifestano intorno alla stanza. La scaletta che gli fa da telaio, viceversa, è studiata secondo i metodi più antichi e ordinari possibili, con morti in successione alla "Final Destination" e scopiazzamenti generici che rievocano persino il "The Ring" di Verbinski, nonostante la sempre perenne intelligenza di fondo messa a trasmettere più rispetto e voglia di migliorare un prodotto onesto, anziché la solita furbizia gratuita e seccante.

Con la sua durata di novanta minuti scarsi pertanto, "Ouija", umilmente come pochi, intrattiene saldo pur senza andare a marcare alcun tipo di territorio specifico. La pellicola di White, in fondo, la si dimentica subito, ma durante il suo scorrere la si guarda con estremo svago e appetito.

Trailer:

giovedì 18 dicembre 2014

Un Natale Stupefacente - La Recensione

Non fate caso al trailer perché non c'entra nulla, fidatevi solamente dei protagonisti: Lillo & Greg.

Con due anni di ritardo la Filmauro punta su loro due per sbancare il box-office natalizio, applicando finalmente quel restauro vincente che da queste parti già dopo aver visto "Colpi di Fulmine" speravamo e chiedevamo a gran voce. Il duo comico romano infatti con "Un Natale Stupefacente" riporta in quello che era diventato ormai un appuntamento stantio e privo di significato, le qualità che inizialmente ne avevano esaltato proprietà e caratteristiche, le stesse che nel tempo erano state decisive per trasformarlo addirittura in quella tradizione fissa e immancabile per lo spettatore e la famiglia. Originalità e risate, dunque, in una versione tutta inedita, colma di freschezza e giunta per direttissima dai palchi teatrali calcati dai due nuovi scoppiettanti protagonisti. Perché se non è esattamente carta bianca quella messa a disposizione di Lillo & Greg, di sicuro poco ci manca: la loro vena umoristica surreale, i momenti nonsense, la comicità slapstick, sono elementi che sia miscelati, che presi singolarmente, non possono fare altro che influenzare la scena contagiandola a tutto tondo senza risparmiare neppure i co-protagonisti presenti per i quali è fondamentale tenere il il passo e pescare il meglio del loro lato ironico più nascosto. Ne deriva perciò una commedia semplice, ma divertente, con equivoci, farse e intrecci irresistibili che non fanno altro che alimentare il grado di risate e la riaffermazione di un prodotto di cui si era cominciato a mettere in discussione praticamente ogni virgola.

Persino Volfango De Biasi - che oltre a dirigere firma anche la sceneggiatura - anziché agire di pugno e rischiare di interrompere l'equilibrio distribuito, decide giustamente di agire di polso e di seguire armoniosamente i leoni da palcoscenico a sua disposizione evitandone il dominio: adattandosi quindi su di loro sia in fase di scrittura che di regia, in maniera tale da rendere lo stampo teatrale di ogni loro sketch cinematograficamente funzionale e soddisfacente. Il suo ingaggio - che sostituisce lo storico Neri Parenti - si dimostra così azzeccatissimo e adeguato poiché oltre a sposare totalmente il cambiamento voluto da De Laurentiis, evidenzia maggior cura e scrupolo nella composizione generale di ogni scena e quella voglia di fare - e di fare bene - che lentamente in passato era andata a perdersi nella routine dei soliti meccanismi.

Lo spirito di "Un Natale Stupefacente" allora somiglia a quello di una commedia europea, con riferimenti leggeri anche a quella americana di qualche decennio fa. Un cambiamento radicale e intelligente, insomma, che ha chiesto anni e anni di prove e tentativi a vuoto, in cui abbiamo visto mutare cinepanettoni fino alla soppressione e provare formule alternative di scarso successo. Ora, secondo chi scrive, ciò che si stava cercando è stato trovato, nonostante la risposta definitiva spetti sempre al pubblico.

Trailer:

Knight Of Cups - Trailer Originale


Sarà presentato al prossimo Festival internazionale del cinema di Berlino l'ultimo film del regista Terrence Malick, si intitola "Knight Of Cups" e vede tra i protagonisti Christian BaleCate Blanchett, Natalie Portman e Imogen Poots. Qui sotto le immagini del trailer.

Trailer Originale:

mercoledì 17 dicembre 2014

Big Eyes - La Recensione

Individuare in che punto della carriera si trovi Tim Burton e quali siano le sue (nuove) intenzioni, sta diventando un impresa che si complica ogni qual volta un suo nuovo film viene alla luce. Si era detto che con "Dark Shadows" avesse fatto dei passi in avanti tornando indietro verso sé stesso, ma poi inaspettatamente ecco arrivare un lavoro come "Big Eyes" ad annullare ognuno di quei passi, mostrando il prosciugamento dei connotati di un regista che credevamo di avere piuttosto inquadrato e messo a fuoco.

