IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 27 giugno 2014

Belli e (im)Possibili: Non-Stop - La Recensione

La parentesi dell'undici settembre ha segnato molto l'America e il suo cinema, e a distanza di anni, l'evento, ancora ruota attorno ad un paese che mai, probabilmente, tornerà a sentirsi (veramente) invulnerabile come era un tempo.
La sicurezza, o la presunta illusione di essa, è stata ripristinata sul territorio, eppure la paura di venire sorpresi e di trovarsi nuovamente in pericolo non ha abbandonato l'immaginario di una parte della popolazione (grande o piccola che sia).

O almeno questo è il pensiero di Jaume Collet-Serra, che americano non è, vista la sua appartenenza spagnola, ma che si serve per il suo "Non-Stop" di una sceneggiatura scritta a quattro mani dagli americani John W. Richardson e Christopher Roach, per raccontare una storia che può sembrare il classico thriller terroristico ma che invece aspira a voler essere ben altra cosa.
Con un incipit che fa molto romanzo di Agatha Christie, e l'uso di un Liam Neeson ormai collaudatissimo interprete del genere action, la pellicola di Collet-Serra imbastisce uno scenario claustrofobico e misterioso su un potenziale assassino che contatta, via sms, lo sceriffo aereo Bill Marks, minacciando, a bordo del volo su cui sono entrambi, la morte di un passeggero ogni venti minuti a meno che non gli siano versati centocinquanta milioni di dollari su un conto corrente bancario. Creata la suspense e confermata la serietà del terrorista, "Non-Stop" si concede ad una crescita costante, condita da numerosi colpi di coda, onorando il genere - e quindi giocando coi passeggeri sospettati - e rovesciando le carte, mettendo in discussione la figura dello sceriffo a causa dei suoi problemi personali di alcolismo e debiti.

Eppure non è coi trabocchetti o con l'astuzia che Collet-Serra vuole portare a casa il compitino, le sue intenzioni sono ben altre e vanno oltre il thriller psicologico o il thriller ad alta tensione (che comunque sfiora e tocca). Il regista infatti ha bisogno di mettere in discussione la figura per eccellenza della sicurezza aerea - lo sceriffo - per arrivare a mettere in discussione la sicurezza (americana) tutta, inserendo un colpo di scena che spacca in mille pezzi le ipotesi di risoluzione, e attacca l'America sia dal punto di vista politico che da quello psicologico. Il fantasma dell'undici settembre allora ritorna, e ha intenzione di sistemare faccende in sospeso scaturite a seguito e oltre la sua venuta: reazioni, sospetti, strascichi, conseguenze, fa tutto parte di un disegno cominciato quel giorno. Tant'è che lo shock e la paura, oggi, non viene più per forza ed esclusivamente dall'estraneo o dallo straniero, ma scaturibile anche da chi individuiamo come nostro fratello.

Sebbene il finale, rassicurante un po' per dovere un po' per rispetto, miri a chiudere la suddetta analisi con una buona stretta di mano, il dubbio che una pellicola come "Non-Stop" possa aver trovato degli ostacoli per affermarsi in patria c'è e resta. L'ottimo lavoro eseguito dal regista Collet-Serra e dai suoi sceneggiatori, tuttavia (a parere di chi scrive) è innegabile e riuscito sopra ogni previsione, poiché crea alta tensione e intrattiene con maestria amanti del genere e non.

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martedì 17 giugno 2014

Jersey Boys - La Recensione

Definirlo musical è corretto solo in (piccola) parte, nel senso che "Jersey Boys" non poteva mantenere quelle che probabilmente dovevano essere le sue radici una volta consegnato nelle mani di un regista come Clint Eastwood. Con lui al timone la vera storia del cantante solista Frank Valli e dei "The 4 Season" - ovvero il gruppo di cui è stato frontman per anni - è destinata ad assumere tutto un'altro significato, a interessarsi al lato umano ed energico dei protagonisti, e quindi quasi obbligata a lasciare le canzoni sullo sfondo, come cornici sulle pareti.

