IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

martedì 29 aprile 2014

Locke - Quattro Clip in Italiano


Presentato fuori concorso durante l'ultimo Festival di Venezia, "Locke", la pellicola con Tom Hardy diretta dal regista Steven Knight (qui la recensione), si appresta a sbarcare dal 1 Maggio finalmente anche nei nostri cinema. Nel frattempo sono state rilasciate anche le prime quattro clip in italiano del film, potete vederle qui di seguito.

Clip 1:


Clip 2:


Clip 3:


Clip 4:

Solo Gli Amanti Sopravvivono - La Recensione

Approfittarsi dei vampiri è diventata una moda, uno specchietto per allodole incisivo e ben rodato con cui difficilmente non si riesce ad attirare attenzione. Eppure Jim Jarmusch, con i suoi di vampiri, rischia di deludere ogni aspettativa canonica poiché le creature da lui generate, pur mantenendo fieri fascino e caratteristiche, di mischiarsi alla folla, o meglio ancora, alla massa, non ne hanno alcuna voglia.

Sono infatti personalità decimate, taciturne e pacifiche i vampiri di "Solo Gli Amanti Sopravvivono", relegate hai margini di una società che frequentano sporadicamente e solo per necessità vitali (come comprare sangue buono da bere), per la quale provano delusione e disprezzo a causa della preoccupante mutazione subita nel corso dei secoli. La definisce composta da zombie infatti l'Adam di Tom Hiddlestone, sottolineando la mancata cura degli esseri umani nei confronti di sé stessi, e giustificando allo stesso modo i motivi che lo hanno spinto ad allontanarsi da loro il più possibile rimanendo aggrappato alla sola, unica cosa che, moglie a parte, protegge e coltiva (ama) nella sua vita: la musica. In questo modo è subito chiaro che la pellicola di Jarmusch ha innanzitutto voglia di spronare, di stuzzicare attraverso il mito dei vampiri un qualsiasi tipo di reazione da parte nostra, che sia indifferenza, rabbia o riflessione poco conta, l'importante è che ci sia prova e testimonianza che quei zombie di cui sospetta dimostrino di non essere davvero tali e reali.

Interessato da sempre nella sua carriera a raccontare figure alienate, in difficoltà e il loro rapporto con il mondo circostante, con "Solo Gli Amanti Sopravvivono" il regista allora oltre a criticare quella che è a tutti gli effetti una fotografia decadente della società moderna, si rifugia ad intercettare il bello proiettandosi a ritroso nel tempo, scavando con l'aiuto dei suoi personaggi nel passato e nella Storia e insinuando con un pizzico di positività una possibilità di rinascita: la speranza che ciò che è stato non sia del tutto esaurito, ma anzi ancora alla portata e percorribile se solo ce ne fosse voglia e passione. Ma la sua, appunto, è una pellicola che oltre a puntare nostalgia e malinconia soprattutto ha la missione di infondere romanticismo, romanticismo perché crede dell'amore come ancora di salvezza, romanticismo sebbene quell'amore che unisce Adam e Eve sia diviso da chilometri e chilometri di distanza, ma tuttavia solido e carnale abbastanza da sopravvivere alla distanza e al (tanto) tempo che passa.

Diventa quindi impossibile non invaghirsi di fronte a questa opera poetica a tinte dark, fisicamente improbabile non lasciarsi cullare e cadere vittime di uno stallo che invita a stendersi, a sdraiarsi al buio con occhi al cielo, meditando la ricerca di qualcosa che forse non è più raggiungibile.
Magari è davvero giunta l'ora di reagire con addosso quella fame violenta - dolorosa sia chiaro, non come quella lussuriosa della vampira Ava - quella che in realtà pensavamo di non dover più utilizzare, magari davvero pur di difendere ad ogni costo l'amore che ci governa tutto è permesso, anche dover andare contro quelli che pensavamo, una volta, essere nostri ferrei principi.

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mercoledì 23 aprile 2014

Nymph()maniac: Volume II - La Recensione

Aveva dato il sospetto di poter essere un'opera Dantesca, "Nymphomaniac", preso nella sua prima frazione, quindi spezzato. In realtà, con il secondo volume, scopriamo che l'opera di von Trier mira ad essere qualcos'altro, un trattato, anzi, una confessione, un passo importante per il regista che a suo modo - provocatorio e contrastante- tenta un cenno di riconciliazione con quel tabù femminile che tanto teme.