Neanche a farlo apposta infatti in quella trama e in quei percorsi (tratti da una storia vera) che raccontano di un marito scaltro e dominante, che si impossessa della paternità dei quadri artistici della moglie per riscuotere successo e denaro, risiede un po' l'intera sintesi di ciò che "Big Eyes" trasmette e mostra: ovvero un prodotto che è si, firmato da Burton, ma che sarebbe più semplice credere sia stato diretto da qualunque altro mestierante. Scarico delle sue vene dark, gotiche, ironiche e fiabesche il tentativo del regista allora stavolta appare simile a quello di voler mettersi alla prova per testare la destrezza e le abilità della sua versione più sobria e composta, ufficialmente non ancora affrontata e quindi di interessante visione ed esplorazione. Eppure trovare i giri giusti avendo a che fare con toni distanti, se non addirittura estranei, per lui diviene un operazione pressoché complicata e imprecisa, tant'è che dopo qualche lancio a vuoto è costretto a correre ai ripari chiedendo boccate d'ossigeno sempre più frequenti a un Christoph Waltz che - per sostituire le veci solitamente indossate da Johnny Depp - alla fine si troverà lentamente a perdere il controllo del suo personaggio trasformandolo in sagoma e caricatura.

Ma il problema maggiore di "Big Eyes" però non è neppure tanto questo, quanto il non voler mai afferrare neanche uno degli argomenti che il suo tracciato man mano sfiora, e che probabilmente potevano aiutarlo ad uscire dal fango in cui sia lui che il suo regista invece rimangono incastrati fino ad esserne inghiottiti. Dall'ossessione per la fama, alle difficoltà di una donna nell'affermare sé stessa e il suo lavoro, dai sensi di colpa di una madre messa in isolamento dalla figlia e dal mondo, alle motivazioni di un uomo che a tutti i costi aspira ad essere incensato e osannato. Insomma, a disposizione di Burton c'era abbastanza materiale per caratterizzare e colorare più intensamente il suo lavoro, nulla di particolare e molto di già visto, magari, ma in condizioni aride di terreno e precarie di equilibrio come quelle in cui ha scelto di inserirsi e di barcamenarsi munirsi di almeno uno dei tanti giubbotti di salvataggio avrebbe potuto salvaguardare sicuramente di qualche livello un contesto che asciugato anche della sua stravaganza pare esser praticamente vuoto e desolante.

Purtroppo però la certezza unica che "Big Eyes" è in grado di regalare è quella di un autore denaturalizzato talmente troppo e talmente male da riuscire a infastidire e disturbare spettatori ed adepti. Una pellicola che, a parte un paio di scene, fa veramente venire il dubbio che il vero Tim Burton, in questo momento, sia rinchiuso in ostaggio, chissà dove, in attesa di essere ritrovato e salvato. Resta da capire se da sé stesso o da qualcun altro.

Trailer:

Blackhat - Nuovo Trailer Italiano


Il nuovo trailer italiano di uno dei film più attesi del prossimo anno, ci riferiamo a "Blackhat" il cyber-thriller interpretato da Chris Hemsworth e Viola Davis, che il 12 Marzo prossimo segnerà il ritorno al cinema dell'acclamato regista Michael Mann.

Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Ambientato nel mondo della criminalità informatica globale, “Blackhat” segue un detenuto in permesso che, insieme ai suoi soci americani e cinesi, è a caccia di una rete di criminalità informatica di alto livello da Chicago a Los Angeles a Hong Kong a Giacarta.

sabato 13 dicembre 2014

Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate - La Recensione

Bastano i primi quindici minuti di questo terzo e ultimo capitolo per rendersi conto che il cammino de "Lo Hobbit" sia stato diametralmente differente in confronto a quello lineare e ad incastro del precedente suo seguito. Basta intuire quanto il cut di Smaug, con cui chiudeva il precedente capitolo, non era affatto necessario, bensì obbligatorio, poiché serviva a mantenere alto quell'interesse che altrimenti si sarebbe esaurito nelle promesse di una battaglia tanto epica quanto fine a sé stessa.

In "Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate" infatti c'è, in dosi massicce, tutta quell'azione che a Peter Jackson gli era stata imputata come mancante nei primi due episodi della saga. Una guerra praticamente senza sosta aperta da un tutti contro tutti e modificata, in corso d'opera, in un tutto contro gli orchi. Ma mentre ciò ne "Il Signore Degli Anelli" era motivo di entusiasmo e divertimento in "Lo Hobbit" diventa esclusivamente intrattenimento e passatempo: un momento di fantasy gratuito, trasbordante e massiccio, non giustificato tuttavia da una storia che, purtroppo, non è mai riuscita a restituire quel coinvolgimento che ognuno di noi si aspettava e chiedeva. A giochi compiuti allora diventa più facile annunciare che di questo prequel, effettivamente, il bisogno non ce ne era affatto, e che Peter Jackson abbia dovuto davvero arrampicarsi sugli specchi per gonfiare quello che era un conflitto risolvibile facilmente in un paio di capitoli, che comunque sarebbero stati sempre di minor statura per via di un romanzo d'origine dedicato ad un target più piccolo e quindi con ambizioni più basse.

E forse è rintracciabile proprio nell'aver voluto ad ogni costo alzare queste ambizioni il maggior limite del franchise, il voler guardare alti, laddove prima si era arrivati, anziché magari limitarsi a compiere un lavoro rispettoso e in linea con le radici. La testardaggine con cui si è cercato ciclicamente di rendere interessanti dei personaggi di per sé anonimi e spesso fastidiosi come i nani, insieme alle battaglie per niente spontanee e trascinanti, con cui si voleva alzare un po' il ritmo stabilmente piatto, non hanno aiutato a migliorare una situazione che, a conti fatti, è sempre sembrata più piena d'aria che di contenuti.
Ma Peter Jackson si sa, ama la grandezza, lo spettacolo e riesce a non confonderli mai, per fortuna, con la megalomania, quella che davvero poteva danneggiarlo gravemente e limitare il suo lavoro a una pura operazione di marketing (che comunque da quelle parti rimane). Invece qualcosa di nuovo che va oltre il marketing Jackson al cinema è riuscito a portarla lo stesso, e per l'ennesima volta. Perché se il suo "Lo Hobbit" non rimarrà scolpito nella storia per magniloquenza e scioltezza, sicuramente lo rimarrà per via di quella tecnologia interessantissima e forse ancora tutta da scoprire dell'HFR 3D. Una targa diversa se confrontata a quella ricevuta con "Il Signore Degli Anelli", ma che allunga il tragitto di Jackson nel proclamarsi un innovatore del cinema, una persona che non cessa di sperimentare inedite tecnologie per contribuire, nel bene e nel male, a cambiare ulteriormente il modo di fare (e di fruire) il cinema, in questo caso aumentando il realismo e la partecipazione.

Ai titoli di coda di questa sua ennesima avventura, dunque, a noi resta scolpito un mondo che non solo abbiamo visto, ma ci sembra anche di avere vissuto, con il picco maggiore di un Drago meraviglioso che, specie in quest'ultima uscita, nelle sue poche scene si conferma punta di diamante indiscussa e spaventosa. Di certo sarà un viaggio che, rispetto al precedente, difficilmente ci verrà voglia di rifare, ma che speriamo serva a Jackson per chiudere definitivamente i battenti con Tolkien e la sua mitologia per continuare a scoprire e sperimentare in lidi completamente nuovi, utili magari a restituirgli quei podi da cui manca ormai da troppi anni.

Trailer:

Mad Max: Fury Road - Teaser Trailer Italiano


Arriva finalmente, anche in italiano, il teaser trailer di "Mad Max: Fury Road" il nuovo film diretto da George Miller con Tom Hardy, Charlize Theron, Zoë Kravitz, Nicholas Hoult, Riley Keough e Hugh Keays-Byrne, in uscita al cinema dal 14 maggio 2015. Qui sotto le immagini.

Teaser Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
In un futuro prossimo l’umanità è spezzata e costantemente in lotta per la sopravvivenza. In questo mondo devastato esistono due ribelli, che potrebbero essere gli unici in grado di cambiare le cose. C’è Max (Tom Hardy), un uomo di poche parole, che sta cercando un equilibrio dopo che la moglie e il figlio sono stati uccisi. Accanto a lui c’è Furiosa (Charlize Theron), una donna d’azione, convinta che la strada per la sopravvivenza passi attraverso il deserto fino alla sua terra natia.

venerdì 12 dicembre 2014

Jimmy's Hall - La Recensione

In un primo momento, durante l'ultimo festival di Cannes, Ken Loach aveva dichiarato che "Jimmy's Hall" sarebbe stato il suo ultimo film. Che arrivato all'età di settantotto anni era giunto il momento di smettere e di riposarsi. Anche se poi, dopo qualche intervista, aveva ritrattato leggermente la sua affermazione dicendo di volere aspettare fino alla fine dei Mondiali prima di sentenziare e decidere sul suo futuro, il quale adesso, a Mondiali finiti, pare che con il cinema debba ancora avere qualcosa a che fare.
E per fortuna, aggiungeremmo.