Parte dal principio allora Clint, da un gruppo non ancora formato che per le strade del New Jersey si arrangia svolgendo alcuni lavoretti per un rispettato boss di quartiere. Imprime immediatamente uno stile classico al suo lavoro, curando meticolosamente la fotografia e spolverando una patina gangster che ricorda moltissimo il Martin Scorsese di "Quei Bravi Ragazzi" (seppur con dovute distanze e misure). La sensazione infatti è che Eastwood non abbia assolutamente voglia di marcare il territorio e di manifestarsi sfacciato attraverso il suo tocco duro e tagliente, ma preferisca invece non esser di troppo e compiere il suo onesto lavoro lontano da guizzi e lampi, non scordando tuttavia l'intelligenza e l'equilibrio che da sempre lo contraddistinguono. E allora ecco che "Jersey Boys" sbatte sullo schermo come un passaggio neutro della sua carriera, un arricchimento, che non sposta l'asticella né in positivo né in negativo, ma lascia ogni cosa invariata, compresa la capacità di saper ricavare dai propri attori - che siano noti oppure no - il massimo della performance.

Prevedibile, scontato e a tratti libero nel concedersi qualche leggera battuta, ovviamente non è il lavoro che più s'addice al cinema eastwoodiano quello preteso da "Jersey Boys", o perlomeno non lo è nella sceneggiatura scritta a quattro mani da Rick Elice e John Logan. Abituato a scavare nel profondo infatti, il regista deve faticare parecchio prima di agguantare il suo premio e dare risalto a una pellicola di per sé piatta e canonica. E' lungo e netto lo spazio che separa un primo spaccato ad alto tasso d'intrattenimento ad un secondo assai più profondo e malinconico, in cui emergono tutti i pro e i contro legati al territorio e alle origini che, in qualche modo, Frank Valli e amici non riescono ad abbandonare definitivamente raggiunta la piena popolarità. E a Eastwood questo lato sincero e intimo non può che piacere oltremodo, è il momento in cui lo si sente nuovamente respirare e riprendere a dirigere a pieno regime un'opera di cui sembrava esser pilota automatico. Stimolato e coinvolto dalla robustezza indistruttibile dei legami di sangue, di strada e di quartiere il vecchio Clint si riscopre appassionante e appassionato, custode ancora di un cuore caldo bollente.

Così, la versione cinematografica del musical ideato da Marshall Brickman intercetta finalmente l'ingrediente mancante per annientare quel gusto a tratti insipido che l'aveva circondata, scacciando contemporaneamente il fantasma che si stava formando di un Clint Eastwood regista si, ma su commissione. Sotto la sua guida, nonostante i pochi sforzi, la vicenda dei quattro ragazzi spiantati del New Jersey evita sicuramente un anonimato rischioso e plausibile, plasmandosi in qualcosa di riconosciuto e di gradito.
Il che non è il massimo ma meglio di niente.

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lunedì 16 giugno 2014

Mommy - La Recensione

Cresce bene Xavier Dolan, e a vista d'occhio.
Il regista, attore e sceneggiatore venticinquenne più talentuoso d'Europa migliora uscita dopo uscita e con il suo "Mommy" riesce a compiere il giro completo di estro e bravura lasciato parzialmente in sospeso con il precedente "Tom à La Ferme".

Un concentrato attento di regia e sceneggiatura (niente presenza davanti la macchina da presa) quindi, dove ancora - come accade spesso nelle sue pellicole - a far da padrone è il rapporto contrastante madre-figlio, rigorosamente assente di presenza paterna ma arricchito dall'aiuto di una seconda madre, vicina balbuziente e insegnante in anno sabatico. Le dinamiche chiaramente variano, muovono lo sguardo su nuovi fronti, e dopo aver raccontato dell'odio di un figlio nei confronti della madre in "J'Ai Tué Ma Mère", e della difficoltà di una madre di accettare il cambio di sessualità del proprio figlio in "Laurence Anyways", con "Mommy" Dolan affronta un amore incondizionato, seppur sempre violento e iracondo, minacciato da una società che bussa alla porta per consegnare il conto di un errore commesso dal giovane durante la sua permanenza nell'istituto di rieducazione. Niente pace allora, niente normalità, e a suggerirlo è anche l'aspetto con cui la pellicola decide di presentarsi tradendo il canonico 16:9 per andare a sposare un simil 4:3 ancor più ristretto e soffocante. E' chiaramente una scelta registica spiazzante, intelligente scopriremo in seguito, così come potentissima, che servirà alla narrazione per rendere ancor più vitale una storia allestita per essere pugno secco allo stomaco.