La parabola di Joe inevitabilmente vira verso la conclusione, e considerando l'epilogo con cui apriva il volume uno, siamo già al corrente che questa non sarà incorniciata da rose e fiori. E infatti quella di "Nymphomaniac: Vol. II" è una faticosa salita intrapresa verso una cima ignota, una cima composta a strati, ognuno di loro più ripido e scottante del precedente. Si, perché le mosse e le decisioni di Joe si scoprono non essere mai dettate né dalla casualità, né dalla lussuria (come si lascia sfuggire lei stessa, mentendo, in un occasione) ma introdotte invece da domande, delusioni, vuoti e sensi di colpa ricevuti nel corso della sua esistenza, e manifestati inizialmente nel corso della sua adolescenza. La scalata allora prende una piega completamente diversa, che potremmo definire addirittura logica, avanza di tappe in tappe, alzando ogni volta il grado di vergogna, cinismo e dolore e tagliando al capolinea con un epilogo in chiaroscuro in cui non si possono contare né vincitori né vinti.

Eppure al di la della sua anima rock, del sadomaso e delle irritanti irresponsabilità materne ed egoiste inserite per gettare ancor più fango attorno alla figura della protagonista, dietro "Nymphomaniac: Vol. II", coperta accuratamente, è celata la posizione ufficiale di Lars von Trier verso la donna. Una deposizione chiara, infelice e sincera, forse troppo, e forse nemmeno condivisibile da molti. von Trier, in realtà, prova pietà per la sua Joe, la perdona e poi la condanna allo stesso modo di come l'ha condannata la sua vita nel rapporto con gli uomini e con una società che l'ha sempre vista con occhi diffidenti. La luce viene accesa allora nel catartico monologo finale - aperto dall'immagine di un tramonto - quello in cui Seligman tira le somme intercettando quella morale promessa in precedenza e consolidando la sua riflessione tramite un rovescio della medaglia, un rovescio nel quale onestamente è chiamato ad ammettere un indiretto senso di colpa maschile che riabilita Joe annientandola insieme.

E così, abbracciando il controverso e accarezzando i limiti del cattivo gusto Lars von Trier conclude il suo personale viaggio di celebrazione al mondo femminile nella maniera più inaspettata e oscura possibile, costringendo due vertici lontanissimi ad entrare in contatto scatenando un Big Bang, stuzzicando e abbandonando la logica introduttiva per entrare d'istinto nell'animalesco.
In questo modo si punisce anche lui, come la sua Joe, e nel farlo punisce anche tutti gli Uomini, teorizzando e dimostrando quanto si può essere vittime, ma soprattutto carnefici.

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sabato 19 aprile 2014

Gigolò per Caso - La Recensione

Tenue. Sarebbe questo il termine migliore per definire il Turturro pensiero, quello legato all'amore per la figura della donna che "Gigolò per Caso" insinua, pur volendo agire controcorrente. Anziché mettere in piedi una commedia romantica alla Richard Curtis, il regista italo-americano infatti inventa una storia adottando un metro di componimento decisamente stravagante: appoggiandosi alle peripezie di un fioraio e del suo migliore amico libraio che, per sbarcare il lunario, decidono di far fronte alla crisi economica sfruttando le capacità timide ma seduttive del primo dei due.

A dispetto di ciò, tuttavia, la pellicola che John Turturro oltre ad interpretare ha scritto e diretto, tende a voler mantenere fisso un determinato aplomb di contorno, non tanto nei suoi dialoghi e nelle circostanze in cui va ad operare, quanto in un modo di volersi porre che risulta perennemente discreto, anche in quei frangenti in cui vorrebbe e potrebbe ostentare indiscrezione. E allora l'utilizzo prezioso di Woody Allen - chiamato a fare, qui, quel che gli riesce meglio nei suoi lavori - va funzionare sempre in maniera paradossalmente moderata, brava a strappare sorrisi ma poi a fermarsi nell'esatto istante in cui questi stavano per trasformarsi in grasse risate. Evidentemente la dolcezza di "Gigolò per Caso" è una di quelle che ambisce ad essere tale proprio quando sa chiudere i ponti a cattiverie e al politicamente scorretto, entrambi elementi che, se ogni tanto si permettono di disobbedire e venir fuori, lo fanno a testa bassa, con misurazione e chiedendo scusa una volta finito.

Ecco perché, non appena ambientati e venuti a conoscenza del suo comportamento, "Gigolò per Caso" diventa automaticamente paragonabile ad un sottofondo musicale per ambienti, simili a quelli deliziosi utilizzati in più frangenti proprio da Turturro lungo il percorso, un sottofondo da atmosfera, che anziché scuotere e coinvolgere il movimento, finisce per accomodare, cacciare i pensieri e rilassare. Per quanto amabile allora la mancanza di personalità che riecheggia lungo la narrazione e che non timbra mai il cartellino, diventa il vuoto che maggiormente va a pagar caro la pellicola, spingendo ai margini l'intero discorso sulle donne, la loro solitudine ed il ruolo dell'uomo nei loro confronti, a cui pensiamo Turturro tenesse in particolar modo.

Purtroppo l'incisivo grado di garbo scelto trascina il suo "Gigolò per Caso" a non emergere mai oltre la superficie. E' vero, sprizza intellettualità e sottili carinerie da tutti i pori, eppure la sua missione, qualunque essa potesse essere, rimane vaga e, di conseguenza, non viene neppure portata a casa.

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giovedì 17 aprile 2014

La Sedia della Felicità - La Recensione

Poco dopo aver terminato "La Sedia della Felicità" Carlo Mazzacurati è passato a miglior vita.
Difficile sapere se durante la fase di scrittura e riprese del suo lavoro il regista sapesse già di non avere più molto tempo a disposizione su questa terra, fatto sta che il messaggio che la sua ultima pellicola si fa carico di inviare al pubblico spicca quasi come un desiderio del regista a voler metterci in guardia, ognuno davanti a uno specchio, incoraggiandoci a guardare noi stessi da vicino.

Non è un film sulla crisi "La Sedia della Felicità" - anche se non parlare di crisi sarebbe comunque impossibile - tecnicamente è una caccia al tesoro, un tesoro nascosto, sequestrato e diviso, da ritrovare seguendo una mappa inesistente ma in un certo senso componibile. Principalmente allora a venir fuori sono i toni leggeri della commedia, inseriti come glassa su di un pan di spagna decisamente amaro e poco salutare. Il tatuatore di Valerio Mastandrea, l'estetista di Isabella Ragonese e il Padre di Giuseppe Battiston sono infatti la rappresentazione di una società (quella moderna) disposta a rinunciare ad ogni valore, un tempo rispettato, pur di soddisfare un desiderio di avidità figlio della corrente e delle circostanze. Eppure Mazzacurati vuol'esser discreto, meno brutale e severo possibile, perciò inscatola il suo giudizio bene e in profondità, privilegiando per grandissima parte della pellicola la ricerca sterile di ciò che oggi è felicità, incrementando lo humour con situazioni e comportamenti dei protagonisti ogni volta chiamati a far sempre un passo più lungo per avvicinarsi a una meta alla quale credono ma di cui sostanzialmente non hanno traccia.

C'è allora la volontà di scherzare ma soprattutto di riflettere, di risaltare i comportamenti scoppiati di una popolazione repressa e nevrotica, riluttante ai principi e disunita abbastanza da non tendere più una mano al prossimo in caso di necessità. La bellezza, o ancora meglio, l'importanza de "La Sedia della Felicità" quindi è racchiusa interamente nel riuscire a mettere in evidenza ciascuno di questi punti nella maniera più brillante e tenera possibile, ponendo quelli che sono diventati ormai i nostri tratti distintivi davanti a uno specchio, sussurrandoci all'orecchio che l'immagine che vediamo, sebbene sia quella di mostri brutti, sporchi e cattivi, non deve essere per forza l'unica possibile, e con la voce di una madre (o di un padre) avanza un'accenno alla calma lasciando entrare un poco di luce.

E la luce secondo Mazzacurati oggi è riposta lontano da tutto, lontano dal caos della cittadina, tra le montagne deserte e altissime, dove forse quel virus che ha contagiato lo spicchio più grande non è ancora riuscito a intaccare. Li si può ancora conoscere la bontà, i piccoli gesti, le piccole cose, venerare la bellezza di una donna, sorretti da pacifica tranquillità e spensieratezza.
E dunque è bello pensare che Carlo, prima di andarsene, abbia voluto lasciarci proprio questo: il segnale di un esistenza felice e serena ancora perseguibile e che purtroppo attualmente a noi mortali appare oltremisura sbiadito e impalpabile.