Perché - in totale controtendenza con la teoria tarantiniana - "Jimmy's Hall" non sembra affatto l'opera di un regista vicino agli apici della sua vecchiaia, come nemmeno quella di chi con la testa comincia a perdere pieno legame e quindi capacità di intendere e di volere. Tutt'altro. Loach infatti dimostra per l'ennesima volta di mantenere una lucidità e una giovinezza mentale che gli consentono insieme di non smarrire nemmeno un pezzettino della sua magnifica impronta autoriale e umana, mettendo in piedi una storia asciutta, impeccabile, forse piuttosto netta e sentita, ma che trascina, emoziona e commuove senza alcun bisogno di forzare la mano. Ci riporta nel lontanissimo 1932 - nell'Irlanda post-guerra civile e in piena depressione - per raccontarci lo spaccato di un uomo, Jimmy Graltron, che per spirito e gesta, potrebbe esser tranquillamente etichettabile come una di quelle leggende da idolatrare e venerare in eterno. Se non lui, quantomeno il suo rinomato salone (o centro sociale, se preferite), quello spazio in cui gli abitanti della Contea di Leitrim riescono a riempire i loro vuoti culturali e vitali, riunendosi felicemente per discutere, leggere, studiare, boxare e ballare. Svolgere insomma quelle attività ricreative e benefiche utili alla comunità, ma per niente ben viste dalla Chiesa e dalla borghesia, che giudicano l'eccessiva libertà di pensiero sprigionata in quel luogo come qualcosa di pericoloso e lontanissimo da Dio.

E su questo tema - che in qualche modo abbraccia l’essere liberi in senso assoluto - “Jimmy’s Hall” sente il bisogno di impostare la sua potenza impetuosa e viscerale, addentrandosi in un testa a testa tra uomo e religione che Loach porta avanti alla sua maniera, destreggiandosi tra personaggi privi di sfumatura e disegnati per essere identificati come buoni o come cattivi. Di conseguenza la battaglia intrapresa da Graltron contro la testardaggine dei poteri più ricchi è una di quelle battaglie che da parte dello spettatore può essere solo che condivisa e sostenuta, poiché combattuta contro quella parte intimidatoria e violenta di un regime autoritario e fascista, che non riesce a vedere oltre gli interessi di quello che è il suo piccolissimo orticello. Ma da questo Loach ha voglia di ricavare esclusivamente una favola ricca di speranza e di positività, un motore senza tempo, escludendo categoricamente quindi di rimanere impantanato nella parentesi Storica generale attinente all’Irlanda. E per cui sacrifica molto più di quanto forse abbia mai fatto, riducendo caratterizzazioni, sottotrame e romanticismi apparentemente importanti, solo per favorire a gran voce l'elemento più sacro e fondamentale della sua opera, quell'immortalità risiedente nella forza delle idee che trascende ogni persona e luogo per esistere sempre e ovunque.

Così, pur avendolo già immaginato e previsto per propensione, l'epilogo di "Jimmy's Hall" non può che essere ugualmente amato e abbracciato come fosse quello spiazzante e meraviglioso che non ti aspetti. La costruzione con cui Loach accende sapientemente la temperatura del suo finale, oltre a restituire a noi brividi e qualche lacrima, dimostra l'esperienza e la voglia di un veterano del cinema che dal cinema non può staccarsi per definizione.
Perlomeno non in maniera così netta o derivante dai Mondiali.

Trailer:

giovedì 11 dicembre 2014

Chappie - Trailer Italiano Ufficiale


Primo trailer italiano per "Chappie", il nuovo film di Neill Blomkamp con Hugh Jackman, Sigourney Weaver, Sharlto Copley, Dev Patel, Miranda Frigon, Jose Pablo Cantillo, Sean O. Roberts e Robert Hobbs, in uscita al cinema dal 9 aprile 2015.

Trailer Italiano:

Sinossi (Ufficiale):
Ogni bimbo viene al mondo pieno di promesse e nessuno più di Chappie: lui è un talento, è speciale, un prodigio. Come ogni bambino, Chappie verrà influenzato dagli ambienti che lo circondano, alcuni buoni, altri meno, affidandosi al cuore ed all'anima per trovare la sua strada nel mondo e diventare un uomo. Ma c’è una cosa che rende Chappie diverso da chiunque altro: è un robot. Il primo ed unico robot in grado di pensare ed avere sentimenti. L’idea è alquanto pericolosa, ed è una sfida che metterà Chappie di fronte a potenti forze distruttive, impegnate a porre fine alla sua specie.

[EXTRA - TEATRO] Tutti Insieme Appassionatamente - La Recensione


A un anno di distanza da "My Fair Lady", Vittoria Belvedere e Luca Ward fanno rivivere a teatro "Tutti Insieme Appassionatamente", il famosissimo musical ideato da Rodgers e Hammerstein, portato al cinema nel 1965 dal regista Robert Wise, riscuotendo esiti assolutamente fortunati ed entusiastici.

