IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 26 settembre 2014

La Buca - La Recensione

Se "E' Stato Il Figlio" era stato un fulmine a ciel sereno che aveva convinto tutti e consacrato Daniele Ciprì come interessante autore nostrano, ecco che "La Buca" rimette tutto in discussione, oscurando le certezze.

Tra conferme e smentite l'opera seconda di Ciprì porta con sé una sicurezza e una meta decisamente meno chiara del previsto, mantenendo tuttavia quello stile che identifica lo spirito del regista in costante divisione tra commedia nera e comicità grottesca. Sotto lo smalto dello scontro/incontro tra l'avvocato-egoista-furfante Sergio Castellitto e l'ex carcerato-innocente Rocco Papaleo, c'è infatti meno materiale da ricercare, ma soprattutto meno volontà di andare a scavare e costruire qualcosa di più grande del mero intrattenimento poggiato sulla sotto-trama thriller che lentamente prende il largo. Un approccio assolutamente leggero ed elastico, quindi, che privilegia la situazione comica ed esalta le caratterizzazioni fumettistiche dei protagonisti caricaturali e fuori dal mondo (anche l'ambientazione in cui si muovono è vaga) messi al centro: in particolar modo quelle di un Castellitto avvantaggiato da un ruolo di perfidia assoluta che a volte gonfia talmente la sua performance da uscire fuori dalle righe.

L'impressione però è quella di una pellicola confusa e incompleta, che per motivi a noi sconosciuti è stata messa in rampa di lancio in anticipo rispetto ai tempi, costringendo il suo autore a compiere un viaggio meno lungo e, in teoria, lontano da quello che aveva in mente. Il sospetto giunge dalle peripezie che dovrebbero portare i due protagonisti a riscattare i danni di una prigionia probabilmente ingiusta, in cui emergono speditamente molteplici riferimenti a persone fisiche e istituzioni chiamate a rappresentare - chi più chi meno - giustizia e onestà, ma che ai fatti esercitano poi il loro potere con estrema leggerezza e comportamenti ai limiti del disinteresse. Poteva essere questo l'obiettivo vero e principale con cui "La Buca" voleva affacciarsi e imporsi, e sul quale molti andranno chiedersi le motivazioni di una rinuncia precoce e incomprensibile, specie considerato il crudele epilogo che con dolcezza va a chiudere la storia. Eppure tale ricostruzione è solo parte di un ragionamento eseguito a priori, che regge proprio a causa dell'esistenza di "E' Stato Il Figlio", dove Ciprì aveva fatto intendere di non voler essere un autore omologato o di passaggio e in cui ce l'aveva messa tutta per fare in modo che questo non accadesse.

Sono questi i motivi per cui "La Buca" lascia davvero interdetti, facendosi digerire come prodotto insipido, ma esternando piazzate colme di controsensi, e segnalazioni volte a incastrare il suo regista come anche a scagionarlo: insinuando le sorti di un lavoro sofferto e chiuso per il rotto della cuffia. Sebbene i perché e i percome di tutto, a noi, sia consentito solo di immaginarli.

Trailer:

Jupiter: Il Destino dell'Universo - Nuovo Trailer Italiano



Rinviato al 5 Febbraio 2015, il nuovo film di Andy e Lana Wachowski continua la sua promozione spettacolare fatta di immagini incoraggianti. Con Mila Kunis, Channing Tatum, Eddie Redmayne e Sean Bean, "Jupiter: Il Destino dell'Universo", nonostante i numerosi rinvii, continua a far sperare guadagnando appeal e confermando la tendenza dei due registi a fare della fantascienza un loro cavallo di battaglia. Ma se avete dei dubbi, il nuovo trailer italiano della pellicola può esservi d'aiuto.

Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Dalle strade di Chicago alle galassie lontane e vertiginose dello spazio, "Jupiter: Il Destino dell’Universo" narra la storia di Jupiter Jones (Mila Kunis), che, nata sotto una buona stella, mostra segni d’esser predestinata a grandi cose. Una volta cresciuta, Jupiter continua ad avere grandi sogni, ma si sveglia in un’amara realtà fatta di un lavoro di pulizia di case altrui, ed una vita difficile. Solo quando Caine (Channing Tatum), un cacciatore ed ex-militare geneticamente modificato, arriva sulla Terra per rintracciarla, Jupiter comincia ad intravedere il destino che le è stato prospettato: possiede infatti la firma genetica che la contrassegna come prossima, in linea di successione,di una straordinaria eredità che potrebbe alterare l’equilibrio dell’intero cosmo.

giovedì 25 settembre 2014

I Due Volti di Gennaio - La Recensione

L'esordio alla regia dello sceneggiatore Hossein Amini passa per il romanzo di Patricia Highsmith intitolato "I Due Volti di Gennaio".
Scritto nove anni dopo "Il Talento Di Mr. Ripley" - opera più celebre della Highsmith - quella di cui Amini si fa carico è sicuramente una storia che mira a mantenere dei fortissimi punti di contatto con quella portata al cinema circa quindici anni fa da Anthony Minghella, a cominciare dall'attrazione di un aspirante truffatore verso un'altro più maturo e già compiuto.

Nella fuga da Atene per sospettato omicidio dei coniugi Viggo Mortensen e Kirsten Dunst, sostenuta dalla guida turistica furba e tuttofare di Oscar Isaac, esiste infatti un'ammirazione di fondo tra chi, nella sua vita, per vivere, sta provando a farsi furbo e chi invece c'è riuscito perfettamente diventando esageratamente ricco a spese degli altri. Così, il piccolo incidente di percorso che va ad unire i due uomini in una convivenza lunga e scomodissima, seppur truccato e venduto ripetutamente da triangolo amoroso ruotato attorno all'unico personaggio femminile, assume, in realtà, le vesti di una lotta silenziosa in cui il Re della foresta cerca in tutti i modi di non perdere la sua corona contro il Ribelle che ha in mente di impossessarsene.

Ancora un thriller psicologico dunque dai romanzi della Highsmith, uno di quelli in cui la trama non si snoda tanto tramite ciò che viene detto, ma piuttosto in quelle pause e quegli sguardi dove, pur non esclamando sillaba o vocale, ognuno dei protagonisti promette all'altro di vender cara la pelle. Kirsten Dunst si trasforma allora in una porzione di quella posta in palio da cui il personaggio di Isaac può partire per avviare la sua tattica offensiva, consapevole di vedersela con una personalità come quella di Mortensen che non ha intenzione di cedergli nessun pezzo di quel regno che ha personalmente innalzato e protetto. Ma è proprio a fronte di questo processo, ovvero quando "I Due Volti Di Gennaio" esterna le sue reali intenzioni che il regista Amini perde il controllo del pedale e della tensione, palesando poca dimestichezza col genere e rovinando un'atmosfera che lentamente stava tentando di crescere. Nelle fasi in cui il testa a testa tra le due individualità avrebbe dovuto trasmettere l'allerta di un passo felpato, ma incalzante, la sua pellicola si assopisce, perdendosi distrattamente tra i paesaggi e le rovine di una Grecia che anziché essere sfondo, finisce per rubare la scena, depotenziandola da ogni drammatizzazione.

L'epilogo turco perciò giunge scarico sia di suspense che di spiazzo, peggiorando - se poteva essere possibile - l'andamento di una sceneggiatura che non rischia mai qualcosa, ma preferisce affidarsi alla bravura di un cast rodato e affermato. Neanche a farlo apposta perciò, è proprio per colpa dei due volti assunti che Amini non centra il bersaglio: curando molto più quello nuovo, dietro la macchina da presa, e assai meno il vecchio, che trascurato fa fallire in pieno la sua intera operazione.

Trailer:

sabato 20 settembre 2014

Big Eyes - Trailer Originale


Prime immagini per "Big Eyes", l'attesissimo ritorno di Tim Burton previsto al cinema per l'inizio del 2015. Ambientata tra gli anni cinquanta e sessanta, la pellicola narra la vera storia della pittrice Margaret Keane, pittrice rivoluzionaria a cui il marito, Walter Keane, rubava opere che poi firmava a suo nome. Nel cast presenti la candidata all'Oscar Amy Adams e il vincitore del premio Oscar Christoph Waltz, affiancati da
Krysten RitterJason SchwartzmanDanny Huston e Terence Stamp.

Trailer:

mercoledì 17 settembre 2014

The Equalizer: Il Vendicatore - La Recensione

Con un costume addosso, il Denzel Washington di "The Equalizer: Il Vendicatore", farebbe la sua egregia figura in qualsiasi cine-comic moderno. Il passato oscuro d'altronde non gli manca, esattamente come la forza, l'astuzia e l'invincibilità di chi, proclamando giustizia, merita di avere sempre ragione ed essere asticella fondamentale di quell'equilibrio che pretende di vedere il bene vincere sempre sopra il male.

Ed è in qualità di questa definizione che "The Equalizer: Il Vendicatore" salva la sua reputazione, abbracciando stretto stretto l'elemento della coerenza, che va a identificarlo come action-scanzonato e soprattutto va a mettere al riparo il suo regista, Antoine Fuqua, da eventuali ricadute ironiche-involontarie come quelle già manifestate nel precedente "Attacco al Potere: Olympus Has Fallen". L'ironia che infatti invade il suo adattamento della serie televisiva anni '80, "Un Giustiziere a New York", è assolutamente cercata e voluta, una colonna portante che, oltre a divertire lo spettatore, sa come fare per rapirlo e coinvolgerlo, distogliendolo dalle varie buche che tuttavia una trama come quella che fa da sostegno può coprire ma non nascondere. Il personaggio di Washington assume così le fattezze di un vero e proprio Cavaliere Oscuro in pensione (impiegato in un negozio di materiale fai da te), uno di quelli che ha rinunciato alla violenza per amore, ma con un debole per la giustizia: tendenza per la quale non riesce a sorvolare sul giro di prostituzione che vede l'adolescente Alina - ragazza conosciuta per caso - cadere vittima di alcuni russi e dei loro scopi economici, e che lo trascina a vedersela con un organizzazione criminale-mafiosa assai più vasta del previsto.

Per quanto apparentemente scontato dunque "The Equalizer: Il Vendicatore" intraprende il suo cammino consapevole di voler essere materiale surreale al servizio di quel tipo di spettatore che si esalta ogni qual volta vede il buono schernire e prendere a bastonate il super-cattivo di turno. Come era stato per il Liam Neeson di "Io Vi Troverò" anche Washington stavolta si concede il lusso di mostrarsi inattaccabile, di non dare mai la minima sensazione di perdere la battaglia che gioca a carte scoperte contro un killer-a-sangue-freddo e la sua squadra di assassini nati. La sua è una strategia che per esigenze di sceneggiatura lo obbliga a stare perennemente due, se non tre, passi avanti al nemico e puntualmente distruggerlo ogni volta che questo gli si avvicini troppo, o non obbedisca alle richieste di resa o di pace. Un percorso dai risvolti prestabiliti, quindi, dove non c'è - per volontà dell'autore - il tempo di fare del Male una potenza o una minaccia da temere, ma solo quello per punirlo severamente secondo le regole della legge che ognuno di noi vorrebbe vedere applicate.

Poco importa perciò se la guerra giocata dal protagonista cominci e finisca all'interno del suo orticello, in quel microcosmo che una volta curato e guarito non estende affatto alcuna promessa globale di purezza, limitandosi ad accettare la tregua temporanea conquistata e fine a sé stessa. Perché di "The Equalizer: Il Vendicatore" conta solo la goduria, il suo farsi prendere così com'è, ovvero come pop-corn-movie ironico e muscolare di un regista che forse ha compreso i suoi limiti e i suoi punti di forza, raggiungendo finalmente la stabilità.
L'invincibilità di Washington diventa in questo modo meno ridicola e sopportabile, affiancata ad un contesto recintato che non solo lo esalta, ma lo incita a non fermarsi per farla pagare a chiunque se lo meriti e gli passi sotto il naso.

Trailer:

Hunger Games: Il Canto della Rivolta (Parte 1) - Trailer Originale Finale


E' stato rilasciato, per ora solo in lingua originale, il trailer definitivo di "Hunger Games: Il Canto della Rivolta (Parte 1)", la prima parte dell'ultimo capitolo della trilogia tratta dai romanzi di Suzanne Collins con la protagonista premio Oscar Jennifer Lawrence.

Trailer Originale:

Sinossi (Ufficiale):
Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) si trova ora nel Distretto 13 dopo aver annientato i giochi per sempre. Sotto la guida della Presidente Coin (Julianne Moore) e i consigli dei suoi fidati amici, Katniss spiega le sue ali in una battaglia per salvare Peeta (Josh Hutcherson) e un intero Paese incoraggiato dalla sua forza.

Lucy - La Recensione

Il raggiungimento delle piene capacità del nostro cervello passa per le droghe sintetiche.
Non è un'affermazione medica, per carità, quanto un'affermazione cinematografica, formulata già da Neil Burger con "Limitless" e ora da Luc Besson con "Lucy".

In entrambi i casi c'è però il contraccolpo di un'impossibilità da parte nostra a gestire la cosa, che se per Bradley Cooper poteva essere la dipendenza dalla sostanza, per Scarlett Johansson diventa mutazione cellulare: un processo al quale non può più sottrarsi poiché il suo organismo è entrato in possesso della droga in questione non attraverso dosi specifiche, ma per un trasporto illegale via intestino, cominciato per sbaglio e finito peggio, che ha portato all'apertura del sacchetto nascosto all'interno del suo corpo e all'assunzione massiccia di circa mezzo chilo in presa diretta. In questo modo una giovane studentessa indifesa si trasforma nella Vedova Nera più letale che la Marvel abbia mai realizzato, specialmente quando il signore della droga che voleva usarla si mette sulle sue tracce per recuperare ciò che gli appartiene. Tuttavia Besson cerca di evitare che la sua protagonista cominci a giocare con ruoli che vadano oltre quelli della sua opera e sbiadisce "Lucy" dal puro intrattenimento-action shakerandola con una buona dose di Storia, scienza e fantascienza.

Ha voglia di improvvisarsi professore il vecchio Luc, di impartire consigli sul senso della vita (e gli riesce bene) e raccontarci un po' l'evoluzione della nostra specie, come anche di quella terrestre. L'idea è meno malvagia del previsto specialmente quando con il filo principale di Lucy questa entra in parallelo, alternandosi per voler suggerire un succedersi di eventi che potrebbero accadere o che saranno imminenti per il filo principale. E' la fase più convincente della pellicola, quella in cui ogni cosa funziona a meraviglia e in armonia, e le prospettive appaiono quelle del grande colpo azzeccato. Peccato, dunque, che questa intuizione registica non sia abbastanza forte da piantare radici e imporsi fino all'ultimo frame, ma che invece ad un certo punto venga sradicata per fondersi e trasformarsi in un gomitolo unico, intrecciando il personaggio della Johansson con il professore americano trapiantato a Parigi di Morgan Freeman. E' il momento, questo, in cui "Lucy" inizia a peccare e a prendere troppo fiato, a sfilacciarsi, a credersi qualcosa di più grosso sciorinando teorie - spesso inventate di sana pianta - che fortunatamente pur penalizzando il ritmo e l'attenzione non abbattono quanto di buono costruito in precedenza, sebbene qualche graffio sulla carrozzeria sia inevitabile.

Eppure Besson procede, spensierato, come se niente fosse, visto che "Lucy" obiettivamente fa il mestiere per cui è stato creato e, in qualche frangente, sa anche superarsi (l'inseguimento in strada è uno dei migliori visti al cinema di recente). Così come si supera Scarlett Johansson, bravissima a dare al suo personaggio la giusta dimensione e a mutare in perfetta sincronia con le richieste della trama, rendendo la sua performance di gran rilievo e memoria e la giostra che sponsorizza consigliabile.

Trailer:

martedì 16 settembre 2014

Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere - La Recensione

Del "Sin City" di nove anni fa, "Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere" mantiene registi, buona parte del cast, sensualità, estetica e forma. Evitando quindi drastici cambiamenti e non perdendo neppure lo spirito fumettistico, accattivante che, in qualche modo, era considerata la sua anima.

L'accoppiata Robert Rodriguez e Frank Miller però - nonostante le loro parole tutte rosa e fiori - sembra essere andata meno in sintonia del solito questa volta, mancando gli ingredienti di quella formula, capace di trasmettere buona parte della carica necessaria al primo capitolo per funzionare fino in fondo. L'adattamento cinematografico della graphic novel "Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere" infatti è privo sia di quell'estro paradossale, segno distintivo di Rodriguez, sia di quello più eccessivo e strabordante che aveva fatto del "The Spirit" di Miller carne ficina inassimilabile. Concedendosi uno spettacolo equilibrato e piuttosto sobrio - considerandone la derivazione - che che non sbanda, ma fa perdere fluidità a una narrazione che in precedenza aveva vissuto di adrenalina, caratterizzazioni eccessive e micro-storie coinvolgenti, ai limiti dell'immaginazione.

La patina noir che invece viene sospirata da questa pellicola è molto attenta a non bucare troppo il tessuto che la sostiene, si muove prudentemente, permettendo solo ai suoi personaggi di rispettarsi e di rispettare la fama che li precede. L'impressione allora è che in "Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere" si punti più a compiacere l'amore per i protagonisti che prendono la scena, anziché cercare di renderli funzionali in un contesto studiato appositamente per i loro corpi e i loro caratteri. Delle tre vicende che chiamano in causa Josh Brolin, Jessica Alba e Joseph Gordon-Levitt, solo quella legata al primo appare scritta ed elaborata con criterio, finendo per diventare coerentemente sottotitolo del film e mangiandosi le altre sorelle al punto tale da renderle marginali se non dimenticabili. E il merito di ciò va decisamente alla donna per cui uccidere, la quale non poteva che prendere le forme stratosferiche dell'irresistibile Eva Green, resa ancor più letale da un ruolo che la obbliga ad comportarsi da femme fatale, manipolatrice e mangiatrici di uomini. Le sue forme, le sue movenze e la generosità del suo corpo in scena, rendono la sua presenza non solo centrale in tutti i sensi, ma battito di un'opera che altrimenti avrebbe rischiato di vagare senza bussola e senza memoria.

Avevano messo le mani avanti per farsi meno male probabilmente Rodriguez e Miller, specificando benissimo, nel titolo, quali fossero i loro obiettivi e i loro punti di forza. Tuttavia, sebbene ad Eva Green andrebbe dato l'Oscar alla seduzione (e non solo perché con essa ci salva la baracca) i due registi non riescono ad evitare completamente quella che può esser paragonata ad una scivolata banale e schivabile. A questo "Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere" verrebbe da fare molte domande, chiedere come mai con tutto il tempo a disposizione non sia riuscito a compiersi in una solida sceneggiatura; come mai il personaggio di Joseph Gordon-Levitt sia così discutibile e poco coerente con sé stesso, come mai a Jessica Alba, che in precedenza godeva di uno dei migliori spaccati, tocchi un epilogo così striminzito e opaco e perché al povero Marv sia concessa solo la partecipazione di assistente alle risse.
Insomma tanti, troppi dubbi, con cui sinceramente non eravamo pronti a dover fare calcoli.

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Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere - La Conferenza Stampa Romana Con Robert Rodriguez e Frank Miller


I due registi di "Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere" sono venuti a Roma per incontrare stampa e pubblico e parlare a viso aperto della loro nuova pellicola. Molte le domande che gli sono state rivolte, immensa la loro disponibilità. Questo il resoconto completo della conferenza stampa.

Quali sono state le difficoltà tecniche di questo secondo “Sin City”? Cosa è cambiato rispetto al primo?
Robert Rodriguez: Nel primo film sia troupe che attori non conoscevano molto bene la tecnica del green screen per cui erano un po’ a disagio e si sono dovuti fidare di me. Questa volta invece erano tutti a loro agio, va detto che la tecnologia era anche più complessa, ma in quasi dieci anni c’è da dire che quasi tutti gli attori si sono abituati a lavorare e a girare su green screen e questo sicuramente ha reso le cose un po’ più semplici. Ma l'’innovazione maggiore di questo secondo capitolo è l’uso del 3D, che qui riesce a far prendere vita ai disegni e all'universo disegnato da Frank.

Quali sono i riferimenti cinematografici dei personaggi?
Frank Miller: I miei personaggi vengono da ovunque, la maggior parte dalla mia immaginazione e dal mio cervello. Io sono cresciuto studiando come appassionato di fiction-crime e di film noir, e questo ovviamente si intravede nei personaggi che ho creato. Per quanto riguarda il personaggio di Eva Green, volevo che lei diventasse la quintessenza della femme fatale, che riuscisse a superare tutto quello che era stato fatto sulle femme fatale fino ad ora, volevo renderla l’ultima femme fatale vivente. Lei è stata brava a mettere tutta se stessa nel ruolo, a far tesoro di quelle che erano state le femme fatale del passato e a rendere il suo personaggio terrificante, sexy e anche molto tragico. In genere io comincio a lavorare ad ogni cosa scrivendo una frase sul muro e per il personaggio di Marv stavolta avevo scritto: Conan con un trench. Volevo realizzare un personaggio che mi permettesse di superarmi, volevo fare una specie di barbaro che vive in un contesto urbano.

Nel primo episodio di “Sin City” Dwight McCarthy era interpretato da Clive Owen, mentre in questo secondo è Josh Brolin a interpretare il Dwight prima versione, quello prima della chirurgia plastica, esattamente come nel fumetto. Ma come mai nel film, nella scena del treno, dove in teoria dovrebbe apparire il Dwight di Clive Owen troviamo nuovamente quello di Brolin alterato dal trucco?
R.R.: L’idea era quella di avere due attori diversi per il personaggio di Dwight , uno nella prima parte e uno per la seconda post-operazione. Era nei nostri piani quindi far tornare Clive Owen per la scena del treno. A causa di alcuni piani di lavorazione che aveva con altri progetti però, Owen sarebbe stato disponibile con sei mesi di ritardo rispetto alle nostre esigenze, tuttavia avevamo intenzione di aspettarlo. Poi durante le riprese abbiamo visto la splendida performance di Josh Brolin e abbiamo cominciato a pensare di provare lui anche nella scena finale. Avevamo un giorno di riprese extra, così abbiamo detto: proviamo, vediamo come va, se non dovesse andare bene aspettiamo Clive. Ma secondo me Josh è stato perfetto.
F.M.: Volevo aggiungere che gli attori amano lavorare, gli piace stare sul set e che quelli più bravi sono spesso molto impegnati. Quindi siamo stati fortunati ad avere il cast che volevamo, un cast meraviglioso e io sono stato continuamente ispirato dalle loro performance. Anche perché in questo secondo capitolo siamo andati più in profondità con i personaggi e abbiamo avuto modo di innamorarci ancora di più di ognuno di loro. Vorrei sfatare anche il mito che c’è sugli attori: gli attori sono dei grandissimi lavoratori, sono delle persone creative e contribuiscono tantissimo al processo e alla riuscita finale di un film. Saranno capricciosi, a volte, ma sono una parte fondamentale di quello che poi è il risultato finale di un film.

Nella conversazione sul fumetto avvenuta tra il maestro Frank Miller e Will Eisner , prima ancora di girare il primo “Sin City”, Eisner diceva che i fumetti con il cinema non centrano niente, e sembrano più adatti per il teatro. Visto il senso di stage che fornisce il green screen, questa teoria è stata riportata sia nei due “Sin City” che nella versione cinematografica di “The Spirit”?
F.M.: Per questo devo dare il merito a Robert. Io quando ho disegnato le storie di “Sin City” mi ero prefisso un obiettivo: non dovevano essere storie adattabili per il grande schermo. Ho scritto storie che secondo me erano impossibili da portare al cinema. Poi Robert mi ha fatto vedere che si poteva fare, mi ha spiegato come si sarebbe potuto fare ed il risultato è stato questo. Quindi il merito va a lui perché ha saputo creare una nuova forma di cinema e ha reso possibile questa combinazione.
Con Eisner siamo stati amici per venticinque anni, trascorrevamo tanto tempo insieme e spesso discutevamo di questo perché lui vedeva i fumetti come materiale letterario pertinente al teatro mentre io a volte dicevo che si potevano anche utilizzare per il cinema. Il mio rapporto con Eisner è stato molto intenso, abbiamo passato intere serate a cena a discutere di qualunque cosa: dal bordo della cornice da mettere o meno intorno a un disegno, all'uso di una penna al posto di un'altra. Ci volevamo molto bene e ci rispettavamo molto, abbiamo avuto un rapporto burrascoso ma anche molto intenso.

Ci sono altre sequenze del divertente cameo di Robert Rodriguez e Frank Miller che abbiamo visto nel film?
R.R.: Di quello nella sceneggiatura c’era solo scritto: Nancy sta guardando un vecchio film. Quindi io e Frank abbiamo detto: quando abbiamo tempo gireremo qualcosa che faccia ricordare a un vecchio film. Poi non avendo mai pensato a quali attori scegliere, siamo arrivati al termine delle riprese e abbiamo deciso di farlo io e Frank. E’ stata l’ultima sequenza che abbiamo girato nell'ultimo giorno, alle cinque del mattino. C’è anche qualche altra immagine che metteremo nel DVD, ma non è niente di fondamentale.

Considerando i risultati di “Sin City” Frank Miller e Robert Rodriguez hanno mai pensato di poter vendicare l’onore di “Daredevil” dopo il terribile film di qualche anno fa?
R.R.
: No, non ho mai pensato ad un film su Daredevil.
F.M.: Ho imparato tantissimo da Rodriguez, come ho imparato moltissimo dal processo di creazione di “Sin City” e ho capito che se si vuol fare un buon film tratto da un comic-book bisogna possedere e conoscere benissimo il materiale di partenza. Ma la vita è un po’ troppo corta per preoccuparsi di quel che fanno gli altri.

La sua graphic novel, “Holy Terror”, ha avuto delle critiche ferocissime: ma alla luce di quello che succede oggi, non crede che qualcuno gli debba delle scuse?
F.M.
: Un giorno nel 2001 circa tremila dei miei concittadini sono stati uccisi in una maniera assolutamente brutale e violentissima. Quello che ho scritto e disegnato è stata una mia reazione, un modo per tirare fuori la mia rabbia, il mio dolore e sono molto fiero di quello che ho realizzato. Non mi sono scusato con nessuno, come nessuno si è mai scusato con me.

Qual è il motivo delle molte scene di nudo e delle immagini molto sexy che ci sono nel film? E c’è una spiegazione per la scena molto strana in cui si intravedono tre mucche poste nel giardino, fuori alla villa del senatore?
R.R.
: Il film è basato sulla graphic novel “Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere” che di suo conteneva tantissime scene di nudo. Noi, volendo esser fedeli all'opera originale, abbiamo cercato di riportare la stessa cosa anche sul grande schermo. Però si tratta di nudi artistici, funzionali alla storia, che proprio per questo non hanno creato problemi neppure alle attrici. Per la storia delle mucche lascio la parola a Frank che le ha messe anche nello storyboard e ciò che lui mette nello storyboard io lo devo girare.
F.M.: Bè, quello per me è un ranch, quindi le mucche devono esserci. E poi penso che le mucche siano buffe sia da guardare che da disegnare. Mi sorprende invece la domanda sul nudo perché non sto facendo una conferenza stampa in Ohio. Siamo a Roma, in Italia, quindi che c’è di male nel vedere tante belle donne nude? Non mi aspettavo da Roma una domanda del genere!

Trent’anni fa Frank Miller diceva che nel mondo dei fumetti c’era bisogno di fuori legge e che lui era un fuori legge. Oggi c’è ancora spazio nell’intrattenimento americano per i fuori legge?
F.M.: Si! Anche perché senza i fuori legge non ci sarebbero neanche i supereroi. E nessuno spazio per Superman e per Marv!

All'epoca del primo “Sin City” Robert Rodriguez aveva creato un po’ di scandalo nella Directors Guild Of America, quando aveva cercato di registrare Frank Miller come co-regista dell’opera. Voleva chiaramente essere un riconoscimento creativo nei confronti di Miller, ma come si è sviluppata la questione e le sue polemiche?
R.R.: Si, negli Stati Uniti ci sono delle strane regole delle quali non ero consapevole: se non ricordo male una è che non si possono inserire due registi nella stessa opera se non hanno mai lavorato da soli in precedenza. Per cui vista la polemica che si era creata per "Sin City" ho preferito uscire dalla Directors Guild Of America piuttosto che proseguire insieme a loro. Anche perché per quelli come me che non sono solo registi ma fanno più cose, queste regole ti rendono di difficile collocazione, e visti i tanti problemi ho preferito andare via. Ma è stata una cosa che volevo fare in silenzio, solo che poi si è creato uno strano rumore intorno che si poteva sicuramente evitare.
F.M.: Robert è troppo modesto. In realtà una mattina lui è venuto da me e mi ha comunicato che la Directors Guild Of America voleva che togliesse il mio nome tra i registi del film, ma che lui pur di non farlo avrebbe preferito togliere il suo. Io gli ho detto che non era giusto, perché in fin dei conti era lui il regista del film. Così gli ho detto, pensaci bene, vai sul set e poi mi dici cosa vuoi fare. Alla fine abbiamo avuto una conversazione meravigliosa in cui lui si è dimostrato generosissimo e ha preso la decisione di uscire dall'ordine dei Directors Guild Of America.

Tempo fa Frank Miller si è scontrato anche con Alan Moore a proposito di “Occupy Wall Street”, vi siete riappacificati da allora?
F.M.: Io e Alan siamo amici da diverso tempo, però pare che non andiamo d’accordo su nulla e litighiamo su qualunque cosa. Quindi lui continua a pensarla a modo suo mentre io continuo a pensarla a modo mio.

I lavori firmati Marvel o DC Comics, al cinema rappresentano spesso la visione che il regista si fa di quel fumetto. Invece Robert Rodriguez con “Sin City” ha fatto qualcosa di molto intelligente e rispettoso, trasponendo la visione del disegnatore Frank Miller nel film. E’ questo, secondo voi, il punto di forza di questo franchise?
R.R.: Si, io ho sempre tenuto molto alla fedeltà del fumetto. Anche nel titolo ci tenevo a mettere Frank Miller’s Sin City perché lui ha una visione così completa che sarebbe stato impossibile fare un adattamento cinematografico. Paradossalmente è stato più facile il contrario, io ho cercato in tutti i modi che la sua visione completa, integra e profonda diventasse film.
F.M.: In effetti è molto divertente. Molti mi chiedono come mai non lavoro ad Hollywood, e in effetti abbiamo girato a Huston, Austin, ma mai Hollywood. Grazie alla collaborazione con Robert però ho capito che i comic-book possono diventare film solo in questa maniera, quindi senza farli entrare in quel trita carne che è Hollywood, in cui una graphic-novel o un comic-book diventa semplicemente una cosa simile a tante altre. Infatti i migliori adattamenti recenti di comic-book sono quelli che sono rimasti fedeli al materiale di partenza, in fondo i comic-book sono disegnati da una sola persona e se entri ad Hollywood sei costretto invece a condividerli con tutti. Per cui dopo diventa complicato mantenere integrità al prodotto. Come consiglio io dico sempre di restare fedeli alla storia, di seguire il materiale di partenza.

Avete lavorato a quattro mani per questi due film, ma tecnicamente come è stato realizzarli? Come vi mettevate d’accordo per la gestione della macchina da presa, chi parlava di più con gli attori, e lo facevate prima, durante o dopo le riprese?
R.R.: Diciamo che sul set abbiamo avuto un rapporto molto stretto e di collaborazione. Ci siamo divertiti tantissimo e delle volte ci dimenticavamo di chi era stata l’idea che poi funzionava meglio. Spesso io cominciavo una frase e lui la finiva, alla fine amavamo entrambi il comic-book, amavamo quello che stavamo facendo, amavamo gli attori, quindi spesso io nemmeno ricordo se in una particolare scena abbiamo usato una mia intuizione o una di Frank. Quando capitava di avere delle idee leggermente diverse le provavamo entrambe e poi sceglievamo quella che funzionava meglio. E alla sera dicevamo sempre: che bella giornata oggi non vedo l’ora che arrivi domani.
F.M.: All'inizio della nostra collaborazione abbiamo avuto delle discussioni sulla maniera da utilizzare per raggiungere un obiettivo, ma l’obiettivo era sempre lo stesso. Alla fine sono giunto alla conclusione che io e Robert siamo due fratelli separati alla nascita.

Robert Rodriguez per guadagnare i soldi di cui aveva bisogno per cominciare a fare cinema ha fatto da cavia umana, qual è invece il sacrificio più grande che Frank Miller ha fatto per l’arte?
F.M.: Sicuramente non mi sono mai prestato a nessun test medico, forse all'inizio ho avuto molta fame e ho camminato per le vie di New York con delle scarpe talmente logore che sembrava di camminare a piedi scalzi.

Entrambi i film di “Sin City”, ma specialmente il secondo, costituiscono una specie di evoluzione rispetto al fumetto. A tal proposito, si potrebbe dire che per “Sin City” oramai è impossibile un ritorno alla carta, ma che la sua evoluzione naturale sarà solo al cinema?
F.M.: E’ un ottima domanda, alla quale però è difficile rispondere. Certo oggi per me sedermi al tavolo e disegnare Marv senza pensare a Mickey Rourke è praticamente impossibile. Quello che posso dire è che la vita va così, bisogna aspettare e vedere quello che succederà.

L’uso del 3D, oltre a una marca estetica, cosa può portare a livello narrativo o di resa psicologica per un personaggio?
R.R.: Credo che sarebbe interessante vedere il film in tutte e due le versioni. Per rendersi conto che quella in 3D porta moltissima vita in più al mondo creato da Frank. L’universo creato da lui è molto molto astratto e le sue immagini sono molto asciutte, non ci sono tantissimi elementi in scena. Quindi, magari, vedere un puntino bianco fermo è diverso da vederlo in movimento e rendersi conto che si tratta di neve. In questo caso, avendo immagini molto essenziali, il 3D ti aiuta a concentrare l’attenzione sugli elementi fondamentali che Frank ha scelto accuratamente per il suo lavoro.
F.M.: Volevo aggiungere che quello che conta è la storia e in questo caso l’uso del 3D aiuta ancor di più noi a guardare le cose che servono e che sono funzionali alla narrazione. Se invece il 3D deve essere utilizzato per altro secondo me non è importante.

Cosa ne pensa Frank Miller del trailer di “Batman vs Superman” che è sembrato iconograficamente molto ispirato al suo Dark Knight? E cosa ne pensa in generale delle ultime trasposizioni di Batman al cinema?
F.M.: Non l’ho visto. E non lo voglio vedere. Possono fare tutto quello che vogliono con quello perché io non ne faccio parte.

Al termine della conferenza stampa Robert Rodriguez e Frank Miller sono stati premiati con il Romics D'Oro.

sabato 13 settembre 2014

Tartarughe Ninja - La Recensione

Le tartarughe mutanti, allevate e addestrate al ninjitsu da un saggio ratto e responsabili del successo planetario dei disegnatori Kevin Eastman e Peter Laird, i quali circa trent'anni fa riuscirono, non senza difficoltà, a pubblicare per la prima volta i loro fumetti, tornano al cinema per un quinto lungometraggio. Un reboot che passa per le grinfie di Michael Bay.

Il padre di "Transformers" tuttavia veste solo i panni del produttore, affidando la regia al semi-sconosciuto Jonathan Liebesman, cui spetta il compito di dirigere un blockbuster, sulla carta facilissimo e dal successo assicurato. Talmente assicurato che per lo script si punta a utilizzare materiale collaudato, contornato da ribaltamenti ancor più intuibili, convinti che l'immaginario dei quattro rettili che praticano arti marziali basti per sopperire alle mancanze e adempiere al compitino. Ha poca importanza quindi se la trama di uno scienziato che vuole a tutti i costi impossessarsi del sangue delle tartarughe per sintetizzarne virus e cura e poi arricchirsi infettando il pianeta, non sia il massimo dello sforzo celebrale degli sceneggiatori; così come si potrebbe passare sopra al cambiamento delle origini che vede non più responsabile del mutamento un liquame caduto erroneamente nelle fogne di New York ma bensì l'utilizzo di tartarughe domestiche (e di un topo) come cavie da parte del padre di April O'Neal, impegnato a sperimentare un progetto scientifico in seguito finito male.
Tutto sarebbe lecito, insomma, purché ponderato per infondere al franchise smalto e vigore.

Purtroppo però il disinteresse di Bay verso il cinema, che da anni molti sospettano, va a sposarsi perfettamente con la regia di un Liebesman inadeguato e con la mente decisamente fuori dal suo lavoro. La maniera con cui infatti "Tartarughe Ninja" si presenta al pubblico è la stessa di un prodotto girato e gestito da chi il cinema probabilmente non lo ha mai conosciuto né tantomeno tastato. Volendo anche passar sopra ad una prima parte fin troppo sostenuta e slamata, che per nulla fa il paio con una seconda fin troppo schizofrenica e agitata, non si può assolutamente lasciar correre sulla sbagliata costruzione delle inquadrature che, specie nelle scene d'azione, mette in evidenza una macchina presa mossa sempre freneticamente e posizionata in punti di vista meno opportuni, diventando involontariamente la vera protagonista della scena. Disturbando perennemente fluidità del racconto e concentrazione degli occhi, e provocando quindi allontanamento, all'opera di Liebesman non resta altro che togliere la maschera e finire soffocata dalle sue stesse negligenze, quelle di una storia che, fallito l'obiettivo di intrattenere, non sta in piedi e dei suoi personaggi che, in linea precisa con essa, dimostrano di essere incompleti di spessore nella loro pur accettabile costruzione tecnica.

Pur salvando le parti di Michelangelo, a cui per simpatia forse è stata restituita più cura, così come in queste pagine bollammo "Transformers 4: L'Era Dell'Estinzione", stessa sorte tocca a "Tartarughe Ninja": un film vuoto, che gonfia il petto facendosi forza del nome che porta scritto addosso, ma senza alcuna voglia di volerne omaggiare e né tantomeno onorare l'eredità. Il classico progetto di chi non ha cuore ma solo portafogli.  

Trailer:

Magic In The Moonlight - Trailer Italiano


Uscirà in netto ritardo, il 4 dicembre, in Italia "Magic In The Moonlight", il nuovo film di Woody Allen. Mentre continua la promozione in tutta Europa del regista e dei protagonisti Colin Firth ed Emma Stone, impegnati a promuoverne l'uscita, da noi è arrivato da poco solamente il primo trailer. Quello che come di consueto vi proponiamo qua sotto.

Trailer Italiano:

mercoledì 10 settembre 2014

Sex Tape: Finiti in Rete - La Recensione

Che fotocamera, che definizione, che display, che resistenza!
L'impressione che "Sex Tape: Finiti in Rete" giovi assai più all'universo Apple che a quello cinematografico, di cui dovrebbe far parte, è solo uno dei vari passi falsi commessi dalla commedia diretta da Jake Kasdan.

Il più grave infatti è quello di cospargere di grana grossa uno spunto che dalla sua poteva non solo essere più esilarante, ma addirittura andare a stanare ipocrisie, segreti e manie di cui gran parte della gente si nutre pur nascondendole dentro l'armadio. Del filmino hard girato con l'iPad, dai coniugi Jason Segel e Cameron Diaz - alla ricerca di quella scintilla che possa riaccendere la loro vita sessuale come lo era prima dell'arrivo dei figli - si fa un uso e un sopruso smodato, pur dimenticando di consumare i suggerimenti migliori che alla luce del sole si trovavano li a portata di mano, scalpitanti di prendere parte alla scena. A Kasdan viene chiesto di fare i conti con una sceneggiatura grezza e svogliata, una di quelle che da noi affiderebbero a un Carlo Vanzina, un Fausto Brizzi o un Neri Parenti qualunque: scaltra ad inanellare qualche battuta e qualche gag iniziale, ma che non appena c'è da dar sfogo all'estro, si adagia su se stessa, lavorando di rimessa.

Fosse stato un prodotto italiano avremmo avuto subito la spocchia di etichettarlo brutalmente come cinepanettone o surrogato di esso, e invece no. Se è americano, la sensibilità tende a cambiare, ad accettare con maggior flessibilità il prodotto servito o - in altri casi per i fan accaniti - a bollarlo ancor peggio, con cattiveria. Eppure "Sex Tape: Finiti in Rete" pare aver studiato dal cinema più redditizio di casa nostra (dell'ultimo decennio, s'intende), mantiene la matrice a stelle e strisce, ma recupera stereotipi leggendari e classiche gag come quella del cane imbestialito col protagonista, che da "Tutti Pazzi Per Mary" pare sia diventato un must per cui c'è sempre spazio, se c'è bisogno di far ridere.

E a dir la verità, cane a parte, nella pellicola di Kasdan il tempo per ridere lo si trova, e lo si fa nonostante il taglio comico scelto non sia poi così fine. Qualche situazione assurda o battuta di gusto non manca e il bottino spogliato alla fine della fiera ci si accorge essere, se non notevole, quantomeno accettabile. Ciò comunque non basta a concedere a "Sex-Tape: Finiti in Rete" quel poco di gloria che andava cercando poiché, a parte i compiti secondari che possono essere quelli di aver condiviso generosamente un corpo nudo ancora notevole di una Cameron Diaz in formissima, ed il jolly di Jack Black tirato in ballo a sorpresa, ciò che lascia in eredità è solo merce di seconda mano e di poco valore.
Niente a che vedere, insomma, con quella che, a quanto pare, è rilasciata dall'azienda di Cupertino.

Trailer:

sabato 6 settembre 2014

Venezia 71 - I Vincitori


Si è conclusa la 71a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, di seguito la lista dei vincitori.

Leone d'Oro per il Miglior Film: "A Pigeon Sat On A Branch Reflecting Existence" di Roy Andersson
Leone d'Argento per la Miglior Regia: Andrey Konchalovskiy per "Belye Nochi Pochtalona Alekseya Tryapitsyna (The Postman's White Nights)"
Gran Premio della Giuria: "The Look of Silence" di Joshua Oppenheimer
Premio Speciale della Giuria: "Sivas" di Kaan Mujdeci.
Leone del Futuro - Premio Luigi De Laurentiis per un'Opera Prima: "Court" di Chaitanya Tamhane.
Coppa Volpi per il Migliore Attore: Adam Driver per "Hungry Hearts"
Coppa Volpi per la Migliore Attrice: Alba Rohrwacher per "Hungry Hearts"
Premio Marcello Mastroianni al Miglior Attore/Attrice Emergente: Romain Paul per "Le Dernier Coup De Marteau"
Premio per la Miglior Sceneggiatura: "Ghesseha" di Rakhshan Bani-Etemad

Premio Orizzonti per il Miglior Film: "Court" di Chaitanya Tamhane
Premio Orizzonti alla Miglior Regia: "Theeb" di Naji Abu Nowar
Premio Orizzonti al Miglior Attore: Emir Hadzihafizbegovic per "Takva Su Pravila" (These Are The Rules)
Premio Speciale della Giuria Orizzonti: "Belluscone: Una Storia Siciliana" di Franco Maresco
Premio Orizzonti al Miglior Cortometraggio: "Maryam" di Sidi Saleh

venerdì 5 settembre 2014

Arance e Martello - La Recensione

Il poliedrico Diego Bianchi, conosciuto universalmente col soprannome di Zoro, esordisce al cinema con una pellicola che è precisamente l'evoluzione cinematografica del suo terreno primordiale, ovvero il web e la televisione: dagli esordi di "Tolleranza Zoro" e "La Posta di Zoro" sulla Rai e La7, fino alla pianta stabile di "Gazebo", con cui prossimamente esordirà anche in prima serata.

Come lui stesso ha dichiarato infatti "Arance e Martello" pur essendo un film di finzione - e quindi tecnicamente girato come tale - aspira a mantenere la cifra da reporter che lo contraddistingue, seppur utilizzandola con parsimonia, per non rischiare di infastidire quelle persone che a lungo, con la camera in movimento si trovano spesso a disagio (fisico più che altro). Dettagli tecnici a parte, però, quello che Diego Bianchi realizza per il cinema e definisce come film in costume ambientato a Roma, durante l'estate del 2011, è innanzitutto una commedia intelligente, che sfrutta la politica e il momento storico di tre anni fa per fotografare il paese Italia e coloro che lo abitano.

Prima il mercato di Piazza San Giovanni, poi la sede del Partito Democratico situata nei paraggi.
Due location dove "Arance e Martello" si ferma per oltre tre quarti del suo minutaggio, mettendo di fronte, in lotta, cittadini di sinistra che tentano di mettere in piedi un referendum di firme per far cadere il Governo Berlusconi (fatto vero) e altri di destra, che in un mercato prossimo alla chiusura da parte del sindaco, in un primo momento gli si oppongono, salvo poi chiedere aiuto in un secondo. Dallo scontro tra opposizioni Bianchi (o Zoro, che dir si voglia) riesce dunque ad allestire una disputa che non avvolge solo la nostra politica (quella un po' assente e un po' confusa di oggi), ma insieme ad essa apre anche un discorso legato alla psicologia dei cittadini di una città (che poi alla fine è il paese tutto) - presa qui in un suo microcosmo - che diventano lo specchio dell'instabilità, della rabbia e della malinconia dei giorni che erano e non torneranno. Giovani, genitori, nonni, extracomunitari, fascisti, comunisti, romanisti, laziali. Tutti si scontrano e si mischiano allo stesso modo entrando, uscendo e rientrando nel procedere di una lotta inutile, che non serve a nessuno, dove appena c'è il bisogno o l'interesse di passare da un altro lato, chi occupava uno schieramento è ben disposto a disertarlo e cambiare posto.

Si respira, dunque, l'anima di un paese egoista e diviso, come pure quella di un paese incoerente, ma che magari proprio da questa incoerenza potrebbe trovare il modo per unirsi e combattere ancora per i suoi diritti, quelli di tutti però, non solo del singolo. Come diceva Spike Lee - per cui Bianchi ritaglia più che un omaggio - la soluzione è fare la cosa giusta, ovvero cercare l'armonia adatta per vivere con la comunità, accettando le differenze di opinioni e rispettando il prossimo. In fin dei conti "Arance e Martello" insinua in più di un occasione che la diversità, quella politica di oggi specialmente, lascia il tempo che trova, che spesso è prevalentemente chiacchiera, e che per questo sarebbe meglio rileggerla per poi visitarla in altra forma.


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Perez. - La Recensione

I prodotti come "Perez." nel resto del mondo passano in televisione.
Questo che significa?
Significa che nel nostro cinema esiste una taratura di livello basso; significa che la nostra televisione è tarata su di un livello ancora più basso e significa che forse - se riusciamo a rendercene conto - è arrivato il momento di riordinare le idee e ristabilire gli schieramenti.
Ma quindi "Perez."?

Quindi "Perez." è un noir piuttosto riuscito con un Luca Zingaretti non adattissimo alla parte, ma che tuttavia non sfigura; un Marco D'Amore che continua a tenere il personaggio di "Gomorra: La Serie" e un canovaccio a tratti godibile e a tratti meno. Uno di quelli, insomma, che ti aspetteresti quindi di vedere in televisione, ma che anche li non sconvolgerebbe e non sarebbe in grado di esaltare: e per cui, di conseguenza, portato al cinema, può solo soddisfare le attese di chi davvero non pretende nulla e non chiede nulla dalla pellicola che ha scelto di vedere.
Eppure non è interamente legittimo essere così cinici e crudeli, perché la pellicola diretta da Edoardo De Angelis poi, nella sua globalità, non è tanto male, anzi, considerando tutti i preamboli esposti in precedenza rischia anche di superare il confronto con altri lavori che invece per il cinema teoricamente sarebbero ideali e specifici.

Come opera di genere allora "Perez." regge.
Lo fa con la scura ambientazione notturna che per quasi tutti i suoi novanta minuti lo avvolge e lo protegge, lo fa con la voce fuori campo di Zingaretti che molto aiuta e, soprattutto, lo fa con il sottofondo jazz che accompagna la sua marcia e le lunghe camminate del suo protagonista. Un avvocato d'ufficio, uno di quelli a cui affidano i casi che gli altri avvocati d'ufficio - quelli della prima linea - rifiutano. Si definisce uno che passa le carte, visto che quelli che tratta sono sempre criminali indifendibili, senza appiglio, già condannati. Quando però un camorrista gli promette di poter sistemare il problema che lui ha con la figlia (che sta frequentando un'altro camorrista) Perez decide di sporcarsi le mani entrando in qualcosa che non gli appartiene, ma con cui potrebbe riscattare la sua sofferta reputazione da eterno perdente.

Tutto già visto e nulla di nuovo, in sostanza. Solo prevedibilità e qualcosina di apprezzabile, non esiste altro di necessario per descrivere la pellicola di De Angelis, che come da copione fa il suo dovere non uscendo dai margini e accontentandosi di occupare uno spazio strettissimo.
Quello che basta per ritagliarsi un posto.

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Good Kill - La Recensione

E' una guerra in scatola quella in cui ci porta Andrew Niccol, una di quelle americane, post 11 Settembre, dove i soldati e i piloti non scendono più sul campo, ma uccidono in stanze: con joystick che comandano droni e monitor su cui visualizzare obiettivi da eliminare premendo pulsanti su ordine.
Un po' come alla PlayStation, insomma.

Questo però non cambia gli effetti di quello che un gioco non è, della crudezza di immagini vere, reali, che sugli schermi non mostrano vittime fatte di pixel, bensì persone in carne ed ossa, spesso innocenti. Causa del trauma psicologico di un Ethan Hawke alcolizzato, freddo, assente mentalmente dalla famiglia, che vorrebbe tornare a volare per rivivere l'ebbrezza del cielo e della paura, quella sostituita ora dal senso di colpa, l'impotenza e la rabbia. E dunque riparte da lui Niccol, dall'attore che gli aveva regalato il successo qualche anno fa con "Gattaca", come a voler sostenere ancora meglio l'importanza di un soggetto cinematografico in cui crede, che non solo ha diretto ma anche scritto e prodotto. Per questo noi lo aspettavamo al varco, per capire chi fosse o chi poteva ancora essere: se il regista (e sceneggiatore) talentuoso di inizio carriera oppure quello in crisi d'identità recentemente visto in "In Time".

Che poi ad esser sinceri Niccol il tiro lo ha drizzato, stavolta gira bene, asciutto, non lascia che il suo soggetto si sfilacci o che perda di peso come invece gli era capitato nelle ultime uscite. Però qualcosa in "Good Kill" non ce la fa a prendere quota, e non è solo un protagonista inserito con l'accetta a cui Hawke aderisce con difficoltà, ma probabilmente più la mancanza di un'accelerata che a un impianto di questo tipo - che vive perennemente di interni stretti e di dialoghi - serve per macinare suspense e dettare presa. Invece lascia sempre un senso di estraniamento la pellicola, ininterrottamente ossessionata dalla morale giusto/sbagliato che cerca di discutere a martello e in ogni occasione, attaccando quell'America che tira le fila e salvando (ma neanche tutta) quella che al contrario le fila ce le ha annodate addosso e non sa come levarsele.

Volendo andare oltre però quella che potrebbe venir letta come una tendenza politica del regista - che dimostra con grande affezione l'importanza nutrita per il suo progetto (basato su eventi accaduti) - quel che resta della sua opera, forse, è un po' troppo poco. Come l'amaro in bocca di una ciambella col buco ma senza zucchero e dai contorni bruciati.

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The Sound And The Fury - La Recensione

Il James Franco regista ha dimostrato di saperci fare con la macchina da presa, e che la sua volontà di raccontare qualcosa - e non solo farne parte - va oltre il capriccio di chi comunque può permettersi sfruttando il suo status di eseguire vari mestieri.
In quella che è la sua tredicesima opera autoriale (decima se togliamo i documentari) allora prosegue il saccheggio letterario iniziato qualche anno fa, adattando il romanzo "L'Urlo e il Furore" di William Faulkner, con l'aiuto dello sceneggiatore Matt Rager e un ricco cast che lo vede protagonista.

Si divide in più piani temporali "The Sound And The Fury", a loro volta ordinati in tre capitoli, che servono ad entrare meglio nelle vite dei tre fratelli Compson, in qualche modo, costantemente influenzate dalla loro sorella Caddy, figura determinante per le sorti della famiglia.
Dotata di composizione non lineare, e girata con grande perizia e da un Franco che registicamente fa progressi e si concede qualche eleganza (forse di troppo), la pellicola pare proprio puntare tutto sulla forza di un montaggio che salta senza avvertimento di anno in anno, per incanalare la drammatizzazione di una trama dal lenzuolo molto ampio e molto ricco. I suoi intenti tuttavia riescono solo a partire, non a crearsi, poiché se nel primo capitolo i presupposti per un ottimo lavoro apparivano possibili, nei successivi l'anima che stava nascendo si perde completamente, freddando l'interesse e sgonfiando il peso.

Non ci importa quasi niente del destino di questa famiglia e di questi ragazzi, giunti appena a metà della pellicola. E ce ne importerà persino meno andando avanti, quando sbarcati all'ultimo capitolo, non ci viene permesso di aderire al personaggio-chiave di Caddy, l'unico sulla carta che prometteva, se esplorato, di potere alzare un po' un pathos che nel frattempo si era totalmente azzerato. Ma forse il demerito di ciò, anziché dei personaggi, sarebbe da implicare ad un Franco che dietro la macchina da presa commette ancora l'errore di non portarci il cuore, trasmettendo quel sentimento che ogni tipo opera, ma specialmente quelle di questo genere, necessitano per potersi affermare e lasciare un segno.

Quel segno che appunto "The Sound And The Fury" pur ostentando fedeltà non lascia affatto, scomparendo a poco a poco sui titoli di coda e velocemente dalla testa. Effetto che siamo sicuri non fosse intenzionale e che non da minimamente al libro di Faulkner quella visibilità meritata e in cui speravamo.

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giovedì 4 settembre 2014

Burying The Ex - La Recensione

C'è un film di Tim Burton nel tuo salotto! Esclama Travis quando rivede in vita l'ex ragazza del suo fratellastro Max, sepolta appena qualche giorno prima.
E non ha tutti i torti, visto che "Burying The Ex" somiglia praticamente alla versione live action, ambientata in terra, de "La Sposa Cadavere".

Ma Joe Dante non casca dalle nuvole, lo sa, per questo non ha problemi ad ammetterlo pubblicamente citandolo in una battuta, alla stessa maniera di come cita anche il cinema horror migliore onnipresente nella sua pellicola (che sia in televisione o attaccato ai muri). In fondo dalla sceneggiatura di Alan Trezza nulla si poteva raccogliere se non l'enorme opportunità di realizzare una commedia capace di far ridere e di giocare con gli stereotipi horror più utilizzati. E così, la storia di Max che non riesce a voltare pagina per via di una fidanzata morta che ritorna dalla tomba a causa della maledizione di un pupazzo di Satana, e con cui peraltro aveva intenzione di interrompere il rapporto per incompatibilità, diventa per il regista l'occasione per sfogare nuovamente il suo integrale estro comico, solleticando risate e colpi di genio da maestri.

Senza troppi sforzi allora, ma solamente in preda a una forma smagliante, Dante spreme al massimo la sceneggiatura della sua pellicola ricavandone un gioiellino con cui divertire e divertirsi. Apparecchia un triangolo gustoso con Anton Yelchin-nerd disperato che deve tenere a bada l'ex Ashley Greene, non più vegana ma zombie, dalla nuova ragazza sessualmente vorace Alexandra Daddario, che a a pelle pare essere la sua anima gemella. Lo svolgimento è uno di quelli piuttosto canonici e prevedibili, eppure non mina minimamente il piacere che arriva al palato, pari a uno di quelli che vorresti non finissero mai. Come fu per Edgar Wright con "L'Alba Dei Morti Dementi, così si muove Dante, imprimendo attraverso la sua esperienza e la sua vena irresistibile una virtù fiammante a quel processo di destrutturazione e ricomposizione dei generi che, per magia, fa cambiar volto a un film come "Burying The Ex" alterandolo non solo a ben voluto, ma anche a necessario.

E non è tanto per lo spessore della commedia, che sicuramente troverà prodotti simili di caratura maggiore cui fare i conti, ma per il merito che ha di farci rivedere un Joe Dante all'azione che dimostra di saperci ancora fare, non avendo perduto né l'umorismo e né tantomeno la voglia. Che questo pertanto sia per lui un esercizio di riscaldamento, uno di quelli che gli possano permettere di (ri)mettersi in mostra e far vedere quanto ancora utile può essere in campo.

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Chuangru Zhe (Red Amnesia) - La Recensione

Gira attorno alle molestie di un giovane ragazzo che una madre anziana (e i suoi figli) misteriosamente e ciclicamente riceve, "Chuangru Zhe (Red Amnesia)": telefonate anonime, mattoni tirati contro le finestre, immondizia lasciata davanti alla porta di casa. Una grana da risolvere che nel frattempo si fa mistero, perché decifrata dalla donna come una punizione da scontare per qualcosa commessa in passato.

Eppure "Chuangru Zhe (Red Amnesia)" prima di assumere i panni del thriller vero e proprio pare voler essere tutt'altra cosa. Se la prende con calma e fa in modo che i strani accadimenti siano gestiti a tempo debito approfondendo in anticipo la tematica del tempo con cui andrà a fare i conti poi. Esamina quello che passa, quello che ha mutato la società e portato i figli a trascurare i genitori, ma anche il tempo che invecchia, che pone gli anziani a riconoscersi come menti poco lucide, portando disperazione e, spesso, rese. Ma quello del regista Wang Xiaoshuai è pure un tempo che non molla il passato - sempre presente sia nei morti, ma ancor più nei vivi - e che più in là (molto più in là) legherà il suo concetto a un discorso più ampio, intento ad attaccare (in tutti i sensi) insieme le radici di due famiglie e la Storia del paese in cui vivono.

Oltre ad essere un lavoro ragionato e curatissimo (nella sceneggiatura come nella regia) infatti, "Chuangru Zhe (Red Amnesia)" impressiona soprattutto per il modo in cui è capace di mettere in atto ogni intenzione senza perdere mai il filo del discorso o la concentrazione. Politica, società, passato, futuro. E' infinita la carne al fuoco messa lenta in brace da Xiaoshuai che tuttavia è un maestro nel non far bruciare mai nulla e nel non perdere neppure un frammento di valore di ciò che mette sul piatto. Ci tiene a divulgare il cambiamento della sua Cina il regista, ed è ammirevole come il meccanismo di coinvolgimento scelto per lo spiegamento del suo puzzle si allarghi a regola d'arte, fino a compiersi in un epilogo sordo e potentissimo.

Uno di quelli dove i fantasmi del passato assumono un ruolo fondamentale, impediscono di andare avanti e si proclamano animatori inscindibili di comportamenti, ideali e prospettive. Come anche figli di cambiamenti (temporali e fisici) che spesso peggiorano non migliorando e condannando cinicamente chiunque, senza esclusione di colpi.

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Pasolini - La Recensione

Del "Pasolini" di Ferrara rimangono solo le interviste, quelle che l'ottimo Willem Dafoe (che non dovrebbe mai togliere gli occhiali) regala all'inizio e al centro dell'opera. Un'opera che, purtroppo, pur centrando l'anima e il pensiero del personaggio con le sue citazioni, rimane troppo in superficie buttandosi via, danneggiata da una sceneggiatura frettolosa e interpretazioni di sfondo pessime.

Non era questo ciò che ci si attendeva da una pellicola su Pier Paolo Pasolini e non era questo che speravamo avesse in mente Abel Ferrara, che con un progetto simile aveva in mano l'occasione per rilanciarsi o seppellirsi. Ma lui lo sapeva, e anticipando tutti aveva messo già le mani avanti: identificandosi con la figura che mette in scena e proiettandosi in quelle parole che gli fa pronunciare quando parla del cinema e dei film. Non smetterò mai di fare cinema, neppure se restassi l'ultimo uomo sulla terra. E' un modo che uso per esprimere me stesso e non mi importa quello che pensi la gente. Se non facessi film mi suiciderei. Parola più, parola meno, sono le parole dette da Dafoe nella seconda intervista presente in "Pasolini", l'ultima, quella che va a sancire la chiusura di una storia che poi prosegue, ma di cui effettivamente rimane pochissimo e le parole di difesa dello stesso regista, scarico e irriconoscibile da come lo conoscevamo, ma intenzionato a continuare perché altrimenti sarebbe come morire.

E allora, per carità che continuasse pure Ferrara a fare ciò che ama e che lo tiene in vita, magari provando a ritrovare quel che ha perduto (la forza? il talento?), che riuscisse a farci sentire davvero questa passione e questo sentimento di cui lui vive e non può fare a meno, visto che nel suo "Pasolini" invece troviamo solamente un'ammirazione per il maestro (così viene chiamato), la condivisione di alcune vedute sul mondo e sulla gente e la tendenza a una pornografia a cui mai rinuncia e con cui si diverte a mettere alla prova il pubblico.

Si rimane interdetti dunque di fronte ad un lavoro tanto incompleto quanto mediocre (i continui passaggi dall'inglese a un italiano, spesso ostentato, peggiorano solo le cose), che tuttavia non è nemmeno capace di farsi odiare completamente. Vuoi per il tentativo - fallito per altro - di Ferrara di provare a sognare come sarebbe potuto essere Porno-Teo-Kolossal (per il quale speriamo Pasolini avesse in mente altri interpreti), vuoi per la presenza di Dafoe che quando mette in fila quelle frasi giuste al momento giusto accende in noi pensieri tutt'altro che banali, che alla fine per questo "Pasolini" si prova più dispiacere che altro.

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mercoledì 3 settembre 2014

Le Dernier Coup De Marteau - La Recensione

Un adolescente tenta di cucire un rapporto col padre, direttore d'orchestra, mai conosciuto mentre la madre, con cui vive arrangiato in una sorta di camper, combatte con un cancro che spera non la costringa ad abbandonare il figlio troppo prematuramente.

No, non è un dramma infinito di lacrime e dolore, tutt'altro. Anzi, la regista francese Alix Delaporte il dramma cerca addirittura di ignorarlo in toto, componendo una sinfonia di rabbia, amore e reazione che fa del suo "Le Dernier Coup De Marteau" una piccola storia di speranza che non accetta il suono di porte chiuse in faccia. La sinfonia d'altronde è quantomai protagonista, poiché entra nella vita di Victor insieme a suo padre avvolgendo la sua esistenza e portandola a nuova linfa. Quando ci viene presentato per la prima volta, infatti, il ragazzo pare avere il destino segnato, con la sua vita divisa tra il sogno del calcio e la comunità limitrofa in cui rischia di restare orfano se la madre in condizioni precarie dovesse avere la peggio. Eppure l'incontro con la musica e con l'opera in qualche modo gioca un ruolo fondamentale per lui, ponendolo a contatto con la figura paterna che gli è mancata e insegnandogli sfumature e dettagli che la cultura in cui era vissuto fino a quel momento non era mai stata in grado di fornirgli.

Salta in uno strato sociale nettamente differente Victor, messo il primo piede nel teatro dove il padre esegue le prove del suo spettacolo. Fa i conti con la realtà che avrebbe potuto avere se quella figura fosse rimasta nella sua vita, come pure con la rabbia però, di chi non ci sta e vuol lottare per aggiustare le cose. L'atteggiamento - favorito anche dall'età in corso - che lo contraddistingue comincia dunque a traboccare, a fargli perdere l'orientamento, riscrivendolo simile ma diverso in nuova pagina bianca. Alla passione per il pallone unisce l'interesse per la musica classica, i consigli del padre di lasciarsi andare e mettere su carta le sensazioni e i pensieri che la musica può scatenare. Persino le pulsioni che prova per la coetania e vicina di casa Luna, escono dagli sguardi e dal silenzio diventando parole e gesti d'affetto.
Quella di Victor si fa perciò una parabola di crescita, che da un declino scritto trova la spinta istintiva per alzarsi da terra e impadronirsi della cosa più importante che può dare la vita: la consapevolezza di scegliere. Un atto da applicare in tutto quello di cui non si può fare a meno, nonché passo fondamentale per crescere e farsi uomini.

Con mano ferma e senza alcuna sbavatura, la Delaporte dirige l'evoluzione complicata e ingarbugliata di una crescita maschile chiamata ad eseguire il salto. La sua è una pellicola ambiziosa il giusto, che sa quello che vuole e si prende il tempo necessario che gli serve per ottenerlo (meno di un ora e mezza), raccogliendo il massimo con asciuttezza.
Un po' come il suo protagonista.

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La Trattativa - La Recensione

C'è sempre qualcuno che non sa. Che non sa tutto. O che non sa abbastanza.
Per cui un film sulla trattativa Stato-Mafia, così come l'ha fatto Sabina Guzzanti, tutto può essere fuorché inutile.

E in effetti è tante cose "La Trattativa". E' un documentario, una commedia, un'attenta ricostruzione dei fatti eseguita per alcuni versi (quelli più duri) con l'immaginazione dei protagonisti. Ma anche un horror inquietante, perlomeno per l'italiano che lo guarda e lo assorbe tirando le somme definitive del suo paese caduto nel baratro non per caso. Un principio infatti c'è stato, era l'inizio degli anni novanta e in Italia - in quella che poi fu definita come la stagione delle bombe - morivano uno dopo l'altro Salvatore Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: una ferita insopportabile per il paese, una patata bollente da (non) gestire per il governo. Da qui l'idea di intavolare una trattativa col terrorismo mafioso, di sedersi a tavolino e ascoltare le richieste e le condizioni che avrebbero portato Stato e Mafia a lavorare a stretto contatto come unica mente e unico esecutore. Una serie di compromessi, disegni di legge, proposte e controproposte, che servivano a ristabilire pace e la tranquillità in una classe - quella politica - sempre più a rischio. Ma che ritrova finalmente il proprio equilibrio nel 1994, quando il duo formato da Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri fonda il partito politico di Forza Italia che vince le elezioni e mette la parola fine a ogni ostilità.

Cotto a fuoco lento nella finzione tipica della regista - che alleggerisce il succedersi dell'esposizione con una comicità tagliente fatta di sketch allestiti in uno studio di posa - il racconto impostato ne "La Trattativa", a parte svelare una pagina molto lunga della storia politica italiana, ci riguarda a tutto tondo perché piede di partenza di un tracollo ancora in corso, di cui non ci è permesso neppure oggi di conoscere il punto fine. Un po' vittima e un po' carnefice è il popolo, che però la Guzzanti non cita mai come un complice, quasi a volerlo estraniare da un sotterfugi che si sarebbe completato a prescindere, manipolato da sistemi superiori che agiscono e si muovono autonomamente, a prescindere. E probabilmente è proprio per questo motivo che fa malissimo apprendere (o ripercorrere) delle fasi critiche della nostra Storia senza neppure la possibilità di potersi andare a incolpare per qualche errore: esclamando un inutile se solo avessi...
Alla responsabilità di noi vittime Sabina Guzzanti, vuoi per inutilità, vuoi per assenza, non ritaglia alcun accenno, come a ribadire quel concetto già ultimamente in voga di un Italia in grado di governarsi dall'alto senza il parere dei suoi cittadini.

Ma forse questi sono solo concetti che "La Trattativa" smuove a casaccio nell'inconscio di noi spettatori, di cui magari la Guzzanti sarà felice ma non provocatrice. La sua, in fondo, è un'opera onesta, che già dal titolo promette qualcosa a cui resta aggrappato fino all'ultimo secondo. Tutto, chiaramente, certificato e verificato da testimonianze e documentazioni, a parte la commovente agenda di Borsellino mai ritrovata su cui si è voluto, poeticamente, fantasticare.

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martedì 2 settembre 2014

Un Piccione Seduto Su Un Ramo Riflette Sull'Esistenza - La Recensione

Dai volti cianotici con cui sono ripresi, sembra che tutti in "Un Piccione Seduto Su Un Ramo Riflette Sull'Esistenza" debbano vivere il fatidico appuntamento con la morte accennato in apertura. Poi però qualcosa cambia: la serialità delle morti satiriche svanisce all'improvviso, alcuni volti si colorano, e quella che poteva essere una commedia nera fuori dagli schemi, dai toni sarcastici e divertenti, si affievolisce in un guscio vuoto e spento.

Eppure quello di Roy Andersson resta uno sguardo eccentrico, fuori dalle righe. Accompagnato dalla volontà infinita di scatenare il ridicolo ovunque, meglio se è laddove normalmente di ridicolo c'è poco o nulla. E finché questo meccanismo è messo all'interno di sequenze veloci, abitate da soggetti strambi, che dalla quotidianità vengono risucchiati e uccisi, la cosa funziona benissimo, attirando e solleticando le risa oltre ogni previsione. Tutto cambia tuttavia quando, nel tentativo di voler alzare l'asticella, "Un Piccione Seduto Su Un Ramo Riflette Sull'Esistenza" comincia a cucire un intreccio più esteso in cui pur continuando a scacciare ogni tipo di senso logico, non riesce a mantenere l'equilibrio ostentato all'inizio, imbarcando acqua a poco a poco e smorzando l'entusiasmo che era stato scaltro nel diffondere calmo. L'ambizione della pellicola affossa lentamente tutto il bene promesso nel primo quarto d'ora con l'aiuto di una monotonia e una comicità fine a se stessa, introdotta da una serie di personaggi e situazioni potenzialmente devastati, ma concretamente scarichi e a basso raggio.

Due venditori ambulanti di articoli per divertimento tristi per definizione, un insegnante intenta a recuperare ad ogni costo la relazione alla deriva che ha (o forse tenta di avere, non si sa) con uno dei suoi alunni, una taverna in cui si serve grappa a tempo di musical, sovrani omosessuali in cerca di compagnia. Queste e poche altre sono le attrazioni con cui Andersson cerca di passare il tempo e di coinvolgere, portando avanti un filo magrissimo del discorso che smette addirittura i panni ironici a disposizione in anticipo rispetto quella che poi sarà la fine della corsa. Agguanta un paio di scene divertenti e stravaganti abbastanza da apparire geniali (su tutte la ballata della grappa nella taverna) il suo lavoro, sebbene non sia capace poi di sfruttarle al meglio, abbandonandole sole per tornare inspiegabilmente a quel tipo di basso ritmo e di spirito, figlio d'un esposizione che pare essere più ad uso e consumo suo personale che dedicata agli altri.

E' troppo tardi allora quando Andersson si pone la fatidica domanda - attraverso uno dei due venditori - e si chiede se è giusto usare gli esseri umani solamente per il proprio divertimento? Lo è innanzitutto perché ammette un dubbio che quantomeno non avrebbe dovuto avere e poi perché il tempo a disposizione per risanare, ammesso che volesse farlo, ormai è scaduto. E il suo "Un Piccione Seduto Su Un Ramo Riflette Sull'Esistenza" è crollato.

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I Nostri Ragazzi - La Recensione

Ivano De Matteo è un regista a cui piace toccare corde scomode, mettere lo spettatore nella situazione di dover scegliere quale parte prendere, quando le parti a disposizione hanno comunque entrambe dei grossi contro. La fonte da cui attinge è la società, quella in cui lui stesso vive e in cui fa vivere pure i suoi personaggi, messi in scena con rigoroso ordine e intelligenza.

Se ne "Gli Equilibristi" allora il Mastandrea cacciato di casa dalla moglie, e in difficoltà con gli alimenti al punto da rifugiarsi a dormire in macchina, ritraeva in pieno una contemporaneità esistente e conosciuta, allo stesso modo entra di diritto la questione morale che attanaglia i due fratelli Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio, i quali devono gestire la violenza gratuita dei loro figli adolescenti scaricata su un barbone che ha appena perso la vita. Sono ovviamente fratelli e padri diversi, i due: il primo avvocato che non ha alcun problema quando si tratta di difendere il diavolo, il secondo un chirurgo che disprezza l'ingiustizia e che vorrebbe vederla, come giusto, sempre punita.
Ma con i fatti che li riguardano in prima persona il ribaltamento di ruoli è in agguato.

Tralasciando un prologo meno curato e gettato via, utile solo per instradare il conflitto morale dei due fratelli, "I Nostri Ragazzi" in qualche modo allora prosegue il discorso che Di Matteo aveva delicatamente iniziato - mettendolo meno in evidenza - nel suo precedente "Gli Equilibristi". I figli di Paolo e Massimo infatti, potrebbero tranquillamente essere quelli della famiglia formata da Valerio Mastandrea e Barbara Bobulova (che torna qui insieme a Rosabell Laurenti Sellers e Lupo De Matteo) prima della separazione: due figli ben educati, a cui non manca niente e su cui i genitori vigilano come possono, nonostante la loro tendenza a condividere poco, se non poche parole. I figli di oggi, dunque, quelli difficili, privati, viziati, che hanno internet e di conseguenza un mondo a disposizione che è incontrollabile, in cui gira tutto in qualsiasi momento: sesso, violenza e altro. 
Un mondo diverso, che non si può né gestire e da cui non ci si può proteggere, suggerisce Di Matteo, ma che ormai ci governa e a cui dobbiamo adattarci, e chi non ne è capace sopperisce proprio come fanno i due padri (e le madri) della pellicola: prima in un verso e poi nell'altro.

Nell'inseguire i suoi scopi, compie l'ennesima giravolta, il regista, quella che lo vede scampare nuovamente alla retorica e da molte trappole pericolosissime in cui la sua trama - ispirata al romanzo "La Cena" di Herman Koch - poteva cadere e farsi molto male. Assai curato sia dal punto di vista narrativo, sia da un punto di vista tecnico, "I Nostri Ragazzi" dimostra quanto ormai Di Matteo si stia affermando come autore contemporaneo da tenere assolutamente d'occhio, attento e informato, che ama stuzzicare con il cinema in maniera costruttiva e orgogliosamente distante da chi, come altri, abusa del mezzo a personale piacimento.

Anche se la sua pellicola non ce la fa quindi a stare lontana da alcuni errori - di sceneggiatura e di tensione - e se la riproposizione di una chiusura secca, in stile colpo allo stomaco, magari, funziona meno del previsto (ma scuote), noi continuiamo a volergli bene lo stesso, a guardare al suo cinema come a una cosa fatta col cuore, perciò di valore.

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lunedì 1 settembre 2014

Loin Des Hommes - La Recensione

E' un western asciutto e conciso "Loin Des Hommes", che non ha alcun interesse a calcare rigorosamente le regole del genere, ma a cui basta rimanere fedele a panoramiche deserte, atmosfere rarefatte e rapporti umani per sentirsi al sicuro.

Guarda più all'estetica e meno al contenuto il regista David Oelhoffen, che pare volersi servire del carisma di Viggo Mortensen più per coprire la polpa che manca alla sua sceneggiatura che per altre ragioni, nonostante la presenza dell'attore oltre ad essere un punto di riferimento per l'attenzione, disponga del physique du rôle adatto a tenere saldi insieme tensione e sguardo. E dal momento in cui la pellicola si ferma a raccontare la marcia verso una meta ancora ambigua, tra un insegnante solitario e un assassino in attesa di giudizio, entrambi silenziosi e distanti, nel temperamento come negli ideali, è obbligatoriamente nella capacità di mantenere salda la narrazione che "Loin Des Hommes" deve aggrapparsi. Considerando, inoltre, la decisione che coraggiosamente prende di posizionare la guerra civile al suo interno, solo come accenno di sfondo, e non come snodo determinante.

Se infatti lo scontro tra arabi e coloni francesi condizioni i due protagonisti nelle scelte da compiere, per Oelhoffen non diventa in nessun modo un centro alternativo per spostare l'attenzione dal rapporto umano che lentamente vuol costruire tra Daru e Mohamed. I due - costretti insieme dalla legge - si sopportano, si allontanano, si giudicano, a volte, ma nel profondo restano comunque uniti da uno spirito di umanità che, al contrario di quanto sta accadendo intorno, non accenna a volersi disperdere. Entrambi farebbero volentieri a meno l'uno dell'altro, eppure gli eventi politici che finiscono per travolgerli e metterli in pericolo, si fanno responsabili di limare quelle distanze che prima impedivano di dar luogo a confronti o scambi onesti.

Così, come era prevedibile, il graduale avvicinamento dei personaggi, la condivisione dei loro segreti, punti di vista e scheletri, oltre a favorire lo sviluppo di un'amicizia effettiva ed autentica, serve soprattutto ad imprimere a "Loin Des Hommes" quella solidità che stava cercando di montare e che, fino a quel momento, era sembrata in bilico o inarrivabile. Ritardata da un cammino senz'altro voluto dal suo regista, al quale però si rischiava di voltare le spalle se a fare da catalizzatore non ci fosse stato un Mortensen decisamente indispensabile, che pur di salvare la baracca entra in ogni centimetro nel suo Daru, cancellando se stesso.

L'adattamento personale che Oelhoffen aveva pensato per "L’Hôte" di Camus prende perciò vita con risultati più o meno vaghi. Quelli di una pellicola che non delude in quanto a globalità, ma che manca di guizzo, o mossa, in grado di regalargli futuro più lungo di quello di una proiezione.
Un futuro simile a quello che lei stessa, invece, si riserva di dare ai suoi ottimi protagonisti.

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