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mercoledì 16 aprile 2014

Transcendence - La Recensione

Il rapporto tra l'uomo e la tecnologia è in continua evoluzione, il collegamento di hardware e apparecchiature al nostro corpo va ad incrementarsi, anno dopo anno, e la sensazione di poter diventare prima o poi esseri umani dalla scocca metallica, computerizzata, in stile Iron-Man, non è poi così utopistica.

Il direttore della fotografia Wally Pfister allora sfrutta il copione scritto da lui stesso insieme agli sceneggiatori Jack Paglen, Jordan Goldberg e Alex Paraskevas per realizzare una pellicola in cui la ricerca scientifica è riuscita a crescere a tal punto da poter uploadare un completo essere umano nella rete informatica, connettendo il suo concentrato mentale ad essa, amplificandolo con le infinite informazioni e condividendolo con i suoi simili ed il mondo. Una specie di ibrido umancomputerizzato, un Dio immortale, privo di anomalie e con l'aspirazione a promuoversi ultimo anello (o anello finale?) della catena evolutiva umana.
Se però l'incipit a primo impatto può sembrare intrigante e innovativo - contando l'estremizzazione di un processo affatto nuovo - la finalizzazione con cui viene perseguito pecca eccessivamente di elaborazione e arroganza, e così "Transcendence" anziché affermarsi come punto di vista folle e deviato di un illusione comune e stimata, va quasi immediatamente in schermata blu, alimentando da parte nostra la volontà allo spegnimento e alla formattazione. In sostanza la pellicola di Pfister manca con clamorosa distrazione l'attitudine a far vorticare gli eventi, non rende la sua teorizzazione fantascientifica cinematograficamente appassionante e coinvolgente, e finisce col perdersi all'interno di scenari semi-deserti e sequenze esteticamente affascinanti, senza trovare però il giusto tiro per raccontare onestamente una storia.

Pfister fatica ad impersonarsi narratore (forse neppure ci prova) e resta evidentemente impigliato nel suo ruolo di direttore della fotografia. La collaborazione con Christopher Nolan, insieme alla sua esperienza sul campo, sarà stata senz'altro di gran peso per un esordio così di lusso, il cast con Johnny Depp, Rebecca Hall, Morgan Freeman e Paul Bettany infatti non lascia che "Transcendence" passi inosservato, tuttavia il loro bagaglio tecnico e la loro caratura scenica non sanno mai come prendere per mano la trama, la quale trapassa a miglior vita, asfissiata da una noia di fondo che puntualmente si impadronisce della pellicola portandola prima alla deriva dell'inutilità e poi ai limiti del nocivo.

Un esperimento fallito in toto quindi questo "Transcendence", senza neppure potersi aggrappare alla scusa dell'’occasione mancata. Non c'è mai la sensazione nell'opera di Pfister che scegliendo altre strade oppure calcando altri punti il suo lavoro possa cambiare improvvisamente clima e dominare il territorio. Decisamente un'uscita da rivedere, dunque, o perlomeno da dimenticare in fretta e furia.

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martedì 15 aprile 2014

The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro - La Recensione

La Sony ci riprova.
Con "The Amazing Spider-Man 2" tira fuori dal cassetto la stessa formula che qualche anno fa era costata cara alla trilogia firmata Sam Raimi, quella che trascinò il franchise alla crisi e alla consecutiva chiusura e cambio di gestione. La sceneggiatura che deve affrontare Marc Webb infatti vede nuovamente l'innesto di tre nuovi nemici: in passato erano stati Sandman, Venom e Green Goblin, ora sono Electro, Rhino e ancora Goblin.

Certo è che oggi la sfida appare assai meno ardua e rischiosa, sotto i ponti è passato "The Avengers" e soprattutto c'è stata la comprensione di alcuni errori che se in passato erano stati trascurati in questo capitolo appaiono più che mai assimilati e quindi evitati. Perciò "The Amazing Spider-Man 2" va a proporsi innanzitutto come cinecomic d'intrattenimento massimo e sano: cura gli effetti speciali, i voli stereoscopici tra i grattacieli, e da alla trama il giusto spessore senza andarla a forzare o a prendere troppo sul serio. Dei tre nemici da fare affrontare al suo protagonista ne fa una scaletta ordinata, li divide per gradi e per spazio, non affollando mai la scena e cercando di mantenere salda sia la concentrazione che la densità, tenendo sotto'occhio la moltissima carne al fuoco che c'è da cucinare.
Webb ha intenzione di staccarsi definitivamente dalla falsa riga del suo predecessore e inizia a tessere un filo molto personale che fa prendere alla sua versione una direzione più originale e inedita. Ciò che era stato promesso, ovvero conoscere il passato dei genitori di Peter Parker, stavolta viene mantenuto ed effettuato in piena coerenza con lo sviluppo degli eventi, gli stessi che chiaramente non possono dimenticare neppure ciò che di meglio aveva funzionato nel primo "The Amazing Spiderman", come quella storia d'amore romantica tra Peter e Gwen, arricchita sentimentalmente dalla naturalezza estrema del legame che i due attori condividono anche fuori dal set.

Ma se i momenti più emozionanti e intensi arrivano pertanto dalla ragnatela dolce e affettuosa, resistentissima della coppia, l'altro elemento fondamentale uscito dalla mano di Webb è la capacità con cui, insieme al team di scrittori messo a disposizione, il regista è riuscito a prendere Andrew Garfield e a farlo diventare uno Spider-Man perfetto, vicinissimo a quello dei fumetti originali e di gran lunga superiore alla versione di Tobey Maguire. La caratterizzazione del nerd adolescente, in fase di maturazione, ironico, simpatico, ma allo stesso tempo alla ricerca di risposte tra le mille domande, è un'altro degli elementi che "The Amazing Spiderman 2" riesce a mettere a fuoco con facilità e perizia, rintracciando non solo la personalità colma di conflitti di Peter Parker ma persino quella pregna di responsabilità assunta dal suo alter-ego.

Tuttavia il crash avvenuto con Sam Raimi, la Sony non deve ancora averlo smaltito del tutto, e perciò anziché prendersi l'incombenza di rischiare qualcosina di troppo opta per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. L'Electro di Jamie Foxx è il classico paracadute: funge da villain rodato, issato con poco spessore, ma dal potere piuttosto incredibile da renderlo comunque temibile, eppure per nulla accostabile, per esempio, ad un seducente Joker, nemesi intrigante ed eretta solo da indovinelli e cervello. E così come era stato per Lizard, la sua figura non fa altro che sgonfiare la pellicola senza stimolare mai interesse, lasciando l'amaro in bocca assieme al dubbio che al suo posto un Rhino qualunque (che è appena accennato) o un Goblin più approfondito avrebbero potuto fare meglio.

Insomma, i propositi per continuare a regalare spettacolo e divertimento questo "The Amazing Spiderman" non smette di metterli in mostra, quel che gli si potrebbe chiedere è di compiere quel balzo decisivo, in grado di togliere la maschera e lasciarsi mostrare per quelle che sono le sue massime potenzialità. Come dice la Gwen di Emma Stone nel bellissimo ritaglio che la pellicola riserva al tempo (ma che non affonda fino in fondo), quest'ultimo non va assolutamente perduto ma anzi sfruttato al massimo finché in nostro possesso.
A Marc Webb e alla Sony, dunque, possiamo solo consigliare di rimuovere il pilota automatico e premere con vigore sull'acceleratore.

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sabato 12 aprile 2014

Grand Budapest Hotel - La Recensione

L'assenza di Roman Coppola o del Noah Baumbach di turno è palpabile in "Grand Budapest Hotel". Wes Anderson stavolta cura la sceneggiatura senza l'aiuto di altre mani amiche, rispetta sé stesso ma non sopperisce ad un secondo sguardo capace magari di limare o equilibrare ciò che i suoi due occhi non sono in grado di notare.

Romanticismo, ironia, inquadrature geometriche colori infiniti, che sia una pellicola wesandersoniana "Grand Budapest Hotel" nessuno può metterlo in dubbio, il regista ha raggiunto ormai una piena consapevolezza del cinema che ama esprimere e ancor più di se stesso, tuttavia, guardando un passo indietro e rispolverando forse il suo capolavoro, ovvero "Moonrise Kingdom", è forte il contrasto che passa tra un lavoro curato fino ai dettagli ed un'altro che invece non convince mai fino in fondo.
E' un racconto che esalta la bellezza del racconto questa ultima fatica, ma, al di là di un incipit divertente e affascinante, pare andare a soffrire velocemente di un affanno assai considerevole, conseguenza pensiamo della fatica di chi non è abituato a gestire come singola persona l'intera forza lavoro di una scrittura apparentemente ciclica ma mai uguale dei suoi lavori. "Grand Budapest Hotel" allora, consciamente o meno, si limita a colpire più per la sua magnificenza visiva, per le sue inquadrature e movimenti di camera meravigliosi, deludendo abbastanza sotto quell'aspetto emozionale e pulsante, teoricamente punto di forza del suo regista.

