IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

mercoledì 29 ottobre 2014

[EXTRA - TEATRO] Anche Se Sei Stonato - La Recensione


Quando "Anche Se Sei Stonato" termina, l'impressione che si ha non è quella di avere assistito ad uno spettacolo teatrale, ma di avere appena visto una deliziosa commedia romantica al cinema. Questo perché quella scritta da Marco Presta e diretta da Francesco Brandi, benché teatrale a tutti gli effetti, è una storia che porta con sé un respiro internazionale improprio sia al teatro che nei nostri prodotti in generale, e con il quale - per questo - una volta entrati in contatto ci si trova così bene da non volerne più uscire.

E' una commedia intelligente e divertente infatti "Anche Se Sei Stonato", dove un uomo disperato, tradito dalla moglie, è spinto dal proprio "discutibile" analista a superare la sua crisi attraverso la scuola di canto capitanata da un insegnante, aspirante cantante, un po' latin lover e un po' becero, con cui però stabilisce un rapporto tira e molla del quale - affermazioni a parte - non riuscirà più a fare a meno. Musica come terapia, dunque, ma ancor di più amicizia, quella abbastanza singolare che tuttavia sboccia tra i componenti della stravagante scuola di canto e il professore universitario in crisi, e che passo dopo passo si solidifica in uno scambio di dialoghi e riflessioni esilaranti come strepitose che, messe al servizio della scena, favoriscono silenziosamente la fotografia nitida e lucida dell'Italia di oggi: un paese schizofrenico e assurdo che trascinato in un contesto dolorosamente comico si concede favorevolmente alla risata così come all'emozione e alla riflessione.

C'è lo spirito totale di Marco Presta allora nella sceneggiatura di "Anche Se Sei Stonato", la sua anima è presente in scena non solo perché colonna sarcastica del suo personaggio, ma anche perché divisa nella personalità degli altri co-protagonisti, chiamati a dividere con lui il palco. I riferimenti alla politica, alla letteratura e la maniera in cui la cultura calcistica viene messa a confronto con quella poetica (d'altronde è ovvio che se Shakespeare fosse un attaccante dell'Arsenal sarebbe più facile da ricordare) sono solo una piccola parte dei molteplici colpi di humour che la sua commedia si permette. Razionalizzando l'amore e le sue sfumature e cercando nella musica la chiave a tutti i problemi, ci si ritrova quasi per magia in un contesto surreale addestrato ad imitare il vero, dove il romanticismo anziché esser contenuto nell'amor puro è rintracciabile nell'amor compreso, e in cui, per forza di cose, ci risulta più facile lasciarci andare, accettando - magari con filosofia - il fatto che in realtà la vita non è altro che un continuo farsene una ragione.
L'alchimia e l'amicizia con i fedeli amici e collaboratori Max Paiella e il pianista Attilio Di Giovanni, elettrizzano maggiormente la brillantezza di un copione splendido, consentendo a Presta, inoltre, di poter smorzare il ritmo del suo racconto con brani musicali, spesso irresistibili, e sketch di provini (sempre musicali) che incidono incredibilmente sulla risata grassa, mettendo alla berlina la musica italiana e l'inclinazione delle case discografiche moderne.

Ma la vera forza di "Anche Se Sei Stonato" sta nel racchiudere tutte le qualità che vorremmo vedere nella commedia italiana sempre, che sia cinema o teatro. C'è il componimento a crescere, la bravura ad esporre, la battuta ad effetto, la stabilità di un cast (di cui fanno parte anche le bravissime Ketty Roselli e Marianna Valentino) mai fuori dalle righe, il cuore e - cosa da non sottovalutare - le influenze di un paese finalmente rappresentato con originalità e senza stereotipi.
Una risposta notevole e cristallina, per cui bisogna ringraziare un programma straordinario come "Il Ruggito Del Coniglio": in qualche modo responsabile della formazione artistica di eccellenti artisti, tra cui, appunto, un Marco Presta che a sipario definitivamente chiuso vorremmo abbracciare calorosamente per sdebitarci delle due ore appena trascorse.

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del Teatro Olimpico di Roma: http://teatroolimpico.it/programmazione/stagione-2015-2016/marco-presta-e-max-paiella-anche-se-sei-stonato.html

Trailer:

Interstellar - Lo Streaming della Premiére Londinese


A breve avrà inizio la premiéere europea di Londra dedicata a "Interstellar", il nuovo film di Christopher Nolan con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Bill Irwin, Ellen Burstyn e Michael Caine.

La diretta streaming sarà visibile proprio qui sotto e sul red carpet passeranno Matthew McConnaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Christopher Nolan, Emma Thomas insieme a tante altre star che, per la prima volta in assoluto, potrete seguire a 360 gradi, scegliendo anche il tipo di angolazione.



Una Folle Passione - La Recensione

Prendete una fiction a caso trasmessa dalle tv generaliste, una qualsiasi. Fatto? Toglieteci il cast di secondo ordine e inseritene uno di buon livello, medio-alto facciamo. Fatto? Ora aggiungeteci una cura maggiore per la fotografia, i costumi e la scenografia, facendo attenzione a non alterare minimamente la sceneggiatura. Fatto? Bene, ora miscelate accuratamente il tutto ed avrete realizzato anche voi una pellicola simile a quella diretta da Susanne Bier.

Questa premessa di artattackiana memoria, pur fuori luogo, riassume benissimo ciò che è toccato a "Una Folle Passione": storia d'amore melodrammatica dove una donna sopravvissuta giovanissima a un incendio sposa un imprenditore di legname ricominciando ossessivamente a guardare al futuro. Esistono infatti forzature e incongruenze impossibili da sorvolare nell'adattamento cinematografico del romanzo di Ron Rash, ingenuità compiute dai protagonisti che li rendono meritevoli del loro amaro destino e superficialità nei risvolti di una sceneggiatura (scritta da Christopher Kyle) con cui, non solo si rende ridicolo ogni passaggio, ma si perde soprattutto la voglia di restare a vedere come l'intera faccenda volgerà al termine. A nulla, quindi, serve la presenza di due attori come Jennifer Lawrence e Bradley Cooper, che nonostante credano fermamente nei ruoli a loro affidati, nella goffaggine scenica che li circonda risultano spesso involontariamente comici o quantomeno eccessivi, sprecati, se vogliamo, in qualcosa che sembra non appartenergli mai da vicino e in cui pare siano capitati per caso.

Discorso a parte, tuttavia, vale per Susanne Bier, fantasma impalpabile rispetto alla versione decisamente migliore di sé stessa di inizio carriera e masticata ormai probabilmente da un sistema (e una realtà) più grande di lei, che più che valorizzarla ha contribuito lentamente ad annientarla in senso assoluto. La sua regia anonima è identica a quella di qualsiasi altro mestierante chiamato dalla produzione per coprire un vuoto, e la sua firma, che fino a qualche anno fa portava con sé l'etichetta di promessa del cinema danese, oggi è poco più di un vago ricordo in via di estinzione. La sua fioca voce in capitolo nell'operazione è identificabile in quel pugno di scene dove davvero bastava cambiare una virgola per evitare la figuraccia, mentre invece, chissà per quale fattore, la scelta è quella di non muovere un dito e seguire alla lettera ciò che dice il copione.

Del maleficio di una coppia innamorata, colpevole di essersi difesa a spada tratta da minacce esterne che continuamente minavano la loro felicità e stabilità, resta praticamente nulla allora. A parte le banalità e le incertezze della pellicola di cui fanno parte, destinata forse più a quelle casalinghe in cerca di alternative alle solite sceneggiate riciclate in palinsesti da piccolo schermo, che ad un pubblico più ambizioso.

Trailer:

domenica 26 ottobre 2014

A Girl Walks Home Alone At Night - La Recensione

L'opera prima di Ana Lily Amirpour è un ambizioso western vampiresco, girato in bianco e nero, dove quattro personaggi, raramente in contatto tra loro, si danno il cambio negli incontri, alcune volte letali altre introspettivi, con la ragazza del titolo, vampira giustiziera.

Non ha alcuna trama strutturata, comunque, "A Girl Walks Home Alone At Night", per niente, è infatti una pellicola che vive di parentesi e silenzi, spesso accompagnati da una regia videoclippara che proprio con la miscela di suoni e di immagini riesce a strappare i suoi acuti migliori e ipnotizzanti. Di spaventare con la componente horror a disposizione, la Amirpour d'altronde sembra non avere intenzione, accontentandosi di un'unica scena esplicita dove viene strappato un dito dalla mano di un delinquente, che tuttavia appare più necessaria a stabilire la personalità della vampira protagonista che ad essere uno spettacolo gratuito per gli appassionati del genere. Se c'è un genere allora che veramente sembra voler essere omaggiato, è chiaro, questo è il western: che oltre ad essere rispettato con tempi larghi di racconto e campi lunghi d'inquadratura, viene persino evocato per ben due volte con un pezzo musicale inequivocabile.

Sa dove deve andare quindi "A Girl Walks Home Alone At Night", segue regole cinematografiche ben precise che la sua regista suggerisce di avere assimilato e rivisitato a sua immagine e somiglianza. Propone così un cinema minimale, dove a prevalere è sempre l'estetica e il colpo d'occhio e dove lo spazio riservato alla storia è ritagliato con precisione, ma stretto, stretto, inserito secondo il codice del minimo indispensabile. La sua vampira ricorda perciò quegli eroi maledetti che hanno deciso di non mollare la tendenza al buono pur essendo state vittime di una maledizione, rispondendo al male di Bad City (città fittizia in cui è ambientato il racconto) con la propria forza, proclamandosi ago della bilancia di un bene da mantenere e ripristinare con prepotenza, a tutti i costi. Il suo rapporto con Arash - altro protagonista - è forse la componente più tangibile che si permette la pellicola, emozionante sebbene ciò che si scambino i due siano solo sguardi, gesti e poco più.

Chi attendeva l'horror purissimo è ovvio dunque che faticherà a non assopirsi e ad arrivare alla fine della pellicola, ma chi avrà la buona volontà (e la resistenza) di lasciarsi travolgere da "A Girl Walks Home Alone At Night" sicuramente verrà premiato da quei piccoli tumulti con cui la Amirpour, pur non persuadendo in toto, si prenderà con merito un piccolo spazietto nei meandri della vostra mente.
Uno con cui essere ricordata a lungo per almeno un pochino.

Trailer:

Index Zero - La Recensione

Pensare a "Index Zero" come a un film italiano si fa fatica, molta fatica.
E non perché sia recitato interamente in lingua inglese, anzi, quello sarebbe il minimo, ma perché la cura con cui il filmaker Lorenzo Sportiello cerca di proteggere l'attaccamento al genere fantascientifico e all'esportabilità universale della sua opera, a tutto può far pensare, tranne che a un prodotto partorito interamente in Italia.

Andando oltre, poi, scopriamo che neppure l'anima di "Index Zero" sembra essere italiana, costruita sullo sfondo cupo e disintegrato di un futuro post-apocalittico e concepita attraverso la crisi economica mondiale che stiamo vivendo e la sua gestione complicata, favorevole quindi a una risoluzione drastica e impensabile. Siamo appena nel 2035 infatti e l'Europa non è più divisa da Stati, ma unita (esiste l'USE). L'umanità è tenuta sotto controllo attraverso un indice di sostenibilità che varia a seconda del benessere e della forza-lavoro del soggetto e le gravidanze, così come le conosciamo, sono solo un vago ricordo. In questa negativissima condizione, si muovono a passo lento i due protagonisti Kurt e Eva che, privi di sostentamento ed energie, vorrebbero entrare illegalmente all'interno dell'USE, pur consapevoli che la gravidanza naturale di lei, nel nuovo mondo può essere un problema perché considerata non sostenibile.

C'è quindi un'idea ben precisa alla base del progetto di Sportiello, un' immaginazione fervida con cui sfruttare la situazione politica attuale e globale, spostandola in avanti di qualche decennio per vedere come potrebbe andare a mutare. Eppure il suo esperimento non finisce laddove esiste un certo tipo di gestione antropologica, criticabile e non condivisa, ma continua invece nella modalità con cui questa vien traslocata dalla carta fino allo schermo. Avere allora una sceneggiatura scarna, sottile, in cui a mancare sono persino i dettagli che spiegano il come si è arrivati a quel che si sta vedendo è una scelta assolutamente voluta da Sportiello, che se in termini visivi paga tantissimo, in quelli di fruizione pecca in abbondanza, inducendo lo spettatore a trarre delle conclusioni personali che non saranno mai specchio delle originali. Tuttavia se è innegabile che "Index Zero" possa avere dei difetti in fase di scrittura, che lo costringono a risultare pedante nonostante i suoi ottanta minuti, è anche vero che il suo impatto visivo istantaneo è meraviglioso, spiazzante, simile a una puntata di "The Walking Dead" senza zombie, che improvvisamente si fonde con una fantascienza povera ma efficace.

Perciò, sorpassando il valore complessivo, magari migliorabile, e sorpassando la quantità eccessiva di finali con cui si chiude, "Index Zero" merita comunque un plauso, se non altro per le intenzioni e per la testardaggine con cui ha perseguito e conquistato la sua realizzazione in un paese che sicuramente non ha fatto nulla per facilitarglielo.
Perché in Italia, già oggi, film come quello di Lorenzo Sportiello non sono sostenibili e quindi l'unico modo per poterli vedere, ed ottimizzare, forse è quello di sostenerli noi prescindere. E a spada tratta, pure.

Trailer:

La Spia: A Most Wanted Man - La Recensione

L'attentato alle Torri Gemelle fu progettato sottotraccia ad Amburgo, da quel giorno considerato centro nevralgico da tenere d'occhio per evitare che altri terroristi sfuggano al controllo e mettano in atto nuovi efferati assassinii.

E ad Amburgo allora si svolge anche "La Spia: A Most Wanted Man", il romanzo di John Le Carré (titolo originale "Yssa Il Buono"), portato al cinema dal regista Anton Corbijn, con protagonista Philip Seymour Hoffman nel ruolo di leader di una squadra di spionaggio tedesca, coinvolta nel pedinamento di eventuali soggetti pericolosi con i quali interagisce pacificamente, cercando di intuirne intenzioni e, nel peggiore dei casi, disponibilità a collaborare. Questo mentre, contemporaneamente e in parallelo, lui stesso è chiamato in prima persona anche a gestire le pressioni diplomatiche inviate da altri esponenti mondiali - come per esempio l'America - che minano autonomia e pre-tattica, minacciando interventi più aggressivi in caso di tempistiche considerate eccessivamente lunghe.

Come deducibile, dunque, "La Spia: A Most Wanted Man" è un thriller politico ad ampio spettro, che si occupa non solo di mostrare le modalità di comportamento ed esecuzione di organizzazioni anti-terroristiche esistenti (seppur prive di identità), ma ha intenzione di metterne a conoscenza persino rapporti e contrasti ideologici con cui devono puntualmente relazionarsi, negoziando abilmente per mantenere sani e pacifici dei climi delicatissimi, senza ovviamente scombinare troppo quei piani d'azione già programmati. La pellicola di Corbijin affronta questo insieme di circostanze prendendo spunto da chi, prima di lui, ha riscritto il genere spy-story, prosciugandolo dell'azione alla "The Bourne Identity" e innaffiandolo di inquadrature lente e svolgimento statico, spesso da consumare in interni. Come fu per "Zero Dark Thrity" e per "La Talpa" (tratto sempre da un romanzo di Le Carré) quindi, anche in questo frangente le indagini e il terrorismo vengono combattute da fermi, componendo un ritmo ai minimi storici e innalzando tensione con dialoghi lunghissimi e scene silenziose. La partita di Hoffmann - bravissimo ad entrare nei panni della spia perfetta - si gioca dunque tra strette di mano e pacche sulle spalle, la maggior parte di queste poco affidabili, nonostante siano elargite a persone di fiducia, quelle da cui la parola ricevuta dovrebbe esser documento firmato su cui fare affidamento per mantenere saldo quello scopo comune di fare del mondo un posto migliore.

Si da il caso che Corbijin tuttavia non abbia dalla sua la stessa esperienza e dimestichezza dei suoi precursori, e che la sua narrazione anziché avvolgere e catturare, finisce per ingolfarsi e tenere a distanza. Le cose vanno meglio solo quando la camera punta Hoffmann, catturando la sua (ultima) interpretazione impeccabile, enorme e magistrale. Va a lui infatti il merito di un finale riuscitissimo e rabbioso, dove il suo volto e le sue urla riescono a trasmettere la negatività voluta e quasi a riscattare il blocco e l'insostenibilità di un intero film a rilento.
Un finale dove soprattutto la sua mancanza torna a farsi sentir grande, come se la sua scomparsa per un'attimo fosse stata cancellata e poi accaduta di nuovo.

Trailer:

Andiamo A Quel Paese - La Recensione

Ci sono tutti gli stereotipi italiani possibili nell'ultimo film di Ficarra e Picone, contestualizzati nel momento storico precario ed economicamente stirato con cui - chi più chi meno – ognuno di noi è stato chiamato di recente a fare i conti, il più delle volte entrando tristemente in perdita.

Per loro però è diverso.
Come è giusto che sia, per i due comici palermitani una situazione del genere è il pretesto efficace per accendere risa, concepire assurdo, sviluppare un esagerazione estrema della realtà, verificabile magari, ma solo nel più eccessivo dei casi. Qualcuno infatti potrebbe averci pensato, qualcuno forse lo sta facendo, qualcuno l'ha già fatto, chi lo sa, ma sfruttare le parentele anziane, portandosele tutte in casa, innalzando una specie di ospizio abusivo da cui incassare pensioni a catena, è senza ombra di dubbio un'idea astuta e - citando Stanis - molto italiana, che seppur colma di scomodi contro e pochi pro, inserita all'interno di una commedia, potrebbe addirittura esser considerata come geniale. Meno geniale, moralmente almeno, potrebbe essere considerata invece l'altra idea, quella con cui si decide di sposare una delle anziane vecchine per assicurarsi una pensione più duratura, percepibile anche in caso di morte della stessa, sebbene uno scenario del genere appaia meccanismo infallibile per scatenare divertimento in abbondanza.

Eppure per quanto riguarda questa parentesi, "Andiamo A Quel Paese" risulta fuori sincronia assoluta, poiché rappresenta il cinema peggiore che si può vedere in sala: quello trascurato, televisivo, che si nutre di tormentoni e soprattutto che esiste non per un motivo preciso, ma per sfruttare nel modo peggiore (quello puramente da box-office) l'ascendente che i suoi protagonisti hanno e sanno di avere sul proprio pubblico, che chiaramente neppure stavolta li tradirà. E così tutta la voglia di scherzare sul paese, sulle sue condizioni e sui suoi vizi, improvvisamente perde ogni bollicina della frizzantezza che avrebbe dovuto avere, assumendo al contrario il sapore insipido e sciapo di un composto studiato a tavolino e neppure appreso con troppa convinzione. Conferma che arriva dritta dritta da Ficarra e Picone in persona, che rispetto ai loro standard rodati e precisi, faticano a trovare l'intesa e a smuovere la cadenza comica dei loro sketch, rifugiandosi, nella maggior parte dei casi, nella riproposizione di minestre riscaldate con cui schivano i problemi in un paio di occasioni, salvo poi stancare e stancarsi a furia di risultati sempre meno piacevoli e funzionali alla causa.

Quello di "Andiamo A Quel Paese" dunque diventa un tipo di cinema falso, che dovrebbe traslocare nella dimensione a lui più appropriata, la televisione, e lasciare il proprio spazio a quello più vero lasciato in attesa. Pensare a questa pellicola come riferimento per una commedia o come riferimento di qualità in generale è un concetto veramente preoccupante e difficile da mandare giù. Tenendo conto, specialmente, che posizionati in fila, di fuori, ci sono progetti di nuove leve davvero interessanti che aspettano solo un quarto del denaro di questi scempi per farsi valere.

Trailer:

sabato 25 ottobre 2014

Festival Internazionale del Film di Roma 2014 - Palmarès


I premi assegnati dal pubblico, giuria unica di questa nona edizione del Festival Internazionale Del Film Di Roma, sono stati resi noti. Di seguito l'elenco completo dei vincitori:

Premi Principali

- Premio del Pubblico BNL | Gala: "Trash" di Stephen Daldry

- Premio del Pubblico | Cinema d’Oggi: "Shier Gongmin / 12 Citizens" di Xu Ang

- Premio del Pubblico | Mondo Genere: "Haider" di Vishal Bhardwaj

- Premio del Pubblico BNL | Cinema Italia (Fiction): "Fino A Qui Tutto Bene" di Roan Johnson

- Premio del Pubblico | Cinema Italia (Documentario): "Looking For Kadija" di Francesco G. Raganato

Premio TAODUE Camera d’Oro alla migliore opera prima
Tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni (Selezione Ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele) hanno concorso all'assegnazione di questo riconoscimento. La giuria presieduta da Jonathan Nossiter (regista) e composta da Francesca Calvelli (montatrice), Cristiana Capotondi (attrice), Valerio Mastandrea (regista, attore, produttore) e Sydney Sibilia (regista) ha assegnato il Premio TAODUE Camera d’Oro alla migliore opera prima a:

- Andrea Di Stefano regista di "Escobar: Paradise Lost" (Gala)

- Laura Hastings-Smith produttore di "X+Y" di Morgan Matthews (Alice Nella Città)

- Menzione Speciale: "Last Summer" di Lorenzo Guerra Seràgnoli (Prospettive Italia)

Premio DOC/IT al Migliore Documentario italiano
La giuria presieduta da Federico Schiavi (produttore) e composta da Valeria Adilardi (produttrice), Mario Balsamo (regista), Ilaria De Laurentiis (montatrice) e Paolo Petrucci (regista e montatore) ha assegnato il premio DOC/IT al Migliore Documentario italiano a:

- "Largo Baracche" di Gaetano Di Vaio (Prospettive Italia)

- Menzione Speciale: "Roma Termini" di Bartolomeo Pampaloni (Prospettive Italia)


Premi Collaterali

Premio Farfalla d'Oro Agiscuola
- "Gone Girl" di David Fincher

The SIGNIS Award – Ente dello Spettacolo (dotato di un premio di cinquemila euro)
- Ex Aequo: "Fino A Qui Tutto Bene" di Roan Johnson e "Wir Sind Jung. Wir Sind Stark. / We Are Young. We Are Strong". di Burhan Qurbani

- Menzione Speciale: "Biagio" di Pasquale Scimeca

Premio L.A.R.A. (Libera Associazione Rappresentanza di Artisti) al Miglior Interprete Italiano
- Marco Marzocca per il film "Buoni A Nulla" di Gianni Di Gregorio
- Menzione Speciale a Silvia D’Amico per il film "Fino A Qui Tutto Bene" di Roan Johnson

Premio A.I.C. per la Migliore Fotografia
- Luis David Sansans per "Escobar: Paradise Lost" di Andrea Di Stefano

Premio A.M.C. al Miglior Montaggio
- Julia Karg per "Wir Sind Jung. Wir Sind Stark. / We Are Young. We Are Strong". di Burhan Qurbani

Premio al Miglior Suono - A.I.T.S.
- "Last Summer" di Leonardo Guerra Seràgnoli

Premio La Chioma di Berenice – al Miglior Truccatore
- Simona Castaldi per "Soap Opera" di Alessandro Genovesi

Premio La Chioma di Berenice – al Miglior Acconciatore
- Fabio Lucchetti per "Soap Opera" di Alessandro Genovesi

Premio Akai International Film Fest
- "Fino A Qui Tutto Bene" di Roan Johnson

Green Movie Award
- "Biagio" di Pasquale Scimeca

Premio di critica sociale “Sorriso diverso Roma 2014”
- Film Italiano: "Biagio" di Pasquale Scimeca
- Film Straniero: "Wir Sind Jung. Wir Sind Stark. / We Are Young. We Are Strong." di Burhan Qurbani

Black And White - La Recensione

Il problema legato alla diversità razziale in "Black And White" viene composto e sciolto in appena cinque minuti. Il tempo di essere verbalmente tirato in ballo da Octavia Spencer e famiglia e di venire esorcizzato, in tribunale, da Kevin Costner e dal suo monologo da applausi.

E' evidente, dunque, che la pellicola diretta da Mike Binder - nonostante il titolo fuorviante - abbia intenzione di raccontare non solo un preconcetto ma anche molto altro. E in quel molto altro lo scontro tra bianchi e neri c'entra lo stesso, ma per puro caso, poiché legato all'affidamento di una bambina orfana di madre (bianca) e priva di padre (nero e tossicodipendente), da rimettere in discussione a seguito della morte della nonna materna, per lei principale tutrice ed enorme punto di riferimento. Diventano quindi elaborazione del lutto e ripristino della quotidianità, i semi su cui coltivare la compattezza e la resistenza di una sceneggiatura (scritta da Binder stesso) affatto monotematica, ma che ambisce ad aderire alle regole rigide e consolidate del cinema classico, pur riuscendo solamente a sfiorarle e mai a conquistarle in pieno.

Sono molte infatti le lacune manifestate da Binder, sia in fase di scrittura che in fase registica. E le più evidenti riguardano proprio la parentesi razziale, tirata in ballo in maniera del tutto forzata, ai limiti dell'incomprensibile, quasi appositamente per andare a gonfiare il valore di un opera che altrimenti sarebbe stato di gran lunga inferiore. A salvargli la baracca – per sua fortuna – ci pensano le colonne portanti di Kevin Costner (anche produttore) e Octavia Spencer, il primo tramite l’esperienza magistrale con la quale riesce a mettersi in salvo dal ruolo piatto e stereotipato di alcolizzato cronico e la seconda per l’immensa bravura con cui è capace di restituire al suo personaggio uno spessore e un ironia, sulla carta altrimenti assente. Ma l’ordine e l’eleganza che andava cercando e con cui sarebbe potuto entrare davvero in contatto con quel tipo di cinema a cui aspirava “Black And White” non lo trova mai, pur avendo dalla sua quel cuore e quella furbizia che gli impedisce di non farsi amare e di non farsi voler bene e la competenza di un Costner che probabilmente preferisce non approfittare della sua caratura e non interferire con le decisioni del suo regista.

Al netto di tutto perciò Binder pur fallendo il goal della sicurezza la sua partita la vince lo stesso, merito anche di una causa legale inserita nel finale con cui la sua pellicola (tratta da una storia vera) risolleva le sorti e mette a segno un paio di colpi di coda che strappano persino qualche lacrimuccia e brivido.
Certo, qualcosina avrà sicuramente da recriminare, ma nonostante ciò con l’onestà e le buone intenzioni messe sul piatto, è faticosissimo negargli il calore di un abbraccio.

Trailer:

venerdì 24 ottobre 2014

Lo Sciacallo: Nightcrawler - La Recensione

Dell'arrivismo e del cinismo il cinema ha già detto molto, come si è già espresso ampiamente anche sul giornalismo e sulle sue morali, tendenzialmente assenti e aggirabili.

Al regista Dan Gilroy (fratello del più famoso Tony) questo però importa poco, o perlomeno non lo allontana dal raccontare una storia dove un uomo, a cui le persone non piacciono molto, trova nel mestiere di reporter freelance la strada per il successo, economico come sociale. Chi tuttavia vede in "Lo Sciacallo: Nightcrawler" solo l'ennesima denuncia verso quel cannibalismo giornalistico, disposto a fare qualunque cosa pur di guadagnare share e conquistare il pubblico, sbaglia, non mettendo a fuoco quello che probabilmente è il pregio più rilevante di una pellicola altrimenti arida. Da non sottovalutare infatti è la figura del protagonista Lou Bloom, interpretata da Jake Gyllenhaal: per l'occasione dimagrito molti chili per dare spessore a un personaggio notturno e borderline. La sua è una caratterizzazione particolare, dove l'apparente spaccato da ladruncolo-criminale presentato all'inizio, cambia completamente significato nel momento in cui lo vediamo entrare in contatto con la telecamera, strumento che scopre di sapere usare meglio di chiunque altro, perché - gli viene detto - dotato di occhio particolare.

Quell'occhio particolare è l'indizio con cui il lavoro di Gilroy ingrandisce la sua lettura, modifica la sua forma, con cui si distingue e si allarga. Perché si tratta dell'occhio di chi con il prossimo non è in grado di empatizzare, di chi è capace solo ad usarlo e a sfruttarlo per i propri scopi, e di chi, nemmeno sotto tortura, sarebbe in grado di entrarci in contatto condividendo un briciolo di sentimento. Il rapporto con il suo partner, così come quello che riesce a strappare alla direttrice del giornale a cui vende i girati, vengono stretti non a caso da Lou esclusivamente sotto ricatto, unica arma a disposizione di cui conosce ogni singolo funzionamento e potenza. Il dominio verso il prossimo e le modalità per metterlo in atto, si rivelano ufficialmente quindi gli unici obiettivi per lui da raggiungere più del successo e più del denaro, entrambi effetti collaterali figli dei suddetti propositi.

Prima dell'etica, dell'arrivismo e della crudeltà, la pellicola di Gilroy allora vuole raccontare, con lente neppure troppo invadente, semplicemente qualcuno. Qualcuno sprovvisto di cuore e di emozioni, ai margini e disturbato, qualcuno secondo cui certe azioni non sono né giuste né sbagliate, bensì maniera funzionale con cui approcciare e trovare finalmente la propria dimensione.

Trailer:

giovedì 23 ottobre 2014

La Foresta Di Ghiaccio - La Recensione

Freddo, rarefatto, oscuro.
Claudio Noce torna ad occuparsi di immigrazione con un thriller ambientato tra le montagne innevate del Trentino, luogo dove la neve oltre a coprire i boschi e l'asfalto diventa simbolicamente la maschera di una comunità in cui ognuno ha qualcosa da nascondere.

Nessuno è quel che sembra in "La Foresta Di Ghiaccio", o meglio, nessuno è quel che dice di essere. Ed è un impressione evidente che viene rinforzata dalla tendenza di ogni personaggio a non volersi mai aprire con chiunque entri in contatto, preferendo un dialogo che solitamente resta aggrappato al vago, al generico, simile a quello da bevuta con cui accompagnare la resistenza ad un gelo comune e inarrestabile. Nonostante in apparenza sembri tutto sereno, tranquillo, e al cospetto della natura, a muovere l'azione nella pellicola di Noce è allora quella serie di eventi accaduti lontano dalla camera (la morte di una ragazza), che tuttavia condizionano scelte e destini, pur non scuotendo minimamente l'equilibrio di una scacchiera impostata per eruttare la sua rabbia solo quando giunta al culmine. Eventi di cui, magari, qualcuno ogni tanto accenna, sussurra, ma ogni volta a noi è concesso di sapere il minimo indispensabile, proprio a causa dell'inaffidabilità di chi ascolta e si muove intorno.

L'intreccio da sbrogliare quindi deve essere atteso con molta calma e perizia in "La Foresta Di Ghiaccio", due qualità che se messe al servizio vengono ricambiate da Noce con indizi da mettere in tasca e una regia colma di primi piani con cui tentare di intravedere nei personaggi quei passi falsi determinanti a riconoscere la caduta di una sospetta falsa identità. Eppure ciò non è abbastanza per reggere il ritmo quieto e a rilento adottato dalla pellicola, e con tutta la volontà messa a disposizione dallo spettatore, l'ingolfo di una storia che obbligatoriamente e fisiologicamente inizia a soffrire di pochezza e di mancanza di accelerazioni, si fa sentire perdendo di atmosfera, interesse e rimontando qualcosa nel finale che però lascia in perdita.

Da "Good Morning Aman" a "La Foresta Di Ghiaccio" il cinema di Claudio Noce continua a procedere con coerenza, dedicandosi agli extracomunitari e ai problemi che essi incontrano da quando lasciano il paese d'origine e si stabiliscono in Italia. Le sue sono intenzioni nobili, apprezzabili, persino intriganti a volte, ma la maniera con cui fino ad oggi ha provato a metterle in pratica, sfruttandole per le sue storie, forse, avrebbe bisogno di essere rivista un pochino e migliorata.

Trailer:

mercoledì 22 ottobre 2014

Fino A Qui Tutto Bene - La Recensione

Già dai titoli di testa "Fino A Qui Tutto Bene" promette di non essere la solita commedia all'italiana. Coerentissima nella qualità, originalità e freschezza trasudata anche da "I Primi Della Lista", l'opera seconda di Roan Johnson resta fedele infatti a quella idea personale di cinema decisamente indipendente, indifferente alle influenze di un movimento nazionale tanto inseguito quanto stucchevole.

Non c'è alcun attore di rilievo infatti a dominare la scena (a parte la partecipazione di cinque minuti di Isabella Ragonese), ma solo giovani sconosciuti e talentuosi, che ben aderiscono alle parti che gli sono affidate al punto da dare, a tratti, l'impressione di essere veramente reali e facenti parte quindi di un documentario a tutti gli effetti. Reale però "Fino A Qui Tutto Bene" non lo è per niente, anzi, tolti suoi primi cinque minuti in cui finge di esserlo, è molto costruito e schedulato per non mancare gli appuntamenti prefissati ed arrivare in tempo al traguardo. La personalità, l'abilità e l'umorismo con cui Johnson però racconta le vite di questi cinque trentenni, alle prese con il loro primo bilancio personale, che segna il punto-fine all'età del cazzeggio e ne imposta uno nuovo di inizio-maturità, ha lo stesso gusto di quel conosciuto un po' dolce un po' amaro con cui si è già fatto i conti o si sta aspettando di farli nel breve.

In loro è presente, per forza di cose, l'anima di tutti i trentenni moderni: gli spiantati, gli illusi, gli sperduti, che in crisi fingono di conoscere e di sapere la loro strada, ma a ogni incrocio, angolo o bivio poi si fermano dubbiosi, rimettendo tutto in discussione e tornando nel disordine. Il bello allora di "Fino A Qui Tutto Bene" diventa stranamente proprio questa crisi, gli effetti che ha, e con cui stravolge scelte e progetti, e il modo in cui Johnson la usa per farci fare (e farsi) quattro risate. Ovviamente si tratta di risate il più delle volte amare, legate a disgrazie, dolori e cambiamenti, ma sono sempre accompagnate da un'amicizia irresistibile che seppur, a volte, fornisce l'impressione di vacillare, alla fine resta l'unica consolazione disponibile per non sprofondare di fronte ad ogni difficoltà.

Le cose stanno così, cosa dobbiamo fare? Vogliamo arrenderci?
Per i protagonisti della pellicola la risposta è: neanche per sogno. Nonostante le cose vanno e andranno sempre a testa in giù, la precarietà sarà ogni volta più sovrana e la nostra generazione inaffidabile per definizione, la forza di reagire, di fortificarsi e condividere insieme tutto questo pasticcio che ci assale, è e sarà all'infinito, una delle più straordinarie qualità di cui possiamo vantarci. Così, pur non conoscendo cosa ci riserverà il futuro e come noi saremo in grado di sopportarlo, vedendo i protagonisti di "Fino A Qui Tutto Bene" non demordere e lottare, separarsi e restare uniti, andare avanti e guardare indietro, ci fa sentire meglio per via di quella positività e speranza secondo la quale siamo tutti passeggeri facenti parte della stessa (piccola) barca.

Trailer:

Stonehearst Asylum - La Recensione

Se decidi di fare una pellicola sul manicomio con atmosfere ambigue, vogliosa di restare in bilico tra pazzia e sanità mentale, e giocare con lo spettatore su chi sarà parte dell'uno e chi parte dell'altro, devi tenere a mente solo un piccolo particolare: esiste già lo "Shutter Island" di Martin Scorsese.
Questo - se non fosse chiaro - non vuole essere un avvertimento a lasciar perdere, a dire che se un maestro assoluto passa in una determinata strada, su quella determinata strada poi non deve passare nessun altro, ma solamente un consiglio per evitare di scivolare in buche profondissime, in cui si rischia poi di giacere senza alcuna speranza di risalita.

Brad Anderson - volontariamente o no - con "Stonehearst Asylum" lo "Shutter Island" di Scorsese lo prende in pieno, sia nel senso di evocazione, sia in quello di palo: contro cui va a sbattere facendosi un male da trauma cranico. Da una partenza incoraggiante infatti il suo lavoro assume, tassello dopo tassello, i tratti di una fisarmonica in fase di chiusura, accorciandosi su sé stessa a furia di soluzioni narrative scontate ed altre difficilmente sopportabili di cui si rendono partecipi dei protagonisti ai limiti del ridicolo. Fermamente convinto dell'indovinello cruciale con cui convince lo spettatore a non credere a niente e alla metà di ciò che vede, Anderson già a metà della sua corsa scopre metà delle carte, insinuando però la presenza di un ennesimo colpo di scena con cui, ovviamente, ha intenzione di chiudere l'intera farsa tuonando. Farsa che tuttavia è incapace di risultare credibile o quantomeno interessante, e dove ogni cosa si trascina priva della giusta enfasi, con un cast impressionante al cui spreco si vorrebbe gridare vendetta.

Nelle circa due ore in cui Michael Caine resta chiuso in una cella e poi dato in pasto all'elettroshock, Ben Kingsley tenta di tenere sulle spalle una scena massacrata con perizia dai personaggi anonimi e mal interpretati di Jim Sturgess e Kate Beckinsale. La loro storia d'amore è probabilmente il punto più debole della pellicola, scarica del romanticismo che forse si voleva imprimere e fuori luogo considerato il filo principale con cui va intrecciarsi grandemente, che manda, tra l'altro, fuori sincrono, bruciando ogni aspettativa. Il crollo definitivo di "Stoneheart Asylum", prevedibilmente, giunge quindi nel finale, dove appunto l'amore dei due innamorati diventa motore di reazione e spinta, per andare a risolvere ingenuamente un intreccio che faticava già a stare in piedi e dove il comico involontario entra di prepotenza senza arrestare.

Ispirata da un racconto di Edgar Allan Poe l'opera di Anderson si scaglia sullo spettatore perciò in maniera prolissa, arida e malriuscita, come un tentativo sterile di thriller-psicologico, con cui è impossibile entrare in contatto e per cui si vorrebbe chiedere il come mai di un impegno così scarso sotto il profilo di scrittura.
Perché, a conti fatti, non c'è ragione di perder tempo con un film tanto rudimentale quando, guardando all'indietro, possiam godere di perle assai più intense e dal piacere prezioso.

Trailer:

martedì 21 ottobre 2014

Tusk - La Recensione

Contro ogni tipo di immaginazione, la fonte d'ispirazione per la nuova fatica - ancora horror - di Kevin Smith arriva da "The Human Centipede", pellicola diretta da Tom Six quattro anni fa, che fece discutere soprattutto per assurdità e disgusto di sceneggiatura e di immagini. Il sogno da realizzare questa volta però è meno ambizioso, maggiormente delirante forse, ma inseguito con la stessa ossessione e testardaggine di quello. Si tratta di riuscire a mutare chirurgicamente l'essere umano in tricheco, dimostrando la reale esistenza di un istinto animale nell'uomo, forte a tal punto da condizionarne comportamento e natura.

Il problema di "Tusk" però è che non è mai convinto di quale sia la strada migliore da prendere: se quella ironica e dissacrante, tipica del suo autore, oppure l'altra rigida e fedele al genere, in cui a prevalere è la tensione. E in questa alternanza di intenti il primo a perdersi pare essere proprio Smith, confusionario e indeciso nel mantenere viva la scena e assai lontano dalla sua versione lucida e brillante ammirata in "Red State". Il suo infatti è un collage squilibrato e stordente diviso a metà tra commedia e horror, entrambi scarichi nei loro connotati così come noiosi e prolissi nel esporsi e nel trascinarsi. Di suspense nella sua opera non c'è alcuna traccia, nemmeno durante l'incontro della svolta narrativa dove il protagonista Justin Long fa conoscenza dell'anziano, avventuriero Michael Parks, e lo stesso vale, purtroppo, per la comicità corrosiva di cui è grande esponente, qui ricordo sbiadito di quella che conoscevamo.

Eppure la sceneggiatura di "Tusk" da l'impressione di essere figlia di una terapia personale, di uno sfogo tentato da Smith prima di "Red State" e dopo "Poliziotti Fuori", periodo nel quale il regista ha dovuto fare i conti con una scelta, rivelatasi sbagliata, di mettere il suo lavoro al servizio di una grande major, andando contro le radici e le libertà che hanno definito la sua carriera. Il protagonista Wallace, non a caso, prima di cadere nelle grinfie del suo peggior incubo, cerca di difendersi dalle accuse della sua ragazza che gli segnala un cambiamento negativo, con cui magari ha raggiunto la fama, ma perso il lato migliore di sé stesso. Quel discorso è talmente risuonante da essere riconducibile a Smith in persona, che probabilmente pensando a quella fase della sua vita, ha poca voglia di scherzare e di mostrare estro. Allestita così, troverebbe senso persino la tematica sull'essere umano e l'insensibilità e la crudeltà che lo domina, intonata dalla pellicola come un grande ritornello e rivolta, secondo chi scrive, a quel genere di signori di Hollywood a cui interessa poco la libertà di espressione e molto il botteghino.

Questa è l'unica spiegazione logica a una pellicola di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, dove Smith nonostante torni ad essere libero nelle scelte e nelle decisioni, non esprime il né il talento, né la reattività di cui è dotato. Le battutine gratuite e pungenti, scambiate tra americani e canadesi, della risata danno solo il prurito e poco più riescono a fare un video virale trovato sul web e un Johnny Depp generoso in un cameo dove forse torna finalmente a recitare un pochino.
Ad essere buoni, quindi, a Kevin Smith converrebbe abbracciare la nostra teoria perché dall'altra, che lo vede artista scarico e in crisi, forse ne esce molto, ma molto peggio.

Trailer:

lunedì 20 ottobre 2014

As The Gods Will - La Recensione

Nasce da un manga giapponese l'ultima fatica targata Takashi Miike, ed è un delirante gioco al massacro, con protagonisti gli studenti di una scuola superiore, catapultati per strana ragione in una sorta di videogame-realistico, dove non c'è altra via di uscita se non quella di superare le prove in cui sono incastrati e passare al livello successivo.

Un'ossatura che fa il verso ai recenti "Battle Royale" e "Hunger Games", insomma, con la differenza sostanziale di un costume videoludico con cui il regista giapponese si prende più libertà, divertendo a profusione sia sé stesso che il suo pubblico. Senza fronzoli o spiegazioni infatti già al pronti,via è subito azione, con una testa sferica assassina che decima - tramite una variazione dell'un, due, tre, stella - gli studenti di una classe che non hanno ancora capito i come e i perché della situazione. Di farsi domande d'altronde non c'è tempo in "As The Gods Will", anzi, il tempo scorre inesorabile minacciando carneficina totale se al suo scadere il livello in corso non è stato terminato da almeno un concorrente. Nel frattempo terrore e paura sia dentro che fuori la scuola prendono il sopravvento, generando teorie e ragionamenti che chiamano in causa il volere di Dio, e la sua finalità di estirpare la debolezza per favorire un umanità aggiornata, più forte e dotata.

Visionario, sciolto e amabilmente anarchico, il Miike di "As The Gods Will" è uno dei più in forma in assoluto visti sulla scena negli ultimi anni. La sua pellicola è una continua corsa senza sosta, a cui è permesso di recuperare fiato solo in un frangente cortissimo, necessario a mettere gli opportuni paletti di sostegno per giustificare una dose di pazzia altrimenti priva di meta. Ma a parte questa lieve parentesi, la priorità inossidabile resta comunque vincolata al divertimento: generato da trovate tanto astute quanto folli e stuzzicato dalla voglia di castigare una generazione incline a lagnarsi della vita concreta per poi rifugiarsi nell'altra artificiale, a cui chiede materiale sempre più raffinato e simile al vero. Il ruolo di Dio - che ritroviamo anche nel titolo - più che assumere una funzione cruciale viene quindi tirato in mezzo per trovare una spiegazione logica a ciò che di logico ha molto poco, se non niente. La sua figura, la sua volontà e il suo zampino su ciò che accade restano un dubbio che fino alla fine rimane celato e su cui Miike non ha intenzione di pronunciarsi mai in maniera secca, al massimo vaga (uno dei concorrenti ha desiderato che il mondo finisse).

Perché del volere di Dio ne sappiamo ognuno meno dell'altro: che sia buono, cattivo, intermedio e come funzioni il suo modus operandi non è informazione che ci è stata concessa. Per cui "As The Gods Will" fa da se, sceglie secondo il suo regolamento vivace e la sua cantilena scherzosa quale sia la risposta migliore, e concede a noi la possibilità di accettare o meno, l'epilogo (coi puntini di sospensione) con cui chiude i battenti.
D'altronde alla fine è tutto un gioco. Serio, spietato, ma sempre un gioco.

Trailer:

L'Amore Bugiardo: Gone Girl - La Recensione

"L'Amore Bugiardo: Gone Girl" è una di quelle pellicole che andrebbero viste a scatola chiusa; di cui meno si sa e meglio è; e dove ogni anticipazione potrebbe rovinare il gusto della visione o quantomeno condizionarlo fortemente.

Detto questo, c'è da aggiungere che nell'adattamento diretto da David Fincher del romanzo di Gillian Flynn, lo spaccato thriller, seppur nodale e strepitoso, non è poi così importante come quello che gli gravita attorno, ovvero un matrimonio in crisi dove a rotazione moglie e marito si incolpano, scambiandosi il ruolo di vittima e di carnefice e procurandosi del male a vicenda. Eppure per comprendere veramente il ruolo e le intenzioni di "L'Amore Bugiardo: Gone Girl" non si può prescindere dal prendere in esame il ruolo della finzione, una finzione che sicuramente conoscevamo già prima, ma che ultimamente abbiamo imparato a conoscere ancor più da vicino. Una finzione che utilizziamo per apparire migliori e che, se messa al servizio della televisione, può spostare notevolmente anche il parere dell'opinione pubblica.

Fincher allora non ci pensa due volte a sfruttare la qualità incredibile del materiale che ha a disposizione, per realizzare con grande maestria ed esperienza una pellicola tesa e straordinaria, da cui è praticamente impossibile distrarsi e non lasciarsi travolgere. Il caso di sparizione con cui apre le porte gli da la chiave per raccontare la figura di una donna complicata (o stronza, come vien detto) ed enigmatica (una Rosamund Pike fantastica), che vorrebbe mantenere il proprio giogo sugli uomini - che lei stessa sceglie e seleziona - per sfuggire ai cliché della coppia e restare sulle onde dell'entusiasmo e della finzione. Elemento che ritorna, appunto, come qualcosa di esistente e non permanente di cui però non si può fare a meno, allo stesso modo di come sono esistenti e non permanenti lo charme e l'attrazione di un uomo travolto dalla passione, che tuttavia è destinata a scemare annacquata dal tempo e dagli anni di matrimonio messi alle spalle. Eppure, mantenere viva la finzione, secondo "L'Amore Bugiardo: Gone Girl" è l'unica via d'uscita, l'unica possibilità di salvare due vite gravemente compromesse e il solo meccanismo che può far funzionare una relazione, nonché lo scettro con cui addomesticare migliaia di spettatori impazziti che non aspettano altro che appassionarsi e rispecchiarsi schizofrenicamente in problemi che non li riguardano da vicino, ma che (a volte) li fanno sentire migliori.

Nel profondo di tutto questo Fincher inserisce allora le sue sensazioni, la sua opinione rispetto a un sistema sbagliato che può inghiottire senza chiedere il permesso e dove reclamare l'espulsione non sempre può esser cosa vantaggiosa e pratica. Per farlo usa a malincuore la vita del Nick di Ben Affleck, masticata in mille pezzi al punto da non esser più riassemblabile altrove e di proprietà di tutti tranne che del suo legittimo proprietario, costretto a sottostare a un epilogo terrificante con cui fare il callo lungo il corso della vita.

Trascinato da una durezza che non gli è mai mancata e da una sceneggiatura scritta a regola d'arte (sempre dalla Flynn), stracolma di indizi alla "Seven" e di atmosfere torbide alla "Zodiac", Fincher si ritrova così ad tirare i fili una pellicola dagli automatismi conosciuti e che ormai sa manipolare a proprio piacimento e desiderio. Da essa estrae un contenuto eccellente, di denuncia, attacco e raro spessore, con cui elegantemente incanta, seduce e conquista.
Un'altro capolavoro, insomma, di cui immediatamente ci si innamora e si percepisce di non poterne fare più a meno.

Trailer:

domenica 19 ottobre 2014

Time Out Of Mind - La Recensione

Lenta, compassata, riservata nei contenuti e prosciugata di dialoghi. La terza prova da regista di Oren Moverman è dedicata ai senza tetto di New York, alla loro vita, alle loro condizioni (fisiche e mentali). Ne percorre i ricordi, i rimpianti e soprattutto le difficoltà, ma nel farlo mette la pazienza dello spettatore a durissima prova.

Pur potendo vantare del peso di un Richard Gere intenso, ma appena credibile, e di uno spaccato vivido e reale - esistente nei Stati Uniti - a cui difficilmente si darà eco altrove, "Time Out Of Mind" sceglie, per farsi ascoltare, una cadenza di passo ai limiti della sopportabilità, complicando la vita dello spettatore e mettendone a rischio una resistenza che quasi sicuramente dovrà vedersela con la noia e con la monotonia della ripetizione. Un peccato, insomma, visto che altre vie da percorrere per arricchire il quadro e velocizzare la trama erano state sia convocate che addirittura sfiorate in varie occasioni. Si sarebbe potuto ampliare, per esempio, il background di un Gere barbone chissà come, con una moglie in passato deceduta di cancro, una vita da pseudo-gigolò e una figlia che non ne vuole saperne di far da genitore al proprio padre sfollato ed ex-ubriaco. Della famiglia che era, di come tutto è finito e delle motivazioni che hanno portato alla situazione esaminata però Moverman non ne discute mai, ci gira intorno ogni tanto, certo, ma resta immerso fino ai talloni nella burocrazia e nelle regole di un mondo sconosciuto che vuole portare alla luce trapanando nel dolore del suo protagonista.

Mondo che gira intorno a certificati di nascita necessari per chiedere lavoro, domande a cui rispondere per avere un letto, regole a cui sottostare - non sempre corrette o rispettabili - con cui si è costretti a scendere a patti se non si hanno alternative e si ha intenzione di sopravvivere. Ovvero quello con cui deve vedersela ogni giorno un comune homeless di New York, mentre in parallelo gestisce la sua battaglia per tenere testa al freddo, al sonno e alla fame, ripetendo per l'ennesima volta magari a qualcuno, il non possedimento di un certificato di nascita tassativo, di cui ingenuamente è persino messa in discussione l'utilità: considerando che la presenza stessa della persona che chiede assistenza sia un evidente testimonianza della sua nascita.

Ma dal lenzuolo lunghissimo che "Time Out Of Mind" stende per farci entrare nella vita del suo protagonista, nelle sue vicissitudini e, solo infine, nel suo privato, non si riesce mai a lasciarsi avvolgere con accurata partecipazione e regolare mordente. Colpa di un amalgama eterogenea, miscelata con una flemma insopportabile, che quando, alle battute finali, prova mettersi in moto e accelerare dimostra di essere ormai atrofizzata e irrecuperabile.

Trailer:
NON DISPONIBILE

Trash - La Recensione

Accettare i comportamenti e le intenzioni messe in scena dai ragazzini protagonisti di "Trash" è un passo decisivo per entrare in contatto con il cuore e con i valori di una pellicola, se vogliamo, anacronistica ma sincera.
E a proposito di valori, non c'è da stupirsi se una sceneggiatura tanto tenera e innocente come questa porti con sé la firma di un Dio della scrittura, dell'amore e dell'affetto come Richard Curtis, l'unico forse in grado di ottenere il massimo da una storia così rischiosa e tendenzialmente furba.

Ma invece, e per fortuna, di furbo "Trash" ha ben poco, e quel poco che ha è bravo a giocarselo meglio che può, non risultando mai ricattatorio, ma sempre di animo puro come i tre ragazzini di cui narra le gesta. Fa uno strano effetto, considerando il mondo in cui viviamo, che tre adolescenti, abitanti delle favelas, possano rifiutare una ricca ricompensa in denaro pur di andare a fondo a una faccenda che non li riguarda e inseguire, a scapito della loro vita, il raggiungimento della giustizia. E invece nella pellicola diretta da Stephen Daldry, accade proprio questo: la corruzione, la politica e tutto il marcio del mondo devono vedersela con chi ha ancora intatte sia integrità che purezza e non ha la minima intenzione di mettersi in vendita, ma semmai di combattere affinché un mondo epurato dal male sia un giorno possibile e vivibile. L'adattamento del romanzo di Andy Mulligan sfugge quindi dalle mani di chi ne avrebbe potuto fare una sorta di "The Millionaire" ancora più commerciale, per diventare un'opera non straordinaria, ma dai battiti pulsanti e regolari, intenzionata a illuminarsi e illuminare di positività, riaccendendo nello spettatore la speranza che un mondo diverso da quello che ormai ha imparato a conoscere è fattibile se si continua a crederlo.

Da uno sguardo distante infatti, potremmo dire che "Trash" è una favola per bambini che ancora non sanno come funziona il mondo, un tentativo sterile e poco incisivo per ricalcare l'importanza di dare sempre priorità all'onestà e mai al suo esatto opposto. Eppure Daldry con la sua regia è capace di conquistare qualcosa di molto più esteso, di prezioso, di impossibile forse, ovvero il risveglio lento di quel senso di ribellione e di probabilità, che nei corpi di coloro che invece grandi lo sono già, ormai risulta assopito e imbottito di delusioni e scarsa fiducia. Il sostegno in fase di scrittura del buon Curtis allora gli viene incontro rafforzando la capacità di esposizione ed evitandogli cadute di retorica: insieme i due mettono in piedi un racconto trascinante, solido e onesto, che regge e conquista proprio per la maestosa virtù che si cuce addosso di combattere per ciò che è giusto, a qualunque costo e contro qualsiasi nemico a prescindere dalle condizioni e dai pronostici di vittoria.

Solo questo d'altronde è il modo per continuare a sentirci salvi, solo accettando che i protagonisti di "Trash" siano reali e non artificiali possiamo recuperare la positività perduta. E a furia di seguire le loro gesta, a furia di ascoltare le loro motivazioni, anche la pancia e il cuore vengono stimolati e riscaldati da un fuoco che credevamo fosse andato perduto. Perché con tutta la sua fantasia avvincente, con tutta la sua innocenza e genuinità, la pellicola di Daldry assume le forme di un inno all'uguaglianza e alla benevolenza, che seppur non è in grado di vivere oltre le mura della sala, almeno li dentro porta con sé il suono soave del motivo perfetto.
Quello che dovrebbe suonare in eterno, ovunque, accontentando l'universo e radiando cattiveria e tristezza.

Trailer:

Buoni A Nulla - La Recensione

L'atteggiamento cortese, l'umorismo piacevole e il riguardo minuzioso verso una terza età che il nostro cinema solitamente tende a mettere in disparte, sono state le qualità basilari che hanno concesso a Gianni Di Gregorio di ritagliarsi un piccolo spazio nel panorama cinematografico nostrano. La sua commedia ha cominciato a funzionare da subito egregiamente, nell'esatto momento in cui rifiutava di voler competere nei tempi e nelle direzioni con l'altra mainstream, dedicata ad una forbice di pubblico assai più ampia e varia.

Con "Buoni A Nulla" però pare essersi verificato un corto circuito particolare, un cambio di orientamento con cui Di Gregorio annuncia di volersi allargare, modificando parte del suo equilibrio e manipolando vicende diversissime da quelle a cui è abituato. Lo scopo, pensiamo, è aumentare la cerchia dei propri adepti, affidandosi ad un cast più ricco e più noto dei precedenti, con cui divide onestamente gioie e dolori. Tuttavia la sensazione è che si tratti una scelta mentale (sua? di chi lo produce?) non condivisa dal corpo, visibilmente a disagio a dover fare i conti e a convivere dal primo all'ultimo istante con un qualcosa che non lo rappresenta, a cui si aggiunge anche l'aggravante di un canovaccio che avrebbe potuto portare con sé del materiale niente male, ma che viene invece affrontato in modo leggero e senza l'ombra di alcuna utile meta, se non quella di rubare flebili risate e far vivere tutti felici e contenti.

Di Di Gregorio restano perciò bontà e scheletro, mentre salutano spontaneità e freschezza. Quella di "Buoni A Nulla" infatti è una sceneggiatura nata bene e sviluppata male, dove la lente seria a disposizione - rivolta alle conseguenze della recente riforma sulle pensioni, che ha costretto molti lavoratori a rimanere vincolati al loro posto di lavoro - finisce chissà dove non venendo più ripescata, e dove quella più brillante - dedicata a farsi rispettare reagendo ad ogni torto subito - anziché venire sfruttata con cattiveria e veleno, si riduce a qualche piccola gag e siparietto a cui viene spontaneo chiedere il perché di un freno a mano fisso, tenuto in maniera così gratuita. Forte è dunque il dubbio che si sia perduta una buona occasione, sviluppando un soggetto di valore secondo una mentalità ricercata e impropria, distante dalle peculiarità del suo autore. La fiacchezza e l'approssimazione di alcune situazioni e la poca credibilità di alcune battute (buttate via come se niente fosse), finiscono quasi per rafforzare la teoria di un'ambiguità di fondo frutto di una lotta tra ciò che si voleva fare e ciò che si è fatto.

Preferiamo pensare comunque ad un errore di valutazione, a delle premesse sbagliate o a qualche ambizione che si è provato a far rientrare in corso d'opera, quando ormai era tardi e il percorso era già stato stabilito. Perché altrimenti dovremmo insinuare che il cinema di Di Gregorio, che proprio attraverso chi stava invecchiando manifestava giovinezza, sia giunto al pensionamento precoce, privo di un avvertimento o di un segnale d'allarme. E sarebbe una notizia che sinceramente ci darebbe enorme dispiacere.

Trailer:

sabato 18 ottobre 2014

Eden - La Recensione

Apparentemente incentrato sulla scalata della musica elettronica, che agli inizi degli anni novanta aveva catturato l'attenzione della massa giovanile francese - quella spensierata e discotecara non molto dissimile da quella di oggi - in realtà "Eden" è l'ennesima di quelle pellicole che fingono di voler parlare di una cosa per poi dire tutt'altro.

Se esiste sicuramente infatti un cerchio che racconta l'ascesa, come la decadenza, di un genere musicale a cui si agganciano anche i Daft Punk, ancora di più nella pellicola della regista francese Mia Hansen-Løve si intravedono i tratti marcati, riservati a una gioventù piena di sogni e speranze di successo, che attraverso lo scorrere del tempo si scontra con un muro che non sempre paga tanto quanto loro vorrebbero. Il centro nevralgico di "Eden" è il ragazzo-DJ Paul, che inizialmente riesce a farsi largo nella movida parigina (e non solo), con il suo team di fedelissimi amici con cui lavora ai mix dei pezzi, cercando sempre il miglior modo di accontentare i fan e di accrescere la fama. La sua è una vita che però - serate in disco a parte - gira sempre a vuoto, priva di sostentamento solido e per questo non accettata nemmeno da una madre che lo vorrebbe più preoccupato per un futuro tranquillo e sicuro. Solo che a Paul la vita del giovane playboy spiantato non dispiace, non ne vuole sapere di modificare il suo stile da Vip, con cui, tra l'altro, conquista ragazze ad oltranza e presenzia party sparsi un po' ovunque tra Parigi e Stati Uniti.

La suddivisione in due capitoli - a loro volta suddivisi anch'essi dalle annate che passano - serve allora alla Hansen-Løve per raccontare come in oltre un decennio di crescita, il suo protagonista fatichi a fare i conti con sé stesso e con il mondo intero, un mondo che nel frattempo non lo aspetta e procede da solo, portando con lui anche le vite dei suoi amici che pian, piano si piegano alla realtà dei fatti: frammentata da delusioni, amori, accettazioni e sconfitte. Nemmeno la musica elettronica sembra essere superstite a tutto ciò, scavallata lentamente dall'arrivo di altri generi e altre generazioni, che chiedono a gran voce la riproduzioni di nuovi brani con cui lui non ha intenzione di entrare in contatto. Il complesso di Paul - paragonabile a quello di Peter Pan - si ritorce quindi contro di lui, schiacciandolo prepotentemente come mai aveva fatto prima. L'illusione di staticismo che pensava la vita potesse avere improvvisamente scompare mettendolo davanti allo specchio già grande e con strappi da rattoppare.

E' l'epilogo tosto tanto quanto salvifico di un anima perduta nella confusione della giovinezza a cui la Hansen-Løve, alla fine, si appassiona, lasciandogli quella speranza di poter riordinare e ripartire senza tenere addosso cicatrici troppo vistose.

Trailer:

venerdì 17 ottobre 2014

The Lies Of The Victors - La Recensione

Tecnologia, lobby, spionaggio informatico.
Con "The Lies Of The Victors", il regista tedesco Christoph Hochhäusler ha intenzione di realizzare un thriller politico che prende spunto dai vecchi classici, riadattandoli in chiave moderna per adagiare meglio il trattamento di elementi come il ruolo dell'informazione, l'informatica e una politica sempre più corrotta, avvinghiata ad accordi economici e a patti vantaggiosi.

L'ambizione spalmata intorno alla sua pellicola è molto grande quindi, più grande forse delle attitudini che lui stesso ha intenzione di mettere al suo servizio, che risultano poco idonee ad oliare la serie di meccanismi necessari per far funzionare la giostra a dovere. Se come costruzione infatti l'intenzione è buona e viene rispettata fino in fondo, quello che a "The Lies Of The Victors" manca completamente è la tensione determinante per incollare lo spettatore alla poltrona e coinvolgerlo negli avvenimenti e nelle torbide indagini che si susseguono, l'una dopo l'altra. Il fiume di sospetti e prove ispezionato con cura dai giornalisti d'assalto protagonisti - che vorrebbero denunciare un complotto dell'esercito su alcuni soldati tedeschi congedati in anticipo per nascondere le colpe di una malattia che proprio a causa militare probabilmente hanno contratto - viene aperto e lasciato scorrere secondo chiavi di scrittura piuttosto forti, ma annodati da una corda che, anziché aggrapparsi alla vita dello spettatore stringendolo forte, cade nel vuoto non venendo mai recuperata.

Quello su cui ci basiamo per valutare il lavoro di Hochhäusler allora, è esclusivamente il processo mentale elaboratissimo - studiato accuratamente attraverso lo sfoglio di giornali e notizie realmente pubblicate - con cui denuncia un sistema dove la verità risulta ormai inesistente poiché costruita e montata a piacimento da esperti informatici, ingaggiati a loro volta da chi organizza complotti politici e collabora a stretto contatto con spie di professione. Un sistema dove a pagarne le spese è chi di verità ci vive e, magari, vorrebbe proseguire a mangiarci, e non stiamo parlando della stampa intesa come organo generale - anch'essa ormai amalgamata all'impasto - ma di quei giornalisti a cui più che la notorietà sta a cuore il mestiere di raccontare al mondo intero sempre la reale versione dei fatti.

Eppure secondo "The Lies Of The Victors" per questa gente non c'è più spazio al giorno d'oggi. Dei cavalieri dell'informazione affidabile son finiti tempi e gesta. E chi ha intenzione di seguirli, e di restare indietro, rischia di mozzarsi l'avvio di una carriera promettente che invece potrebbe compiersi. Perciò della pellicola di Hochhäusler, sebbene non restino attaccate addosso le emozioni e il fiatone della corsa, ci rimane quella negatività avvolgente che mangia completamente la giustizia e l'onestà, prendendosi il palco e agghiacciando il pubblico.

Trailer:

Still Alice - La Recensione

Operazioni cinematografiche come "Still Alice" somigliano molto a un modo furbo e intelligente di fare informazione, uno di quelli scorretti, per intenderci, tipo specchietto per le allodole.
Nella pellicola diretta a quattro mani da Richard Glatzer e Wash Westmoreland si parla infatti di Alzheimer, e se ne parla non con la volontà primaria di utilizzarlo come mezzo per raccontare un personaggio o la sua storia, ma con la sola e unica intenzione di evidenziare gli effetti letali e distruttivi di una malattia tremenda quanto incurabile.

Inutile sottolineare, dunque, lo sconforto e l'angoscia trasmesse sin dalle prime battute da una Julianne Moore come sempre impeccabile: fagocitata quasi immediatamente dal vortice spietato e rapidissimo di una malattia arrivata in età precoce, in una delle sue forme più rare e geneticamente trasmissibile ai suoi figli (grandi) con il cinquanta per cento delle possibilità. Tuttavia la scorrettezza individuata a mente fredda, a caldo, "Still Alice", non sembra mai manifestarla per davvero, merito della sua capacità di non uscire dal percorso designato e di rispettare con rigore le tre fasi di cui si compone: quella dedicata ai primi sintomi della malattia, l'altra, poco più lunga, arricchita di visite e test e il gran blocco successivo concentrato sul peggioramento mentale della protagonista, in costante perdita di ricordi e memoria e peso graduale - sia diretto che indiretto - per la sua famiglia. Non c'è mai infatti nella pellicola di Glatzer e Westmoreland un'attenzione alla Alice del titolo che vada al di fuori del momento presente, mai la sensazione che prima o poi si possa andare a scavare per sapere più della sua storia, di chi era in precedenza, dei suoi rapporti con il mondo. Ai due registi, è palese, interessa allora unicamente solo quella parte dedicata al suo combattimento, alla tenacia, all'ostinazione, caratteristiche con cui tentano oltre che di sensibilizzare, anche di catturare l'interesse di chi si trova a guardare.

Nonostante dia l'idea di essere molto impostato quindi, emozionalmente studiato, e più bravo a farsi carico del suo racconto clinico che narrativo, "Still Alice" riesce comunque però a mettere in piedi un paio di momenti potenti, validi a sfondare il suo vetro artificiale che lo accompagna e a fornire qualche vibrazione extra rispetto quella che è la sua operazione. Avere a disposizione un attrice enorme come Julianne Moore ovviamente gli da una gran mano e addirittura, vista la poca robustezza della sceneggiatura, il dubbio che con una maggiore attenzione in fase di scrittura l'attrice statunitense potesse finalizzare la sua interpretazione in maniera indimenticabile, sorge come un ipotesi concreta, in grado di andare assai oltre il sospetto soggettivo.

Ma, come detto, le conseguenze cinematografiche non sono affatto un cruccio importante per Glatzer e Westmoreland, che puntano invece più all'umanità e all'educazione verso una malattia che - come dice anche Alice stessa - si spera possa essere curata il prima possibile per salvare ogni generazione futura, privandola del dolore.
E così, per quanto il loro tentativo possa sembrare, per certi aspetti, poco leale e ricattatorio, alla fine contiene anche dei lati per cui sa farsi apprezzare. Lati che restano impressi nella mente e che quando vogliono sanno benissimo come martellarla.

Trailer:

Lo Straordinario Viaggio Di T.S. Spivet - La Recensione

Essere dei geni non significa per forza dover capire qualunque cosa. Se poi lo si è da bambini, a maggior ragione, è probabile non si riesca a comprendere alcune evidenze, sulla carta, chiarissime.

Succede a T.S. Spivet, grande genio della scienza a soli dieci anni, ma incapace di superare la tragica morte del fratello gemello, eterozigote, Layton, avvenuta accidentalmente nel fienile di casa sua. Morte della quale è convinto i suoi genitori lo ritengano diretto responsabile e che lo porta a pensare che il loro bene nei suoi confronti sia drasticamente diminuito, se non pari a zero. Così, quando una scuola prestigiosissima di Washington D.C. lo contatta, credendolo molto più grande, per premiare una sua invenzione, T.S. fugge di nascosto da casa, sicuro che la sua assenza e il suo viaggio possano far felici a distanza sia la sua persona che la sua famiglia.

Tra elaborazione del lutto e senso di colpa "Lo Straordinario Viaggio Di T.S. Spivet" cerca di raccontare perciò, in maniera piuttosto favolistica, la calma apparente di una famiglia particolare, lacerata dal di dentro a causa di un dramma che non ha mai accettato e avuto il coraggio di affrontare faccia a faccia. Lo fa attraverso gli occhi e la mente del suo membro più piccolo, l'unico ad avere assistito all'orribile evento in prima persona, e per questo incapace di perdonarsi un errore di cui, in realtà, non è assolutamente colpevole. L'incapacità di rendersene personalmente conto tuttavia, crea all'interno della sua coscienza un vuoto profondissimo, sostenuto dal mancato aiuto di un padre e di una madre (ma anche di una sorella in fase adolescenziale), caratterialmente abituati ad affidare ai silenzi e al tempo la risoluzione dei loro problemi.

Da questa base di partenza, che avrebbe tutte le carte in regola per dar vita a una pellicola triste e devastante, il regista Jean-Pierre Jeunet tira fuori però un avventura bambinesca, ironica e brillante, che oltre a divertire e sensibilizzare i più piccoli non dimentica di chiamare in causa anche quella categoria genitoriale che spesso perde di vista le priorità fondamentali, concentrandosi su sé stessa e sui suoi futili interessi. Quella di T.S. Spivet infatti è una parabola che se privata temporaneamente della sua parte sognante e avvincente, mostra chiaramente quali sono i rischi e i pericoli che potrebbero verificarsi quando a un bambino in difficoltà viene negato ripetutamente aiuto ed affetto, obbligandolo a giungere a conclusioni personali, spesso influenzate da un'accesa fantasia di fondo.

Ovviamente Jeunet questo terrore lo maschera bene, lo fa avvertire allo spettatore più maturo, censurandolo a quello più piccolo. Che invece sarà completamente avvolto dalle peripezie che dal desolato west porteranno il piccolo protagonista alla cittadina industriale dell'ovest, per farsi notare finalmente sia dalla sua famiglia che dal mondo esterno.

Trailer:

giovedì 16 ottobre 2014

We Are Young. We Are Strong - La Recensione

Il regista tedesco David Schütter racconta le conseguenze della riunificazione tedesca del 1990 attraverso i fatti che colpirono la cittadina di Rostock due anni dopo, dove gli scontri tra alcuni abitanti tedeschi ed alcuni extracomunitari (per lo più vietnamiti) che chiedevano asilo, toccarono livelli altissimi di sangue e di violenza.

Sulla falsa riga de "L'Odio" di Kassovitz, anche Schütter, per narrare i suoi fatti, si affida all'eleganza della fotografia in bianco e nero e a una serie di protagonisti adolescenti che, più per divertimento e hobby che per idealismo, abbracciano l'ideologia del nazismo come respiro ossigenante di un paese che ancora fatica a guarire da una dittatura che, perlomeno dicono alcuni, era in grado di fornire delle certezze positive e benefiche ora irrintracciabili. Secondo una delle ragazze del branco infatti, la libertà porta alla solitudine, mentre sotto il comando di Hitler, nonostante le aspettative fossero basse, esisteva almeno la certezza di restare tutti quanti uniti. E questo è solo uno dei tanti pensieri confusi che si danno il cambio nel corso delle due lunghe ore in cui "We Are Young. We Are Strong" tenta di tracciare un profilo per individuare come mai, il chiodo del nazismo, riecheggi ancora nelle menti di alcuni tedeschi fermamente convinti che la dittatura (intesa anche come comportamento umano) e la violenza siano le uniche vie da intraprendere per portare avanti un paese a la sua crescita.

Tuttavia una risposta concreta a questo cruccio Schütter non riesce ad elaborarla. Ci prova, ogni tanto tenta di dire la sua, ma preferisce entrare nella realtà oggettiva di qualcosa che comunque sarà sempre presente perché esistita e tramandabile (forse sempre meno) di generazione in generazione. La speranza però fortunatamente c'è, e risiede in quella parte della popolazione più sensibile e intelligente, che pensa con la sua testa prima di decidere di agire o meno con la massa, quella disposta a mandar giù bocconi amari affinché il peggio - tribolato in passato - non venga riesumato e torni in auge. Motivo per il quale allora i punti di vista di "We Are Young. We Are Strong", decidono di ampliarsi e di coinvolgere anche un politico democratico (padre di uno dei ragazzi) e una vietnamita sicura dei suoi diritti e determinata a non lasciarsi spaventare dalle continue minacce che spesso per strada gli capita di ricevere: due figure importantissime che, seppur messe in secondo piano in termini di presenza scenica, non smettono di far sentire la loro voce all'interno di quel chiasso generale dall'eco stonato.
Dimostra così di essere un regista attento e preciso, Schütter, che oltre a conoscere e a prendere sul serio un tema delicatissimo come quello che tratta è in grado di fare lo stesso anche con lo strumento che utilizza: come quando nel finale guerresco decide di ridare colore alla sua pellicola restituendo una verità più marcata rispetto a quella del bianco e nero.

Per tutti questi motivi, e per altri ancora, "We Are Young. We Are Strong" merita quindi di non passare inosservato, di essere visto e apprezzato. Poiché trattasi di un opera di grande potenza, rilevanza e bellezza.

Trailer:
NON DISPONIBILE

Soap Opera - La Recensione

Bisognerebbe chiedere ad Alessandro Genovesi, se si sente più vicino alla parte di lui che ha lavorato alla scrittura di "Happy Family" con Gabriele Salvatores oppure alla nemesi incastrata nel fortunato franchise de "Il Peggior Natale Della Mia Vita".
Più che altro per capire chi è veramente e dove ha intenzione di andare.

La sua nuova fatica infatti pare volersi posizionare precisamente a metà tra l'uno e l'altro, ovvero tra la commedia ben scritta e quella esilarante ad ogni costo, senza però risultare veramente efficace né in un senso né nell'altro. Eppure le premesse non erano affatto sbagliate perché il meccanismo intrigante di utilizzare un suicidio per entrare nelle vite private di un condominio variopinto, sebbene non fosse un idea freschissima, poteva comunque portare a dei risvolti interessanti e meno scontati del solito. Tutto ovviamente senza dover rinunciare per forza all'elemento risata che, in un modo o nell'altro, sarebbe potuto rimanere in scena come arma in più, utilizzabile in ogni sfumatura possibile. Ma invece "Soap Opera" questo ragionamento non se lo pone nemmeno, anzi, quello che inizialmente aveva presentato al pubblico come punto di forza e centro, lo cestina senza nemmeno dare spiegazioni, sfilacciandosi a poco a poco per lasciare pieno dominio a gag, situazioni sentimentali in sospeso, ed altre che potrebbero compiersi.

Questo comportamento schizofrenico, purtroppo, oltre ad apparire incomprensibile e dannoso non trova nemmeno giustificazione nel significato del titolo. Perché della soap opera televisiva, la pellicola scritta e diretta da Genovese - sebbene sembra volersene far carico chissà come - non ha praticamente nulla. Mentre, al contrario, risulta molto simile alla maggior parte delle commedie italiane portate al cinema ogni anno, con cui la nostra industria riesce a trascinare in sala ciclicamente migliaia di spettatori. Questo solo per evidenziare come quella che apparentemente poteva sembrare un idea particolare, da gestire e fruire con approccio diverso, in realtà, non sia altro che la solita minestra riscaldata, rinominata diversamente per illudere a una novità.

Eppure questo anziché peggiorare la situazione, salva, se vogliamo, "Soap Opera". La salva perché, rispetto alle altre sue sorellastre, lei ha la sincerità di ammettere di non avere alcun tipo di ambizione o di obiettivo se non quello di volersi imporre come pellicola leggera e di intrattenimento, quindi assolutamente disinteressata a ogni possibilità di poter essere migliore con un pizzico di volontà in più. Mentalità che, in qualche modo, vieta a noi di rimproverare persino Genovesi, il quale evidentemente conosce meglio di noi sé stesso e che, per ora, a sé stesso non chiede altro che realizzare dei film puramente distensivi.

Trailer: