IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 27 febbraio 2015

The Search - La Recensione

Inutile girarci intorno, vinto l'Oscar Michel Hazanavicius aumenta le ambizioni. Da quelle limitate e pluripremiate di "The Artist" passa a quelle elevate e pericolose della seconda guerra di Cecenia, seguendo le tracce di un bambino scampato alla tirannia dei russi, concentrato a proteggere la sua infanzia da un destino apparentemente segnato e violento.

Nasce per essere quindi qualcosa di davvero imponente "The Search", con una struttura corale e dilatata da cui innalza le basi per un racconto tanto aspro quanto accusatorio. Narra di una guerra ingiusta Hazanavicius, provocata dalla Russia e sofferta dalla Cecenia, una guerra in cui l'Europa preferisce fare orecchie da mercante e con cui è possibile empatizzare dolori e afflizioni attraverso il volto impaurito e irresistibilmente tenero del piccolo protagonista Hadji: scelta di casting fondamentale, considerando quanto il piacere della sua faccia paffuta aiuti non poco il procedere della pellicola.
Un procedere che tuttavia, nei suoi centotrenta minuti, arranca regolarmente, per niente sorretto da argomenti e sottotrame abbastanza rigide, in grado da sostenere le aspirazioni e il peso specifico di una tematica tanto vecchia quanto ormai sciupata e che sicuramente non trova in questa ennesima riproposizione quell'ossigeno fresco e indispensabile di cui aveva bisogno. Il personaggio chiave interpretato da Bérénice Bejo infatti, anziché fungere da medicina rivitalizzante per la sceneggiatura, riesce a diventare per "The Search" un ulteriore peso da gestire, incapace di funzionare sia per quanto riguarda il rapporto con il bambino finito sotto la sua ala protettiva e sia per il frangente legato alla sensibilizzazione politica del conflitto, inizialmente considerata importante, e poi finita chissà come ai margini della trama.

La sensazione allora è che Hazanavicius fatichi proprio nella gestione dei vari fili che lui stesso decide di tessere, quelli che poi, ad ogni passo, fatica a ritrovare o a tenere stretti nelle mani. Un compito che lo impegna oltre il dovuto e che gli impedisce di vedere chiaramente la mancanza di respiro e di pulsazioni che la sua pellicola subisce, inviando a intervalli irregolari anche alcuni accenni di svenimento. Persino lo spunto parallelo del ragazzo russo obbligato alle armi, per quanto meglio delineato, ostenta legnosità ed affanno, blocchi evidenti che non possono essere rimossi neppure dall'evoluzione degli eventi, visto che, come prevedibile, si finisce sempre per avvinghiarsi allo stereotipo classico di una guerra che distrugge l'umanità interiore e trascina comoda ai confini della pazzia.

Mette in evidenza ogni suo limite perciò Hazanavicius, ogni perplessità che già con "The Artist" aveva seminato e a tratti lasciato intravedere. Un regista senz'altro scaltro, che sa come addolcire lo spettatore facendogli credere di avere assistito a qualcosa di più grande rispetto a quello che veramente è stato. Un illusionista, diciamo, illuso lui stesso dalle proprie capacità, ma che per fortuna "The Search" riporta in riga, dritto al suo posto.
Che non è minimamente nell'olimpo dei migliori, ma indubbiamente nell'arena dei modesti.

Trailer:

Hitman: Agent 47 - Trailer Ufficiale Italiano


Arriva il primo trailer italiano di "Hitman: Agent 47" il reboot cinematografico, tratto dal celebre videogame, diretto da Aleksander Bach e interpretato da Rupert Friend, Zachary Quinto, Hannah Ware, Thomas Kretschmann e Ciarán Hinds.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale): Un assassino geneticamente modificato (Rupert Friend) cerca di scombinare i piani di una multinazionale che vuole sfruttare il segreto della sua forza per creare un esercito di spietati super assassini.

Nessuno Si Salva Da Solo - La Recensione

Prima ancora di sentenziare qualsiasi cosa su "Nessuno Si Salva Da Solo" come film, bisognerebbe capire innanzitutto quanto questo valga come romanzo.
Così come prima di sentenziare Sergio Castellitto come regista, bisognerebbe capire quanto valga sua moglie, Margaret Mazzantini, come scrittrice e/o sceneggiatrice. Considerato che - "Libero Burro" a parte - ogni pellicola diretta dal Castellitto regista, fino ad ora, ha vissuto dell'influenza della Mazzantini autrice.
Una collaborazione artistica, di carattere famigliare contro cui, ci teniamo a specificare, non abbiamo nulla in contrario, ma che tuttavia, dati alla mano, ha saputo restituire più perdite che guadagni, e a cui forse potrebbe giovare di più una scissione o, perché no, un tentativo di pausa di riflessione.

Exploit di "Non Ti Muovere" a parte, infatti, scendendo a cascata da "La Bellezza Del Somaro", "Venuto Al Mondo" fino a questa ultima opera, risulta piuttosto facile riscontrare in ogni pellicola lo stesso, identico, problema di fondo, ovvero quello di una sceneggiatura o difettosa, o troppo densa o - e probabilmente è il problema principale - ricca di temi e di frasi studiate per immergersi nella retorica e nella drammatica maggiormente fastidiosa e ridicola. Ma ciò che tuttavia è ancor più preoccupante è la mancata presenza di un punto di vista maschile, completamente eliminato dalla ultra-percettibile presenza materna con cui la Mazzantini, puntualmente, tenta di esorcizzare le sue paure di donna, di madre e di figlia.
Per l'ennesima volta, quindi, Castellitto perde la possibilità di mostrare il suo polso registico all'interno di una sua pellicola, dentro la quale riusciamo a intravedere le sue indicazioni sulle interpretazioni degli attori, ma mai quella voce grossa che il suo ruolo vorrebbe e pretenderebbe per andare a dominare la storia. L'anima di "Nessuno Si Salva Da Solo" porta decisamente connotati mazzantiniani allora, con una storia d'amore finita, ma sospesa, e soprattutto dialoghi affilati che ogni volta stimolano nello spettatore quel brivido lungo la schiena per la paura di una scivolata che tendenzialmente riescono ad evitare per il rotto della cuffia, ma che ogni tanto tuttavia abbracciano in toto, procurando quel senso di dissenso e sconforto.

Sebbene lo scopo della sceneggiatura sia quello di raccontare gli eventi che hanno portato al matrimonio finito di un amore oscillante, o, come dice Jasmine Trincala storia di due persone che continuano a cercarsi in eterno, in realtà "Nessuno Si Salva Da Solo" funziona più nel suo intento secondario di mostrare quanto, dall'età della giovinezza a quella della maturità famigliare, le ambizioni e le prospettive riescano a piegarsi e ad alterare la loro forma, cambiando e cambiandoci senza neppure farci rendere conto del processo compiuto. Castellitto ha a disposizione un canovaccio assai intrigante e complicato, steso interamente sulla cena al ristorante che protagonisti, già separati, organizzano per spartirsi i loro due figli durante le vacanze estive. Un pretesto da cui la pellicola estrae flashback in successione rivelando gli avvenimenti più importanti che hanno portato la coppia in questione al punto di rottura in cui l'abbiamo incontrata. Ma quella di Delia e Gaetano però non è una relazione che vale la pena di conoscere o di spiare, non ha nulla di interessante e sebbene si apprezzi lo sforzo, la pensano allo stesso modo anche Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio, i quali molto spesso - e la Trinca più del suo collega - lasciano intravedere la fatica di una recitazione innaturale e stonata.

Poteva essere un cenno di ripresa per Castellitto questa pellicola, se solo ne avesse preso spunto per poi trascinarla, con coraggio, da tutt'altra parte. Il rimanere il più fedele possibile al romanzo, al contrario, è stato il più grande errore da lui compiuto, ingrandito da un finale differente, di cui si prende le responsabilità, ma che peggiora, se vogliamo, una situazione già ai limiti. Una di quelle impossibili da salvare, per intenderci, e la cosa vale sia se si è da soli che in compagnia.

Trailer:

007: Spectre - Uno Sguardo Dietro Le Quinte


Un video con le prime immagini dal set di "Spectre", il 24° film di James Bond diretto da Sam Mendes, che vede ancora una volta Daniel Craig vestire i panni dell’agente 007. Nel dietro le quinte del set anche Ralph Fiennes, Naomie Harris e Ben Whishaw, rispettivamente nei ruoli di M, Moneypenny e Q.

Dietro Le Quinte Di Spectre:


Sinossi (Ufficiale): Un messaggio criptico dal passato di Bond porta l’agente 007 a seguire una pista per smascherare una minacciosa organizzazione. Mentre M lotta contro le forze politiche per tenere in vita i servizi segreti, Bond tenterà di aggirare numerosi inganni e svelare la terribile verità che si cela dietro SPECTRE.

Vizio Di Forma - La Recensione

Uno strampalato detective hippie deve risolvere, parallelamente alla polizia, uno strano caso di sparizione. Tra le potenziali vittime figura anche il nome della sua ex, la ragazza che proprio qualche ora prima era piombata in casa sua e gli aveva annunciato di un pericoloso piano che avrebbe dovuto arricchirla, mettendo in prigione il suo nuovo amante, agente immobiliare.

Paul Thomas Anderson riparte da Thomas Pynchon, adattando e dirigendo uno dei suoi romanzi più popolari e cavalcando quella vena scanzonata e ironica di cui aveva spesso decantato le lodi e mai esposto integralmente sotto i riflettori. Neanche a dirlo si affida al corpo, ma soprattutto alla faccia, di Joaquin Phoenix, impeccabile nell'interpretazione dello strafatto e innamorato detective a rischio paranoia, impelagato in una indagine da cui non pare esserci alcuna via di fuga, se non quella di proseguire verso gli infiniti indizi raccolti e vedere fin dove la realtà può superare il trip stupefacente offerto dalle sostanze farmacologiche di cui lui stesso non intende privarsi. Eppure "Vizio Di Forma" è assai meno complesso di quel che apparentemente vorrebbe sembrare, una pellicola che dietro i continui capovolgimenti di fronte mantiene saldo un romanticismo e un buonismo - quello del protagonista - tanto semplice quanto solido e irriducibile. Ogni cosa infatti ruota attorno all'amore di Doc per la sua ancora amata Shasta, la donna per cui non ha smesso di provare sentimenti e che intende ritrovare ad ogni costo. La paura di averla persa per sempre e la speranza di poterla riavere tra le braccia, muove Doc alla scoperta di personaggi e luoghi in grado di superare qualsiasi fantasia e logica, una ricerca assurda, pericolosa, dalle forti caratteristiche psichedeliche, che non cesserà neppure a obiettivo raggiunto, mossa da un secondo istinto umano che consacra Doc a personaggio dolce e passionale.

C'è dell'altro però.
Messa sullo sfondo della Los Angeles degli anni settanta, "Vizio Di Forma" non perde occasione di rivolgere una denuncia a quell'America e al suo sogno, denuncia che seppur poggiata ai margini, è responsabile di ogni azione e reazione esercitata dai personaggi connessi e in relazione con Doc. La droga allora, oltre che passatempo ufficiale e industria dal raccolto economico stratosferico, diventa la medicina di coloro che non sopportano la nuova vita americana, una vita che Anderson non descrive per filo e per segno, ma che tramite la voce fuori campo che a singhiozzo racconta la storia, definisce priva di futuro e di illusioni, decisa appunto da un fato al quale sarebbe meglio sfuggire piuttosto che entrarci in contatto.
Sono forse gli unici collegamenti che stringono questo suo ultimo lavoro alla sua filmografia, che rendono la pellicola il proseguimento della carriera di un autore magnifico al quale interessa scavare e cercare, da ogni punto di vista, gli effetti collaterali di un paese che per quanto venga costantemente inquadrato come sinonimo di sogno e possibilità, conosce benissimo anche le espressioni di catene e demoni. Nonostante si ostini a far finta di niente.

Sarà questo, dunque, il vizio intrinseco di Anderson, quella peculiarità che fa parte della sua natura e a cui per quanto lui possa sforzarsi non potrà comunque sfuggire. Un po' come per Doc è l'amore e il miraggio di una felicità possibile e costante.
Insomma, sebbene da queste parti preferivamo vivere le esplosioni impulsive dei tempi de "Il Petroliere", dobbiamo ammettere che lasciarsi coinvolgere dalle esperienze cinematografiche di Paul T. Anderson, ogni volta, è un esperimento decisamente affascinante.

Trailer:

lunedì 23 febbraio 2015

Oscar 2015: And The Oscar Goes To...


La cerimonia è appena terminata, di seguito l'elenco dei vincitori:


Miglior Film: ALEJANDRO G. INARRITU, JOHN LESHER e JAMES W. SKOTCHDOPOLE (Produttori) per "Birdman"

Miglior Regia: ALEJANDRO G. INARRITU per "Birdman"

Migliore Attore Protagonista: EDDIE REDMAYNE per "La Teoria Del Tutto"

Migliore Attrice Protagonista: JULIANNE MOORE per "Still Alice"

Miglior Attore Non Protagonista: J.K. SIMMONS per "Whiplash"

Migliore Attrice Non Protagonista: PATRICIA ARQUETTE per "Boyhood"

Miglior Sceneggiatura Non Originale: GRAHAM MOORE per "The Imitation Game"

Miglior Sceneggiatura Originale: ALEJANDRO G. INARRITU, NICOLAS GIACOBONE, ALEXANDER DINELARIS JR. e ARMANDO BO per "Birdman"

Miglior Film d’Animazione: "BIG HERO 6" - Don Hall, Chris Williams e Roy Conli

Miglior Film Straniero: "IDA"- Polonia

Miglior Documentario: "CITIZENFOUR" - Laura Poitras, Mathilde Bonnefoy e Dirk Wilutzky

Miglior Fotografia: EMMANUEL LUBEZKI per "Birdman"

Miglior Scenografia: (Production Design) ADAM STOCKHAUSEN - (Set Decoration) ANNA PINNOCK per "Grand Budapest Hotel"

Migliori Costumi: MILENA CANONERO per "Grand Budapest Hotel"

Miglior Trucco e Acconciatura: FRANCES HANNON e MARK COULIER per "Grand Budapest Hotel"

Miglior Montaggio: TOM CROSS per "Whiplash"

Miglior Montaggio Sonoro: ALAN ROBERT MURRAY e BUB ASMAN per "American Sniper"

Miglior Missaggio Sonoro: CRAIG MANN, BEN WILKINS e THOMAS CURLEY per "Whiplash"

Migliori Effetti Speciali: PAUL FRANKLIN, ANDREW LOCKLEY, IAN HUNTER e SCOTT FISHER per "Interstellar"

Migliore Colonna Sonora: ALEXANDRE DESPLAT per "Grand Budapest Hotel"

Migliore Canzone: “Glory” (Musica e Parole: John Stephens e Lonnie Lynn) da "Selma: La Strada Per La Libertà"

Miglior Cortometraggio Live-Action: "THE PHONE CALL" - Mat Kirkby e James Lucas

Miglior Cortometraggio Documentario: "CRISIS HOTLINE: VETERANS PRESS 1" - Ellen Goosenberg Kent e Dana Perry

Miglior Cortometraggio d’Animazione: "FEAST"- Patrick Osborne e Kristina Reed

Che dire, delusione per "Boyhood", che chiude solo con l'Oscar alla migliore attrice protagonista, e trionfo per "Birdman", che probabilmente ottiene più di quel che meritava. Poche altre le sorprese, su tutte la migliore sceneggiatura non originale finita immeritatamente a "The Imitation Game" e il miglior film d'animazione andato a "Big Hero 6". Il resto è stato un copione piuttosto scontato, con "Grand Budapest Hotel" che prende qualche premio tecnico e forse "Whiplash" che lo tallona un po' inaspettatamente.
Si poteva fare di meglio, ma purtroppo l'Academy ci ha abituato da anni all'insoddisfazione.
Pazienza. La priorità adesso è andare a dormire.
Buonanotte! O Buongiorno, fate voi!

venerdì 20 febbraio 2015

Maraviglioso Boccaccio - La Recensione

Dal teatro concreto e visualizzato di "Cesare Deve Morire" a quello richiamato, ma intravedibile nella forma e nello stile, presente in "Maraviglioso Boccaccio".
Restano con un piede agganciati all'ultimo esperimento i fratelli Taviani, portando in scena cinque novelle tratte dal Decamerone di Boccaccio e raccontandole attraverso la latitanza in una villa campagnola di un gruppo di dieci giovani, in fuga dalla Firenze del 1300 a causa dell'incessante diffusione della peste.

Solo finzione, dunque, nessun versante documentaristico a cui potersi appoggiare per chiedere il cambio e spezzare la scena in caso di necessità: circostanza che anziché aiutare i due registi non fa altro che mettere ancora più in evidenza quei stessi difetti già riscontrati nella loro precedente uscita. Se in "Cesare Deve Morire" infatti la loro maniera sorpassata di esposizione trovava conforto in quelle parti sanguigne, in cui i protagonisti smettevano i panni degli attori e assumevano quelli reali di carcerati e esseri umani, in "Maraviglioso Boccaccio" ciò non è operazione possibile e nella carica generale di un opera antica e stantia, questo finisce solo per appesantire con una velocità supersonica l'insostenibile fardello di uno spettacolo che già dopo i suoi primi due episodi dimostra di non aver niente né da dire e né da aggiungere alla materia che vuole rappresentare. Scelgono storie poco interessanti i due registi, con tematiche prevedibili e, alla lunga, ridondanti. Non osano praticamente nulla, e quando è il turno di ridare ossigeno allo spettatore e di mollare, perciò, l'amore sofferto per una sua divagazione più comica, falliscono completamente il bersaglio asciugando quasi integralmente il potere di una Paola Cortellesi probabilmente in parte.

Diventa allora solo un esercizio di stile il loro omaggio al Decamerone, una pellicola che molto somiglia a quei spettacoli scolastici, teatrali, messi in scena per garantire a genitori, amici e parenti che il loro prediletto non ha buttato affatto il suo tempo, imparando a muoversi sul palco, a condividere la scena con altre persone e persino abbastanza a recitare. Già, abbastanza, poiché nella modalità enfatica con cui ogni attore è chiamato a dar voce al suo personaggio, l'oscillazione tra sobrietà e caricatura è sempre in allerta e pronta ad invadere lo schermo, penalizzando soprattutto quei nomi presenti nel cast abituati maggiormente a muoversi su corde meno nobili, che non prevedono, appunto, palcoscenici d'autore.

Un'operazione da dimenticare in toto, perciò. Complicatissima da sostenere fino in fondo e probabilmente neppure utile sotto qualsiasi punto di vista. I fratelli Taviani sono rimasti evidentemente aggrappati ad una tipologia di cinema impolverata, che oggi andrebbe assolutamente ricontrollata e restaurata, altrimenti il rischio è che di meraviglioso, piuttosto che Boccaccio, lo spettatore veda solo i titoli di coda.
Quelli che lo esortano a lasciare una proiezione onerosissima, liberandolo finalmente.

Trailer:

giovedì 19 febbraio 2015

Oscar 2015: Deve Vincere/Vincerà - I Vincitori Di Inglorious Cinephiles


Lo facciamo da due anni, dallo scorso anno con la formula del Deve Vincere/Vincerà, che ci sembrava carina e che quindi riproponiamo. Ci prendiamo il lusso di dare gli Oscar, il lusso di decidere noi per l'Academy, il lusso di dire che secondo noi l'Academy spesso sbaglia e quindi per mettere ordine qualcuno deve intervenire. E quel qualcuno ovviamente è Inglorious Cinephiles.
Qui di seguito perciò potrete trovare i nostri vincitori assoluti, coloro che senza alcuna discussione dovrebbero salire sul palco a ritirare la statuetta, seguiti da quelli che, secondo chi scrive invece, l'Academy deciderà di premiare, il tutto legato alle categorie più importanti presenti in gara.

Miglior Film:
Deve Vincere: "Boyhood" di Richard Linklater
Pochi dubbi. E' stato il film più rivoluzionario dell'anno, Linklater è riuscito a raccontare la crescita e la vita al cinema come mai nessuno fino ad ora. Un film costato dodici anni di vita a tutti coloro che ne hanno preso parte, un lavoro enorme, incredibile, formidabile. Cos'altro c'è da dire di più?
Vincerà: "Boyhood" di Richard Linklater
L'unico che potrebbe scippargli la statuetta e far gridare meno allo scandalo e "Birdman", ma non pensiamo che l'Academy sia così insensibile e cieco da lasciarsi sfuggire la premiazione più meritata dell'anno.

Miglior Regia:
Deve Vincere: Alejandro G. Iñárritu per "Birdman"
Il piano sequenza infinito di "Birdman" è meraviglioso, come è meravigliosa l'idea di dargli il significato esistenziale di uno scorrere del tempo reale privo di stacchi. Delle 9 nomination conquistate quella della regia è la più meritata, per cui dargliela sinceramente ci sembra il minimo.
Vincerà: Alejandro G. Iñárritu per "Birdman"
E' difficile che l'Academy premi "Boyhood" anche per la regia, vorrebbe dire penalizzare "Birdman" troppo duramente, per cui, come è già successo, è ipotizzabile una spartizione di premi nelle due categorie (film e regia) più importanti.

Miglior Attore Protagonista:
Deve Vincere: Eddie Redmayne per "La Teoria Del Tutto"
L'interpretazione di Stephen Hawking è stata eccezionale, Eddie Redmayne è un attore che non sempre riesce a convincere nei suoi film, ma stavolta ci ha lasciato davvero a bocca aperta. Impeccabile.
Vincerà: Eddie Redmayne per "La Teoria Del Tutto"
All'Academy le trasformazioni piacciono in maniera assoluta, da sempre premia le mutazioni fisiche e gli attori che entrano nei panni di persone esistenti o esistite, che hanno saputo lasciare - con fatica o meno - una loro impronta nel mondo. Eddie Redmayne ha saputo fare entrambe le cose egregiamente, per cui è impossibile prevedere un esito diverso in questa categoria.

Miglior Attrice Protagonista:
Deve Vincere: Rosamund Pike per "L'Amore Bugiardo: Gone Girl"
La sua Amy in "L'Amore Bugiardo: Gone Girl" ce la ricorderemo per sempre, e forse anche lei. Una parte così incredibile chissà se e quando gli ricapiterà. La bellissima Rosamund Pike secondo noi quest'anno è la migliore attrice protagonista, e non ci pensiamo un secondo a concedere a lei l'onore di venire a ritirare un premio meritatissimo.
Vincerà: Julianne Moore per "Still Alice"
Dicevamo prima che all'Academy piacciono le trasformazioni, e in "Still Alice" con l'alzheimer che incalza queste non mancano di certo. Se aggiungiamo a ciò, anche il piccolo particolare relativo a Julianne Moore, che nella sua carriera non ha mai vinto un Oscar, allora il risultato è praticamente fatto. Infatti al 99% andrà così e sarà giusto per l'attrice, meno per l'interpretazione che, a dirla tutta, secondo noi era assai inferiore a quella che la stessa Moore ci aveva concesso in "Maps To The Stars".

Miglior Attore Non Protagonista:
Deve Vincere: J. K. Simmons per "Whiplash"
Se non avete visto la pellicola, non potete sapere di cosa stiamo parlando. Resta il fatto che J.K. Simmons è un caratterista straordinario da sempre e "Whiplash" è solamente l'opportunità perfetta che gli concederà di ritirare quel premio che gli spetta e quest'anno merita senza il minimo dubbio.
Vincerà: J. K. Simmons per "Whiplash"
Se non fosse così, sarebbe giusto vedere sedie e piatti lanciati dallo stesso Simmons alla giuria dell'Academy. Uno spettacolo che da alcuni punti di vista sarebbe più gustoso e più appagante, ma tranquilli, non potrà mai accadere perché tutto andrà secondo i piani.

Miglior Attrice Non Protagonista:
Deve Vincere: Patricia T. Arquette per "Boyhood"
In "Boyhood" è una madre imperfetta, che comunque si batte con tutta sé stessa per crescere al proprio meglio i suoi due figli. Un'interpretazione non magistrale, ma che per via anche di una concorrenza poco spietata gli permette il lusso di imporsi e di battere tutte le sue avversarie.
Vincerà: Patricia T. Arquette per "Boyhood"
Siamo convinti che in questa categoria l'Academy la pensa esattamente come noi e non esiterà troppo per annunciare all'Arquette la vittoria del suo primo Oscar.

Miglior Sceneggiatura Non Originale:
Deve Vincere: Paul Thomas Anderson per "Vizio Di Forma"
Da queste parti "Vizio Di Forma" non lo abbiamo ancora visto, ma per intuito già lo premiamo come migliore sceneggiatura non originale. Ci facilita di molto la lettura della cinquina, dove i quattro suoi avversari sono debolissimi e non in grado di battere un cavallo da corsa collaudato ed esperto come Paul Thomas Anderson.
Vincerà: Paul Thomas Anderson per "Vizio Di Forma"
Stesso discorso fatto sopra. Non esiste che la statuetta possa andare a film concorrenti a questo. Sarebbe davvero un sacrilegio.

Miglior Sceneggiatura Originale:
Deve Vincere: Alejandro G. Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris. Jr. e Armando Bo per "Birdman"
Il nostro favore va ad una sceneggiatura stratificata, intensa, che ha saputo trasmettere nel corso del suo spoglio visivo emozioni e sensazioni intense. Secondo Inglorious Cinephiles non c'è storia, "Birdman" merita questo premio e, a dispetto di ciò che pensa l'Academi, glie lo concede con immensa felicità.
Vincerà: Wes Anderson (Sceneggiatura) e Wes Anderson e Hugo Guinness (Soggettoper "Grand Budapest Hotel"
Pare che il nuovo film di Wes Anderson lontano da queste parti sia piaciuto oltre il previsto. Noi siamo rimasti delusi da "Grand Budapest Hotel" ma considerando che l'Academy l'ha imbottito di nomination, molte delle quali non potrà mai vincere, è possibile che quella della sceneggiatura originale alla fine gli venga concessa. Purtroppo.

Miglior Film Straniero:
Deve Vincere: "Leviathan" (Russo)
Abbiamo visto solo due film dei cinque nominati e "Leviathan" non è uno di questi. Tuttavia il film russo ha conquistato la critica, vincendo anche il premio per la migliore sceneggiatura all'ultimo festival di Cannes, e da quel che ci è giunto all'orecchio pare sia davvero notevole. Sicuramente presto lo recupereremo, nel frattempo lo premiamo ad intuito.
Vincerà: "Leviathan" (Russo)
Come detto la critica ha apprezzato molto "Leviathan" e a quanto pare, spinto da una sceneggiatura pregevole, potrebbe essere il favorito nella sua categoria.

Miglior Film D'Animazione:
Deve Vincere: "Boxtrolls: Le Scatole Magiche" di Anthony Stacchi, Graham Annable e Travis Knight
Categoria particolare, anche perché due dei cinque film candidati da queste parti non li abbiamo visti. Abbiamo visto "Boxtrolls: Le Scatole Magiche" però e siamo convinti che fare meglio quest'anno era davvero una missione impossibile.
Vincerà: "Dragon Trainer 2" per Chris Buck, Jennifer Lee e Peter Del Vecho
Ha vinto il Golden Globe e per qualche motivo a noi sconosciuto pare stia piacendo alle giurie più di ogni altro suo avversario. Questo potrebbe spingerlo sul palco a ritirare il premio come miglior film d'animazione, ma ci teniamo a ribadire che a noi "Dragon Trainer 2" invece ha deluso molto.

La premiazione ufficiale sarà effettuata il prossimo 22 Febbraio, per cui se volete scoprire quanti saranno i pronostici azzeccati da Inglorious Cinephiles vi toccherà aspettare ancora qualche giorno. Nel frattempo, vedete di recuperare quel che potete, e soprattutto stay tuned.

mercoledì 18 febbraio 2015

[EXTRA - TEATRO] Sono D'Accordo Su Tutto Di Max Paiella - La Recensione


Essere italiani è uno stile di vita e in un paese paradossale come il nostro chi non si adatta è visto con diffidenza e pericolo. Max Paiella tuttavia non ce la fa ad aderire alle regole dell'italiano medio, non si comporta come lui, non ha i suoi interessi, anzi a dirla tutta, non crede assolutamente che quella figura possa essere un buon esempio da seguire.
In "Sono D'Accordo Su Tutto" allora si ritrova improvvisamente carcerato, posizionato in un limbo, a discutere con una voce femminile computerizzata (Paola Minaccioni) che gli comunica di avergli revocato la cittadinanza italiana e che l'unica soluzione possibile, diversa dalla prigione, è che venga ricollocato in un nuovo Stato a lui più affine, oppure che redima le sue diffidenze e si adegui all'Italia di oggi, il paese in cui comunque Paiella vorrebbe restare per via delle sue radici.

Accompagnato dalla band The Rabbits, Max Paiella comincia quindi a dare sfogo alla sua intera mostra di personaggi radiofonici, quelli che nel programma "Il Ruggito Del Coniglio", da anni, collauda e rinsalda mettendo alla berlina caratteristiche e inclinazioni della nostra società ipocrita e infettata, una società che dimostra di avere osservato benissimo e che ora deve tatuarsi bene nel cervello e sulla pelle per continuare a calcare quella terra calpestata fino a ieri. A momenti di spettacolo si alternano quindi anche momenti di riflessione, parentesi in cui il comico torna sé stesso e prova a riflettere sulle sue mancanze e sull'evoluzione di un Italia schizofrenica e alla deriva, in cui riuscire a pensare positivo è obiettivamente un impresa complicata e vana. Ne ha per tutti Paiella, da cittadini a politici, senza sconti, mentre medita su come ormai il trasformismo sia diventata l'arma di sopravvivenza principale in un paese sempre in conflitto con sé stesso e in cui tornare sui propri passi e ritrattare può esser solamente cosa vantaggiosa e fruttuosa.

Risalta sicuramente le doti del suo protagonista "Sono D'Accordo Su Tutto", mostra le capacità canore e imitatorie irresistibili e dissacranti di chi ama rivedere col proprio sguardo qualsiasi punto di vista, smontandolo e ricostruendolo a piacimento.
Ed è esattamente per questo motivo che meglio sarebbe andata se fosse stata presente sul palco una spalla in grado di stimolare efficacemente un'estrosità di fondo già pregevole, esattamente come Marco Presta e Antonello Dose riescono a fare nello show radiofonico. Una presenza, insomma, che avrebbe potuto accendere al grado giusto la fiamma di una personalità e di uno spettacolo teoricamente più dotati di quel che effettivamente appaiono. 

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del Teatro Sala Umberto di Roma: http://www.salaumberto.com/stagione/stagione-teatrale-2014-2015/399-max-paiella-sono-d-accordo-su-tutto.html

Operazione U.N.C.L.E. - Trailer Italiano Ufficiale


Disponibile il trailer italiano ufficiale di "Operazione U.N.C.L.E.", il nuovo film diretto da Guy Ritchie, con protagonisti Henry Cavill e Armie Hammer, ispirato all'omonima serie televisiva,. La pellicola uscirà in Italia il prossimo 3 settembre.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Agli inizi degli anni ’60, l’agente della CIA Napolen Solo e la spia del KGB Illya Kuryakin uniscono le forze contro una misteriosa Organizzazione criminale che vuole scatenare una guerra nucleare.

martedì 17 febbraio 2015

Noi E La Giulia - La Recensione

In "Smetto Quando Voglio" l'insoddisfazione esistenziale di un gruppo di laureati precari sfociava nella realizzazione e nel commercio di una droga legale, pregiata a tal punto da conquistare il mercato e consentire a tutto il gruppo di sbarcare il lunario. In "Noi E La Giulia" quella stessa, identica, insoddisfazione, mista alla disperazione, porta tre perfetti sconosciuti ad unire il proprio gruzzoletto di risparmi e a investire su di un casale malridotto, ma dal prezzo vantaggioso.
Due facce di una stessa medaglia, appartenente a quella generazione di trentenni vicini ai quaranta, travolti dalla crisi, stanca di abbassare la testa per sopravvivere, rinunciando ai traguardi, così come al raggiungimento della propria felicità.

Una criticità che Edoardo Leo comprende e condivide, indirettamente caduta sulle sue spalle al cinema, ma vestita e rappresentata con il rispetto e l'orgoglio di chi ha intenzione di supportare la causa invitando a reagire e a farsi sentire, senza mai lasciarsi né schiacciare e né reprimere. E allora, in una maniera assai meno improbabile di quella scelta da Sydney Sibilia, rimescola le carte e ci racconta la rivolta e la resistenza di tre uomini comuni, e falliti, applicata alla società moderna. Una resistenza che seppur contenente anch'essa quel minimo di furore e di finzione, racchiude in sé i consigli e le forze legittime per infondere coraggio e speranza a coloro che ultimamente pensano che non sia rimasto altro che arrendersi o fare le valigie. L'opposizione alla Mafia tentata goffamente dai tre (quattro con l'entrata di Amendola) protagonisti è infatti il ribaltamento perfetto del vorrei, ma non posso che la vita spesso ci piazza davanti agli occhi, quella condizione di impotenza che "Noi E La Giulia", piuttosto che abbracciare e sopportare, decide pazzamente di prendere a pugni in faccia e chiudere in cantina, sorretto dall'onda di entusiasmo di chi per la prima volta in assoluto sta provando a mettersi in gioco, a realizzarsi o a rialzarsi.

Dimostra di essere innanzitutto un autore intelligente quindi Leo, uno dei pochi che può permettersi di prendere tra le mani un romanzo ben scritto e piacevole come il "Giulia 1300 e Altri Miracoli" di Fabio Bartolomei e assumersi la responsabilità di cambiargli muscoli, spingendo in alto gli argomenti e i temi a cui tiene maggiormente, mantenendo però intatto lo scheletro vincente che la storia originale metteva a disposizione. Riesce a fotografare precisamente lo stato emotivo della collettività che rappresenta, la costernazione e la voglia di rivalsa di un gruppo di quasi quarantenni danneggiati e imbranati, che tuttavia chiedono al mondo esclusivamente il diritto di provare a dire la loro, poiché per loro il piano B non è un piano di riserva, ma solo l'unica scelta rimasta per recuperare ad un piano A a cui non hanno mai avuto accesso.
E il bello di "Noi E La Giulia" è che riesce a raccontare efficacemente tutto ciò senza mai perdere di vista il suo target, senza mai dimenticare di essere in primis una commedia orientata a strappare risate e a intrattenere: due mansioni per nulla semplici, ma che un cast ben assortito e scelto con le pinze, come quello che ha a disposizione, porta comunque a termine con il massimo dei voti e soprattutto con il massimo dell'alchimia.

D'altronde è innegabile che nella pellicola di Leo si rida, non di pancia, ma di cuore, allo stesso modo di come ci si commuove specchiandosi nella realtà dei suoi personaggi: disposti a sacrificare ogni cosa e a rischiare tutto pur di provare quel gusto di felicità da sempre inseguita e mai agguantata.
Una felicità magari estemporanea, magari leggera, o limitata, ma senza ombra di dubbio guadagnata con le proprie forze e perciò degna di essere protetta e conservata.

Trailer:

venerdì 13 febbraio 2015

[EXTRA - TEATRO] La Fantastica Avventura di Mr. Starr Di Lillo & Greg - La Recensione


Il percorso di dissacrazione dei generi, iniziato anni fa a teatro, da Lillo & Greg, prova passare anche per la fantascienza, dopo aver timbrato il cartellino già nel thriller, nell'horror, nel western e nel musical. 

In "La Fantastica Avventura di Mr. Starr" il duo comico infatti allestisce una trama surreale tutta basata su viaggi spazio-temporali, specie ultraterrene e leggende mistiche da risolvere, servendosi di un comunissimo protagonista - il Gorabel Starr interpretato da Lillo - che nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, riceve come regalo dal nonno defunto, un particolare libro da decodificare e risolvere, libro che suo malgrado lo porterà a scoprire di essere la persona eletta per compiere un passaggio fondamentale nella storia della specie umana e non solo.

Influenzato cinematograficamente da pellicole intramontabili come "Ritorno Al Futuro", "2001 Odissea Nello Spazio" e dalla maestosa filmografia spielberghiana, per cui Lillo in persona si inchina e ringrazia, "La Fantastica Avventura di Mr. Starr" riesce a dar vita ad un gioco spiritoso e altalenante, dal respiro molto ampio, e colorato a tratti dalla comicità irresistibile appartenente alla coppia dei comici romani, i quali trovano il modo di inserire all'interno della storia alcuni sketch parziali o interi che nel tempo, hanno avuto modo di sperimentare e migliorare insieme al pubblico. La complessità di una trama che, perlomeno nella sua prima parte, tende a mantenere solidità e riservo, impedisce tuttavia sia a Lillo & Greg che ai co-protagonisti presenti sul palco (Simone Colombari, Vania Della Bidia e Roberto Fazioli) di potersi esibire a briglia totalmente sciolta e dar vita a situazioni trascinanti e immortali, quelle che, per intenderci, ne "Il Mistero Dell'Assassino Misterioso" sapevano impadronirsi della storia e fare di un archetipo già di per sé funzionante e coinvolgente, un derivato geniale, infaticabile e travolgente.

Ma nonostante quello che potrebbe essere nominabile come un handicap di contenimento, l'impressione è che per Lillo & Greg oramai il palco rappresenti la vita, quel posto in cui riescono sentirsi a proprio agio, in cui gli è più facile muoversi e dove possono costantemente provare a inventare, anche sul momento, nuove storie o battute da conservare o utilizzare istantaneamente. Un posto che ogni motivo è valido per calcare, dunque.
Questo nonostante la recente parentesi cinematografica che evidentemente, per via di tempi e regole, nonostante riesca a farli esprimere con maggiore rapidità e veemenza, porta sempre con sé il problema di vincoli nei quali, per natura, loro faticano e faticheranno a rimanere.

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del Teatro Olimpico di Roma: http://teatroolimpico.it/programmazione/stagione-2014-2015/lillo-e-greg-a-fantastica-avventura-di-mister-starr.html

giovedì 12 febbraio 2015

Aloha - Trailer Originale Ufficiale


Salito già in cima alle pellicole che da queste parti non perderemo di certo, vi proponiamo il primo trailer in lingua originale del nuovo film di Cameron Crowe. Si intitola "Aloha" e nel cast vede la presenza di Bradley Cooper, Emma Stone, Rachel McAdams, Bill Murray e Alec Baldwin. Negli Stati Uniti dovrebbe uscire il 29 maggio, mentre da noi, in Italia, ancora non è stata stabilita una data.

Trailer Originale Ufficiale:


Sinossi:
Un celebre militare (Bradley Cooper) torna nel luogo in cui ha raggiunto i più grandi trionfi della sua carriera e riallaccia i rapporti con il suo vecchio amore (Rachel McAdams) mentre inaspettatamente s'innamora del pilota di sorveglianza Air Force (Emma Stone) che gli è stato affiancato.

mercoledì 11 febbraio 2015

Mortdecai - La Recensione

Sognava di essere il sostituto naturale dell'ispettore Clouseau il Mortdecai di Johnny Depp, sognava di riportare in auge quella commedia demenziale, dall'umorismo inglese degli anni '70 e '80, sognava di essere il pezzo mancante di un genere ormai vincolato alla serietà o all'adrenalina, ma purtroppo, nonostante avesse ragione, la realtà parla diversamente.

Le armi per riuscire nel suo intento "Mortdecai" le avrebbe avute pure, poteva davvero lanciarsi prepotentemente e ritagliarsi quel posto riservato a cui ambiva, se solo avesse evitato di affidare il suo volto a Depp e avesse puntato meno sulla sua bravura (mai così in discussione) da caratterista.
Sono anni che l'attore di "Pirati Dei Caraibi" continua a dimostrare quanto gli riesca difficile gigionare uscendo dal personaggio di Jack Sparrow, da cui sembra sia rimasto incastrato e imprigionato, e sono anni che la sua partecipazione a determinate pellicole, anziché essere spinta o vantaggio, si trasforma in affanno o penalizzazione. Però il regista David Koepp gli dedica lo stesso l'intero palcoscenico, lascia che questo gli aderisca addosso, cercando in ogni modo di farlo apparire in qualsiasi inquadratura, affidandogli almeno un gesto o un espressione. L'aderenza a Mortdecai tuttavia Johnny Depp non la trova neppure con il tempo, l'umorismo British che prova a simulare gli rimbalza contro e se risulta funzionale è solamente quando di fianco a lui circola il suo braccio destro, assistente e lottatore, Paul Bettany.

Avrebbe giovato più con un protagonista inglese a tutto tondo, sicuramente "Mortdecai", qualcuno che possibilmente dietro di sé non fosse dotato di un ombra gigantesca a fare da intralcio e che magari avrebbe saputo valorizzare maggiormente sia una presenza femminile come Gwyneth Paltrow, sia un detective piatto e trascurato come quello cucito attorno a un Ewan McGregor scialbo e disorientato oltre ogni limite nella scelta dei copioni.
L'adattamento del romanzo di Kyril Bonfiglioli allora diventa una festicciola tra intimi, una réunion tra star alla ricerca di intrattenimento, a cui essere invitati non è poi così interessante né elettrizzante. E' raro trovare nella sceneggiatura di Eric Aronson una battuta o una sequenza che sia in grado di potersi definire riuscita o divertente e il montaggio frenetico con cui la storia decide marciare e di spostarsi da una parte all'altra del mondo non aiuta certo ad entrare nel mood più positivo. La trama sottile del quadro di Goya rubato, contenente i codici per ritrovare l'oro dei nazisti, che la pellicola utilizza esclusivamente per mettersi in moto, era quindi l'unica speranza di correggere le macchie di un prodotto malpensato e allo sbando. Una speranza che un casting con meno spessore, che avrebbe alzato sicuramente il livello di rischio, avrebbe aiutato a prendere in considerazione, scongiurando la confusione e aumentando le precauzioni.

Le aspirazioni e le ambizioni di "Mortdecai" perciò finiscono con lo schiantarsi direttamente al suolo, non lasciando altro che l'annullamento totale del suo protagonista (dotato di baffi su cui lungo tutto il film non si fa altro che fare battute), domande su come la Paltrow riesca sempre a mettersi in salvo, dubbi per un Ewan McGregor ormai incapace di intendere e di volere e vari perché legati ad una Olivia Munn sensuale, splendida e teoricamente ninfomane, a cui è concesso solo un piccolo spazio e soprattutto poco tempo per mettere in pratica le decantate doti del suo personaggio.
Molti detriti su cui riflettere. Oppure no.

Trailer:

martedì 10 febbraio 2015

Taken 3: L'Ora Della Verità - La Recensione

Liam Neeson e "Taken" (o "Io Vi Troverò", in Italia) una storia d'amore che doveva durare un capitolo e che invece ora è già arrivata al terzo.
Ce lo aspettavamo tutti tranne lui, probabilmente, convinto a suon di milioni per aderire al secondo e da una strategia più o meno simile per continuare ad oltranza.

Eppure la vera notizia di "Taken 3: L'Ora Della Verità" non riguarda tanto la riconferma, scontata (?), del suo robusto protagonista, quanto la formula di fruizione che a sorpresa stavolta viene rielaborata, entrando brutalmente in controtendenza con quella che il pubblico di riferimento aveva dimostrato di apprezzare e di richiedere. Ci troviamo di fronte ad un'azione più sostenuta infatti, sprigionata a intervalli precisi e per niente incalzante o continuativa, con un Brian Mills che anziché andare in giro ad uccidere persone deve indagare e nascondersi per via di un omicidio (importante) che lo vede carnefice, ma di cui, prove alla mano, si sa poco e niente. Un thriller meno adrenalinico quindi, in cui dovrebbe emergere e far da padrone il duello a distanza tra l'ispettore Forest Whitaker e un fuggitivo come Neeson da non sottovalutare, ma dove invece a prevalere è una prescia nociva, che distrugge ogni tentativo di costruzione, compromettendo una gara di furbizia che davvero poteva essere l'arma a sorpresa di un franchise stanco e, a conti fatti, privo di inventive.
I problemi di "Taken 3: L'Ora Della Verità" risiedono sicuramente in un copione realizzato con superficialità, appoggiato su riferimenti preesistenti e allungato da preamboli iniziali sostanzialmente eccessivi ed assurdi. Un impianto poco studiato e di scarsa saggezza, a cui poteva far fronte solamente la mano di un caparbio regista, che pur non essendo enormemente blasonato sapesse quantomeno a grandi linee il significato di dirigere un film con determinate caratteristiche e dimensioni.

La scelta di affidare la pellicola a Olivier Megaton invece si rivela l'errore più imperdonabile commesso dalla produzione, un regista decisamente inesperto sia quando si tratta di costruire scene ad alta tensione e sia, soprattutto, quando è il turno di dare il largo alle scene d'azione: girate e montate in maniera confusionaria e incomprensibile, a eccezion fatta per quella, finale, tra l'aereo e la macchina. Luc Besson ha evidentemente perso attrazione per il suo gioiellino da milioni di dollari e la completa mancanza di partecipazione mostrata già nel secondo capitolo, è rintracciabile nuovamente anche in questo, confermando così l'accensione di un pilota automatico per niente benefico alla causa.

Diventa quindi normale iniziare a parlare di franchise allo sbando, che avanza per fisiologia e respiro, ma per cui non c'è più la minima preoccupazione o cura. Questo vuol dire che Brian Mills potrebbe tornare, ancora e ancora, ma non avrà mai la stessa grinta e muscolarità di quando lo abbiamo conosciuto per la prima volta, al massimo quella stanchezza di chi aspetta impaziente la chiamata finale, chiusa da quella frase liberatoria che dice: da oggi in poi i suoi servizi non sono più richiesti.

Trailer:

Nessuno Si Salva Da Solo - Trailer Ufficiale


Disponibile il trailer ufficiale di "Nessuno Si Salva Da Solo", il nuovo film di Sergio Castellitto, tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini, al cinema dal 5 marzo prossimo. I due protagonisti della pellicola saranno Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, supportati dai co-protagonisti Anna Galiena, Marina Rocco, Massimo Bonetti, Massimo Ciavarro, Renato Marchetti, Valentina Cenni e Eliana Miglio.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Delia e Gaetano (Gae) sono stati sposati e hanno due figli, Cosmo e Nico. Da poco tempo vivono separati, lei ha tenuto la casa con i bambini, lui vive in un residence. Delia, che in passato ha sofferto di anoressia, è una biologa nutrizionista, Gaetano è uno sceneggiatore di programmi televisivi.
Delia e Gae si incontrano per una cena in un ristorante, devono apparentemente discutere dell’organizzazione delle vacanze dei loro figli... ma presto capiamo che quell'incontro servirà ai due protagonisti per compiere un viaggio dentro la loro storia d’amore e scoprirne le ragioni della fine.
La cena occupa l’intero svolgimento del film, ma attraverso una serie di flash back, viene ripercorsa la vita di Delia e Gaetano, dall'entusiasmo dei primi anni di vita in comune, l’amore, la passione, ai primi problemi e frustrazioni reciproche che hanno cominciato ad allontanarli, fino alla separazione.
Sia Delia che Gae sono stati condizionati dai difficili rapporti avuti con i genitori. Delia ha molto sofferto quando la madre, Viola, ha abbandonato lei e il padre, un medico morto da tempo. Gaetano si è sempre sentito incompreso dal padre, Luigi, che non è riuscito a infondergli autostima.
I conflitti tra Delia e Gae hanno un influsso negativo anche sui figli, in particolare su Cosmo, che diventa un bambino molto sensibile e insicuro. Durante una festa organizzata per il compleanno di Cosmo, Gaetano conosce Matilde, una giovane animatrice; Matilde e Gaetano cominciano a frequentarsi e in breve diventano amanti. La relazione viene scoperta nel più tragicomico dei modi: Matilde e Gaetano si baciano in un parco senza curarsi della presenza dei figli di lui, e Nico racconta il fatto alla madre.
Un altro episodio che ha fortemente influito sui rapporti tra Delia e Gaetano è stato l’aborto a cui Delia è stata costretta quando era incinta del terzo figlio. Il dentista, all’oscuro della gravidanza, aveva fatto radiografie senza protezione, così si era reso necessario l’aborto per evitare pericoli di malformazioni...
Quando Delia e Gaetano decidono di separarsi, la vita continua a essere difficile per entrambi. Delia rischia di ricadere nell'anoressia; è così nervosa che arriva a sfogare la sua ira contro Cosmo, un giorno in cui era irritata dal mancato arrivo di Gaetano che, sommerso dal lavoro, non può venire a prendere i figli per trascorrere con loro la domenica.
Al termine della cena Delia e Gaetano vengono avvicinati da una coppia di anziani, Vito e Lea, sorridenti, bizzarri, nonostante l’età ancora innamorati... Vito li ha osservati a lungo durante la cena e ne ha percepito i problemi. Vito confida loro di essere malato di cancro e chiede a Delia e Gae di pregare per lui perché, sostiene, «nessuno si salva da solo»...

lunedì 9 febbraio 2015

Foxcatcher: Una Storia Americana - La Recensione

E' un film silenzioso, "Foxcatcher: Una Storia Americana", quieto, che nonostante il legame con la lotta libera, anziché prendere di petto e picchiare predilige implodere e soffrire.
La pellicola racconta i fatti realmente accaduti a Mark e Dave Schultz, lottatori e campioni olimpici, ingaggiati dal ricco e misterioso John Du Pont per aiutarlo a mettere in piedi una sua squadra degna di poter vincere la medaglia d'oro ai giochi olimpici di Seul del 1988.

Nella pellicola diretta da Bennett Miller tuttavia la lotta fisica è pressoché marginale, rimpiazzata a sua volta dalla lotta psicologica e interna che ogni protagonista affronta con sé stesso e con gli altri. E' un thriller infatti "Foxcatcher: Una Storia Americana", e lo è a tutti gli effetti, con il Mark di Channing Tatum che vede nella fiducia del Du Pont, interpretato da un imperscrutabile e inquietante Steve Carell, la possibilità di uscire dall'ala protettiva del fratello Dave - Mark Ruffalo - e trovare quella colonna paterna che per una vita ha cercato e gli è sempre venuta a mancare. La figura del ricco miliardario che dovrebbe aiutarlo ad uscire dal guscio è però assai ambigua e particolare, socialmente rispettata e riconosciuta, ma con uno status costruito dal potere economico di cui ha sempre disposto e attinto, e con il quale cerca ancora di dimostrare alla propria, anziana, madre di esser riuscito a guadagnarsi rispetto, amicizia e onore in maniera sana e pulita, senza il suo meschino supporto. Una versione del sogno americano craccata e smascherata, dunque, inseguita dai personaggi di Tatum e Carrell con sofferenza e veemenza e sopportata da Ruffalo con grande sforzo ed equilibrio, mentre cerca di sostenere il fratello e garantire alla propria famiglia quella serenità e sicurezza mai vissute da lui in prima persona e quindi indispensabili.

Agisce sotto pelle allora la pellicola di Miller, schivando i faccia a faccia e optando per un approccio studioso: quello in cui gli avversari si scrutano, cercano di capirsi e tardano lo scontro duro fin quando possibile. E' il rapporto che ogni protagonista di "Foxcatcher: Una Storia Americana" assume e coerentemente indossa fino all'ultimo frame disponibile, contribuendo a propagare oscurità e sospetti di una storia tanto dura quanto affamata di quel colpo di coda che nella sceneggiatura di Dan Futterman e E. Max Frye - ispirata al libro scritto da Mark in persona: Foxcatcher: The True Story of My Brother's Murder, John du Pont's Madness, and the Quest for Olympic Gold - non è previsto o viene a mancare, impedendo quindi un'affermazione risoluta o completa. La mano di Miller comunque - e a prescindere da ciò - resta la medesima e inconfondibile, ovvero quella di un regista che sa dirigere gli attori a disposizione, spremendoli a secco, nel modo giusto e ricavando interpretazioni convincenti e intense, in questo caso addirittura sporcate da un trucco preciso e inelegante, in linea con i soggetti.

Eppure gli manca quel guizzo o quella scena azzeccata a "Foxcatcher: Una Storia Americana" per diventare grande, quel lavoro di scrittura e genialità che, per esempio, Miller aveva trovato ne "L'Arte Di Vincere: Moneyball" con il sostegno di Aaron Sorkin.
Quell'esplosione doverosa da posizionare al posto giusto, che avrebbe coronato al meglio il valore di un'opera trattenuta e selvaggia, ma anche di un'opera che sazia lasciando comunque un retrogusto leggero di insoddisfazione.

Trailer:

sabato 7 febbraio 2015

Fast And Furious 7 - Secondo Trailer Ufficiale


Disponibile il secondo trailer ufficiale di "Fast And Furious 7", il nuovo capitolo della saga con Vin Diesel, Paul Walker, Dwayne Johnson, Michelle Rodriguez, Jordana Brewster, Tyrese Gibson, Chris “Ludacris” Bridges, Elsa Pataky, Lucas Black, Jason Statham, Djimon Hounsou, Tony Jaa, Ronda Rousey e Kurt Russell, diretto da James Wan, al cinema da Giovedì 2 Aprile. Di seguito le immagini.

Secondo Trailer Ufficiale:

venerdì 6 febbraio 2015

Jupiter: Il Destino Dell'Universo - La Recensione

Per Andy e Lana Wachowski "Matrix" sarà eternamente delizia e croce, il capolavoro della carriera probabilmente, e l'unità di misura con cui i loro fan misurano e andranno a misurare il valore di ogni opera scritta a seguito.

Nessuno sconto perciò a "Jupiter: Il Destino Dell'Universo", che dall'ambizione abnorme di "Cloud Atlas" prende le distanze e proprio a quel "Matrix" vorrebbe riavvicinarsi, nello stile e decisamente nella forma. C'è una protagonista femminile, infatti, che come Neo parte dall'essere niente e si ritrova destinata a grandi cose, messa al centro di una storia fantascientifica confinata al fantasy che ci trascina in un mondo alternativo, meraviglioso e spietato. Stavolta nessun trucco, solo un inganno: la terra è una coltivazione di esseri umani (una delle tante) destinata a fornire i suoi abitanti come profitto per generare più tempo da mettere a disposizione della dinastia principe che vive sul pianeta Orous, governato da tre fratelli (due uomini e una donna) che puntano, separatamente, a spostare gli equilibri della loro famiglia per avere potere e governare. Un discorso assai meno filosofico di quello introdotto da Morpheus, insomma, ma ugualmente cinico e immorale da dover essere fermato e riletto. Ed è qui che entra in gioco Jupiter, la Mila Kunis impiegata di pulizie che, a quanto pare, merito dell'astrologia, è legittima ereditaria del pianeta Terra, e che attraverso una serie di burocrazie aliene (lente come quelle terrestri), in qualche modo, assumerà le sembianze dell'elemento indispensabile a favorire le sorti di una guerra familiare a sua insaputa già iniziata.

E' piuttosto evidente allora come i fratelli Wachowski, questa volta abbiano messo da parte la loro voglia di sperimentare e di osare, per agire in sicurezza e concedersi il ritorno ad un genere che manipolano a proprio piacimento e in perenne scioltezza. In "Jupiter: Il Destino Dell'Universo" riusciamo a rintracciare quell'epicità coinvolgente, indispensabile alla fantascienza intenta a lasciare il segno, con riferimenti al cinema del passato masticati e ricomposti (pensare a "Star Wars" e al recente "John Carter" sarà più che normale) e una tendenza al romanticismo che fino ad ora non era mai stata così prioritaria nella filmografia dei fratelli di Chicago. La passione scoppiata tra Jupiter e Caine (il personaggio di Channing Tatum), a tratti, è più potente e importante del loro stesso scopo, che comunque resta strettamente connesso alla loro congiunzione, sopravvivenza e successo. Indicazione che stavolta l'intento primario è quello di intrattenere elasticamente, senza nodi e confini, evitando quindi profondità torbide per andare a condire un intreccio né eccessivamente blando né eccessivamente complicato.

Forse ci troviamo di fronte al film più fruibile firmato dai fratelli Wachowski, quel prodotto studiato appositamente per non deludere i sostenitori incalliti e convincere i dissidenti. Del resto "Cloud Atlas" era stato piuttosto chiaro a riguardo: se si parla di fantascienza, i creatori di "Matrix" sanno sbaragliare ogni concorrenza. E nel caso qualcuno avesse avuto dubbi, è il caso che si ricreda immediatamente.
Per quelli, invece, di "era meglio "Matrix", bè, per loro non c'è speranza...

Trailer:

giovedì 5 febbraio 2015

Magic Mike XXL - Trailer Ufficiale Italiano


E' stato rilasciato il trailer ufficiale in italiano di "Magic Mike XXL", sequel del fortunato “Magic Mike”, atteso nelle sale italiane a partire dal 24 settembre 2015. Il cast sarà composto ancora da Channing Tatum, Matt Bomer, Joe Manganiello, Kevin Nash, Adam Rodriguez  e Gabriel Iglesias, mentre la regia sarà affidata non più a Steven Soderbergh ma a Gregory Jacobs (primo assistente alla regia di Soderbergh).

Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Dopo che Mike (Channing Tatum) si è lasciato alle spalle la vita da spogliarellista, anche i rimanenti ‘Re di Tampa’ sono pronti a gettare la spugna. Ma vogliono farlo a modo loro: dando vita ad un ultimo incandescente spettacolo a Myrtle Beach, con il leggendario Magic Mike che torna per l’ultimo strepitoso striptease sul palco insieme a loro.

Minions - Secondo Trailer Ufficiale


E' arrivato il secondo trailer ufficiale di "Minions", il lungometraggio di Pierre Coffin e Kyle Balda sui simpaticissimi personaggi portati per la prima volta sullo schermo da "Cattivissimo Me" che da giovedì 27 agosto invaderà i cinema italiani.

Secondo Trailer Ufficiale:

Sinossi (Ufficiale):
La storia di Minions inizia all'alba dei tempi. Partendo da organismi gialli unicellulari, i Minion si evolvono attraverso i secoli, perennemente al servizio del più spregevole dei padroni. Continuamente senza successo nel preservare questi maestri - dal T-Rex a Napoleone - i Minion si ritrovano senza qualcuno da servire, cadendo in una profonda depressione. Ma un Minion di nome Kevin ha un piano, insieme all'adolescente ribelle Stuart e all'adorabile piccolo Bob, decide di avventurarsi nel mondo per trovare un nuovo capo malvagio da seguire per sé e i suoi fratelli. Il trio si imbarca in un viaggio emozionante che li condurrà alla loro prossima potenziale padrona, Scarlet Overkill (Sandra Bullock), la prima super-cattiva al mondo. Passando dalla gelida Antartide alla New York City del 1960, fino ad arrivare a Londra, dove dovranno affrontare la loro sfida più grande: salvare tutti i Minion dall'annientamento.

Selma: La Strada Per La Libertà - La Recensione

La protesta non violenta per la conquista dei diritti civili ad opera di Martin Luther King ebbe passaggio cruciale a Selma, cittadina dell'Alabama da cui partì, dopo minacce, uccisioni e lotte, la marcia verso Montgomery che nel 1965 fu ricordata per sempre per via del discorso Storico che l'attivista politico tenne ai suoi sostenitori, dove annunciava la vittoria (e la fine) di una battaglia estenuante e dolorosa per un diritto al voto che l'America continuava a non voler concedere ai neri.

La regista Ava DuVernay allora con il suo "Selma: La Strada Per La Libertà" rispolvera attentamente quella brutta pagina di Storia americana dal punto di vista di un Martin Luther King insicuro e stanco, consapevole dei passi avanti conquistati verso un potere che finalmente comincia a riconoscerlo, ma ancora lontano dalla meta prefissata che dovrebbe consentirgli di fare approvare le sue, legittime, richieste. Come il "Lincoln" di Steven Spielberg - con il quale condivide Paul Webb alla sceneggiatura - la pellicola della DuVernay è girata principalmente in interni, quelli in cui si discute sia su come agire e reagire e sia su come limitare o risolvere le questioni politiche portate alla base. Ma rispetto a quel film di due anni fa, dove l'azione dei dialoghi e le strette di mano politiche erano sufficienti a risolvere il problema della schiavitù, in questo caso ad essere decisivo e a fare la differenza, scrivendo la Storia, è il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza, quella televisione che trasmettendo le immagini violente di uomini neri, indifesi, picchiati a sangue e uccisi senza alcun motivo specifico da guardie bianche armate, mobilita la maggioranza di una nazione a schierarsi in favore di una stessa causa, costringendo un Presidente, inizialmente poco interessato alla questione, a comprendere le urgenze di una legge indispensabile e imparziale.

E' senza alcun dubbio una pellicola di finzione a sfondo documentaristico dunque "Selma: La Strada Per La Libertà", una di quelle che spesso l'America ama produrre per imprimere a fuoco i suoi progressi e soprattutto per sensibilizzare ulteriormente un pubblico che raramente fatica ad entrare in empatia con racconti di questo tipo. Si tratta forse del lato più debole di lavori simili, uno dei più rischiosi, dove spesso capita di dar più importanza al dolore e al pianto che all'attendibilità degli accadimenti di cui ci si fa carico. Alla DuVernay questo bisogna dire che non capita, se non forse in una sola occasione, ed è piuttosto sollevante riconoscere come la regista si sia impegnata duramente a mantenere tale equilibrio per l'intera durata a disposizione, cercando di lasciarsi coinvolgere il meno possibile e restare neutrale di fronte qualcosa che sicuramente, ripassando, non l'avrà lasciata né tranquilla e né distaccata.

Nonostante l'operazione possa perciò considerarsi non necessaria o richiesta, nel suo piccolo il lavoro della DuVernay merita di conseguire un apprezzamento, se non altro per essere riuscita a raccontare un pezzo di Storia, evitando ogni genere di trappola o scorciatoia drammatica. Attenzioni basilari che chiunque si avvicini ad operazioni di questo tipo non dovrebbe mai perdere di vista.

Trailer:

Una Nuova Amica - Teaser Italiano


Disponibile il teaser italiano di "Una Nuova Amica" il melodramma dalle tinte hitchcockiane, tratto da una novella di Ruth Rendell, diretto da François Ozon e interpretato da Anaïs Demoustier e Romain Duris. In uscita, da noi, il prossimo marzo.

Teaser Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Profondamente scossa dalla morte della migliore amica, con la quale aveva instaurato un’inscindibile relazione empatica, Claire si riapre alla gioia di vivere dopo una scoperta sorprendente e intrigante sul marito della defunta, ma in un vortice di segreti, pulsioni inaspettate e doppie identità nascoste, la situazione comincia a sfuggirle di mano...

martedì 3 febbraio 2015

Whiplash - La Recensione

Il canovaccio di "Whiplash" è quello striminzito e consumato appartenente alla maggior parte dei film che parlano di musica o di aspiranti talenti. Con il solito protagonista che aspira a diventare il migliore nella disciplina che esercita e le rispettive difficoltà da affrontare, spesso devastanti, messe dalla vita a complicare il cammino.

Eppure nella pellicola scritta e diretta da Damien Chazelle ci sono delle piccole sfumature, sufficienti abbastanza, a spostare il peso specifico di quello che poteva essere un prodotto ordinario a un livello nettamente superiore e di straordinaria eccellenza. In particolare l'entrata in scena del direttore d'orchestra dai comportamenti militareschi, violenti e devastanti affidato al magnifico caratterista J.K. Simmons, perno fondamentale per l'evoluzione di un archetipo finalmente svestito della componente drammatica o favolistica e trascinato in un contesto reale, credibile, ma soprattutto profondamente comprensibile. La grandezza secondo lui è raggiungibile esclusivamente sotto pressione psicologica, il termine bel lavoro è il peggiore che si possa ricevere, ed è solo attraverso la dedizione e l'allenamento estremo che l'essere umano può trovare la via per affermarsi unico o comprendere di non essere all'altezza di ciò che stava inseguendo. Lo spiegherà chiaramente - in una delle poche scene dialogate a disposizione - dritto in faccia al batterista protagonista, Miles Teller, il ragazzo con il quale instaura un rapporto odio-amore-odio, inevitabilmente colonna vertebrale e forza motrice della storia. Una storia che, tuttavia, stringe il proposito di non sporcarsi troppo con le parole e che sa raccontare ogni particolare che c'è da sapere avvalendosi il più possibile delle sessioni jazz musicali in cui volano parolacce, sedie, piatti e fuoriescono emozioni e tensioni.

Dimostra quindi di essere un ottimo sceneggiatore Chazelle, specie quando illude il pubblico con un incidente stradale che lascia pensare immediatamente al peggio per la sua pellicola, ma che invece è scaltro a ribaltare e a utilizzare per accrescere il coinvolgimento e lo stupore. Dimostra di sapere andare sempre a tempo "Whiplash", a non sbagliare mai neppure un passaggio, tiene il ritmo in crescendo ed esalta a intermittenza con assoli di batteria che trovano il loro apice nel risvolto, da brividi, programmato nel finale. E' una pellicola che non permette mai allo spettatore di tirare il fiato, che dalla prima scena fino ai titoli di coda lo induce all'apnea, concedendogli magari la possibilità di non soffocare tramite qualche momento o battuta per cui è concessa una piccola risata rilassante e rigenerante.

Una condizione necessaria, che si accetta con saggezza, per niente paragonabile a quello che il personaggio di Teller affronta pur di arrivare a soddisfare le richieste del suo insegnante e nemico, ma che comunque restituisce, una volta che "Whiplash" chiude i battenti, un pieno di contentezza che non pensavamo assolutamente di raggiungere. Una contentezza che al cinema è rara e che sanno elargire solo i grandi film. Quelli rinominati in seguito capolavori.
Piccoli o grandi che siano.

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Kingsman: Secret Service - La Conferenza Stampa Romana


Nella mattinata di ieri Inglorious Cinephiles ha avuto il piacere di incontrare Colin Firth, Taron Egerton e i Take-That, in visita a Roma per promuovere "Kingsman: Secret Service", il nuovo film di Matthew Vaughn (assente), del quale vi avevamo parlato approfonditamente qualche giorno fa (qui la recensione).
Di seguito il resoconto della conferenza stampa.

Colin Firth ha mai sognato da piccolo di essere una spia, come James Bond?
Colin Firth: Si, da ragazzino sognavo di fare l'agente segreto, anche se non credo che sarei stato un granché. Ma chi è che da bambino non fantastica di avere missioni segrete da svolgere, magari con super poteri? E poi faccio parte di una generazione cresciuta con John Steed, Harry Palmer e varie incarnazioni di Bond. Per cui...

Durante il film, più volte i personaggi ripetono: questo non è quel tipo di film. In due parole, per voi, che tipo di film è questo?
CF: Un film di Matthew Vaughn! No a parte gli scherzi, direi che è un film di James Bond, in stile Roger Moore, ambientato nel 2015. Ha molte qualità che condivide con quel genere di film: c'è l'aspetto cinematografico, quello teatrale, quello comico e ricorda quel tipo di spy-story che manca da un po' di tempo.

La richiesta spontanea del sesso anale da parte della principessa svedese inserita nel film ma non presente nel fumetto, come è nata e come è stata assorbita dalle vostre mogli, figlie o fidanzate?
CF: Essendo assente il regista a questa domanda credo non si possa rispondere. Io non posso commentare, ma posso dire che la mia presenza da quella scena è stata deliberata. E non ho alcun punto di vista a riguardo...ancora!

In un mondo così insicuro, pericoloso, instabile come quello che viviamo oggi possono esistere delle organizzazioni di spie come quella Kingsman?
CF: Credo che una storia come questa, con le sue convenzioni, possa esistere esclusivamente nel mondo della fantasia. Fa riferimento al mito, oltre a quella realtà accentuata di Bond troviamo persino l'elemento di Artù e della Tavola Rotonda. Quindi per me è solamente una favola e non credo che un organizzazione nel genere possa esistere, anche perché se esistesse sarei spaventato a morte. In un mondo in cui la distinzione fra bene e male è chiara e precisa come può essere nel film può funzionare, in un mondo reale credo che non abbia luogo.

Considerato il regista e considerata la presa del film sulle scene di combattimento accompagnate dalla musica, vi sentite più delle spie o più dei personaggi di "Kick-Ass"?
Taron Egerton: Non credo che questo film abbia intenzione di essere naturalistico, come neanche realistico. E' qualcosa di iper-stilizzato, un qualcosa di estremamente teatrale, anche le scene di combattimento sono qualcosa di impossibile, nella realtà non potrebbe mai realizzarsi nulla di ciò che viene messo in mostra in quelle scene, perché è qualcosa che va oltre l'umano. Ci sono forse dei riferimenti, oltre magari a James Bond, qualcosa di estremamente colorato, giocoso, gioioso. 
CF: Secondo me non attinge alla realtà, ma da altri film. Punti di riferimento culturali con i quali si gioca, un qualcosa che esiste nella fantasia. 

Come si sono sentiti i Take-That quando sono stati chiamati per partecipare al film e soprattutto come avete deciso di approcciarlo per realizzare poi il prodotto finale?
Take-That: Questa è la nostra terza collaborazione con MatthewVaughn. Lui ci ha chiamato a vedere una prima proiezione del film, molto preliminare, dove la computer grafica ancora non era presente e c'erano solo accenni fatti a matita. A noi comunque è servito per capire il ritmo del film, la velocità di montaggio e capire qual era l'intenzione della pellicola. Così tre giorni dopo abbiamo ricontattato Matthew, gli abbiamo fatto sentire il nostro brano e lui ci ha detto: perfetto, questo lo utilizzerò per i titoli di coda. E' stata una collaborazione che ci ha divertiti tantissimo.

In questo film c'è un elemento di riflessione contemporanea, quello di restare sempre connessi e in comunicazione. Voi che rapporto avete con questa tecnologia, vi fa orrore o vi affascina?
TE: Assolutamente io credo sia qualcosa che faccia paura. Ne sono diventato ancor più cosciente dopo aver fatto il film, perché adesso sono su Twitter in continuazione, sono diventato un twittatore. Sono arrivato a pensare con terrore di essere diventato dipendente dalla tecnologia. E credo che da un punto di vista legislativo questo settore sia ancora molto poco regolato.
CF: Io non sono su Twitter, non so cosa sia, non so cosa sia un hashtag e ne prendo abbondantemente le distanze. Sicuramente i social media oggi hanno un potere enorme, estremo, e come tutte le cose con tale potere possono evolversi in bene oppure in male. La cosa fa spavento perché ho la sensazione che in un certo senso dettino le condizioni dei nostri rapporti. Allo stesso tempo però rappresentano delle possibilità positive perché sono uno strumento politico estremamente utile, che può consentire maggior democrazia, la possibilità per tutti di partecipare e creare. Solo che poi quando mi guardo intorno, vedo solo gente che fotografa a tavola o che si fa selfie di continuo. Sta diventando sempre più difficile vederli con la testa lontano dallo schermo.
T-T: Noi siamo tutti su Twitter, e io lo trovo uno strumento molto divertente, un modo geniale per capire cosa fanno le persone, per imparare. Sono d'accordo con Taron e Colin, è comunque un settore nuovo e ci saranno delle problematiche, ma per esempio io con mio figlio di quattordici anni comunico tramite WhatsApp. La cena è pronta, glie lo dico con WhatsApp. E' un mondo molto divertente quello dei social media, abitato da gente molto divertente, ma anche da gente molto crudele.

C'è una scena nel film in cui Colin stermina dei fedeli in una chiesa. Ad alcuni ha fatto venire in mente i recenti fatti accaduti alla redazione di Charlie Hebdo. Voi cosa ne pensate?
CF: Io non vedo questa connessione. Credo possa suonare evasivo affermare che il film è pura fantasia, che nulla ha a che vedere con la realtà, perché comunque ogni cosa attinge da qualcos'altro. E ogni volta che si guarda qualcosa, ognuno è libero di poterci vedere quello che vuole sulla base della sua esperienze. Oggi magari quella scena a qualcuno può far venire in mente i recenti fatti, ma va detto che la pellicola è stata girata più di un anno fa.
TE: Ci sono sempre degli elementi politici e sociali, in qualunque situazione. Ma questo è un film dove le due categorie buoni e cattivi sono molto ben distinte, senza alcuna sfumatura. Per cui non credo sia corretto tracciare un parallelo tra realtà e film.

Una caratteristica del personaggio di Colin Firth è quella di non perdere mai la calma, una qualità che capita spesso ai personaggi che interpreta. Per cui volevo sapere da lui se nella vita reale c'era qualcosa che gli faceva perdere la calma, in particolare magari l'attuale stagione sportiva dell'Arsenal, per cui tifa, e della Roma, per cui simpatizza.
CF: Diciamo che le performance dell'Arsenal degli ultimi anni hanno contribuito parecchio a farmi perdere la compostezza. Apparentemente sono una persona molto tranquilla, ordinata, paziente ma in realtà non è così, ogni tanto perdo anche io la calma. E una delle gioie di fare il mio lavoro è proprio che mi consente di tirare fuori e di esprimere determinati aspetti: a volte interpreto uomini che mi piacerebbe essere, a volte uomini che sono felice di non essere. Poi quest'idea della compostezza legata ai britannici io credo che non corrisponda proprio alla realtà, e ve ne accorgereste soprattutto se andaste a guardare una partita di calcio in Inghilterra o se partecipaste ad un concerto dei Take-That. E' più un mito, diciamo. Ah, e sulla Roma, no...no, lasciamo perdere.

Nel film esiste un rapporto tra classi che lega molto i Kingsman alla House of Lords inglese, enfatizzando il paragone come se quello fosse un modello molto positivo e da seguire. Voi cosa ne pensate?
CF: In effetti c'è la possibilità di una cosa del genere, ma va considerato che in questo film tutti questi elementi, bene, male, nobiltà e follia, sono rappresentati a larghi tratti, privi di sfumature. Per cui decostruendo la pellicola ci si accorge di quanti paradossi in realtà poi ne facciano parte. Per esempio io non considero la House of Lords un istituzione particolarmente importante, ma sono rimasto stupito quando si sono espressi contro la pena di morte, quindi anche li esistono delle contraddizioni. 
TE: Anche Michael Caine, nel suo personaggio arcaico che cerca di mantenere lontano questo ragazzo plebeo, alla fine lo vediamo perdere la rigidità e mostrare le sue origini.

Un protagonista importante del film sono anche le scene di lotta. Come vi siete preparati per affrontarle, sono state più importanti le lezioni di lotta o di danza?
CF: Quelle di danza! Per me è stato estremamente pesante e doloroso. Per Taron forse ancora di più perché è stato scelto più avanti nel corso delle riprese e quindi ha dovuto recuperare. Io mi sono dovuto allenare sei mesi, tre ore al giorno con circa dieci persone che mi seguivano. E questo anche mentre lavoravo con Woody Allen. Mi dovevo alzare prima la mattina, mi punivano sottoponendomi a questi intensi allenamenti e poi dopo andavo da Woody e fingevo di essere questo spensierato uomo senza problemi. Un allenamento che peraltro nella vita reale non mi è stato di nessuno aiuto perché se qualcuno volesse fare a botte con me l'unica cosa che potrei fare è mettermi a ballare.
TE: Per me è stato duro, anche perché quando Matthew mi ha assegnato la parte mi ha detto: il ruolo lo puoi fare solamente ad una condizione che ti alleni duramente e raggiungi le condizioni fisiche adatte per eseguire le azioni previste. Quindi mi sono allenato intensamente, anche durante il corso delle riprese, la mattina mi alzavo prima, andavo in palestra, facevo l'allenamento e tante volte è capitato anche di allenarmi la sera. Mi ricordo un giorno con Colin, eravamo con i nostri allenatori nello studio in cui provavamo, e ad un certo punto mi è stato chiesto di arrampicarmi su una corda. Io ho detto: scordatevelo, neanche da ragazzino sono mai riuscito a farlo! Così mi è stato risposto: non ci pensare, vai e usa anche i piedi se necessario. Allora mi sono avvicinato alla corda e senza accorgermene mi sono trovato su in cima. E' stato qualcosa che oggi non sarei in grado di rifare.

lunedì 2 febbraio 2015

The Iceman - La Recensione

Il regista israeliano Ariel Vromen scrive e dirige l'adattamento cinematografico del romanzo The Iceman: The True Story of a Cold-Blooded Killer. L'opera di Anthony Bruno dedicata alla figura del famoso criminale polacco Richard Kuklinski, che tra gli anni sessanta e gli anni ottanta, uccise in America un numero ancora non specificato di vittime, per le quali, in seguito, riservava un lungo periodo di congelamento post-mortem, necessario a confondere le autorità sulla reale data del loro decesso.

Col senno di poi è difficile pensare che un assassino così spietato e allo stesso tempo così dedito e aggrappato al benessere della sua famiglia, potesse essere interpretato da un attore diverso da Michael Shannon, sostanzialmente perfetto in una parte che gli chiedeva di passare, in maniera scostante, dal classico sguardo cattivo, rabbioso e crudele al più rassicurante e rilassato sorriso di un padre riservato e silenzioso. Ed è su queste doti che Vromen punta per far funzionare il suo "The Iceman", mettendo da parte gli omicidi, gli incarichi e la malavita per aprire il più possibile lo sguardo sul privato e sull'analisi interiore di un uomo che deve fare i conti con un passato che lo ha condizionato e continua a perseguitarlo, minacciando un presente già ricco di pericoli di cui però non riesce a fare a meno e con cui rischia di mettere a repentaglio non solo il suo futuro, ma soprattutto quello di coloro per cui si prende cura e a cui nasconde la sua reale identità. Cerca di mettere in duro contrasto entrambe le parti la pellicola, suggerendo una lotta interna tra demoni che vorrebbero uscire e una volontà di redenzione che cerca attraverso il soffocamento e la rabbia di contenere quello che potrebbe essere il male più puro, quel male di cui Kuklinski è infetto, portatore, ma che prova, con l'amore per la moglie e per le sue due figlie, ad estirpare e a sconfiggere.

Rispetto al protagonista che racconta, tuttavia, Vromen dimostra di non avere il giusto autocontrollo per rispettare i parametri da lui voluti e condurre quindi con la dovuta sobrietà una biografia che più che essere incalzante doveva avere la caratteristica di smascherare la personalità discrepante di un uomo propenso ad onorare i giusti valori, come ad uccidere a sangue freddo. Il suo lavoro perciò subisce un percettibile sgretolamento quando il gene del gangster-story esce fuori e comincia a impadronirsi della trama, togliendo ossigeno a tutto il discorso intimo e profondo che si stava tentando di tessere e allineandosi verso le solite pellicole di mafia e regolamento di conti che ben conosciamo e siamo abituati a (pre)vedere. Durante questo processo "The Iceman" mostra oltre che il fianco persino i tratti di una sceneggiatura meno forte del previsto, che si abbandona a sé stessa pur di continuare a scorrere, perdendo integrità e aderenza.

Chiude pertanto con un punteggio assai meno alto di quanto inizialmente si potesse pensare Vromen, incapace di sfruttare come si deve sia un cast di livello e in forma e sia una storia che, per quanto abituale, per un lasso di tempo aveva dato l'illusione di potersi rivelare stimolante. O perlomeno così sarebbe potuta essere, se quell'ingenua scivolata non avesse reso ogni cosa vana.

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