Quello adattato per la scena da Massimo Romeo Piparo - piccole modifiche a parte legate a sceneggiatura e a testi delle canzoni - è un testo che non prevede particolari aggiornamenti o modernizzazioni, ma che mira invece a mantenere una sorta di fedeltà atmosferica con la versione originale ideata circa cinquanta anni fa, valori e limitazioni comprese. E' possibile infatti rintracciare nei dialoghi e nelle canzoni interpretate dagli attori, quel tipo di linguaggio, di retorica e di sentimenti tendenzialmente puri e privi di quel cinismo che pian piano, nel tempo, si fatto sempre più largo nelle generazioni a venire, e che forse è anche responsabile di quella scarsa empatia che durante lo spettacolo molto spesso tende formarsi venendo a mancare.
Una scelta comunque, quella di Piparo, eseguita senz'altro per non denaturalizzare una storia entrata nel mito e nell'immaginario, sia teatrale che cinematografico, e che ancora oggi pur non risultando decisamente attuale, sa rimettere in contatto - a seconda delle età anagrafiche, s'intende - il nostro Io con la sua parte più remota legata all'infanzia o alla giovinezza.

Tuttavia in Italia, il musical, continua ad essere una sottile arma a doppio taglio, nel senso che molto spesso - e "Tutti Insieme Appassionatamente" è uno di questi casi - anziché seguire gli esempi impeccabili e precisi inviati dagli americani e dagli inglesi, si tende a prenderlo sotto gamba e a privilegiare il nome di cartellone piuttosto che le performance canore dei protagonisti, il più delle volte adattati al canto e quindi affaticati o limitati nelle interpretazioni.
Vittoria Belvedere e Luca Ward, per esempio, dichiaratamente più a loro agio con la recitazione che con il canto, non sempre si dimostrano all'altezza delle articolate performance vocali a loro destinate, evidenziandosi due o tre scalini indietro rispetto alle loro spalle e agli attori di contorno: loro si, (più o meno) scelti più per l'affinità con l'arte del canto che per altro.

Ma complessivamente questa nuova versione di "Tutti Insieme Appassionatamente" sa compiere il suo dovere, rivelandosi uno spettacolo perfettamente indicato per le famiglie e soprattutto per i più piccoli, meglio se alla ricerca di quel magico clima natalizio o del calore indispensabile per affrontare le freddissime feste in arrivo.

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del teatro Il Sistina di Roma: http://www.ilsistina.it/event/tutti-insieme-appassionatamente/

sabato 6 dicembre 2014

Big Hero 6 - La Recensione

L'acquisizione della Marvel da parte di Disney avvenuta circa cinque anni fa, a parte il rumore iniziale dovuto all'operazione, non aveva ancora destato particolari rovesci o rivoluzioni. A dirla tutta infatti entrambe continuavano a lavorare e a progettare come se nulla fosse accaduto: e quindi la Disney continuava a fare (e ad essere) la Disney e la Marvel continuava a fare (e ad essere) la Marvel.

Adesso però l'entrata in scena di un film d'animazione come "Big Hero 6" cambia completamente le carte in tavola, suscitando quella strana sensazione dovuta a un invasione da tempo sospettata e attesa, ma sempre rimandata e schivata. Perché in questa occasione, per la prima volta, la Disney utilizza il suo potere da padrona saccheggiando non ufficialmente, ma spudoratamente, uno dei fumetti Marvel meno conosciuti in assoluto (inedito in Italia), realizzando un'opera dal respiro assolutamente distante da quello che era il suo solito e vicinissimo a quello della sua subordinata.

La storia del piccolo genietto scienziato Hero, allora, somiglia moltissimo a quella di un Peter Parker dal cervello Tony-Starkiano, indirizzata e montata per sfociare nell'immaginario più avengersiano possibile e conquistabile. Un miscuglio tanto contorto quanto semplice, nei suoi sviluppi come nelle sue risoluzioni, chiaramente rubate dallo storico messo a disposizione dalle pellicole sia sopra citate che non. Eppure il fatto che la Disney smetta per un attimo di fare la Disney, imitando uno dei suoi rami più robusti e migliori, non sarebbe neppure troppo sbagliato se solo ciò fosse eseguito con particolare attenzione e giusta perizia. Ma a "Big Hero 6" manca la capacità di saper sfruttare e di sapersi destreggiare in quei momenti in cui il bisogno diventa accantonare, per qualche secondo, lo stradone principale (quello si, ben studiato) e imboccare vicoli più bui, dove - per intenderci - il neo-supereroe, solitamente, subisce uno scontro con la sua crisi interiore, comprendendo forze, debolezze e, nel caso di Hiro, raggiungendo, infine, la maturità adolescenziale.
L'unica sequenza presente in cui il protagonista tenta di eseguire un passo del genere - chiudendosi in sé stesso e nella sua sofferenza, e non compiendo alcun movimento - avviene ancora prima di indossare l'armatura, e non c'è alcuna traccia o segnale che possa dare adito a quello sblocco di consapevolezza che quando in lui si fa strada, lo fa più per avanzamento di trama che per altro.