C'è da ammetterlo infatti, Dolan adotta delle scelte di sceneggiatura che aiutano molto la sua pellicola a cadere nella drammaticità da lacrimuccia e da pianto. Eppure il suo modo di fare non è mai ricattatorio o fastidioso, anzi, con la sensibilità che lo contraddistingue e con tocco affascinante, riesce addirittura a montare scene emozionanti cariche di un'umanità e dolore unico. Ci sa fare il ragazzo, specialmente nella scelta azzeccata dei brani musicali chiamati a spegnere i dialoghi e a fare da scudo solamente alle immagini (il karaoke con "Io Vivo Per Lei" è da brividi), immagini che sono componimenti, sequenze bellissime, poetiche, fotografate meravigliosamente e portatrici sane di significato per lo stato emotivo del giovane Steve e non solo (vedi la proiezione futuristica elaborata da Diane al volante).

Non lascia nulla al caso, "Mommy", nemmeno quando decide di utilizzare un finale per certi versi aperto, in cui le parole del monologo sulla speranza che lo precede vanno assolutamente recuperate e rimesse in discussione. In questa ennesima lotta d'amore, passionale e urlata tra una madre e un figlio, che per non perdersi decidono di ferirsi a vicenda, è davvero difficile, una volta tirate le somme, comprendere se siano davvero tutti vincitori come sostiene Diane, oppure tutti perdenti. Quel che è facilmente comprensibile è che Dolan, come mai nella sua (breve) filmografia, avrebbe piacere di vedere un lieto fine. Nonostante lasci alla speranza l'ultima sentenza.

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domenica 15 giugno 2014

Sils Maria - La Recensione

Stavolta Olivier Assayas la prende larga, larghissima per arrivare al punto. Compie un giro talmente lungo da far chiedere ai suoi passeggeri, durante le numerose tappe, quale sia la vera destinazione del viaggio, ed è una domanda alla quale lui non risponde mai e con la quale, in più di un occasione, ci fa sentire ostaggi della sua volontà.

Per carità non è il caso di farne una tragedia, "Sils Maria" non è affatto una pellicola traumatizzante o torturatoria, ma più che altro un lento procedere verso un punto vicino ma al quale tardiamo ad arrivare per colpa della paura: una paura travestita, a turno, da verità e superstizione. Ci racconta un mondo che conosce bene Assayas, quello della recitazione e compagnia, il canale è l'attrice Maria Enders, una stella che nei suoi lunghi anni di carriera ha imparato ad essere riconosciuta e premiata e alla quale viene proposto, in concomitanza con la morte dello scrittore e vecchio regista, di interpretare la parte della donna matura nella piéce che l'ha lanciata da giovane, quando però gli era stato assegnato un'altro ruolo, quello della ragazza. La sua reazione è la stessa di chi non ha la minima intenzione di andare a toccare l'incantesimo che tanto di positivo ha portato nella sua vita. Eppure, dall'altra parte, c'è la seconda volontà, altrettanto forte, di misurarsi con un ruolo subito prima solo passivamente, adesso incline al suo status e utile, forse, a mettere a posto quel disordine ben celato che porta sulle spalle.

Principalmente allora "Sils Maria" ci trascina nel privato di un'attrice spaventata e confusa, alle prese con un ruolo che si mischia benissimo alla sua esistenza reale. La fa scavare nei dubbi, nei (pre)giudizi, Assayas, senza negarci neppure, ovviamente, i momenti in cui a far da padrone è la preparazione al personaggio e l'incontro/scontro con la personalità che lo rappresenta. Peccato però che il lavoro psicologico imbastito dal regista francese si perda troppo nella verbosità di dialoghi insistenti, in contrasti prolungati e in punti di vista dove sbattono puntualmente generazioni distanti come quelle di Juliette Binoche e della sua assistente Kristen Stuart. La psicologia analizzata, nella sua giustezza, viene sempre annacquata e mai presa di petto, comportamento che anziché fare immergere nella pellicola ha l'effetto negativo di spingere fuori, distraendo e, in certi momenti, addirittura annoiando, per via di una perdita di tempo che tra l'altro non fornisce mai riferimenti orientativi.

Le scosse di risveglio, dunque, giungono solo quando, finalmente, il personaggio di Chloë Grace Moretz - ovvero colei chiamata ad interpretare nella piéce il ruolo della Binoche da giovane - comincia a far capolino e a definirsi, mostrandosi come la Miley Cirus di turno, tutta successo e sregolatezza. Oltre ad analizzare il rapporto tra vecchiaia e gioventù infatti, Assayas non si lascia sfuggire l'opportunità di poter fare una riflessione parallela rispetto al cinema e alle sue stelle: com'era una volta e come è cambiato. I suoi acuti sono senza ombra di dubbio spiccati, condivisibili e divertenti, ma poco utili ad una messa in scena che continua a procedere a vista, a riempirsi di tematiche e a trasmettere una sensazione di smarrimento mista a vuoto.

Invece una meta da raggiungere "Sils Maria" - come dicevamo in apertura - ce l'ha eccome, ed è concentrata interamente sul personaggio della Binoche, impaurito e ostinato a respingere e a non riconoscere la modernità e la sua affermazione. C'è un grande, bellissimo, combattimento interno sulla difficoltà a passare lo scettro, nel giro compiuto da Assayas, ma la velocità con cui vuole esprimerlo tuttavia è insostenibile, ai limiti della sopportazione. Tanto da rendere il suo lavoro più pesante di quanto non sia rilevante.

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sabato 14 giugno 2014

Due Giorni, Una Notte - La Recensione

Siamo in crisi. Lo sappiamo. Tutti.
Il lavoro è poco, mal retribuito e, a volte, chi ce lo concede usa il manico del coltello per minacciare e ferire.

Non servivano i fratelli Dardenne per scoprire queste carte e non serviva la loro storia scarica e forzata per sensibilizzare un argomento stantio del quale oggi conosciamo vita, morte e alcuni miracoli. Il loro "Due Giorni, Una Notte", dunque, arriva decisamente fuori tempo massimo, in ritardo, avvantaggiato dai suoi predecessori e quindi facilitato come assai prevedibile. Della Marion Cotillard alla ricerca dei voti dei suoi colleghi che possano riabilitarla a tornare al lavoro dopo il periodo di allontanamento dovuto alla depressione che l'ha colpita, allora, a noi interessano più i lineamenti del viso, le espressioni malinconiche gli occhi umidi e le cadute psicologiche che puntualmente la fanno allontanare per andare a piangere di nascosto, asciugata più che dai fazzoletti dalle pasticche di Xanax. Si, ci interessa più quello, come ci sarebbe interessato sapere di più della depressione che l'ha costretta a giocarsi la sua posizione, da dove veniva e se in qualche modo poteva essere legata anch'essa al lavoro, quello si che sarebbe stato nuovo. I fratelli Dardenne invece ciò lo archiviano a piè pari, lo mettono da parte, non d'aiuto alla loro causa che al contrario è concentrata a catturare le reazioni e le ragioni di chi, pur di avere un leggero aumento annuale, è disposto a votare a favore del licenziamento di una propria collega in difficoltà.

Non brilla certo di freschezza e curiosità "Due Giorni, Una Notte", piuttosto cerca in tutti i modi di sollecitare lo spettatore facendo puntualmente leva sulla sua umanità in maniera scorretta, facendo dire ma soprattutto facendo non dire ai suoi personaggi cose fondamentali se non scontate. Giocano un pizzico scorretti i fratelli Dardenne, chiaramente lo fanno per dare più possibilità a una pellicola grigia, spenta, che ben poco ha da giocarsi se non - come accennato - l'enorme prova di una Marion Cotillard strepitosa e allineata alla perfezione con il suo personaggio. L'attrice francese infatti fornisce un'interpretazione ineccepibile e straziante, tuttavia, per quanto non ignorabile, non viene affatto aiutata da una sceneggiatura che non concede mai momenti in cui il suo dolore e il suo vortice che spinge per riportarla verso la depressione da cui è appena uscita, sgorghi fuori e restituisca sfoghi in grado di arricchire lo spessore del suo personaggio e insieme tutta la parte emotiva della pellicola, che invece rimane silenziosa, forte unicamente della tematica di cui si fa carico.

Così com'è "Due Giorni, Una Notte" è disarmato, impossibilitato a poter scuotere il territorio che lo circonda, non manca di attirare attenzione, eppure ciò non è abbastanza per permettergli di lasciare un segnale tangibile, utile a ricordarsi di lui una volta giunti a chiusura. La speranza di una donna ritrovata e di una forza psicologica ricostruita è troppo poco per rendere la pellicola dei fratelli Dardenne degna di nota o rilevante più di chi l'ha anticipata.

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Storie Pazzesche - La Recensione

Parliamo spesso di ricerca di leggerezza, al cinema, di pellicole capaci di non appesantire e che sappiano distribuire piacere senza per forza dover costringerci ad azionare il cervello. Molti sostengono che questo tipo di cinema debba essere confinato per forza a commedie becere e superficiali, e forse quei molti che lo pensano, in parte, hanno anche ragione, ma non hanno mai fatto i conti fino ad ora con la furbizia sottile del regista e sceneggiatore argentino Damián Szifron.

Il suo "Storie Pazzesche" è infatti l'eccezione alla regola, la conferma che si può fare del cinema mainstream che sappia accontentare trasversalmente sia il pubblico dalle poche pretese e sia quello che di pretese ne ha, eccome. Il trucco - ci spiega Szifron - è concentrato unicamente nell'imprevedibilità, nell'intelligenza di saper andare a pescare in quelle situazioni ordinarie o tipiche l'assurdo più estremo, e poi alzarlo a livelli caricaturali che tendenzialmente nemmeno calcoliamo perché vincolati e aggrappati a pieghe ben precise ma assolutamente smantellabili e ricomponibili. Non fa altro che questo dunque la sua pellicola, si fa forza delle sei mini-storie da cui è composta e delizia lo spettatore con un umorismo nero e grottesco, dei risvolti taglienti e personaggi brutti quanto decisamente familiari. Il filo conduttore è la vendetta, un'amica affatto nuova al cinema, ma che serve a Szifron per legare quello che è l'unico suo intento serio ad un resto che vuole esclusivamente intrattenere e deliziare. I titoli di testa - con foto di animali selvatici in sequenza - assume allora un senso nell'esatto istante in cui capiamo con certezza che di animali selvatici nella sua pellicola non ci sarà traccia, visto che quegli animali, in quella che è la giungla della quotidianità, sono sostituibili senza alcun rimpianto da una società come la nostra, sempre più arrabbiata, frustrata e diffidente, desiderosa, appunto, di mettere apposto con le sue mani sostituendosi a una giustizia di cui non si fida più.

E questo è l'unico, grosso, spunto riflessivo e di denuncia mosso da "Storie Pazzesche", tra l'altro, neppure troppo urlato, ma anzi, tranquillamente ignorabile da chi ha la preferenza di volersi accomodare e rilassarsi nella pura leggerezza dell'intrattenimento. Perché il paragone uomo/animale suggerito dal regista per quanto sia netto ed evidente non è assolutamente indispensabile per fruire della visione della sua opera, e pertanto addirittura trascurabile e sfuggente. Ciò che però non è sfuggente è il rovescio della medaglia che inevitabilmente, a lungo andare, va a colpire il pregio principale della sua pellicola, ovvero l'imprevedibilità, costretta a calare e a svanire man mano, raffreddando ciò che era nato inizialmente come lava bollente.

Questa è una pecca alla quale forse si poteva mettere mano, accorciando la durata eccessiva, o addirittura tagliando, una delle sei storie (tutte in crescendo). Un'altro colpo di genio che avrebbe potuto rimettere tutto in discussione, non solo giovando ma addirittura elevando l'opera di Szifron, sarebbe stato inserire un ultimo filo, abbastanza solido e in grado di legare tutti gli eventi narrati nelle circa due ore in maniera più netta e corrosiva. Ci fosse stato, a quest'ora staremmo parlando con entusiasmo ancor maggiore, purtroppo non è così, ma resta il fatto che la giostra piacerà molto, e a tutti, ugualmente.

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mercoledì 11 giugno 2014

Synecdoche, New York - La Recensione

Viaggi mentali, surreali, utopistici.
Piacciono tanto queste cose a Charlie Kaufman, sceneggiatore per eccellenza di registi altrettanto eccellenti come Spike Jonze e Michel Gondry, piacciono al punto da farne tesoro anche per quello che segna il suo primo, vero esordio alla regia. Chiaramente un esordio prezioso, ricco di interpreti straordinari (Philip Seymour Hoffman in primis), sostenuto da una trama ambiziosa che cresce sproporzionatamente e a vista d'occhio.

Potrebbe essere la visione più assurda mai concepita da Kaufman quella rappresentata da "Synecdoche, New York": portare la realtà della vita a teatro in una maniera così speculare e ossessiva da rimanere inghiottiti e perduti tra verità e finzione. Ricostruire una città intera, metterci dentro il caos, aggiungere gli incontri, l'evoluzione delle relazioni, nuovi personaggi, il tempo, eppur non perdere la magia dell'irreale, colei in grado di dare senso all'opera infinita e testamentaria. E' come un viaggio psichedelico allora quello del protagonista Caden, iniziato tramite una malattia di gravità indefinita che anziché distruggerlo lo accompagna lentamente condizionandogli un'esistenza intera, la stessa usata, vista la precarietà, per lasciare un segno indelebile nel suo lavoro di regista teatrale, allestendo un meraviglioso capolavoro destinato a non andare mai in scena ma a lasciare tutti a bocca aperta. Una serie di eventi, alcuni assurdi, altri meno, tutti necessari a definire la sua vita, a distruggerlo mentalmente, a confonderlo e a mettere soprattutto in evidenza le lacune aventi con l'universo femminile, quello che lo ama ma puntualmente lo ferisce. Esperienze che in questo tragitto tortuoso, razionale magari, ma del tutto paradossale, lo aiutano a capire non solo se stesso, ma il mondo intero e i suoi movimenti, quelli a cui ha cercato di dare significato ogni giorno.

Grandi, grandissimi sono ovviamente gli intenti di Kaufman e del suo progetto, al punto che persino a lui, in più di un occasione, non restano in mano e sfuggono, procedendo soli, autonomi, di vita propria. Sono i momenti in cui "Synecdoche, New York" stupisce oltre i propositi, strappa mezzi sorrisi, va fuori strada (o magari ci torna) e azzecca spunti che allargano oltremisura la sua coperta già enorme e ingestibile. A tratti stuzzica, rompendo quel sottofondo tetro che fa da sfondo e regalando quel po' di ossigeno vitale che spesso viene a mancare appesantendo il contesto. Non è facile infatti convivere con lo spirito drammatico e ricurvo che la pellicola generosamente concede allo spettatore, la natura cervellotica che la fa da padrone contribuisce a tenere a bada l'acceleratore in maniera forse troppo eccessiva, segno distintivo, pensiamo, di chi ha nell'arte della sceneggiatura esperienza maggiore che nella regia.

Come accade a Caden perciò, è la sofferenza la sensazione primaria che viene ad avvolgerci durante la visione di "Synecdoche, New York", seguita a pochi metri di distacco dalla malinconia. D'altronde è questo che accade quando si cerca di dare alla nostra esistenza uno scopo, un valore, pur sapendo, dentro, che ciò non è esattamente realizzabile, o perlomeno non nelle dimensioni che intendiamo.
Kaufman, come Caden, ha provato a scrivere e a realizzare il suo capolavoro, a fondere realtà, teatro e cinema. Nella sua testa la fusione sarà stata sicuramente sublime, nella nostra visione invece un tantino al di sotto.

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sabato 7 giugno 2014

Le Week-End - La Recensione

Al contrario di quanto si potrebbe intuire per via di mani e tendenza, in "Le Week-End" la terza età non è strumento utilizzato in modo leggero per far ridere lo spettatore. Non lo è per intenzioni, ma soprattutto non lo è per rispetto.
La terza età comunque centra, anzi, è il centro della pellicola diretta da Roger Mitchell, che parte appunto dal festeggiamento del trentesimo anniversario di matrimonio di un'anziana coppia in viaggio a Parigi per piegarsi pacatamente alla loro crisi sentimentale ed esistenziale.

Serio quindi è il tocco del regista britannico, che anziché mirare al facile divertimento (e con Jim Broadbent al timone ci sarebbe riuscito in pochissimi sforzi) sposta l'ago della bilancia verso quello spicchio d'anzianità irrequieta e pulsante, che da una parte è disposta ad accontentarsi, ma dall'altra vorrebbe invece non smettere mai di guardare avanti. Ecco allora Nick e Meg, tanto vicini quanto distanti, tanto innamorati quanto smarriti. Lui, comprata casa al figlio e licenziato dal ruolo di insegnante, si aggrappa stretto alla moglie e al suo matrimonio come ultima spiaggia nonché ancora di salvezza. Lei, che non ha intenzione di piegarsi alla tirannia del tempo, respinge il marito e con rabbia, sofferenza e insoddisfazione cerca un modo qualsiasi di riscattare la libertà che gli possa consentire di progettare un futuro. Una coppia all'apparenza dolce, solida, invidiata, eppure consumata nel privato da una vecchiaia insopportabile, da cui non riesce a cavare altro che bruttezza, negatività e tristezza.

Ma proprio da quello che sembra essere materiale scottante, ostico e preferibilmente evitabile, Mitchell riesce a tirare fuori il meglio del suo lavoro, a costruirne il cuore, a generare quel battito coordinato indispensabile per fare uscire verità e commozione. Sostenuto da un Jim Broadbent straordinario e da una Lindsay Duncan algida e ostile al punto giusto "Le Week-End" non solo sa reggersi in equilibrio nonostante l'età avanzata, ma è persino capace di trarre dai suoi protagonisti performance di classe e momenti toccanti e sinceri, abilissimi a inumidire gli occhi di chi assiste. La chirurgica sceneggiatura scritta da Hanif Kureishi allora, unita al tocco e al talento esperto di Mitchell, fanno della pellicola un trattato probabilmente obiettivo su ciò che significa vivere davvero l'anzianità e su quanto sia difficilissima da sostenere e accettarne la condizione, ma allo stesso tempo i due rintracciano anche un sottile lato poetico e sensibile dell'amore eterno, innalzando una storia romantica, imperfetta, messa al tappeto e risollevata con disarmante umiltà e unità di coppia.

E' tenero e dolce "Le Week-End", lo è persino nei suoi momenti più dolorosi, quelli in cui picchia forte l'altro per poi tornare indietro a chiedere scusa. Ma lo è ancor di più quando emana piccole gioie, quelle, per esempio, di due anziani bloccati a Parigi che si fanno beffe di tutto e di tutti e improvvisano un ballo goffo e spensierato con il juke box di un bar.
Un immagine a cui bastano pochi, pochissimi istanti per spazzar via le nuvole e riportare il sereno, quel sereno silenzioso capace di suggerire la cosa più importante di tutte, e cioè che forse, il bello della terza età, sta proprio nell'essere liberi, privi di catene, sta proprio nel non doversi preoccupare di fare dannati progetti.

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