La poetica di Wes Anderson però continua a muoversi e a crescere, matura se vogliamo, si vede pronta ad assumere delle responsabilità che prima rifiutava di prendersi o addirittura rinnegava. Ci sono dei cattivi infatti in questa ultima uscita, ce ne sono due, e uno di loro è persino spietato ed efferato (un grande Willem Dafoe), c'è l'oscurità del thriller da risolvere che fa il paio con la commedia e c'è il personaggio innocente e buono fino all'osso interpretato da Ralph Fiennes che compensa il male con una bontà di fondo, trasmissibile e dolce.

Procede testarda quindi la rincorsa ai sentimenti e alla giustizia, così come la conferma di alcuni capisaldi da proteggere ed incoraggiare al pubblico, eppure tutto sembra proposto in maniera meno carica ed efficace del solito. La seduzione proposta dall'ambientazione di inizio novecento e da un cast enorme e lunghissimo (composto soprattutto da partecipazioni di amici) non toglie "Grand Budapest Hotel" dalla griglia di una brace sulla quale mai ci aspettavamo di vederlo finire. Le premesse dopo il recente Oscar alla sceneggiatura evidentemente erano molto alte ma la mancanza di colleghi fidati in fase di concepimento è stata, secondo chi scrive, la falla maggiore.

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giovedì 10 aprile 2014

The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro - Il Red Carpet di Londra in Live Streaming


Questo pomeriggio, a partire dalla ore 18.30, potrete gustarvi direttamente su questa pagina il red carpet londinese di "The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro", il nuovo film della saga di The Amazing Spider-Man diretto ancora una volta dal regista Marc Webb. A sfilare sul tappeto rosso il cast composto da Andrew Garfield, Emma Stone, Jamie Foxx, Dane DeHaan, Colm Feore, Paul Giamatti e Sally Field.

Se volete potete anche commentare l'evento sui social network utilizzando l'hashtag #WorldPremiere.


Noah - La Recensione

Caino, Abele e Seth. Noè, l'arca, il diluvio universale. La creazione.
Quando a un regista come Darren Aronofsky viene affidato un blockbuster americano, le alternative sono due: o si ha l'intenzione di realizzare qualcosa di veramente grande oppure si cerca di sfruttare una garanzia autoriale per creare intorno a un prodotto poco convincente un'aspettativa mastodontica.

Nella maggior parte dei casi la pendenza per risolvere il dubbio la si può cercare rovistando tra gli autori della sceneggiatura, controllando se tra essi c'è anche la presenza del nome pesante messo dietro al progetto, oppure se questo è stato scelto solo come garante, firmatario, di un prodotto da realizzare su commissione, proposto dalle major per svariati motivi economici/contrattuali. Entrando allora nello specifico, e quindi in "Noah" il mistero non può fare altro che infittirsi perché nel copione, seppur non da solo, il nome di Darren Aronofsky compare in prima fila rassicurando e incuriosendo, e collocando il sospetto che per la prima volta il regista abbia voluto entrare in contatto con un certo tipo di industria a lui fin'ora remota ed estranea. La pellicola infatti porta chiaramente alcuni geni della sua impronta, specialmente per quanto riguarda la porzione visiva, incalzando con flashback che spezzano la narrazione principale e soprattutto con la volontà di riscrivere un evento biblico servendosi dell'aiuto di elementi fantasy sinceramente poco coerenti e spiazzanti. Elementi che si rivelano presto figli di una libertà autoriale esaurita esattamente laddove va a cominciare la personalità industriale, che impone man mano supremazia e sopravvento avvelenando persino l'attesa alla spettacolarità promessa e doverosa.

Prendendo spunto dall'epicità cugina a un "Il Signore Degli Anelli" mal riuscito e sfociando addirittura se vogliamo in uno "Shining" indeciso e ridicolo, "Noah" tenta allora di rendersi interessante fantasticando e (re) inventando una Storia di per sé già poco richiesta e conosciuta, si concentra su uno spaccato minimo della Bibbia e lo colora a immagine e somiglianza di un Aronofsky poco convinto e confuso e che, nelle occasioni in cui la sua mente tentenna, si guarda bene dal rilanciare la mano con battaglie e scenate esistenziali o familiari sterili e poco convincenti. La sensazione di un'operazione sostanzialmente fragile e mal studiata, nonostante venga subito percepita, trova infine concretezza inequivocabile nella moralina infilata quasi ad uso di scotch e colla, che vede l'essere umano forma vivente propensa al male e alla tentazione ma con facoltà di scelta, teoria vissuta in prima persona da un Russell Crowe spesso sopra le righe e dimenticabile e da suo figlio Cam, (interpretato da Logan Lerman), al quale forse si poteva (doveva?) concedere molto più spessore ed espressione.

Evitando di andare ad incastrarsi in teorie personali o ciniche su religione e Dio, ma limitandoci ad analizzare unicamente il lavoro finito, c'è da dire che anziché cucire un trattato umano, esistenziale, teologico, Aronofsky affonda letteralmente in un vortice insulso e incomprensibile di polvere, non trova la forza di lasciare un segno e manca l'appuntamento che la sua carriera gli aveva organizzato con le porte di una nave apparentemente sicura e inaffondabile. Il passaggio dalle piccole alle grandi produzioni resta pertanto materia non accessibile a tutti, d'altronde se così non fosse stato, James Cameron, oggi, sarebbe solo uno dei tanti.

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mercoledì 2 aprile 2014

Mister Morgan - La Recensione

La scomparsa della moglie chiude Matthew Morgan in casa, in solitudine, a contatto con rimorsi, dolori e significati che adesso la sua esistenza fatica ad intercettare per andare avanti. L'anzianità che lo accompagna è unico attenuante a lui positivo: lo tiene in bilico tra il poco da vivere a disposizione e la scelta di potersene andare di spontanea volontà, senza troppi rimpianti. Dei due figli in America solo qualche ombra, della Parigi in cui vive da estraneo solo ricordi e nient'altro. Nient'altro a parte Pauline: la giovane ragazza che un giorno, accidentalmente, entra in contatto con lui portando curioso disordine in una monotonia a dir poco asfissiante.

A tenere sulle spalle il peso, non poco indifferente, di una pellicola ragionata, complessa e, in determinati tratti, emotiva è un Michael Caine la cui età non sembra aver scalfito minimamente solidità, presenza scenica e bravura. Quello che vede protagonista "Mister Morgan" è un trattato sulla porzione vitale che ci resta da vivere quando il mondo a cui siam sempre stati abituati cambia irreversibilmente, in cui la malinconia di una vita al tramonto priva di affetti cardine impedisce reazioni, isolando o perlomeno favorendo un isolamento. Fondamentale, non solo come movimento principe, diventa quindi la figura di Clémence Poésy e di Pauline: mai troppo definita, in difficoltà ma cura salutare verso colui che in lei non solo riesce a intravedere l'immagine della moglie recentemente scomparsa ma soprattutto una spinta alla quale concedere la schiena per rilanciarsi. Perché in fondo alla regista e sceneggiatrice Sandra Nettelbeck ciò che interessa, è ribadire le possibilità che ogni essere umano ha a disposizione per ricominciare, non importa da dove o da quando, l'importante è non cedere il passo e contrastare ogni possibile forma di morte con qualsiasi risorsa a disposizione.

Innanzitutto allora il suo "Mister Morgan" viene assorbito come fosse un tiepido sollievo, una pellicola con radici principalmente positiviste, da accogliere, che non fugge dalla tristezza e tende a purificarla testardamente convertendola in speranza. Il più delle volte il processo convince e si accetta volentieri, coadiuvato da una scansione narrativa sostenuta eppure compatta e armoniosa, in altre invece i cedimenti si notano ma, salvo qualche leggerissima forzatura, non rovinano un accomodamento che funziona e rilassa.

Al termine della visione la sensazione dunque è quella di non avere assistito ad una storia esattamente definita e compiuta, la partecipazione al lutto e alla resurrezione di Mister Morgan da più l'idea di un pezzo di vita reale a cui si è avuto il privilegio di partecipare. Merito anche di un Michael Caine talmente strepitoso a cui non si può fare altro che affezionarsi. Spigoli compresi.

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