Tuttavia queste dinamiche per la Disney non erano affatto sconosciute, considerando che le aveva sapute già manipolare alla perfezione in gran parte della sua filmografia. Ma probabilmente è stato proprio l'averle dovute ragionare con il cervello di qualcun'altro a fare in modo che gli venissero a mancare, compromettendo il cuore di un lavoro tendenzialmente costruito per commuovere, scaldare e istruire. Perché se è vero, in fondo, che lo stampo di "Big Hero 6" sia decisamente marvelliano, è altrettanto vero che i suoi personaggi siano decisamente e dichiaratamente di stampo disneyano: basti pensare all'età anagrafica dei sei strambi scienziati e alla fisionomia del medico-robottino Baymax, tratteggiata ad hoc per essere dolce, scherzosa e rassicurante. E' solo il movimento compiuto in scena perciò a tradire l'intera intelaiatura, quel voler cambiare punto di vista e guardare ogni cosa da una prospettiva diversa e sconosciuta: esperimento di cui anche la sceneggiatura della pellicola si fa carico e che a qualcuno di noi lascia pensare che la casa di Topolino, forse, sia alla ricerca di un franchise proficuo e solido a cui di affidarsi per rimanere al passo con chi gli dichiara puntualmente spietata concorrenza.

E se lo scopo doveva essere soltanto questo, "Big Hero 6" lo raggiunge in pieno e con grandissima scioltezza: d'altronde l'intrattenimento che offre oltre ad esser collaudato e dinamico sa essere anche spettacolare nelle immagini e nelle sequenze d'azione. Certo, noi avremmo preferito che la Disney avesse continuato ad essere Disney, evitando ogni tipo di mascheramento, ma evidentemente l'elisir utilizzato per "Gli Incredibili" al momento scarseggia e quella dell'imitazione è un'arte che funziona meglio di quanto ognuno di noi possa prevedere.

Trailer:

venerdì 5 dicembre 2014

Terminator Genisys - Teaser Trailer Italiano


La Universal Pictures ha appena rilasciato il teaser trailer italiano di "Terminator Genisys", il nuovo film di Alan Taylor, con Arnold Schwarzenegger, Jason Clarke, Matt Smith, Emilia Clarke, Jai Courtney, J.K. Simmons e Byung Hun Lee, in uscita al cinema a luglio 2015.

Teaser Trailer Italiano:

giovedì 4 dicembre 2014

The Imitation Game - La Recensione

Alan Turing è stato uno dei geni matematici e crittoanalitici più importanti della nostra storia. Le sue ricerche, i suoi esperimenti e le sue invenzioni hanno segnato i primi passi nell'evoluzione della tecnologia così come oggi la conosciamo: non a caso la sua mente venne reclutata anche dall'esercito militare britannico per decodificare i messaggi di Enigma, la macchina utilizzata dai tedeschi, durante la Seconda Guerra Mondiale, per far girare segretamente le loro informazioni e strategie. Tuttavia per Turing la vita fu tutt'altro che semplice e i suoi indiscutibili successi professionali non gli impedirono di rifiutare i trattamenti ormonali a cui venne obbligatoriamente sottoposto una volta che la sua omosessualità fu portata alla luce, con l'inizio di un calvario fisico e mentale che lo costrinse a perdere parte della sua brillantezza spingendolo, infine, al suicidio.

"The Imitation Game", è il film che ora vorrebbe raccontare la sua storia. Una storia che a causa della collaborazione militare segreta è rimasta celata per cinquant'anni e che per merito della grazia postuma ricevuta un anno fa dalla Regina, si fa repentinamente, per certi versi, quasi necessaria e urgente. Tant'è che non ha la minima intenzione di lasciarsi dietro nulla la pellicola diretta da Morten Tyldum, anzi, vuole farsi carico di ogni aspetto, ogni dettaglio e di ogni sfumatura a disposizione: dall'Alan Turing uomo a quello professionale, dagli avvenimenti storici di guerra al maschilismo e alle chiusure conservatrici in vigore a quel tempo.
Molto, anzi, troppo per un biopic impostato per avere durata inferiore a due ore.

E' evidente allora che nella sceneggiatura scritta da Graham Moore - adattata dal libro "Alan Turing. Una Biografia" di Hodges Andrew – sia presente un taglio deciso e praticamente obbligato, adagiato attorno all'avvenimento più rilevante e incredibile della carriera del talentuoso protagonista: la creazione della macchina decriptatrice Cristopher, complice di aver contribuito a sconfiggere i tedeschi e aver ridotto la durata della Seconda Guerra Mondiale di quasi due anni.
Nasce quindi tendenzialmente come un thriller "The Imitation Game", con le ricerche e i tentativi (infiniti) di un team di esperti, assunto appositamente dalla Gran Bretagna per contrastare il dominio tedesco di una guerra altrimenti impossibile da ribaltare. Ma se questo, potremmo dire, essere lo scheletro della pellicola, il suo bastone di sicurezza, con cui proteggersi e non cadere di faccia, è evidente che dietro esso sia visibile un'intera serie di muscoli importantissimi a cui purtroppo non viene concesso meritato sviluppo, ma solo delle leggere contrazioni. Più della parentesi Cristopher infatti - a cui viene destinato uno spazio eccessivo e allargato - era necessario approfondire il tema legato all'Alan Turing essere umano, rappresentato nella storia come persona meccanica sia nei comportamenti che nei sentimenti, esattamente come sa essere ironicamente Sheldon Cooper nella serie tv "The Big Bang Theory". Una raffigurazione particolare, dunque e per niente originale, ma comprensibile secondo alcune esigenze cinematografiche e di copione: quale altro soggetto poteva essere in grado di inventare un cervello elettronico se non chi elettronicamente era già abituato a pensare?

A mancare però a "The Imitation Game" è proprio la capacità di andare oltre gli eventi e i fatti, e quindi il riuscire a inquadrare e a spiegare ciò che ormai fa parte dello scritto e del constatato. Perché così come i comportamenti di Turing vengono elaborati e giustificati con pochi flashback, energicamente vuoti e incompleti, anche i suoi problemi con l'omosessualità vengono appena abbozzanti e trattati, un modo di agire che la pellicola applica persino con il personaggio di Keira Knightley, evitando un discorso legato alla differenza di sessualità che inizialmente pare voler prendere in considerazione, ma poi lascia nel dimenticatoio, allo stesso modo di come fa con la guerra sullo sfondo, di cui si ostina a mostrare immagini, sinceramente, sorvolabili e posticce, invece di limitarsi a inserirla, al massimo, in qualche dialogo.

Come prevedibile perciò quello di Tyldum non può che uscir fuori come un biopic onesto e generico, in cui forse è possibile rintracciare vagamente la figura di Turing e del suo operato, ma in cui non è assolutamente possibile entrare dentro la psicologia, le sensazioni e i sentimenti di un uomo criptico ed enigmatico come i progetti a cui amava dedicarsi. Un biopic da entry-level, insomma, a cui magari non era richiesto di più, ma che comunque non mancava di materiale per poter spingersi oltre.

Trailer:

Bond 24: Cast e Titolo Annunciati In Diretta


Questa mattina dalle ore 12.00 (italiane) in diretta mondiale dagli Studi Pinewood di Londra, EON Productions, Metro-Goldwyn-Mayer e Sony Pictures Entertainment annunceranno il cast e il titolo del 24° film di James Bond, l'agente segreto più famoso al mondo. Per adesso sappiamo solo con certezza che il film sarà interpretato da Daniel Craig, diretto da Sam Mendes e che uscirà al cinema da ottobre 2015. Ma per gli altri dettagli ci restano ancora poche ore...

Diretta:

mercoledì 3 dicembre 2014

The Rover - La Recensione

Dall'affollamento  familiare di "Animal Kingdom" alla solitudine semi-deserta di "The Rover".
Riparte da qui il regista David Michôd, da un capovolgimento contrastante e post-apocalittico che però non cessa di mantenere alcuni legami con gli argomenti a lui più cari, innalzando quelle capacità registiche di cui certamente ha dimostrato di saper esser portatore sano.

Perché "The Rover" è innanzitutto un magnetico lavoro di scenografia e fotografia, diretto con caparbietà da chi il cinema sa cosa significa e come manovrarlo: la sequenza di apertura che, nel silenzio più totale, si trasforma repentinamente in un inseguimento all'ultimo respiro, privo di indicazioni, ma adrenalinico, ne è una conferma netta ed efficace, con un Guy Pierce silenziosissimo e brutale che senza il bisogno di troppe battute riesce perfettamente a trasmettere quel senso di male interiore con cui il suo personaggio è costretto a vivere e a convivere. Ci troviamo a seguito del collasso economico globale infatti, in Australia, in un mondo in cui la giustizia è ridotta ai minimi termini e la legge del più violento vige come equilibrio circostante. Il denaro è limitato, e viverne senza è un abitudine, ma ciò tuttavia non limita il predominio della malvivenza e l'estinzione di quella umanità che una volta serviva a distinguere l'uomo dagli altri animali. Non c'è alcun eroe a fare da scudo, né tantomeno l'ombra di un personaggio positivo, solo la cattiveria e la rabbia di chi cerca di sopravvivere (o sopportare la sopravvivenza) come meglio sa fare a ciò che resta, senza nemmeno avere più così tanta paura di morire e chiudere i battenti. Lo dice chiaramente anche Guy Pierce in una delle poche scene in cui gli è consentito aprire la bocca: non c'è più nulla che deve accadere, è già successo tutto. Una chiusura priva di speranza che non lascia spiragli di redenzione a chiunque si trascini ancora sui terreni aridi che disinteressatamente lo ospitano.

L'atmosfera western desertica e taciturna diventa allora per Michôd carattere fondamentale per infondere alla sua pellicola quei tratti sconfortanti e sfiducianti a cui mira, un panorama capace di inviare alternativamente fascino e malessere, a seconda delle pause che l'opera si concede per respirare e riprendere fiato. Perché i tempi di azione sono importantissimi in "The Rover", gestire il fiato è basilare per costruire la tensione e spezzarla all'occorrenza, in quelle situazioni in cui il bisogno diventa poter ampliare le informazioni e dimensionare i personaggi. E con la sua tecnica da perfezionista Michôd è pressoché impeccabile a lasciare che questi sbalzi non prendano il sopravvento, a mantenere costante il controllo su un meccanismo che poteva sfuggirgli di mano e che invece resta roteante sul suo palmo attento alle rigide indicazioni.

Per questo l'universo da lui costruito e in cui fa muovere i suoi personaggi, nonostante la dose surreale presente, che potrebbe mettere in discussione qualche tipo di comportamento o gesto, a noi risulta sempre credibile e coinvolgente: un luogo malvagio, dove non c'è più né vittoria e né riscatto, dove la pace è rintracciabile esclusivamente con la morte e dove ad avere la meglio è solamente il nulla. Solo lui e nessun'altro.

Trailer:

venerdì 28 novembre 2014

Scemo & + Scemo 2 - La Recensione

Quando si soffre di deficit mentale e si è fisicamente impossibilitati a comprendere o a ragionare, non esiste alcuna cura e alcun assistente che possa limitare o aggiustare le cose, tantomeno lo scorrere della vita o del tempo.
Questo almeno per come la vedono i fratelli Peter e Bobby Farrelly.

Harry e Lloyd venti anni dopo perciò - segni del tempo a parte - non potevano che essere gli stessi di venti anni prima, se non addirittura peggio per via di un logoramento attribuibile più al fattore noia che ad altro. Ma "Scemo & + Scemo 2", dopo aver tranquillizzato i fan e sottolineato i segnali di un'amicizia stabile, mantenuta negli anni, li rimette immediatamente all'avventura, inseguendo per giunta lo stesso canovaccio con cui in passato era riuscito a far ridere e a conquistare migliaia di spettatori e immolandosi contro ogni logica alla ricerca di un bis rischioso tanto quanto stimolante.
Jim Carrey e Jeff Daniels dal canto loro dimostrano di non aver mai abbandonato veramente i legami stabiliti con i loro personaggi, ritrovandoli sin dal primo fotogramma e intercettando senza alcuna fatica quella comicità demenziale e dissacrante che entrambi, per motivi diversi di carriera, avevano leggermente messo da parte o diluito.

Ma messa così tuttavia, la traiettoria disegnata da "Scemo & + Scemo 2" parrebbe cosparsa solamente da rose e da fiori: gli esiti di un sequel perfetto, riuscito ed azzeccato. Eppure qualcosa all'appello in realtà manca, qualcosa che, a dirla tutta, sfugge ai fratelli Farrelly da qualche decennio a questa parte. Ci riferiamo a quella scintillante vena umoristica, ridotta oggi a qualcosa di sostanzialmente scarico e stanco, e che si pensava potesse tornare a splendere almeno un pochino attraverso quello che per loro era - cinematograficamente parlando - uno storico ritorno alle origini. Riavere a disposizione due fenomeni da palcoscenico come Jim Carrey e Jeff Daniels però non sembra essere stato troppo d’ispirazione per i due registi, che riescono a mettere in piedi solamente una storiella dalle fondamenta piuttosto instabili, insieme a una dose massiccia di scenette appena divertenti e un campionario di battute di riscaldamento da sparare, per fortuna, al momento giusto. Troppo poco sinceramente per tentar di scacciar via o di mascherare una crisi profonda ormai appurata, risolvibile magari con un piccolo sforzo in più, attraverso l'inserimento di quel paio di affondi umoristici ben congegnati e un maggior principio di coesione e accortezza da applicare alla storia principale: due qualità che oggi stentano a farsi vedere, ma che invece erano assai presenti nella loro prima parte filmografica.

Sta di fatto che avere talenti comici puri a guidare la baracca alla fine paga sempre e, grazie ai suoi assi, "Scemo & + Scemo 2" pur non potendo neppure immaginare di sfidare il suo capostipite, riesce a portare a casa quel consenso affettivo bastante, figlio di una rimpatriata comunque gradevole e accettata.
Un contentino, in fin dei conti, tutt'altro che da scartare.

Trailer: