IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 30 novembre 2015

Knock Knock - La Recensione

Eli Roth insiste.
Fallito l'omaggio a Ruggero Deodato con "The Green Inferno", il regista di "Hostel" non si perde d'animo e stavolta si lascia ispirare, senza dichiararsi - forse per non suscitare ancora polemiche - dal "Funny Game" di Michael Haneke, per una nuova storia meno cruda, più orientata verso il thriller, ma comunque folle secondo quella che è la sua mentalità indiscutibile di cineasta.

A fare quindi il knock knock del titolo alla porta del Keanu Reeves sposato con figli, ma lasciato solo dalla sua famiglia durante il week-end, non sono più allora due ragazzi vestiti di bianco, con intenzioni gratuitamente violente, bensì due giovani ragazze affascinanti e disperse, che sotto la pioggia battente della nottata stanno cercando aiuto per contattare una loro amica e magari asciugarsi un pochettino i vestiti corti, da festa. Servizi che l'architetto Reeves, solleticato un minimo dalla situazione, non se la sente proprio di negargli, comportandosi gentilmente e con fare imbarazzato, di fronte agli atteggiamenti e alle battutine piccanti che le due disinibite sconosciute accennano, tentandolo a più riprese forse per gioco, forse sul serio. L'amore per sua moglie e per i suoi figli però lo fanno desistere, passando da una sedia all'altra del suo salotto come se niente fosse e schivando le avances con sangue freddo e buon senso, quello che deve arrendersi, comunque, di fronte a un potere femminile sprigionato al massimo delle sue potenzialità su di un uomo sicuramente forte, ma pur sempre fatto di carne ed ossa.

Tanto diverso da "Funny Games" perciò, questo "Knock Knock" non lo è affatto, e non importa quanto Eli Roth insista per giustificare il contrario (semmai dovesse farlo, ecco). Anche il comportamento delle sue ragazze è mosso da una violenza gratuita, una violenza (diversa) per niente giustificata, né nobilitata dalle motivazioni effimere e prive di fondamento sbattute in faccia ad una vittima che loro stesse hanno fatto in modo che diventasse tale. Non ci sono precedenti che condannino Reeves al ruolo per cui viene punito, ed è probabilmente il buco più grande di una sceneggiatura che se solo avesse avuto minori pretese, facendosi carico di due giustiziere femministe a prescindere, poteva probabilmente raggiungere il suo scopo in forma maggiore e senza sbavature. La mano di tre uomini in scrittura invece si sente (sono Roth, Guillermo Amoedo e Nicolás López), è pesante e va ben oltre le concessioni erotiche ed esplicite di alcune scene o battute, poiché rilega, volontariamente o meno, non è specificato, il ruolo della donna a quello della stronza e della manipolatrice assetata di vendetta con la sua controparte. Un sottotesto che, magari, il pubblico femminile faticherà a mandar giù, ma che, invece, non impedirà a quello maschile di godersi lo spettacolo leggero e d'intrattenimento di una pellicola che, nonostante gli evidenti difetti, resta in piedi alla sua fragile struttura, divertendo a più riprese con l'imprevedibilità dichiarata del suo regista.

Certo, il prendersi abbastanza sul serio, pur andandoci giù pesante con l'ironia, è un errore - ed un peccato - che "Knock Knock" è obbligato a pagare pur potendolo facilmente evitare. Ma se si sceglie di aprire le porte ad un folle come Eli Roth bisogna sempre essere abbastanza morbidi e indulgenti da accettare i suoi modi e trattenere le proteste.
Tenendo a mente che lui, a dispetto di altri, l'educazione di fare toc toc alla nostra porta l'ha conservata.

Trailer:

sabato 28 novembre 2015

Nasty Baby - La Recensione

C'è un desiderio di paternità in "Nasty Baby", sbandierato a tutto tondo, con immenso entusiasmo, dal protagonista, che poi è anche il regista e lo sceneggiatore, Sebastián Silva. Un desiderio che il suo compagno, interpretato dal silenzioso e titubante Tunde Adebimpe, condivide, ma senza fretta, quella che, al contrario, la loro migliore amica, disponibile a mettere a disposizione l'utero, Kristen Wiig, cerca in tutti i modi di incalzare, per andare incontro anche lei al suo desiderio di maternità.

Una famiglia moderna sarebbero, una famiglia che in molti non approverebbero; e non serve che quei molti siano distanti dagli interessati, perché persino alcuni parenti vicini al trio, non frenano le loro concezioni, sostenendo che le difficoltà sull'inseminazione, ultimamente riscontrate, siano dovute ad uno schema di Dio che poco si specchia con il loro, nuovo di zecca. Eppure Silva su questo tema tende a provocare passivamente, lasciando che sia lo spettatore in solitudine a continuare la polemica, o a tifare che la volontà dei tre protagonisti trovi improvvisamente un muro capace di fermarli definitivamente. Perché in realtà, "Nasty Baby" non è solo una storia sui tempi che cambiano, sul concetto di famiglia, volenti o nolenti, oggi rivisitato e più aperto, ma su quanto ad essere cambiata sia innanzitutto la società, quella con la quale non basta più andare a fare i conti, ma bisogna pure essere in grado di leggere e contrastare in un determinato modo, specie se si ha intenzione di voler crescere al suo interno un figlio innocente in maniera originale. Il vero pericolo, dunque, non sono né i pregiudizi e né i conservatori, ma l'incapacità, piuttosto, nel gestire particolari situazioni non ordinarie, ma comunque avverabili in una quotidianità ciclica e disordinata: come può essere quella in cui si muove un vicino omofobo e fuori di testa, incline a rompere le scatole come, in base all'umore, a sfoderare una sterile aggressività.

Tale vicino diventa per i futuri - chissà - genitori un banco di prova, un argomento su cui abbozzare discorsi, esaminare l'educazione, la rabbia e, magari, misurare pazienza, controllo e maturità: quella che il titubante personaggio di Adebimpe dimostra avere in forma più sviluppata del suo compagno, irascibile, Silva, il quale, a quanto pare, sembra aver rubato molto da quel padre che non ama e di cui rivendica i difetti. Da commedia dolce-amara allora "Nasty Baby" spiazza tutti e cambia registro, buttandosi a capofitto in un ribaltamento che ha il sapore di dramma e di thriller, ma che tuttavia procede con l'esser legato stretto sia alla trama che al ragionamento impostato da Silva, il quale per come lo lascia accadere, trascina e colpisce lo spettatore facendolo sentire parte integrante del problema da risolvere e da affrontare.

Quella leggerezza di cui si vantava, quella responsabilità che sembrava essere sotto controllo infatti ad un certo punto sfuggono, al personaggio di Silva (vero protagonista), aprendo le porte ad un mondo completamente diverso da quello inquadrato prima. Un mondo incline a quello che conosciamo, un mondo in cui il diverso non è tollerato, neppure da chi è diverso a sua volta, un mondo identificato, quindi, per la prima volta, con gli stessi dubbi sollevati dal suo compagno in precedenza.
Lo stesso posto, per intenderci, in cui provare ad ostentare una mancanza di preoccupazione è qualcosa di poco probabile e credibile.

Trailer:

mercoledì 25 novembre 2015

Il Viaggio Di Arlo - La Recensione

Giocare di rimessa è rischioso, lo si fa quando vincere non è fondamentale, quando ciò che si sta facendo conta relativamente, o, e non è questo il caso, quando non si hanno le capacità per poter fare altro. La Disney di rimessa ci gioca spesso ultimamente, ed ogni tanto addirittura stravince pure (per informazioni chiedere a "Frozen: Il Regno Di Ghiaccio"), ma questa volta, forse, deve aver creduto un po' troppo nella fortuna, o in quella fetta di spettatori che tendono a dimenticare piuttosto che a fare finta di niente.

Con "Il Viaggio di Arlo" infatti, attraverso la Pixar, compie un'operazione piuttosto pigra e discutibile: ricollocare in un contesto diversificato, idee e scelte di sceneggiatura appartenenti ai classici storici, per avere a disposizione un collage nuovo nella forma, eppure stantio e prevedibile nella sostanza. Ci sono i geni de "Il Re Leone" e "Alla Ricerca Di Nemo" a fare da padre e da madre della pellicola, con il primo a dominare nei tratti principali e il secondo in quelli secondari. Una storia tenera e (quasi) commovente, come ci si aspetta e si vorrebbe dalla tradizione disneyana, con i dinosauri scampati al famoso asteroide che gli ha estinti e rimasti a governare il pianeta in maniera civilizzata. Tra loro anche Arlo, il piccolo dinosauro fifone e imbranato protagonista, a cui mancano ancora la forza e la determinazione del padre e dei fratelli per andare a mettere la fatidica impronta sul silos di famiglia. Come accadde per Simba allora, a mettere Arlo sul suo percorso di maturazione ci pensa la scomparsa del padre, seguita dalla rincorsa al cucciolo d'uomo, da lui considerato primo responsabile dell'incidente, che comporta per entrambi la perdita della strada di casa.

"Il Viaggio Di Arlo" si trasforma così nella più intramontabile ed ordinaria avventura di formazione toccata a chiunque, prima di lui, e imparata a memoria da chi porta con sé un bagaglio minimo di esperienza Disney. La convivenza forzata con il piccolissimo umano Spot potrebbe essere la stessa, improbabile, già vista tra il padre di Nemo e la smemorata Dory: con una partenza non propriamente idilliaca, ma un legame che lentamente tende ad uscire fuori a causa di uno scopo comune (ritrovare la strada di casa) e di quelle somiglianze emozionali che, razza a parte, fanno di entrambi due anime malinconiche e sperdute il lotta per la sopravvivenza. Spot aiuta Arlo a cavarsela in un mondo simile a una giungla spietata, mentre Arlo, suo malgrado, è utile a Spot per non sentirsi solo e sperimentare i primi approcci di evoluzione umana. Lungo la strada, chiaramente, i soliti incontri più o meno pericolosi (e più o meno teneri e divertenti), in cui imparare a difendersi e a diffidare o meno dell'altro, oltre quella che può essere considerata l'estetica e l'impatto del primo approccio: poiché un Tirannosauro Rex potrebbe avere anche delle buonissime intenzioni (lo squalo di "Alla Ricerca Di Nemo" insegna).

Una procedura testata e infallibile, insomma, di cui si conoscono vita, morte e miracoli, e della quale "Il Viaggio Di Arlo" non intende cambiare nemmeno una virgola. A fare da sfondo un paesaggio meraviglioso, incredibile, digitalmente realizzato per somigliare spudoratamente ad una realtà vivida e speculare, che segna, se vogliamo, il punto migliore di una pellicola in cui la Disney e la Pixar hanno deciso di non scomodarsi troppo, ma di dare ai loro spettatori, forse abituati troppo bene, un surrogato diluito dei migliori esperimenti. Con la differenza che, anziché stravincere, stavolta, si torna a casa con un mero pareggio, ottenuto in extremis.

Trailer:

Captain America: Civil War - Trailer Italiano Ufficiale


A sorpresa è stato rilasciato il primo trailer, italiano, di "Captain America: Civil War", nuova pellicola Marvel diretta dai fratelli Anthony e Joe Russo, con Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian Stan, Anthony Mackie, Emily VanCamp, Don Cheadle, Jeremy Renner, Chadwick Boseman, Paul Bettany, Elizabeth Olsen, Paul Rudd e Frank Grillo, insieme a William Hurt e Daniel Brühl, in uscita il 4 maggio 2016.

Trailer Italiano Ufficiale:

Sinossi (Ufficiale):
Il film Marvel "Captain America: Civil War", vede Steve Rogers al comando della nuova squadra degli Avengers, intenti a proseguire la loro lotta per salvaguardare l’umanità. Ma, quando un altro incidente internazionale in cui sono coinvolti gli Avengers provoca dei danni collaterali, le pressioni politiche chiedono a gran voce l’installazione di un sistema di responsabilità, presieduto da un consiglio d’amministrazione che sorvegli e diriga il team. Questa nuova dinamica divide gli Avengers in due fazioni: una è capeggiata da Steve Rogers, il quale desidera che gli Avengers rimangano liberi dalle interferenze governative, mentre l’altra è guidata da Tony Stark, che ha sorprendentemente deciso di sostenere il sistema di vigilanza istituito dal governo.

martedì 24 novembre 2015

Quel Fantastico Peggior Anno Della Mia Vita - La Recensione

Greg è un ragazzo disagiato, che vive le scuole superiori in professionale anonimato. Ha trovato il modo di stringere un barlume di legame con tutti, ma allo stesso tempo essere amico di nessuno, limitandosi a formare una collaborazione lavorativa con il coetaneo d'infanzia Earl, con il quale produce parodie improbabili dei migliori cult del cinema. In questo modo si sente salvo, al sicuro, riparato dai bulli che potrebbero prenderlo di mira e ancor di più protetto dalle relazioni che potrebbero ferirlo. Un giorno però la madre gli comunica che ad una sua compagna di scuola è stata appena diagnosticata la leucemia e, sarebbe carino, se lui andasse a trovarla per passare un po' di tempo con lei.
Per Greg un "apriti cielo".

Il regista Alfonso Gomez-Rejon porta dunque al cinema il romanzo di Jesse Andrews dal titolo "Me and Earl and the Dying Girl", tradotto da noi, per l'occasione, in "Quel Fantastico Peggior Anno Della Mia Vita". Curata da Andrews in persona, la sceneggiatura del film, si permette però il lusso di mutare alcune sfumature e di reinventare determinati spaccati del libro, consegnandosi a Gomez-Rejon come opera ugualmente appassionante e divertente, ma ancor di più furba e calcolata. L'emarginato, l'amicizia forzata con la ragazza malata di cancro che diventa altro, i tributi cinematografici. Di elementi che potevano renderlo memorabile e appetibile, "Quel Fantastico Peggior Anno Della Mia Vita", infatti, ne aveva già di suo nella versione originale, sicuramente più sincera e meno manovrata di questa nuova rinforzata e ben confezionata. Sta di fatto che la premiata ditta Gomez-Rejon/Andrews non intende rischiare, aumentando sensibilmente le speranze di riuscita e di affezione verso il pubblico e sfornando una pellicola che, nonostante questi appunti parzialmente negativi, conserva in sé il pregio di risultare comunque positiva, piacevole da vedere e, a tratti, persino intensa ed emozionante, forse proprio in quei ritorni che ogni tanto si concede verso il testo originale.

Perché più dell'emarginazione, più dell'amicizia forzata - fino a un certo punto - con la ragazza malata di cancro che diventa altro e più dei tributi cinematografici, il vero punto di forza della pellicola è solo ed esclusivamente il protagonista Greg. Le sue nevrosi, la sua carenza di autostima, le sue paure, ansie che lo spingono a vivere da sempre nel basso profilo e attaccato all'invisibilità, quell'invisibilità che gli fa comodo per non sentire, ed eventualmente non soffrire, il dolore di un legame provato senza protezioni e che, un giorno - come il mondo insegna - potrebbe finire e bruciare. Ce lo spiega Earl che lo ha capito da un pezzo, come ha capito da un pezzo - smentite a parte - di essere suo amico, e l'etichetta da collaboratore gli spetta unicamente per via dell'insicurezza trasmessa al ragazzo dai suoi genitori, responsabili di supporti e attenzioni troppo eccessive da parte di madre e troppo limitate da parte di padre. Qui allora entra in gioco Rachel, la ragazza malata, colei che dall'alto della sua situazione e del suo meraviglioso carattere, riesce a stringere un legame vero con Greg, scuotendolo per compiere un cenno di pace verso quel sé stesso a cui, il ragazzo, ha sempre voltato le spalle. Il legame forzato tra i due dura pochissimo, il tempo di riconoscersi entrambi fatti l'uno per l'altra, dopodiché sarà per sempre (o quasi) amicizia e amore non dichiarati: e quegli attimi in cui Gomez-Rejon ci fa rendere conto di tutto questo, quando lascia fissa la camera nella stanza di Rachel per spiare i dialoghi e le risate della coppia, sono sicuramente i più commoventi e deliziosi che la pellicola riesce a regalare.

Si, forse non cadere nel romanticismo spudorato è stata una scelta azzeccata, era incline al libro, per altro, per cui addirittura fedele. Tuttavia qualche spruzzata di avvicinamento affettuoso tra Greg e Rachel avrebbe fatto solo che bene a "Quel Fantastico Peggior Anno Della Mia Vita", lo avrebbe migliorato, reso commovente come, al contrario, poi cerca di essere senza successo. Si perde un tantino nel finale la pellicola, in un ballo di fine anno su cui restano delle ombre e dei dubbi, quelli che un po' si levano invece dal futuro di Greg, una volta aver deciso di armarsi di coraggio e di alzare quel dannato profilo per andare incontro ad un radioso futuro. Il suo.

Trailer:

domenica 22 novembre 2015

La Felicità E' Un Sistema Complesso - La Recensione

Ve lo ricordate George Clooney tagliatore di teste in "Tra Le Nuvole"? Ecco, Valerio Mastandrea in "La Felicità è Un Sistema Complesso" - il nuovo lavoro di Gianni Zanasi -  svolge lo stesso mestiere, con l'unica sostanziale differenza che, anziché licenziare i cosiddetti ultimi, cioè la classe operaia, è specializzato nel cacciare via i membri della classe dirigente, quella composta maggiormente da figli di papà, o, come li chiama lui, dalle cavallette: capaci solo a mangiare e a distruggere quello che incontrano. Se uno di loro sta per ereditare il potere, lui viene chiamato per convincerlo a farsi da parte, evitando che in poco tempo trascini l'azienda nel baratro e costringa a mandare via migliaia di dipendenti innocenti. La sua tecnica infallibile consiste nell'entrare in empatia con la vittima, diventarci amico e condividere con lei tempo libero, hobby e opinioni, guadagnando la sua fiducia e spronandola per andare incontro ai suoi sogni, raramente confinati all'imprenditoria familiare. Niente freddezza, quindi, quella Enrico Giusti se la tiene per sé, per aderire al meglio al ruolo che deve vestire e per tenere a distanza un passato di cui non va fiero e che vuole riscattare con tutto sé stesso, un passato di cui parla poco e che ritratta, ma che deve affrontare faccia a faccia non appena il fratello decide di scaricargli la sua fidanzata straniera in casa e un nuovo incarico di licenziamento - stavolta a discapito di un ventenne - gli viene commissionato dai suoi superiori.

Il Mastandrea di "Non Pensarci" (pellicola precedente di Zanasi) e quello di "La Felicità E' Un Sistema Complesso" sono quindi due facce della stessa medaglia: diversi, anzi diversissimi tra loro, eppure entrambi bisognosi di aiuto e di risolvere i loro problemi interiori (e non). Zanasi porta avanti dunque un discorso avviato circa otto anni fa, con un personaggio più maturo e più compatto rispetto a quel trentenne in crisi, tornato all'ovile dalla sua famiglia. Il suo Enrico Giusti è un uomo che ha smesso di esistere, lo dice chiaro e tondo al fratello intimorito e in fuga dalle proprie responsabilità: se ti sudano le mani è perché sei vivo, goditela, a me sono anni che non succede, io sono anni che non sudo più. Il fratello però non lo ascolta, così come lui stesso ha smesso di fare con il suo corpo, perché a lui da un certo punto della sua vita in poi è interessata solo la redenzione, il riscatto del proprio cognome, della famiglia, la gestione di un forte senso di colpa illegittimo a cui tuttavia doveva far fronte e rimediare. Non può contare su nessuno Enrico Giusti, o meglio, ha deciso di circondarsi di persone che lo sfruttano unicamente per ciò che rappresenta a livello aziendale, per cui lo squarcio della convivenza forzata con la ragazza israeliana (e suicida), scaricata dal fratello, diventa per lui il primo metro di giudizio con cui cominciare a guardarsi all'interno.

Lei si, lo farà sudare, gli farà ricordare cosa significa essere vivo, si incollerà a lui non (solo) sentimentalmente, ma lavorativamente e umanamente, durante il delicatissimo processo d'annientamento di due ragazzi giovanissimi che rappresentano, oltre che delle vittime anomale per il suo lavoro, anche qualcosina di più nella sua testa. Tornando allora alle somiglianze, in "La Felicità E' Un Sistema Complesso" come in "Non Pensarci" si ritorna a parlare di vita, dei problemi, delle scelte e di quelle soluzioni che forse sarebbero pure percorribili (o forse no), ma non in questo mondo, non in un mondo in cui le decisioni non dipendono solo ed esclusivamente da un unica persona. Apre gli occhi, a questo punto, Enrico Giusti, oppure comincia semplicemente ad usarli, a chiamare le cose col proprio nome e a smettere di torturarsi per qualcosa che non è mai dipesa da lui e per cui nulla, quindi, poteva fare. La ricerca, complessa, di una felicità che Zanasi cosparge seguendo quello che potremmo ormai definire il suo stile, con un umorismo gustoso e devastante da affiancare al discorso più serio, di carattere esistenziale, un umorismo con il quale Mastandrea si sposa alla perfezione, conquistando il picco delle risate nella scena di un karaoke improvvisato con una canzone indimenticabile.

Agisce fuori dagli schemi più rigidi, il cinema di Zanasi, muove i suoi passi secondo un pensiero proprio, staccato dalle convenzioni e dalle aspettative marchiate a fuoco del nostro panorama. I suoi lavori colpiscono ogni volta come un fulmine a ciel sereno, come qualcosa di inaspettato, come se certe storie, raccontate in una certa maniera, secondo la nostra esperienza non siano possibili. Invece, fortunatamente, la ragione sta da tutt'altro lato e ancora una volta, dopo aver visto il film, esserci emozionati e aver riso, si pensa a Zanasi e a Mastandrea come a due persone a cui volere bene. Ma tanto bene. Come a due grandi amici.

Trailer:

giovedì 19 novembre 2015

Zoolander 2 - Trailer Ufficiale Originale


Con grande entusiasmo vi proponiamo il primo trailer, ufficiale, di "Zoolander 2", sequel del primo, meraviglioso, capitolo diretto e interpretato da Ben Stiller (che ritorna anche qui in entrambi i ruoli), spalleggiato in scena dal caro amico Owen Wilson a cui vanno ad unirsi, per l'occasione, anche Penélope Cruz, Will FerrellBenedict Cumberbatch, Olivia Munn, Kristen Wiig e Justin Bieber. L'uscita in sala della pellicola è prevista per l'11 Febbraio 2016.

Trailer Originale Ufficiale:

Regression - La Recensione

Di horror non ce n'è in "Regression", è inutile girarci intorno, i riti satanici di cui si fa sponsor posti al centro dello spunto sono solo uno specchietto per le allodole, siamo più al cospetto di una pellicola indirizzata sul thriller (psicologico) e sui suoi impianti prettamente classici nonché scricchiolanti.

Parte dagli anni novanta Alejandro Amenábar, dall'avvento del satanismo e dall'abbondanza dei casi orribili che questo portò verso la giustizia, condizionando la mente dei cittadini e non solo quella. Scrive e dirige un caso da risolvere che vede coinvolta una ragazza violentata da suo padre (ma non c'è certezza), con una madre suicida, un fratello in fuga e una nonna tutta da interpretare e scoprire. Elementi messi a disposizione del detective Ethan Hawke, agnostico, ma tentennante, e dello psicologo David Thewlis, più cinico e refrattario di lui verso ciò che risulta dai fatti: i quali tirano in ballo la possibilità di un male superiore, non umano, che ha preso il controllo dei responsabili in questione facendoli agire privi del loro senno e della loro volontà, servendosi della giovane ragazza, traumatizzandola. Ritorna quindi alle tinte dark Amenábar, quelle di "The Others", con un lavoro che pur essendo molto distante, si pone l'obiettivo di ripercorrere i passi simili della falsa pista, per andare a sfociare, poi, in quella rivelazione sconcertante, degna dei migliori salti della poltrona disorientanti per lo spettatore. La lucidità però a quanto pare non è ai massimi in questo frangente, e quello che doveva essere un lavoro colmo di mistero e di tensione, con momenti di terrore puro, misti a riletture sconvolgenti degli indizi, si trasforma nel più semplice e scontato degli enigmi, risolvibile con netto anticipo rispetto alla corsa contro il tempo, disperata, attuata dai protagonisti.

Verrebbe da dire, allora, che la regressione del titolo sia toccata prima di tutto ad Amenábar in persona, alla sua attenzione registica e di narratore, se non fosse che proprio attorno a questa scienza, applicata ai sospettati dell'indagine, ruota il meglio e la forza maggiore di una pellicola, in sé leggermente svogliata e non irresistibile. Adiacente alle terapie dello psicologo Thewlis e a quella regressione, appunto, che avrebbe dovuto portare i suoi pazienti, indietro con la mente, a ricordare chiari i momenti più scuri e annebbiati, viene allestito perciò tutto un discorso riguardante la suggestione umana, le sue influenze e quanto queste possano miscelarsi in qualcosa di incontenibile nei momenti di grande paura, collegati ad una realtà opaca ed imprecisa. Risvolto psicologico fondamentale, di cui "Regression" fa un uso quasi cronistico e documentale, suggerendo un disinteresse addirittura palese, nel finale, per una storia marginale, montata un po' superficialmente magari più per urgenza tematica che per volontà di intrattenimento.

Discorsi su Satana, chiesa e abusi non ci sono infatti a fare da sfondo o ad alterare le atmosfere della pellicola, qualche battuta, libro o consulto breve, basta e avanza per accendere l'argomento ed onorarlo. A vincere la sfida dello spazio e della rilevanza contro di loro è il subconscio, quel mistero, per molti, e per Amenábar in primis, più grande del diavolo, che a quanto pare può condizionarci e confonderci più di una mente posseduta e accecata dal male.
Tesi a cui tuttavia si poteva dare più lustro, specie perché collegata fortemente con i tempi moderni.

Trailer:

Il Cacciatore E La Regina Di Ghiaccio - Trailer Ufficiale Italiano


Dopo l'insuccesso di quello che ora è destinato a diventare il primo capitolo, ovvero "Biancaneve E Il Cacciatore", arriva il trailer italiano, ufficiale, di quello che sarà, un po' inaspettatamente, il suo sequel. Si intitola "Il Cacciatore E La Regina Di Ghiaccio" e vede il ritorno in scena di Chris Hemsworth e Charlize Theron, l'uscita di Kristen Stewart e l'entrata di due prime-donne, considerevoli come Emily Blunt e Jessica Chastain. Il film, diretto dal regista Cedric Nicolas-Troyan, uscirà nei nostri cinema il 21 Aprile 2016.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Molto tempo prima che la lama di Biancaneve trafiggesse la regina cattiva Ravenna (Theron), sua sorella Freya (Blunt) era stata vittima di un terribile tradimento e per questo aveva deciso di lasciare il Reame. Possedendo il dono di poter congelare ogni suo nemico, la giovane Regina dei Ghiacci aveva trascorso decenni in un lontano palazzo innevato, formando una legione di letali cacciatori, tra cui Eric (Hemsworth) e la guerriera Sara (Chastain), per scoprire infine che i suoi due prediletti avevano contravvenuto al suo unico dettame: chiudere per sempre il cuore ai sentimenti.
Venuta a conoscenza della scomparsa della sorella, Freya chiama a sé i soldati ancora al suo fianco per restituire lo Specchio delle Brame all’unica strega ancora in grado di gestirne il potere. Dopo aver scoperto di poter resuscitare Ravenna dagli abissi dorati, le due malvage sorelle con la loro forza oscura rappresentano una doppia minaccia per le Terre incantate. Le armate sembrano inarrestabili, ma ci penseranno i cacciatori esiliati per aver contravvenuto alla regola principale della loro Regina a capovolgere la situazione, unendo le forze.

Hunger Games: Il Canto della Rivolta (Parte 2) - La Recensione


Mentre la guerra tra ribelli e lealisti non si da pace, Katniss Everdeen decide di chiudere definitivamente la questione puntando dritta alla vita del Presidente Snow. La strada da fare tuttavia è lunga e colma di trappole e di nemici, coi distretti in rivolta tra loro e l'unione e la pace che appaiono, nel caos generale, delle chimere impossibili da conquistare.
Tranne, ovviamente, per colei che ha già dimostrato, in passato, di saper ribaltare ogni certezza.

La saga di "Hunger Games" giunge così al suo ultimo capitolo, alla metà conclusiva, quella che segna la chiusura della circonferenza di un cerchio largo circa quattro anni. Alla regia, il fedele Francis Lawrence, riprende le redini esattamente da dove le aveva lasciate nel film precedente, ripartendo, meticoloso, dalla scena successiva a quel raptus di Peeta su Katniss, ma scatenando, di li a poco, quello sfogo tanto atteso e prevedibile che in molti stavano aspettando. I personaggi perciò cominciano a muoversi, a scendere in battaglia, a spargere ribellione in uno scenario che troppo aveva sofferto quelle parole e quei luoghi chiusi che proprio non poteva permettersi di utilizzare e di abusare. Ciò non basta, comunque, ad "Hunger Games: Il Canto Della Rivolta (Parte 2)" per mettere il turbo e far dimenticare la piattezza del suo predecessore, penalizzato da una sceneggiatura fin troppo scadente e da sequenze spettacolari che pochissimo riescono a stimolare lo spettatore, e ancora peggio riescono a fare quando il tentativo diventa quello di entusiasmarlo. Ci provano i protagonisti, allo stesso modo di come ci prova il regista stesso, fanno tutti in modo e maniera di elevare al massimo lo svolgimento e i capovolgimenti di fronte di una trama che da dire, onestamente, sembra avere briciole se non nulla, a parte un triangolo amoroso da sciogliere che importa a quasi nessuno (e che viene risolto grossolanamente) e una battaglia da vincere a cui non si è in grado di restituire la giusta epicità.

Con le restrizioni ridotte al minimo e posto di fronte al massimo delle sue potenzialità, "Hunger Games: Il Canto Della Rivolta (Parte 2)" allora, anziché emergere e mettere muscoli, procede nel suo lavoro noioso di provare ad essere qualcosa che probabilmente non è mai stato e mai potrà permettersi di essere. Fallisce sempre, continuamente, da quando tenta di mostrare il petto nelle sequenze action a quando sceglie la via cupa del thriller metropolitano senza sapere bene come destreggiarsi e come agire. Accende miracolosamente un faro, quando, nella follia generale, si lascia andare ad una imitazione sgangherata di "Alien", incontrando l'horror, ma uscendo fin troppo fuori dai suoi binari e dal contesto specifico. Un momento assurdo quanto inaspettato che, senza esagerare, segna il punto più alto di una pellicola a cui poi si procede a stare dietro unicamente per abitudine e non per interesse; dove ogni epilogo appare scontato, apatico, e persino il finale, colpi di scena compresi, veste l'abito di una stanchezza che finalmente ha terminato il suo viaggio e può cominciare il suo eterno riposo.

Ha sempre ostentato fascia di pubblico "Hunger Games", è stato questo molto probabilmente il suo grande difetto. Non ha mai capito se rivolgersi esclusivamente agli adolescenti, ai fan del libro, oppure allargare gli orizzonti anche a quel pubblico più maturo azzardando il colpaccio. Ha provato ad evolversi in corsa, a rintracciare ogni volta l'esatto mood per migliorarsi, allargare le braccia, cambiando troppo spesso forma e intenzioni e concludendo la sua performance in confusione assoluta e totale.
Una via crucis alla quale, fortunatamente, ora si può dire dolcemente addio. Tutti uniti, magari per la prima volta.

Trailer:

mercoledì 18 novembre 2015

Natale Col Boss - Trailer Ufficiale


Sbarca online il trailer ufficiale del film "Natale Col Boss", la nuova commedia di Natale diretta da Volfango De Biasi, con Lillo & Greg, Paolo Ruffini, Francesco Mandelli, Peppino Di Capri e Giulia Bevilacqua in uscita al cinema dal prossimo 16 dicembre.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Alex e Dino (Lillo e Greg) sono due affermati chirurghi plastici abituati a cambiare i connotati dei loro pazienti con pochi e delicati colpi di bisturi. Leo e Cosimo (Paolo Ruffini e Francesco Mandelli) invece sono due maldestri poliziotti sulle tracce di un pericoloso e potente boss di cui nessuno conosce il volto. Alex, Dino, Leo, Cosimo e il Boss inciamperanno l’uno nella vita dell’altro, in una commedia piena di equivoci, colpi di scena e grandi risate, in cui ognuno alla fine cercherà di... salvare la ‘faccia’.

Steve Jobs - La Recensione

Non esistono due parole più pericolose di "buon lavoro".
Lo diceva J.K. Simmons in "Whiplash", nell'istante in cui, il suo personaggio, giustificava di fronte al suo alunno migliore il motivo del carattere severo e aggressivo con cui abitualmente spronava o annullava talenti e persone. Quel carattere, secondo lui, era l'unica soluzione possibile per motivare un aspirante batterista a diventare il numero uno, a diventare il migliore, un genio assoluto.

Steve Jobs sicuramente sarebbe stato d'accordo con lui, o perlomeno lo sarebbe stata quella versione, mitizzata, che in molti sostengono appartenere a quella reale. Si è ispirato ad essa lo sceneggiatore Aaron Sorkin, precisamente all'assemblamento descritto nel libro di Walter Isaacson che con Jobs in persona ebbe l'onore di trascorrere un po' di tempo, esattamente poco prima del suo decesso. Secondo gli scritti di Isaacson il papà della Apple oltre ad essere l'uomo visionario e ambizioso che tutti abbiamo imparato a conoscere era anche un uomo solo e tormentato, un figlio adottato che tuttavia non riusciva a darsi pace sui motivi che avevano spinto i suoi genitori biologici a privarsi di lui. Un interrogativo che condizionò Jobs in tutto e per tutto, dagli affetti, che tendeva ad allontanare e a distruggere, al lavoro, con il quale cercava ossessivamente di realizzare un prodotto perfetto, privo di falle, che fosse in grado di farsi amare dal mondo (al posto suo) e di cambiarlo contemporaneamente, ma che al tempo stesso fosse anche chiuso all'utente e impossibile da manomettere: in poche parole una sua proiezione tecnologica, curata di quegli errori che lui stesso sosteneva di avere.
Non era un ingegnere, non era un designer - come gli dice in una scena clou lo Steve Wozniak di Seth Rogen - non sapeva neppure come attaccare un chiodo alla parete, eppure era il migliore in assoluto a svolgere un compito apparentemente inutile nel suo mestiere: dirigere l'orchestra. Jobs era il miglior direttore d'orchestra della scena tecnologica ed informatica, era colui che con la minaccia, la mancanza di rispetto e le torture psicologiche riusciva ad avere in cambio dai suoi dipendenti non amore, ma il raggiungimento di quella perfezione incredibile che per la maggior parte dei suoi colleghi non era neppure idealizzabile o concepibile (e qui ritorna il J.K. Simmons di prima).

Intorno a questo ritratto Sorkin, sviluppa una sceneggiatura prettamente d'impianto teatrale, statica e fitta di dialoghi (chiusa anche lei, quindi), a cui il regista Danny Boyle deve dare vita e animazione, non scollandosi dal backstage scenografico dove l'azione passa, esplode e si esaurisce allo stesso modo per ben tre volte. E' tutto concentrato durante i minuti che precedono la presentazione pubblica di tre prodotti fondamentali, precisamente il Macintosh nel 1984, il NeXT nel 1988 e il primo iMac nel 1998, prodotti che rappresentano per la vita (e la carriera) di Jobs, sinteticamente, ribalta, vendetta e trionfo. In questi spaccati Sorkin decide di farlo scontrare/avvicinare regolarmente e a turno con i suoi maggiori collaboratori, capi e assistenti, quindi Joanna Hoffman, Andy Hertzfeld, Steve Wozniak e John Sculley, a cui va ad aggiungersi anche Chrisann Brennan, donna dalla quale Jobs ha avuto la figlia Lisa, dalla quale prende le distanze, rinnegando la paternità.
Dai comportamenti, le discussioni, gli atteggiamenti arroganti con cui tiene testa, comanda o annienta le persone allora la sua figura pian piano si staglia e si fa gradualmente più nitida, così come la maturazione e l'ammorbidimento che a distanza di anni, con la tranquillità del successo agguantato, fisiologicamente trova spazio iniziando quella procedura di riparazione umana e affettiva, anni prima insperata. 

Ne vien fuori un biopic fuori dagli schemi, in linea speculare con la personalità che incarna e racconta, un'opera mai così diversa da quelle che abitualmente siamo abituati a vedere quando al centro c'è la vita di un personaggio celebre, storicamente rilevante. Steve Jobs con il suo lavoro e con il suo carattere (mitizzato o meno) ha cambiato per sempre il nostro modo di relazionarci al mondo e di vivere, così come ha fatto Mark Zuckerberg, altro personaggio non a caso raccontato da Sorkin attraverso la regia di David Fincher.
Due opere, "The Social Network" e "Steve Jobs", che tra loro sono assai vicine e quasi legate, probabilmente per via dell'ammirazione e dei punti in comune che il suo autore sente di avere con le entità che racconta, entrambe piene di personalità e di ambizioni. Ambizioni che questo "Steve Jobs" raggiunge a testa alta per scrittura e per via di un Michael Fassbender camaleontico e magistrale, ma che, va detto, da l'impressione altresì di essere un lavoro da cui si poteva andare a spremere addirittura qualcosina in più.
Lato regia, ovviamente.

Trailer:

Zona D’Ombra - Trailer Ufficiale Italiano


Disponibile il trailer ufficiale, italiano, di "Zona D’Ombra", il nuovo film con Will Smith, Alec Baldwin e Luke Wilson, diretto da Peter Landesman, che arriverà al cinema a Aprile 2016.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Il film racconta la storia di Bennet Omalu, il neuropatologo che cercò in ogni modo di portare all'attenzione pubblica una sua importante scoperta: una malattia degenerativa del cervello che colpiva i giocatori di football vittime di ripetuti colpi subiti alla testa. Durante la sua ostinata ricerca, il medico tentò di smantellare lo status quo dell'ambiente sportivo che, per interessi politici ed economici, metteva consapevolmente a repentaglio la salute degli atleti.

sabato 14 novembre 2015

The Visit - La Recensione

Il primo passo è quello di ammettere di avere un problema. Si dice così solitamente, in generale, nella vita. Nel cinema è lo stesso, finché non te ne rendi conto procedi con gli errori, ti perdi, entri in crisi, fino a quando non capisci che ti serve una mano e allora ti affidi a qualcuno, uno bravo, uno che sbaglia poco. Per M. Night Shyamalan questa persona è Jason Bloom, uno dei produttori più perspicaci della scena cinematografica moderna, specializzato negli horror, proprio quel genere che ha lanciato e puntato le luci della ribalta sul regista (e sceneggiatore) de "Il Sesto Senso".

Vuole sostegno in questo momento Shyamalan, gli serve, ha sbagliato troppo e tanto per osare ancora e quindi si mette nelle mani di chi ci si può fidare, di chi è abituato a lavorare con gli esordienti, i semi-sconosciuti, certo che, magari, nel suo caso, con un curriculum rispettabile a favore, la carta bianca messa a disposizione sia superiore agli standard. Per la prima volta nella sua carriera scrive e dirige quindi una pellicola adottando la tecnica del found-footage, piegandosi al mercato e affidando il ruolo dei protagonisti a due adolescenti, fratello e sorella, infettati dalle mode e dai tempi che corrono (in perfetta linea con le policy più o meno standard di Bloom). Affida il punto di vista, ovvero la narrazione, alle due reflex (inizialmente una sola, poi raddoppieranno) con cui la sorella maggiore (aiutata dal fratello) ha deciso di documentare il piccolo segnale di pacificazione che dopo anni sembra esserci stato tra sua madre e i genitori, quei nonni che né lei, né suo fratello sono mai riusciti a conoscere perché in rotta con la famiglia per via di un matrimonio, ora finito, su cui non erano d'accordo. Ma una settimana da loro, ospiti nella casetta in campagna, dovrebbe rimettere finalmente le cose apposto, bastare per stringere quel rapporto solido tra nonni e nipoti e far rilassare la madre in vacanza insieme al suo nuovo compagno (tornando, chi lo sa, più disponibile al perdono). Questo almeno se arrivati a destinazione i due ragazzi non si rendano conto di quanto i loro nonni si comportino in modo strano.

Rinuncia allo scheletro dunque Shyamalan, alla conformazione, ma si tiene stretto i diritti riguardanti il movimento e l'azione, comandando il suo lavoro secondo quelli che sono i parametri di autore più vicini al suo tocco. Crea tensione, crea soprattutto ironia, andando, se vogliamo, ad allargare o a sforare i canoni standard di un prodotto solitamente pensato per dare il meglio di sé nella parte conclusiva e molto poco prima. Senza esagerare con l'estro, invece, il suo "The Visit" riesce, piuttosto bene, a mantenersi compatto in forma costante, rispettando le regole del genere che incorpora e dando ugualmente quell'accelerazione deflagrante nel momento decisivo (con un colpo di scena preciso e scioccante). Questo perché la sceneggiatura in questione, paragonata ad altre analoghe, contiene l'esperienza e la preparazione di chi non si limita a confezionare un prodotto e basta, ma anche ad ingannare e a sconvolgere lo spettatore; e per quanto possa non essersi spremuto al massimo, Shyamalan, rimesso in quel territorio che governava, fornisce la prova inconfutabile che i suoi connotati non sono affatto traslocati o deceduti, adempiendo al suo incarico con un talento ancora superiore alla media.

Quel regista che conoscevamo, ci dice "The Visit", esiste ancora, è li, da qualche parte, in attesa di rendersi conto di come fare per poter tornare a regime. Per adesso, ha capito solo, forse, come tenersi a galla e non affondare, aggrappandosi al salvagente di un produttore che - glie ne dobbiamo dare atto - ha consentito dopo anni di insuccessi che la sua filmografia si macchiasse anche di un prodotto positivo, che non la migliora tantissimo, ma decisamente non va a peggiorare una situazione nella quale l'impasse sembrava l'unica via.
Al contrario, questo passetto avanti, per lui, potrebbe essere stimolo da cui andare a pescare nuova stima e coraggio.

Trailer:

mercoledì 11 novembre 2015

Dobbiamo Parlare - La Recensione

Non è il dobbiamo parlare del titolo il fattore scatenante della pellicola di Sergio Rubini. Non è da quella frase da brividi lungo la schiena che la guerra tra coppie e la guerra tra amici si scatena, minando, in una notte, i loro rapporti in via definitiva o, forse, temporanea.

C'è un tradimento infatti a fare da miccia, un tradimento commesso dal chirurgo benestante Fabrizio Bentivoglio (per l'occasione romano) ai danni della moglie Maria Pia Calzone, che trafugando il suo WhatsApp ha raccolto le prove necessarie per le quali adesso pretende il divorzio e gran parte del conto in banca del marito. Ma a rimetterci in questa discussione famigliare è l'altra coppia, quella dei loro amici scrittori formata da Sergio Rubini e Isabella Ragonese, i quali, convinti di dover andare ad una mostra d'arte e poi a cena con il loro editore, si ritrovano inaspettatamente, ostaggi del conflitto insieme alla loro casa che diventa vero e proprio ring con tanto di round per concedere pausa. C'è moltissimo da rinfacciarsi, in fondo, nel rapporto di coppia dei due benestanti, non solo un tradimento, ma tutta quella serie di mancanze che solitamente, appunto, non vengono sollevate per paura di doversi mettere a discutere e arrivare ad un punto sempre più lontano rispetto a quello che si ha in testa o che si è programmato. Ci sono addirittura sassolini nelle scarpe, che visto il clima alzato nessuno si fa problemi a togliere e a scagliare, sperando ogni volta che la buona parola dei scrittori piccolo borghesi che assiste arrivi al momento giusto e getti acqua su un fuoco fuori controllo. Loro, del resto, di questi problemi non ne hanno, se lo dicono anche di nascosto, appena possono, loro si amano, si parlano e guardano dall'alto una situazione nella quale ritrovarsi non sembra uno scenario possibile.

Eppure il parlarsi spesso non è sufficiente, spesso può essere uguale al non parlarsi. O perlomeno è così se viene fatto artificialmente, tralasciando quindi il peggio, rassicurandosi che quanto detto, seppur non sia il totale, basti a tenere a freno le corde e a mantenere la quiete. Perciò quel veleno sputato a vicenda nella loro casa, a furia di essere schivato con difficoltà, alla fine attecchisce e infetta pure chi era convinto fosse immune a riguardo, allargando la battaglia a tutto tondo e mischiando accuse e confessioni. La differenza tra i tipi di coppia allora esce fuori, quel distacco che Rubini probabilmente ci teneva a mettere in evidenza tra rapporto sentimentale e rapporto d'interesse emerge ben chiaro, come due legami apparentemente simili l'uno con l'altro, ma diversi nel reagire a quelle ferite che la frase dobbiamo parlare solitamente causa a ripetizione.

A questo punto il pesce rosso messo a narrare la storia torna a prendersi la scena, chiedendo indirettamente allo spettatore se stare zitti, fondamentalmente, sia la miglior formula per mantenere viva una relazione, a meno che questa non si regga secondo principi altri, non esattamente moralistici. Tuttavia "Dobbiamo Parlare" a tale destinazione, se ci arriva, non lo fa con lo stile e l'impulso che, in partenza, si era prefissato. Il tentativo di miscelare due realtà recenti come "Carnage" e "Il Nome Del Figlio" da parte sua è assai faticoso e poco naturale, e ciò non può far altro che tenerlo a distanza chilometrica dai due modelli e influire sicuramente sul suo valore complessivo. 

Trailer:

Macbeth - Teaser Trailer Italiano


Primo teaser italiano per "Macbeth", il film di Justin Kurzel con Michael Fassbender e Marion Cotillard la cui uscita è prevista nei nostri cinema a gennaio 2016.

Teaser Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Il film racconta la rovinosa metamorfosi del valoroso generale Macbeth, signore di Glamis, che conosce la gloria e l’onore, ma viene condotto alla rovina dalla sua cupidigia. Un'interpretazione emozionante delle drammatiche vicende accadute in quei tempi e una rivisitazione di uno dei personaggi più famosi e complessi di Shakespeare. Ambientato nel paesaggio crudo della guerra civile in Scozia, Macbeth è la storia di un animo grande e generoso corrotto da avidità e spietata ambizione.

martedì 10 novembre 2015

Loro Chi ? - La Recensione

Sono in molti a dire che nella letteratura, come al cinema, a fare la differenza in una storia sono le prime quindici pagine. Chi legge gli scritti e si occupa di scremare le enormi quantità di proposte inviate alle redazioni, è a quelle quindici pagine che fa affidamento, se superate quelle ha ancora voglia di proseguire nel racconto, allora è un buon segno, viceversa se l'istinto è quello di fermarsi l'opera sarà uno scarto. Non è facile, tuttavia, riuscire a scalare le infinite quantità di pile che invadono gli uffici e trovare lo spazio necessario per farsi sentire, spesso è molto più costruttivo entrare con una scusa nella stanza del diretto interessato e, se non è disposto a leggere immediatamente il nostro lavoro, puntargli una pistola contro minacciandolo.

Almeno questo è quello che viene in mente a David, trentaseienne, convinto di avere in mano un'ottima storia e dalla sua poco, anzi pochissimo tempo per aspettare che questa faccia il suo corso naturale e burocratico. La sua infatti è piuttosto una confessione, la confessione della sua vita e della piega che ad un certo punto questa ha preso quando un'altro uomo, Marcello, lo ha scelto come pollo da spennare facendogli perdere, in una botta sola, conto in banca, lavoro e fidanzata. Batosta che lo ha messo inevitabilmente sulle tracce del delinquente e, una volta rintracciato, in una serie infinita di truffe e di meccanismi che, anziché rimborsarlo, lo hanno reso, tra le altre cose, un ricercato.
E' un plot veramente interessante, quindi, quello scritto dallo sceneggiatore Fabio Bonifacci, in questo caso anche regista insieme al collega Francesco Micciché. Un plot fresco, finalmente imprevedibile che si rifà ai modelli della commedia all'italiana anni '70 con l'intento di aggiornarla in una versione moderna che però sappia mantenere lo stesso grado di meschinità, divertimento e punte di amaro tipiche di quei prodotti. Marco Giallini nella parte del trasformista è impeccabile e di poco sotto va a piazzarsi Edoardo Leo, molto più credibile nei panni del truffato, italiano-medio e sfruttato, con una vita pessima che distrutta comunque tende a recriminare. Tra i due attori l'alchimia è incredibile e trasporta la pellicola a funzionare egregiamente sia nel momento in cui i due sono nemici e sia in quello in cui si ritrovano ad essere complici.

Dovessimo paragonarlo a qualcosa di più attuale "Loro Chi ?" somiglierebbe tantissimo ad un "Ocean's Eleven" all'italiana: il che significa che per certi versi, in alcuni istanti soprattutto, la pellicola di Micciché e Bonifacci, riesce addirittura ad andare meglio di quella di Soderbergh e compagni. Lo spaccato girato a Trani è una vera perla, un estratto di sceneggiatura impeccabile, completo, a cui non manca praticamente nulla e in cui non c'è l'ombra nemmeno di una sbavatura. E' quello in cui i due protagonisti si raccontano onestamente l'uno all'altro, in cui vanno a legarsi indissolubilmente, in cui Giallini tira fuori un discorso poetico sulla sua disonestà, paragonandola ad un arte pura da rispettare e sostenere: perché nel bene e nel male l'estemporaneità delle illusioni da lui create e le emozioni diffuse, resteranno scolpite per sempre nella mente del malcapitato, nonostante la truffa.
E' un peccato, perciò, che tale concentrazione, tale mano ferma e tale brillantezza "Loro Chi ?" finisca per lasciarsela sfuggire, non totalmente, ma in parte, nel gran finale che, come ogni film di genere che si rispetti, vira verso quel colpo grosso che deve sistemare definitivamente i problemi e i rischi degli, ormai, due amici e colleghi. Una chiusura a cui non mancano altri assi nella manica da fare uscire, ma che a differenza dei precedenti non riescono a sbalordire e a sedurre con la stessa abilità e determinazione.

Ma ciò non toglie a "Loro Chi ?" di conquistarsi quella medaglia al valore che gli da il diritto di inserirsi nella categoria delle commedie italiane più originali e gustose realizzate negli ultimi anni. Un prodotto che non ha nulla a che vedere con quelle solite sceneggiature riempite ogni volta dagli stessi punti di partenza, le stesse derivazioni o le stesse materie, ma che prova (e per buona parte con grande successo) a percorrere nuovi sentieri che, ne siamo sicuri, non dispiaceranno per niente agli spettatori. Per i quali, di certo, non servirà una pistola puntata contro per abbandonarsi all'intrattenimento e alle risate.

Trailer:

Alla Ricerca Di Dory - Teaser Trailer Originale


La Disney Pixar ha deciso di regalarci un primo sguardo su quello che sarà ufficialmente il seguito di "Alla Ricerca Di Nemo", ovvero quell'attesissimo "Alla Ricerca Di Dory" previsto per il prossimo 2016 in tutto il mondo.

Teaser Trailer Originale:

Il Segreto Dei Suoi Occhi - La Recensione

In certi casi sarebbe più giusto chiedersi come mai si senta il bisogno di "rifare" o di "riadattare" una storia che non solo al cinema ha appena sei anni, ma che, nella sua versione originale, è stata anche premiata con l'Oscar e considerata unanimemente, da critica e pubblico, straordinaria ed impeccabile.

Che poi lo sappiamo, migliorare il perfetto non è possibile (ammesso che il perfetto poi esista), o quantomeno è impossibile migliorare qualcosa che non necessita di miglioramenti. Discorso diverso invece per quel che riguarda l'appartenenza, lei si, la possiamo migliorare: possiamo prendere qualcosa di un altro e modificarla sentendola più vicina alla nostra cultura, alla nostra esistenza. Operazione che il regista e sceneggiatore Billy Ray ha scelto di seguire per realizzare il suo remake de "Il Segreto Dei Suoi Occhi", prendendo (grosso) spunto dalla pellicola argentina di Juan José Campanella, o se volete il romanzo di Eduardo Sacheri, e infilandoci dentro dei geni americani, uno sfondo tutto nuovo e nuovi temi e motivazioni che tuttavia, ancora una volta, ancora con le stesse modalità, finiscono per riguardare l'11 Settembre e le crepe di un paese impaurito dal fantasma di un bis che non può permettersi di subire. Nulla di nuovo, dunque, sotto ogni punto di vista. La sceneggiatura principe resta grossomodo invariata e l'analisi che avrebbe dovuto americanizzarla rimane anche lei vecchia, fuori tempo massimo, piazzata forzatamente e non per una reale necessità o urgenza. Di questo ne risente tantissimo allora "Il Segreto Dei Suoi Occhi", precisamente ne risente in quella che era (o doveva essere) la sua portata emotiva, originariamente devastante e qui, nella riproposizione, ridotta ai minimi termini, diventando solo parte di un thriller, più o meno solido, al quale si assiste con un'attenzione non esattamente altissima, volubile esattamente come è volubile il lavoro progettato da Ray.

Freddo. Appare tutto molto freddo all'interno della sua pellicola, una temperatura che raramente riesce a scaldarsi e a fare dello spettatore un partecipante emotivamente attivo, da coinvolgere e da sconvolgere. Si resta distaccati di fronte all'opera di Ray, la si guarda con l'interesse blando di chi è curioso di scoprire l'assassino, di chi è interessato a sapere come si chiuderà il caso in questione, ma non si entra mai in quel flusso davvero importante relativo ai protagonisti, alle loro sensazioni e soprattutto ai loro cruciali "non detti". Volendo pensare, poi, che ciò sia dovuto al mutamento della matrice di partenza, modificata proprio in favore di quel riguardo verso l'America e il terrorismo (i fatti risalgono al 2002) - che è motivo (a questo punto) dell'intera operazione - c'è da dire, comunque, che Ray, anche sotto quell'aspetto, da l'impressione di avere poca incisività e accuratezza, allestendo una riflessione debole, legata ad una guerra silenziosa, disposta, volendo, a sacrificare un americano per salvaguardarne un numero più grande e mantenere, quindi, la stabilità di un paese depresso e a terra. Ancora una volta non aggiungendo niente a un discorso trito e ritrito.

Del resto questi sono ragionamenti che nel 2015 fanno fatica ad esser presi in considerazione e analizzati. Sono ragionamenti che il cinema, così come la televisione, in passato come oggi, hanno già eseguito e lo hanno fatto approfonditamente, a vari livelli e molto, molto più nitidamente di quanto Ray si sia sforzato di fare. Perché poi, a dirla tutta, c'è un enorme differenza tra chi ha davvero qualcosa da dire sul proprio paese e chi invece deve farlo solo per trovare una giustificazione valida che gli consenta di realizzare la copia sbiadita di un film enorme.

Trailer:

Anomalisa - Trailer Ufficiale Italiano


Rilasciato il trailer italiano ufficiale di "Anomalisa", il nuovo film d'animazione in stop-motion di Charlie Kaufman e Duke Johnson, premiato con il Gran Premio della Giuria alla 72a Mostra Internazionale D'Arte Cinematografica di Venezia, che vede la partecipazione vocale degli attori Jennifer Jason Leigh, Tom Noonan e David Thewlis. La pellicola uscirà nelle nostre sale il prossimo 25 febbraio.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Michael Stone, marito, padre e apprezzato autore del libro "How May I Help You Help Them?" (Come posso aiutarvi ad aiutarli?) è un uomo paralizzato dall’ordinarietà della sua vita. In occasione di un viaggio d’affari a Cincinnati dove deve tenere una conferenza ad un congresso di professionisti del settore servizio clienti, pernotta al Fregoli Hotel. Lì scopre, con sua grande meraviglia, una possibile via di uscita dalla sua disperazione nei panni di una rappresentante di una ditta di dolci di Akron di nome Lisa, una donna senza grandi pretese che potrebbe essere o meno il grande amore della sua vita.

Gli Ultimi Saranno Ultimi - La Recensione

Non è il far ridere e basta che interessa al Massimiliano Bruno cinematografico. All'esordio, forse poteva sembrare - perché costretto, magari, da un box-office che ne avrebbe condizionato il futuro - ma in quel "Nessuno Mi Può Giudicare" le bruttezze delle persone che abitavano un paese sul quale, lui, voleva dire la sua, le aveva già rovesciate sul tavolo e cominciate ad ordinare; ricoprendole comunque di quel lato buonista a cui fatica ogni volta a rinunciare e a contenere. Più nitido, ma meno efficace in questo senso fu "Viva l'Italia": con gli stessi ingredienti, in quantità rimescolate e quella critica feroce alla politica nazionale, indirettamente influenzata dagli elettori, colpevoli di esserne lo specchio e quindi il seme. Un ibrido è stato poi il "Confusi E Felici" realizzato in seguito, mentre con "Gli Ultimi Saranno Ultimi", adesso, Bruno adatta in lungometraggio lo spettacolo teatrale probabilmente più importante della sua carriera, inquadrandosi, per certi versi, definitivamente come l'autore che vuole (o vorrebbe) essere.

E' un buono, Bruno. Lui si, nonostante non possa considerarsi tale, è (stato?) uno di quegli ultimi che racconta e che vuole salvare a tempo indeterminato. Di ridere e per ridere non c'è tempo, in fondo, non in questo momento, e a prendere il sopravvento è quell'urgenza di provare almeno a sensibilizzare lo spettatore usando il mezzo di comunicazione considerato più diretto e potente. A "Gli Ultimi Saranno Ultimi" manca la cattiveria però, quella che il suo regista sa inserire nelle sue battute e non nei destini dei personaggi che racconta, al posto di quella, lui, preferisce infilarci la retorica: troppa, insana, scarica per fungere da proiettile motivazionale. Racconta una guerra tra poveri la sua pellicola, quella guerra tra poveri che esiste e a cui oggi abbiamo imparato a credere e accettare. La Luciana di Paola Cortellesi, suo marito Stefano - interpretato da Alessandro Gassman - così come gli amici che frequentano, sono persone comuni, come noi, scappate - non lo sappiamo - da una città che non potevano permettersi, oppure nate in quel paese lontano da Roma che sta cominciando altresì a diventare inferno per via della crisi che, di conseguenza, mina il lavoro come meglio riesce, spesso ingiustamente. Divide il racconto a metà Bruno, con un Fabrizio Bentivoglio, poliziotto trasferito dal nord al centro (per punizione), che incorpora la trama parallela che poi, attraverso simbolismi e segnali premonitori che aleggiano a fasi alterne intorno a lui e alla Cortellesi, finirà per incrociarsi in quel finale spoilerato parzialmente nel prologo.

Opta per adottare una forma di racconto in stile europeo "Gli Ultimi Saranno Ultimi", mantenendo il calco del suo regista che, per fortuna e per sfortuna, non vuole snaturarsi, ma continuare a riconoscersi in un prodotto che - si vede - per lui rappresenta molto e ci tiene a curare a fondo. La sincerità messa la sentiamo tutta, anzi, forse è davvero l'ingrediente presente in quantità maggiore nella pellicola, superiore, nelle dosi, persino ad ognuno dei suoi lavori precedenti. Eppure senza quella voglia di alzare la testa, senza quella rabbia che ti spinge a sparare davvero, e non "a salve", gli sforzi di Bruno, seppur non del tutto vani, vanno a indebolirsi e a diminuire la muscolatura di quella che, se sciorinata in maniera meno affettuosa e positiva, poteva essere una storia aggressiva e commovente.

Se due indizi fanno una prova, insomma, con quattro si può davvero chiudere il caso. E pur apprezzando il cuore e la forza di volontà messa in gioco da Bruno, bisogna dire che la sua mano risulta assai più convincente quando impegnata nelle commedie principalmente spensierate e con qualche sprazzo di drammaticità messo lì a stemperare. Capovolta a testa in giù, ahinoi, la faccenda senza dubbio tende a suonare più stonata ed imprecisa. E questo è un fatto ormai comprovato.

Trailer:

domenica 8 novembre 2015

Inglorious Cinephiles a NewsCinema ON AIR - I Film al Cinema del 5 Novembre


Nuova puntata di NewsCinema ON AIR sulle uscite settimanali. Questa settimana "Rock The Kasbah", "Malala", "Alaska", "Freeheld: Amore, Giustizia Uguaglianza", "45 Anni" e "007: Spectre". A discutere con me, Giordano Caputo, gli amici e colleghi Letizia Rogolino, Elena Pedoto e Stefano Lo Verme.
Buona Visione!

I Film al Cinema del 5 Novembre:


Speciale "007: Spectre":

sabato 7 novembre 2015

Premonitions - La Recensione

Fa parte della new generation il brasiliano Alfonso Poyrat, di quella schiera di registi moderni che con la (video)camera ci giocano, sperimentano, amano praticarci il cinema (e non solo) nelle sue immense forme, ma ancora di più la versatilità del digitale e della post-produzione.

Rispetto ai soliti giocherelloni da YouTube, Poyrat però di cultura cinematografica non ci si è nutrito solo per diletto, ha imparato a coglierla e a riprodurla con mestiere e buon occhio, e lo dimostra il biglietto da visita di un thriller a sfondo soprannaturale che ricalca le atmosfere e le suggestioni dei migliori prodotti del genere arrivati in sala negli ultimi anni. Per alcuni aspetti folgora il suo "Premonitions", schiantandosi sullo spettatore "a schiaffo", senza accomodamento e trasportandolo già al "pronti, via" nel bel mezzo di un caso da risolvere con al centro un serial killer affermato, abile e pericoloso. Non ha alcuna paura di esaurire le carte a disposizione la pellicola, andando subito a pescare l'elemento migliore rappresentato dal sensitivo Anthony Hopkins, provvisto di quel potere straordinario che gli permette di anticipare e vedere il futuro (ma anche il passato) al solo tocco della persona o dell'oggetto a lei appartenente. Un potere che, sempre in poco tempo, si scopre appartenere in forma più sviluppata allo stesso omicida che l'FBI sta cercando di stanare e di fermare, innalzando di un'ulteriore spanna il grado di coinvolgimento elevato prodotto dalla scena.
Come un orologio svizzero allora, puntuali, la tensione e il ritmo incalzano a raffica, con un'indagine piena di dubbi e di punti interrogativi da risolvere a cui vanno ad aggregarsi le premonizioni negative, con tanto di immagini agghiaccianti, utili a ricreare il magnetismo e le atmosfere di quel "Se7en" che probabilmente è il campione numero uno a cui Poyrat, aggiornandolo, ha voluto guardare. Una carica fortissima, nella quale lo spettatore, sedotto, ha voglia di rimanere aggrappato il più possibile, ma che, invece, inaspettatamente deve abbandonare di colpo, non appena all'intrattenimento studiato e funzionante, "Premonitions" decide di attaccarci discorsi considerevoli come quello sull'eutanasia.

Spezza gli ingranaggi, dunque, la pellicola, alza l'asticella troppo in alto (e nel momento sbagliato), fondendo il motore e rovinando un viaggio al quale gli spettatori erano decisamente contenti di aver preso parte, così come delusi, poi, per essersi fermati troppo in anticipo. Svelato il nesso che collega gli omicidi di un Colin Farrell a mezzo servizio, "Premonitions" infatti sembra quasi accartocciarsi su sé stesso, volersi elevare da un contesto che magari era puramente confinato allo spettacolo (ma comunque di livello), per andare a dire qualcosa che, alla fine, stringendo stringendo, non riesce neppure ad affrontare con il giusto ordine e delicatezza. Per non accontentarsi, insomma, la sceneggiatura scritta da Sean Bailey e Peter Morgan finisce con il logorarsi da sola e penalizzare l'esordio statunitense di un regista che, per quanto ancora in fase di valutazione, aveva mostrato di voler dire la sua, ritagliandosi uno spazio.

Spazio che, purtroppo, "Premonitions" col senno di poi non può andarsi a prendere, ridimensionato grandemente dal disordine allucinante di una seconda parte auto-distruttiva, della quale non è possibile salvare nulla e con cui dissolve persino il ricordo dell'ottima partenza elogiata.
Dagli errori tuttavia c'è solo da imparare per cui per un giovane come Poyrat c'è ancora tempo per mettersi in mostra, facendo attenzione casomai, la prossima volta, ai cambi repentini di copioni potenzialmente buoni, ma da rivedere in parte, e perché no anche a quella voglia di perder tempo con effetti speciali belli da vedere, ma meno necessari ai fini pratici.

Trailer:

Alice Attraverso Lo Specchio - Teaser Trailer Ufficiale


La Disney ha rilasciato il primo teaser trailer di "Alice Attraverso Lo Specchio", sequel del film diretto da Tim Burton qualche anno fa, affidato al regista James Bobin che vede la conferma dello storico cast con l'aggiunta di qualche new entry. Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Michael Sheen, Alan Rickman e Sacha Baron Cohen torneranno dunque nel paese delle meraviglie il prossimo maggio 2016, data in cui noi torneremo al cinema per seguirli.

Teaser Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Alice Kingsleigh (Mia Wasikowska) ha trascorso gli ultimi anni seguendo le impronte paterne e navigando per il mare aperto. Al suo rientro a Londra, si ritrova ad attraversare uno specchio magico, che la riporta nel Sottomondo dove incontra nuovamente i suoi amici il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e il Cappellaio Matto (Johnny Depp) che sembra non essere più in sé. Il Cappellaio ha perso la sua Moltezza, così Mirana (Anne Hathaway) manda Alice alla ricerca della Chronosphere, un oggetto metallico dalla forma sferica custodito nella stanza del Grand Clock che regola il trascorrere del tempo. Tornando indietro nel tempo, incontra amici – e nemici – in diversi momenti della loro vita e inizia una pericolosa corsa per salvare il Cappellaio prima dello scadere del tempo.

The Hateful Eight - Full Trailer Originale


Sbarca in rete il full trailer originale di "The Hateful Eight", il nuovo film di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern e Channing Tatum, in uscita a Natale in America e a febbraio in Italia.

Full Trailer Originale:

venerdì 6 novembre 2015

Warcraft: L'Inizio - Trailer Ufficiale Italiano


Il regista Duncan Jones torna finalmente al cinema con "Warcraft: L'Inizio", adattamento del famoso videogioco di Blizzard Entertainment interpretato da Travis Fimmel, Paula Patton, Ben Foster, Dominic Cooper, Toby Kebbell, Ben Schnetzer, Rob Kazinsky e Daniel Wu, in uscita al cinema nel 2016.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Il pacifico regno di Azeroth è sul piede di guerra e la sua civiltà è costretta ad affrontare una terribile stirpe di invasori: i guerrieri Orchi in fuga dalla loro terra agonizzante e pronti a colonizzarne un'altra. Quando il portale che collega i due mondi si apre, un esercito va incontro alla distruzione, mentre l'altro rischia l'estinzione. Da fronti opposti, due eroi affronteranno un conflitto che deciderà il destino delle loro famiglie, dei loro popoli e della loro terra.

Heart Of The Sea: Le Origini Di Moby Dick - Nuovo Trailer Italiano


Rilasciato il nuovissimo trailer italiano di "Heart Of The Sea: Le Origini Di Moby Dick", il nuovo film di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Benjamin Walker, Cillian Murphy, Ben Whishaw,
Tom Holland, Brendan Gleeson e Jordi Mollà, dal 3 dicembre al cinema.

Nuovo Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Nell’inverno del 1820, la baleniera del New England viene attaccata da una creatura incredibile: una balena dalle dimensioni e la forza elefantiache, ed un senso quasi umano di vendetta. Il disastro marittimo, realmente accaduto, avrebbe ispirato Herman Melville a scrivere Moby Dick. Ma l’autore ha descritto solo una parte della storia. "Heart Of The Sea: Le Origini Di Moby Dick" rivela le conseguenze di quella straziante aggressione, di come i superstiti dell’equipaggio della nave vengono spinti oltre i loro limiti e costretti a compiere l’impensabile per poter sopravvivere. Sfidando le intemperie, la fame, il panico e la disperazione, gli uomini mettono in discussione le loro convinzioni più radicate: dal valore della vita alla moralità delle loro spedizioni, mentre il capitano cerca di riprendere la rotta in mare aperto, ed il primo ufficiale tenta di sconfiggere il capodoglio.

Irrational Man - Trailer Italiano Ufficiale


Arriva il trailer ufficiale italiano di "Irrational Man", il nuovo film di Woody Allen con Jamie Blackley, Joaquin Phoenix, Parker Posey ed Emma Stone, al cinema dal prossimo 17 dicembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Abe Lucas (Joaquin Phoenix) è un magnetico ed affascinante professore di Filosofia. Brillante ma instabile, in questo particolare momento della sua vita, si sente emotivamente provato e incapace di trovare un significato alla propria esistenza. Poco dopo il suo arrivo come nuovo insegnante presso il college di una piccola città, Abe si ritrova coinvolto nella vita di due donne: Rita Richards (Parker Posey), professoressa solitaria che spera che lui la salvi dal suo matrimonio infelice; e Jill Pollard (Emma Stone), sua migliore allieva ed anche migliore amica. Il caso spariglia le carte quando Abe e Jill si trovano casualmente ad origliare la conversazione di un estraneo, rimanendone invischiati. Nel momento stesso in cui Abe decide di compiere una scelta delicata, tornerà nuovamente ad abbracciare la vita. La sua decisione però innesca una catena di eventi che influenzeranno lui stesso, Jill e Rita per sempre.

Regression - Trailer Italiano Ufficiale


A quattordici anni di distanza da "The Others" il regista Alejandro Amenábar torna al genere thriller-horror con "Regression", il film con Emma Watson ed Ethan Hawke, in uscita al cinema il prossimo 3 dicembre.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Minnesota, 1990. Il Detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) sta indagando sul caso di una giovane di nome Angela (Emma Watson), che accusa il padre, John Gray (David Dencik), di un crimine terribile. Quando John, inaspettatamente e senza averne memoria, ammette la sua colpa, il famoso psicologo Dottor Raines (David Thewlis) viene chiamato per aiutarlo a rivivere i suoi ricordi, ma ciò che verrà scoperto smaschererà un orribile mistero.

Kung Fu Panda 3 - Trailer Italiano Ufficiale


Arriva il trailer italiano di "Kung Fu Panda 3", terzo capitolo del fortunato franchise di 20th Century Fox che tornerà sugli schermi italiani a marzo 2016.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Quando il padre di Po, di cui si erano perse da tempo le tracce, ricompare improvvisamente, i due decidono di partire alla volta di un paradiso perduto dei panda, dove incontreranno un gruppo di nuovi personaggi divertentissimi. Ma quando il temibile Kai, dai poteri soprannaturali, inizia ad imperversare per la Cina, sconfiggendo tutti i maestri di kung fu, Po dovrà tentare l'impossibile: imparare come trasformare un intero villaggio di suoi fratelli goffi e goliardici in un'inarrestabile banda di Kung Fu Panda!

Rams: Storia Di Due Fratelli E Otto Pecore - La Recensione

Un astio lungo quarant'anni. E' questo a dividere i fratelli, e vicini di casa, Gummi e Kiddi, non facendoli parlare per via di un litigio di cui loro per primi ricordano poco o nulla e che, nella landa desolata, islandese in cui abitano, in molti tendono a dimenticare o a non concepire.

Eppure tra i due, non più giovani fratelli, la distanza è direttamente proporzionale a quella vicinanza perenne che li accomuna, talmente grande da obbligarli a spartirsi il gregge di famiglia, di cui proteggono gelosamente il ceppo e da cui periodicamente pescano il loro montone migliore per partecipare ad una specie di concorso di bellezza in cui a vincere è l'animale più in salute e più in forma della vallata. Una vallata popolata prevalentemente da altri allevatori di pecore come loro, che alla notizia della scrapie, contratta dal montone di Kiddi - vincitore dell'ultima edizione del contest - cade letteralmente in ginocchio a seguito della decisione presa dalle autorità di abbattere ogni ovino della zona, dal primo all'ultimo, per evitare l'espandersi della malattia infettiva. Decisione drastica, dunque, seguita tuttavia alla lettera dai chiamati in causa per assecondare il bene comune dei greggi presenti e futuri, ma contestata rabbiosamente da chi a quelle radici profonde e familiari tiene fortemente e non ha la minima intenzione di andarle a seppellire sotto terra. Buon sangue non mente, insomma, semmai rinforza e avvicina, lavorando sotto traccia a molteplici soluzioni che, se da una parte sono esclusivamente a sfondo minatorio e violento, dall'altra assumono dei tratti illeciti e furbi quanto inaspettati. Per i due litiganti è il momento di deporre l'ascia di guerra, di riavvicinarsi poco a poco, passando dai proiettili di un fucile, alle lettere scritte a mano, fino al confronto definitivo faccia a faccia dove il salvataggio di quelle origini a cui tanto tengono vince su tutto, sacrificando l'orgoglio e, se serve, persino qualcosa di più.

Ci porta in una parte di mondo sconosciuta allora il regista Grimur Hakonarson, fatta di una pace, di una bellezza e di una routine che probabilmente molti di noi faticano a capire, ma di cui non si può assolutamente negare la sensazione positiva emanata. Una cultura estranea, con cui avere un riscontro può esser difficile, salvo per quella parte passionale e desiderosa che smuove i due protagonisti e con la quale è impossibile non patteggiare sostenendo la causa fino in fondo. Del resto le pecore in "Rams: Storia Di Due Fratelli E Otto Pecore" sono tutto, oltre al sostentamento sono paradossalmente anche dei figli, delle donne (anche se l'unico rapporto può essere platonico), i due fratelli stessi, specchiandosi, somigliano a delle pecore, sostenendo così, appunto, la forza di quella relazione che lentamente anche a noi estranei risulta comprensibile e rispettabile.

Gli si contesta, perciò, solo la scelta di aver voluto cambiare registro in fase di conclusione a Hakonarson, di accantonare quel tocco semi-serio (con sfuriate grottesche) adottato per buoni tre quarti della pellicola, seguendo la scia di un finale drammatico e dalle sfumature vaghe, interpretabili a più facciate. Una svolta repentina che unita all'intuizione debole che l'ha messa in moto, fanno perdere al suo lavoro parecchio di quel buono che era riuscito ad accumulare.

Trailer: