IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

giovedì 31 dicembre 2015

Il Piccolo Principe - La Recensione

Consapevole di non poterla affrontare a viso aperto, di non poter partire dal cuore del libro di Antoine de Saint-Exupéry, adattandolo per filo e per segno come ci si potrebbe attendere dal titolo, il regista Mark Osborne opta per una soluzione maggiormente sicura e più efficace, a dirla tutta: servendosi del racconto de "Il Piccolo Principe" come piano di salvataggio per una ragazzina investita dalle aspirazioni della propria madre, che vorrebbe per lei il più brillante futuro possibile non curandosi del suo spirito infantile martoriato e annullato.

Crea una connessione artificiale tra le due storie, la pellicola, con il laccio determinante rappresentato dal vecchio e strambo, nuovo vicino della protagonista, che veste i panni dell'aviatore che, anni prima, si era imbattuto in quel Piccolo Principe che lo aveva avvicinato, addomesticato e, infine, instradato verso una consapevolezza così semplice e preziosa da meritare seguito su carta attraverso disegni e parole. Meglio appuntarsele certe cose, del resto, considerando che dopo una certa età, si tende a dimenticare quanto l'essenziale sia invisibile agli occhi, specialmente in un mondo come questo in cui non si fa altro che andare a mille all'ora, abbracciando a 360° la favola del capitalismo e del materialismo e dove i veleni di contaminazione sono talmente potenti da mettere in crisi persino quel sano Principe di cui sopra, compromettendone, magari, ricordi e ideali. Fa leva moltissimo su questo piano di realtà infatti Osborne, sui principi attivi più nutrienti di un classico da rimaneggiare e glorificare sul grande schermo in una forma completamente nuova, che sia in grado di trattenere la potenza ed insieme dar vita a qualcosa di sbalorditivo e di originale.

Tentativo che però a "Il Piccolo Principe" viene bene solamente in parte, quella nello specifico dedicata alla stesura di una sceneggiatura articolata e a un'animazione addestrata per darsi il cambio dal digitale allo stop-motion senza sembrare mai né stonata né disomogenea nel complesso. A mancare all'appello tuttavia sono le materie prime sostanziali, quelle emozioni che da un lavoro del genere, sia per chi conosce il materiale di partenza, sia per chi ci entra in contatto per la prima volta, devono farsi motore e marchio di riconoscimento, ma che al contrario non si esibiscono all'appello, tranne che per degli accenni tiepidissimi e lievi. La pellicola di Osborne mantiene allora solo lo stampo del romanzo di formazione che doveva essere, accarezzando tematiche come la perdita, l'amore e l'importanza dell'essere bambini e tralasciando quel cuore pulsante, nodale, a cui non va a sostituirsi neppure l'abilità del mestiere, conservando pertanto, quasi per tutta la sua durata complessiva, la stessa freddezza della fotografia che utilizza per inquadrare la negativa piega d'apertura.

Finisce per soddisfare quindi solo parzialmente questo Piccolo Principe cinematografico, riaccendendo i ricordi di coloro che si erano lasciati incantare dal libro e stimolando l'altra minoranza a prendere in considerazione l'idea di colmare una possibile mancanza letteraria. Una di quelle che nemmeno il cinema, a quanto pare, può riuscire a compensare adeguatamente, nemmeno in piccola parte. Nemmeno con la giusta dose di creatività e di libertà a far da padrone.

Trailer:

[SHORT] Corto Natalizio di Giordano Caputo



Spulciando tra le varie bozze che avevo da parte, qualche settimana fa ho trovato questo dialogo che avevo scritto e di cui non ricordavo nulla. L'ho letto, modificato un pochino e poi, infine, visto che eravamo quasi in tema, mi sono detto: cazzeggiamo un po' e proviamo a girarlo.
Questo è il risultato, cotto e mangiato, di quello che ne è venuto fuori...

Sinossi:
La magia del Natale è contagiosissima, tranne in quei rari casi in cui funziona al contrario.

Corto Natalizio:

martedì 29 dicembre 2015

Quo Vado? - La Recensione

Sotto certi aspetti esagera Pietro Valsecchi quando accomuna Checco Zalone e i suoi film ad Alberto Sordi e Mario Monicelli, si fa prendere troppo dal suo mestiere di produttore, con l'intento magari di forzare anche opinioni, decisamente fuori contesto e inappropriate. Eppure, come ammettono in primis, Zalone stesso e il regista Gennaro Nunziante, il loro cinema è a quei modelli che vuole guardare, non tanto con l'integrità di chi ha intenzione di emularli al millimetro, quanto con la voglia di raggiungere la stessa popolarità e affezione per accaparrarsi una fetta consistente di pubblico e tenersela stretta praticamente in eterno.

La differenza tra ieri e oggi tuttavia la fa il box-office, un giudice diventato così presente e determinante, al punto da condizionare già in fase di pre-produzione ciò che il prodotto finale dovrà essere e contenere. Una croce che su lavori come "Quo Vado?" pesa inevitabilmente più del previsto, perché rinforzata dai traguardi raggiunti in passato dal suo protagonista, i quali, per regole del gioco, quantomeno hanno il dovere di dover essere inseguiti, eguagliati se non addirittura superati. Insomma, per Zalone il cinema rappresenta ormai la rincorsa contro sé stesso, una rincorsa che può aver senso, solo se il pubblico viene accontentato ed esce soddisfatto dalla sala, il che, da un altro punto di vista, è praticamente la lama di una trappola rischiosissima che potrebbe, alla lunga, andare a bruciare oltre che la freschezza del comico soprattutto le possibilità interessanti, e non percorse, dei suoi copioni. L'incipit di "Quo Vado?" infatti è probabilmente il migliore in assoluto che la collaborazione tra Zalone e Nunziante abbia mai partorito: con un funzionario di un ufficio provinciale ossessionato dal posto fisso che, a seguito dei tagli economici, rifiuta la buona uscita e accetta la ricollocazione in qualunque parte d'Italia e del mondo pur di non rinunciare a quei privilegi che altrimenti non troverebbe da nessun'altra parte. Uno stratagemma con cui Zalone esce fuori dal suo territorio di origine e dall'Italia in generale, esportando l'ignoranza che lo contraddistingue e la mentalità retrograde, in posti improbabili come il Polo Nord e la Norvegia, aggiungendo al suo repertorio di base le sfumature legate allo spirito di adattamento, alla cultura e a quella civiltà italiana tanto contestata all'estero.

A fungere da elemento di rottura tra le varie battute, gli sketch e quello che teoricamente è lecito aspettarsi da una pellicola di questo genere, c'è allora il cambiamento di un protagonista che, per la prima volta, anziché portare nel suo orticello le persone con cui inizia a scontrarsi, decide di arrendersi e di farsi travolgere dall'educazione, adattandosi ad un comportamento normale, ma per lui del tutto strano, anomalo e sconosciuto, propenso ad abbattere la disuguaglianza tra uomo e donna, a privilegiare la correttezza e a favorire l'integrazione dell'italiano all'estero come dell'essere umano ovunque. Comportamento che, per ovvi motivi, è destinato a restare vivo a breve scadenza, ma con cui Zalone, oltre a strappare le risate migliori, riesce, nel suo piccolo, a rievocare lo spirito di un certo tipo di commedia all'italiana, oggi tendenzialmente scomparsa, eppure, ci dice, non interamente estinta. Uno spirito a cui però, per resistere, servirebbe il sostegno di una fermezza e di un'aspirazione che "Quo Vado?", colpa dei suoi obiettivi, non può permettersi di pavoneggiare, poiché andrebbe in conflitto con quei confini e quella natura positivista che gli scorre in vena, con la quale ha l'incombenza di accontentare chiunque, appesantendosi e restando al di sotto delle sue potenzialità.

Quelle, appunto, che rendono le affermazioni di Valsecchi delle esagerazioni, ma che, in un universo dove Zalone è al servizio della storia e non viceversa, non sarebbero certo da cestinare rapidamente e in pianta stabile. Quell'universo che, chi lo sa, se prima o poi al comico pugliese non verrà voglia di prendere in considerazione, uscendo fuori dal territorio così marcato, di cui ormai è "padrone", per spingersi abbastanza a largo e rischiare: misurandosi più da vicino con quel cinema che ha sempre visto lontano chilometri e sperimentando un nuovo livello, pericoloso, ma meno circoscritto di quello attuale.

Trailer:

lunedì 28 dicembre 2015

Top 20 Movies of 2015


In ritardo rispetto al solito.
Si, diciamo che quest'anno me la sono presa comoda. E' che scegliere le posizioni non è mai così semplice: prendi, sposti, rimetti, risposti. Decidere perché un film sia leggermente migliore o peggiore di un altro è complicato, specie a questi livelli, specie se si sta lavorando su una lista di lavori top. Comunque voi prendetela con le pinze, ecco. Diciamo che questi sono il meglio dell'anno 2015 uscito in Italia (al cinema e in home video), poi le posizioni, si contano, ma fino a un certo punto. Fermo restando che contano!
Va bene, io un minimo di cappello ve l'ho fatto, ora voi guardatevi la classifica e cercate di prendere appunti su cosa vi manca da vedere e cosa no....


20 - Noi E La Giulia
La commedia italiana, leggera, migliore dell'anno con un cast ben assortito e un'alchimia determinante a fare da amalgama. Edoardo Leo rende giustizia al libro di Fabio Bartolomei raccontando la crisi, la rabbia e la voglia di riscatto dei quarantenni di oggi, riuscendo a far ridere, contemporaneamente, attraverso una storia surreale, ma non troppo, su cui spiccano una bravissima Anna Foglietta e un Claudio Amendola fuori dall'ordinario.


19 - 007: Spectre
Un cerchio che si chiude. Un possibile punto da cui ripartire o da cui andare a capo. Sam Mendes pur non raggiungendo o eguagliando i picchi altissimi di "007: Skyfall", in qualche modo porta avanti un discorso coerente e necessario al Bond di Daniel Craig, un discorso con cui esalta l'immaginario e il mito della spia doppio zero,guardando al passato, ma con l'intento di proiettarsi al futuro. Un futuro che, attori a parte, da l'impressione di non essere mai stato così florido, ma soprattutto così solido.


18 - The Babadook
L'horror dell'anno. In attesa almeno dell'altro horror dell'anno che da noi uscirà però nel 2016. Il film di Jennifer Kent parte dallo stereotipo classico dell'uomo nero, per prendere però una piega totalmente psicologica, il che è la fortuna e il merito della sua vittoria. Vittoria su cui è scritto anche il nome della protagonista Essie Davis, che ricalcando le orme di Jack Nicholson in "Shining" riesce a stimolare quella tensione e quell'ansia necessaria per tenere alti i brividi e conquistare lo spettatore.


17 - Whiplash
Un insegnante come J.K Simmons vale da solo il biglietto per questa classifica. Ma se poi a lui va ad aggiungersi l'anima di una pellicola preoccupata ad analizzare il cruccio del talento e della disciplina allora non ci sono santi. Damien Chazelle dirige un lavoro decisamente inaspettato, piccolo, eppure capace di imporsi e di fare la voce grossa e potente. Perché spesso il bastone, se non accompagnato dalla carota, può far più male del previsto, ma potrebbe anche essere la miglior soluzione per riconoscere chi è in grado di fare la storia e chi è destinato ad essere solamente uno dei tanti.


16 - The Interview
Meno male che non si sono fatti intimidire dalle minacce. Meno male che la Sony ci ha creduto fino all'ultimo, perché "The Interview" è una delle migliori commedie del'anno in senso assoluto. Geniale sin dall'incipit - che vede un giornalista, presentatore di una trasmissione popolare, essere reclutato dalla CIA per uccidere il dittatore nordcoreano Kim-Jong-Jung, sfruttando l'interesse di quest'ultimo per il suo programma - la briglia sciolta su cui vanno ad agire James Franco e Seth Rogen è irresistibile e lo stesso vale per l'ironia che circonda il personaggio politico e il suo governo. Insomma, da non perdere.


15 - Sopravvissuto: The Martian
Matt Damon sperduto su Marte intento a trovare un modo per sopravvivere e tornare sulla terra. Da quello che sembrava uno spin-off di "Interstellar" Ridley Scott tira fuori un film d'intrattenimento, nulla a pretendere e divertentissimo. Tra citazioni, battute e autoironia, l'adattamento cinematografico del libro di Andy Weir spiazza tutti, non prendendosi troppo sul serio e sbaragliando ogni pregiudizio preliminare.


14 - Star Wars: Il Risveglio Della Forza
Si, già sento qualcuno di voi fare "buu" e non essere d'accordo nel vedere questo film così lontano lontano dalla galassia che conta. Per carità, ci può stare, ma secondo me quello di J.J. Abrams è sicuramente il miglior blockbuster dell'anno e degli ultimi anni, però non abbastanza audace da rischiare quel che serve per aggiudicarsi i primi posti. Detto questo, io al cinema l'ho visto già due volte, sono rimasto soddisfatto entrambe e sono sicuro che mi divertirei ancora se mi capitasse di rivederlo ancora. Per cui, non vi arrabbiate. Statece!


13 - Il Ponte Delle Spie
La prima parte di questo film andrebbe studiata nelle scuole: in quelle di regia per quel che riguarda il lavoro di Steven Spielberg e in quelle di recitazione per quel che riguarda il lavoro di Mark Rylance. Una spy-story spielbergiana fino al midollo che nulla ha intenzione di aggiungere alla filmografia del regista o a quella in generale, ma che ha il potere di catturare l'attenzione di chi sta guardando non facendogli più staccare gli occhi di dosso.


12 - Irrational Man
Ok, è inutile che lo insinuate: Emma Stone non centra nulla, stavolta è tutto merito di Woody. Lei è solamente un effetto collaterale, uno di quelli graditi ovviamente, esaltata fotograficamente come mai nessun regista prima d'ora aveva fatto, peraltro. Ci troviamo di fronte ad una delle opere-medie migliori di Allen, che pur orbitando attorno agli stessi argomenti in qualche modo cambia e si modifica, continuando a comunicare e a provocare quanto basta.


11 - La Felicità E' Un Sistema Complesso
Valerio Mastandrea super-eroe nel suo piccolo, che tenta di salvare, o meglio, di credere di salvare un paese che non ha la minima intenzione di seguire né i suoi pensieri né i suoi consigli. Un uomo che deve guardarsi dentro, ma che sta tardando da anni di assumersi la responsabilità di tale compito per paura di scoprire la verità. Gianni Zanasi procede con la sua poetica, recuperando le basi gettate circa sette anni fa con "Non Pensarci", servendosi di un personaggio però più maturo e adulto, da inserire al centro della storia. Un personaggio che rappresenta un po' tutti e nessuno e che proprio per questo si fa amare e voler bene.


10 - Fino A Qui Tutto Bene
Se il film di Edoardo Leo andava a prendere di mira il target dei quarantenni, gente quindi alla ricerca della seconda possibilità con un piano B, Roan Johnson firma una commedia dolce-amara su coloro che stanno provando a mettere in piedi un piano A. I suoi sono infatti ragazzi quasi-trentenni in lotta con i loro problemi esistenziali, il fancazzismo da ridimensionare, le responsabilità da grandi e un'amicizia che, con l'abbandono dell'appartamento che condividono, rischia di dissolversi come di rinforzarsi. Una piacevole sorpresa.


09 - Blackhat
Uno dei film più chiacchierati della stagione. Dai cinefili però. Tutti aggrappati ad un finale surreale, poco credibile nel suo essere confinato ad una realtà comunque vera. Per carità, ci sta, però Michael Mann osa, e osa con una certa sicurezza ed esperienza. E' un maestro e il suo cyber-thriller non è paragonabile a nessun altro genere di prodotto in circolazione. Sicuramente non sarà di facile fruizione per un pubblico medio, ma sarebbe un delitto, adesso, andargli a puntare il dito contro.


08 - Youth: La Giovinezza
Quando sono uscito dalla proiezione di "Youth: La Giovinezza" scrissi, a caldo, che Paolo Sorrentino aveva esagerato, che troppo estro senza accompagnamento e senza un fine, raramente porta a un risultato. Solo che poi dalla testa le immagini del suo film non andavano più via, le carte delle caramelle Rossana "suonate" dal magistrale Michael Caine erano stampate fisse nei miei pensieri e la luce che illuminava le passeggiate dell'attore inglese insieme al suo fedele amico Harvey Keitel qualcosa di straordinario impossibile da dimenticare. Del resto Sorrentino è così: un regista fuori dal comune. Volenti o nolenti. E che ci piaccia o no, siamo fortunatissimi ad averlo dalla nostra.


07 - Non Essere Cattivo
L'opera postuma di Claudio Caligari non si capisce come abbia fatto a non trovare il modo di uscir fuori durante tutti questi anni. Un film che arriva come un pugno allo stomaco, duro, sincero, anacronistico nella forma, ma non nella sostanza, come piaceva fare al suo regista. Sostenuto da una coppia d'attori perfetta, che da l'impressione di esser stata presa veramente dalle strade che racconta. Strade pericolose, aride e violente in cui manca la speranza e dove non lasciarsi andare è un compito praticamente impossibile.


06 - The Fighters: Addestramento Di Vita
Recuperato da pochissimo grazie alle incessanti voci che mi ripetevano che questo piccolo film francese valesse la pena di essere visto. Ne sono rimasto folgorato: la storia d'amore romantica tra questi due ragazzi prossimi a dover passare all'età adulta, trovando quindi un posto specifico nel mondo, non solo sa essere fuori dai soliti stereotipi, ma attira passo dopo passo, scorrendo via come un fulmine. Un lavoro che resta impresso a fuoco oltre la visione per giorni e giorni, specie per quella meravigliosa scena sulla riva del fiume, che ricorda involontariamente, forse, o forse no, il "Moonrise Kingdom" di Wes Anderson.


05 - Birdman o (L'Imprevedibile Virtù dell'Ignoranza)
Il premio Oscar dello scorso anno, da noi è arrivato con leggero ritardo. Inevitabile, dunque, richiamarlo a rapporto ed esaltarlo, poiché, nonostante non sia un capolavoro assoluto di "Birdman o (L'Imprevedibile Virtù dell'Ignoranza)" si può soltanto parlar bene. Girato con un piano sequenza artificiale, il film di Alejandro González Iñárritu infatti riporta ai suoi fasti un attore grandissimo come Michael Keaton, al quale affida un personaggio che potrebbe essere tranquillamente lui dopo il "Batman" di Tim Burton se le cose fossero andate in maniera diversa. Un lavoro che si fa amare per forza di cose, su cui spiccano come attori di supporto i nomi di Edward Norton ed Emma Stone, anche qui magnifica nel ruolo di una ex-tossicodipendente in cerca di riabilitazione.


04 - Inside Out
Il ritorno prepotente e ispirato della Pixar. Un viaggio fantastico, divertente e con lacrimuccia finale nella mente di una bambina prossima al passaggio all'età dell'adolescenza. Lavoro creativo con cui si prova a dare forma a quei luoghi astratti che potrebbero esistere nella nostra mente, gestiti a loro volta da cinque emozioni primarie al comando, responsabili delle nostre azioni. Come ai vecchi tempi la casa d'animazione prova ad andare oltre quello che potrebbe sembrare il suo target di riferimento, insegnando molto ai più piccoli, ma ancora di più ai grandi.


03 - Mad Max: Fury Road
Ecco un altro film che nelle scuole di regia dovrebbe essere visto e rivisto. George Miller fa del remake del suo stesso film un prodotto d'intrattenimento perfetto, girato senza un minimo di sbavature, con una corsa incessante verso la libertà e la vendetta a fare da sfondo insieme al suggestivo deserto. Tom Hardy subentra a Mel Gibson, ma la vera stella in realtà è una Charlize Theron maschiaccia e cazzuta, che ruba la scena al suo comprimario e lascia il segno con un personaggio memorabile.


02 - Vizio Di Forma
Il più grande regista americano in attività? Forse. Sicuramente Paul Thomas Anderson è uno dei più affermati, immensi registi della cinematografia moderna, uno dei pochi capaci di inquadrare l'America e il suo carattere e, nel frattempo, raccontare storie che sembrano voler andare da tutt'altra parte. In "Vizio Di Forma" si avvale del romanzo di Thomas Pynchon e di un gigantesco Joaquin Phoenix per raccontare il rovescio della medaglia relativo al sogno americano, sebbene in primo piano, come da copione, ci sia una storia di sparizione ironica, grottesca, ma anche molto, molto romantica.


01 - Mia Madre
Ancora una volta abbiamo deciso di premiare Nanni Moretti. Anzi, ancora una volta abbiamo deciso di premiare la sensibilità di Nanni Moretti (John Turturro lo direbbe meglio). "Mia Madre" è un film enorme, del resto, che racconta la difficoltà di un figlio a dover riempire quel vuoto che resta dopo la perdita di un genitore, la stessa che il regista ha dovuto vivere personalmente e che ha cercato di esorcizzare attraverso la sua reincarnazione in Margherita Buy e quell'angelo vero, ma astratto, che interpreta in prima persona nella storia. Commuove, emoziona, a tratti strappa anche risate, secondo chi scrive, quello di Moretti, è l'esempio perfetto di ciò che da queste parti amiamo vedere, ciò che il cinema tendenzialmente deve essere e che, coerentemente, merita di esser premiato.

Qui termina un altro, intenso, anno cinematografico. Intanto il 2016, se avete avuto modo di vedere, da queste parti si è già fatto vivo e ha portato dei titoli davvero niente male. Ma avremo modo di approfondire la questione in futuro, per adesso, non mi resta che augurarvi un buon fine anno e un'arrivederci al prossimo. Stay Tuned!


domenica 27 dicembre 2015

Macbeth - La Recensione

Il problema di fondo sono le ambizioni.
Ne era al corrente persino William Shakespeare: quando non ti accontenti e cerchi in tutti i modi di salire in alto, troppo in fretta, rischi di perdere il senno e comunque di fallire ampiamente la tua conquista.
Si, d'accordo, questo è "Macbeth", nel suo riassunto più povero e sbrigativo di sempre, eppure tale riassunto ben si accosta all'operazione che il regista Justin Kurzel proprio con "Macbeth" ha voluto compiere, cercando di restituire nuova linfa vitale ad una trasposizione, che seppur sempre attuale, cominciava a soffrire di una certa stanchezza.

Il restauro comincia allora dall'estetica, dalla vividezza delle immagini e dalla fotografia affascinante che risalta le inquadrature molto larghe o molto strette con le quali la drammaticità esplode sullo schermo. Cerca di andare incontro all'epica moderna, Kurzel, quella scaltra a conquistare al primo sguardo e che non si preoccupa di mettere nello stesso universo battaglie a rallentatore degne del miglior Zack Snyder, filtri arancioni o rossi che richiamano il Nicolas Winding Refn di "Solo Dio Perdona" e un linguaggio da Medioevo, di stampo teatrale, obsoleto, eppure devoto all'epoca e alle radici dell'opera. Un allestimento astuto, che non lascia affatto indifferenti, nel quale tuttavia viene a pesare la mancata cura per una sceneggiatura risicata e non all'altezza, incapace di rendere giustizia ai personaggi, alle loro ossessioni e a quel cambiamento che li porta a rovesciare la loro coscienza da cima a fondo, prima di pagarne poi il salato prezzo. L'assurdità che viene a crearsi, dunque, è quella di un epicità voluta, rintracciata ad ogni costo e a tavolino, ma poi mancata proprio nell'ossatura e nella costruzione intima di una tragedia in cui, a parità di scene madri, mancano altrettante scene figlie, imprescindibili per approfondire ed allargare quel discorso relativo ai caratteri, i rimorsi e i demoni del Macbeth di Michael Fassbender e della Lady Macbeth di Marion Cotillard.

Come una fisarmonica, quindi, il "Macbeth" di Kurzel comincia ad accartocciarsi su sé stesso, passaggio dopo passaggio. Non ce la fa a reggere la gravità sostanziosa dell'abito che indossa e a camminare eretto allo stesso tempo, neppure se ad aiutarlo c'è una coppia d'attori che, nonostante tutto, sembra essere piuttosto in forma, motivata e incurante dello scompiglio circostante. Una coppia d'attori utilizzata però a mezzo servizio, considerata faro della narrazione, ma non in senso integrale: nelle performance di Michael Fassbender e di Marion Cotillard è infatti possibile intercettare l'impegno e la bravura che li contraddistinguono, ma non quel bagliore tanto atteso, che sarebbe sicuramente uscito fuori se gli fosse stato permesso di prendere in mano le redini e dare sfogo al totale conflitto interno dei loro personaggi. Sono loro due il più grande rimpianto della pellicola, la loro presenza mal sfruttata, sacrificata per andare incontro ad una grandezza ulteriore e ad un risultato fuori dal comune che, sinceramente, Kurzel non da in nessun momento la speranza di poter raggiungere.

Per tenere testa a chi prima di lui si era cimentato nel classico di Shakespeare, il regista pertanto deve aver pensato che fosse indispensabile compiere un salto improprio per le sue gambe. Un salto che, come per "Macbeth", anziché consacrarlo alla pari dei vari Orson Welles, Akira Kurosawa Roman Polanski ha contribuito ad uno schianto del quale è praticamente impossibile riuscire a salvare qualcosa.

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sabato 19 dicembre 2015

La Grande Scommessa - La Recensione

Guardi "La Grande Scommessa" e pensi ad Aaron Sorkin. Ci pensi per via di una sceneggiatura brillante, non propriamente incline a lui, eppure ottimo surrogato della sua vena logorroica e ficcante. Ma poi fai mente locale, un passo indietro e ti ricordi che dietro a quello che potrebbe essere uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni c'è la mano di uno sceneggiatore e regista che, fino a poco tempo fa, era a totale uso e consumo di commedie demenziali, commedie nulla a pretendere come "Fratellastri a 40 Anni" e "Anchorman".

Lui è Adam McKay, un visionario, se vogliamo, la persona che ha pensato di raccontare al pubblico, in maniera documentaristica, ma anche di finzione, come la crisi economica mondiale esplosa nel 2008 fosse, in realtà, prevedibile e inevitabile, bastava aprire un secondo gli occhi, uscire dalla routine di superficialità costante e guardare attentamente determinati comportamenti. Un esercizio che sicuramente non poteva esser compiuto a dovere dal cittadino comune, ma che un gruppo di speculatori visionari ha seriamente colto al balzo e messo in pratica, scommettendo in netto anticipo sul crollo dell'economia americana per trarne profitto enorme nell'immediato futuro. Serviva esperienza nel settore, conoscenza profonda di quei termini wallstreetiani con cui ci sentiamo stupidi ogni qual volta entriamo in contatto, una preparazione insomma, non esattamente semplice, a cui Mckay per altro non intende rinunciare, ma provare a coprire, al massimo, con dei tutorial accelerati che semplificano, come meglio possono, ciò che un secondo prima ci sembrava arabo, o poco comprensibile. In questo modo "La Grande Scommessa" riesce a bilanciarsi perfettamente come opera fruibile e dedicata specialmente alla massa, un opera in cui i toni drammatici non smettono di darsi il cambio con quelli ironici e gli attori, di tanto in tanto, sfondano il muro della quarta parete per intavolare brevi accenni, scambi o ammiccamenti allo spettatore.

Vuole questo, d'altronde McKay, coprire nel modo più efficace possibile quello scarto d'informazione che considera scorretto e volontario, con cui le grosse istituzioni hanno abusato della piena fiducia del cliente, muovendosi liberamente e facilitando il tracollo. Parliamo di un sistema fraudolento alla base, dove "due più due fa...pesce", governato dalle stesse persone che ci aveva fatto vedere più da vicino Martin Scorsese con "The Wolf Of Wall Street"e che, pur facendo un'altra strada, "La Grande Scommessa", intende andare a rievocare, ostentando un collegamento lecito quanto astuto: servendosi prima dell'aiuto di Margot Robbie (che ci spiega le obbligazioni ipotecarie in una vasca da bagno) e poi di una scena meravigliosa in cui due degli speculatori protagonisti, entrano in un palazzo pieno di uffici appena sgomberato e, guardandosi intorno, percepiscono di trovarsi all'interno di un luogo dove a lavorare era stata gente lontanissima dall'essere adulta. Tuttavia, a dispetto di quanto accade nel film su Jordan Belfort, la redenzione in questo caso non sembra essere parte del progetto, neppure sotto forma di magra consolazione pronta a premiare il pazzesco cinismo con cui l'eremita, fan metallaro, Christian Bale, l'irresistibile Steve Carell e la squadra giovane capitanata da Brad Pitt abbia saputo giocare d'anticipo, con fare pulito e lungimirante, sull'evoluzione delle circostanze.

Perché, e non è una scoperta, quando si tratta di banche e di istituzioni pesanti che rischiano il crollo, a pagare, è molto probabile, che sia sempre chi c'entra meno, chi è simbolo del più debole e del sacrificabile. Fattore di ingiustizia, questo, scatenante di quella rabbia che ha portato McKay fuori dal suo orticello, a contatto con il libro di Michael Lewis (in Italia uscito con il titolo "The Big Short - Il Grande Scoperto") e la sua trasposizione, esclamando la frase istintiva "se posso comprenderlo io, possono farlo anche gli altri" e svelandoci, dunque, il trucco di una magia che, non è detto, sia davvero stata abolita e condannata dai palcoscenici mondiali.

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Inglorious Cinephiles a NewsCinema ON AIR - Star Wars: Il Risveglio della Forza - Videorecensione Di Gruppo


Stavolta la rubrica NewsCinema ON AIR ha deciso di interrogarsi sul film più atteso dell'anno: "Star Wars: Il Risveglio Della Forza". Il nuovo episodio della saga, diretto da J.J. Abrams, in uscita questa settimana. Niente spoiler, per carità, ma solo qualche considerazione e tante, tante supposizioni e domande. Insieme a me, Giordano Caputo, gli amici e colleghi, Elena Pedoto, Carlo Andriani e Stefano Lo Verme.

Star Wars: Il Risveglio della Forza - Videorecensione Di Gruppo:

mercoledì 16 dicembre 2015

Irrational Man - La Recensione

In "Magic In The Moonlight" era il sovrannaturale, in “Irrational Man” ad opporsi alla nuda e cruda realtà è la filosofia.

Le tematiche non cambiano, o meglio, in parte lo fanno, ma non cambia l'attitudine di Woody Allen a girare intorno, analizzare e cercare il famoso senso della vita. Quel senso della vita che se nella precedente uscita sembrava ancora voler rimettere in discussione e rivalutare, in "Irrational Man" pare, invece, aver accettato con sportività e anima in pace. Non ha scoperto nulla tra un film e l'altro il vecchio Woody, anzi, ciò che ci dice era già li, poggiato sul tavolo chissà da quanto, l'unica difficoltà era quella di volerlo guardare dritto negli occhi, di volere accettare una vita che fa del caos e dell'ironia la sua principale forma di oscillazione. Ma volenti o nolenti le cose stanno così, basta terapie, basta perdere tempo, lo pensa anche il Joaquin Phoenix professore universitario di filosofia, il quale, dopo aver rincorso per anni il senso della vita tra le masturbazioni verbali, come le chiama lui, ora ha capito di poter risolvere la sua depressione passando dall'altro lato della barricata, quello in cui a fare da padrone è il concreto, la sua consapevolezza, il movimento, che nel caso specifico significa omicidio premeditato, ma moralmente ineccepibile. Del resto per vivere, o meglio, per sentirsi vivo, l'uomo ha bisogno di agire e di farlo nel modo che lui ritiene più giusto, se non altro per lasciare al mondo quel segno infinitesimale che non permetterà di poterlo cambiare, ma perlomeno di migliorarlo un pochino.

Ogni volta, quando un mio film ha successo, mi chiedo: come ho fatto a fregarli ancora?
Ci scherzava anni fa, Allen, sulla sua tendenza a fare pellicole e a farle ogni volta assai simili tra di loro, eppure le sfumature con cui ad ogni scrittura riesce a colorare quelle che potremmo chiamare le sue di "masturbazioni verbali", sono i caratteri che fanno la differenza sostanziale, rendendo ogni storia padrona di un suo motivo di esistere e diversa da un'altra. Diverso, sotto alcuni aspetti, lo è anche lui, specie in questo momento storico, a confermarlo è soprattutto il rientro in scena di uno dei suoi cavalli di battaglia come il delitto perfetto, alterato, stavolta, nella sua elaborazione per permettergli di adattarsi ad un contesto in cui a comandare non è principalmente il dramma, ma la commedia grottesca a sfondo filosofico. Sebbene quindi lo stampino di "Crimini e Misfatti" o "Match Point" sia ancora vivo e vegeto, il credo del suo regista sembra aver assunto un colore meno nero del solito, come se avesse assorbito lo spirito di una positività inaspettata, ma intravedibile nella sua interezza nelle inquadrature che "Irrational Man" dona in modo generosissimo alla studentessa confusa Emma Stone, mai fotografata così bene al cinema e dal volto così radioso.

E' lei la vera protagonista della pellicola, la persona con tutta la vita davanti a cui Woody Allen ha intenzione di regalare la sua piena maturità, è lei a raggiungere il vero senso della vita, a dover tenere il peso di una scoperta che seppur non appagante al 100% è indispensabile a scacciar via quel disordine che, al contrario, abitava nella sua testa dal primo incontro col professore di Phoenix.
Così, nella passeggiata in riva al mare, che la accompagna tra le sue riflessioni, la Stone ci mostra il più distintivo cambiamento di Allen. Quello con cui è andato a spostarsi dal nero scuro, di cui sopra, alle tonalità di un grigio piuttosto chiaro e confortante.

Trailer:

Star Wars: Il Risveglio Della Forza - La Recensione

Fare o non fare. Non c'è provare.
J.J. Abrams lo sapeva: da lui non ci si aspettavano tentativi, nelle sue mani c'era l'obbligo tassativo di portare a termine quello che George Lucas, sedici anni fa, non era riuscito a portare a termine. E non si trattava solo di realizzare un ottimo film, le sue mansioni richiedevano che riuscisse a mettere in piedi uno spettacolo che andasse incontro a tutto quello che i fan di "Star Wars" volessero vedere. Qualcosa al di sopra del solito lavoro di sceneggiatore e regista, più incline, diciamo, alle capacità potenti di un cavaliere Jedi.

Nel verbo fare però possono esserci infiniti significati e Abrams, ha scelto di prendere per sé stesso quello che gli consentisse di portare a termine il suo compito, senza rischiare troppo, osando il meno possibile, se non per quei due o tre colpi di scena pesanti, ma comunque necessari e fisiologici. Il settimo episodio di "Star Wars" diventa allora il ricalco pesante di "Star Wars: Una Nuova Speranza", il primo capitolo della trilogia classica, con protagonisti e sfondi diversi, ma una trama che ripercorre metodicamente determinati passaggi, mentre in parallelo dona spessore e identità ai nuovi eroi e ai nuovi villain, alternandoli coi tempi giusti ai ritorni del passato annunciati e previsti. Mossa, questa, con cui Abrams ostenta furbizia, ma soprattutto difficoltà nell'andare a maneggiare un prodotto su cui non è possibile avere più una piena libertà creativa e di movimento, un prodotto appartenente ormai a quella gente, a quei fanatici appunto, innamorati del franchise e per questo convinti di poterne decidere le sorti tenendo sempre a disposizione l'ultima parola.

La sceneggiatura di "Star Wars: Il Risveglio Della Forza" però pur andando incontro alle loro volontà - assecondandole come forse meglio era impossibile - non snatura una radice piantata per girare sempre attorno ai problemi di una certa famiglia, quella radice a cui Lucas teneva particolarmente e che Abrams, neanche faticando troppo, si impegna a tenere viva attraverso un intreccio emotivamente pesante da mandare giù, eppure fantastico da poter seguire, specie immaginandolo in prospettiva. Una prospettiva che, in perfetta coerenza ancora con l'Episodio IV, resta per la maggior parte intrisa di mistero, di dubbi e di incertezze, in particolare per quel che riguarda passato e origini dei nuovi volti, i quali, probabilmente, verranno sciolti negli episodi a venire, con possibili nuovi colpi di scena, esattamente come Lucas decise di fare a suo tempo.

Emozioni, brividi, soddisfazioni, lacrime. Tutto impeccabile, tutto come lo si sperava. Ma, bisogna ammettere, che un minimo di iniziativa in più in questo nuovo episodio la si attendeva, specialmente riguardante l'immaginario, i mondi, delle creazioni inedite che venissero di sana pianta dalla nuova gestione e dessero la percezione di pieno controllo e non di ordinaria amministrazione. Non è detto che Abrams non possa rimediare a questo in futuro, che magari volesse prima assicurarsi il benestare del pubblico con un remake timido sotto questi aspetti, ma potentissimo per quanto riguardava le attese, ma se ci chiedessero di trovare il pelo nell'uovo nel suo operato, questo, sarebbe di sicuro quello più rilevante e deludente.

Per il resto, se dimenticassimo la seconda trilogia (e siamo sicuri per molti non sarà difficile), questo potrebbe essere considerato senza se e senza ma uno "Star Wars 2.0", una trilogia che, appunto, si rifà a quella storica, strizzando l'occhio ai vecchi fan e accaparrandosi di diritto le nuove generazioni, che ci metteranno un secondo a perdere la testa per una mitologia a cui bastano i titoli di testa per suscitare brividi e fermenti.

Trailer:

Natale Col Boss - La Recensione

I tempi del cinepanettone sono lontani, archiviati, tant'è che la ricetta rubata e riprodotta altrove non suscita nemmeno rabbia o voglia di competizione, perché alla Filmauro, adesso, l'unica priorità è mettere Lillo & Greg nelle condizioni di esprimere al meglio la loro comicità.

Ci avevano provato con "Un Natale Stupefacente" - primo, vero, lungometraggio della coppia - raggiungendo un risultato discreto, ma ancora lontano dalle migliori possibilità: con delle gag e delle battute trafugate molto dal repertorio storico del duo comico romano e una sceneggiatura scritta forse con meno impegno rispetto a quanto ci si potesse aspettare. Anno dopo anno, tuttavia, i progressi sembrano crescere costantemente e con "Natale Col Boss" si arriva forse ad un equilibrio di commedia che non permette ancora, magari, di chiudere il cantiere, ma probabilmente di poterne ipotizzare una risoluzione a brevissimo. D'altronde un impalcatura così solida non si vedeva in questo genere di prodotto praticamente da decenni ed è superfluo rimarcare che la fonte d'ispirazione non sia del tutto originale, ma presa in prestito dai classici americani anni '80 (riferimento esplicito sia di umorismo che di qualità per i due protagonisti principali). Volfango De Biasi sa andare incontro egregiamente alle caratteristiche e all'ironia dei suoi protagonisti, scrivendo e dirigendo una pellicola che segue alla lontana la scia fantasma di "The Blues Brothers" e catapulta goffamente e casualmente i chirurghi plastici di Lillo & Greg in una realtà più grande e crudele di loro: con la camorra che vuole ucciderli per via di una plastica facciale andata male e che ha trasformato il loro boss in Peppino Di Capri, anziché in Leonardo DiCaprio.

Escono definitivamente di scena, allora, le volgarità e gli sketch sbiaditi e sterili, lasciando il posto necessario alla costruzione di una action comedy orchestrata come si deve, senza punti di riferimento e in cui il fattore risata resta fondamentale, ma utilizzato sempre con astuzia e perizia. Il duo comico romano è a suo agio come mai gli era capitato sino ad ora e si prende la scena con facilità, competenza e la voglia di stupire il pubblico con battute formidabili, in linea con il loro repertorio, battute che strappano risate a catena e di gusto, specie in un paio di occasioni memorabili. Paolo Ruffini e Francesco Mandelli li affiancano come meglio possono, adattandosi al contesto quando è opportuno e aggiungendo un po' di farina del loro sacco quando si spalleggiano a vicenda: stonando leggermente in qualche frangente, ma sicuramente anche catturando quella fascia di pubblico maggiormente orientata verso una comicità più veloce ed esplicita. Sorprende, infine, la spontaneità con cui Peppino Di Capri aderisca perfettamente al ruolo di sé stesso e a quello di boss della malavita, entrando e uscendo dal personaggio con una certa dimestichezza e ostentando persino una vena di umorismo e di autoironia non programmata, ma ben accetta. Meno bene va invece a Giulia Bevilacqua, l'unica donna in scena, confinata nella sua indiscutibile bellezza e non valorizzata a dovere da un copione che avrebbe potuto tranquillamente sfruttarla in altro modo (vedi la Carrie Fisher di John Landis).

Di progressi però con la sua creatura Aurelio De Laurentiis ne ha fatti tanti, bisogna riconoscerlo. E nonostante gli incassi non lo abbiano ancora ripagato totalmente degli sforzi e della buona volontà, il suo film di Natale continua a migliorare e a fare passi in avanti, senza mai tornare indietro a riprendere i panni svestiti. Segnale che testimonia quanto anche da parte sua ci sia voglia di rottamare un certo tipo di comicità scadente e di cattivo gusto, per fare largo, magari, a quella dissacrante e irresistibile di due cavalli di razza come Lillo & Greg. Il tutto, chiaramente, pubblico permettendo. 

Trailer:

martedì 15 dicembre 2015

Star Trek Beyond - Trailer Italiano Ufficiale


La Universal ha rilasciato da poche ore il trailer italiano, ufficiale di "Star Trek Beyond", il nuovo film di Justin Lin con Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Simon Pegg, Anton Yelchin, Karl Urban, e i nuovi Idris Elba e Sofia Boutella che uscirà nelle nostre sale il 21 luglio 2016.

Trailer Italiano Ufficiale:

sabato 12 dicembre 2015

Zoolander 2 - Trailer Italiano Ufficiale


Arriva anche in italiano il primo trailer ufficiale di "Zoolander 2" sequel dell'omonimo titolo diretto ed interpretato da Ben Stiller spalleggiato in scena da Owen Wilson, Will Ferrell, Christine Taylor, Penelope Cruz e Kristen Wiig. La pellicola uscirà in Italia l'11 febbraio in Italia.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Derek Zoolander deve tornare nel mondo dell'alta moda per salvare le popstar del mondo

X-Men: Apocalisse - Trailer Ufficiale Italiano


E' stato rilasciato il primo trailer ufficiale, in italiano, di "X-Men: Apocalisse" il nuovo capitolo dell'omonima saga Marvel diretto da Bryan Singer che riconferma il cast composto da James McAvoy, Rose Byrne, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Evan Peters e Nicholas Hoult aggiungendo i nuovi Oscar Isaac, Alexandra Shipp, Ben Hardy, Tye Sheridan, Olivia Munn e Sophie Turner. Il film uscirà nelle nostre sale il 26 maggio 2016.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Dagli albori della civiltà Apocalisse è stato adorato come un dio. Il primo e più potente mutante dell’universo Marvel degli X-Men, Apocalisse ha inglobato i poteri di molti altri mutanti, divenendo immortale e invincibile. Dopo essersi risvegliato dopo migliaia di anni, disilluso dal mondo, trova e ingaggia un gruppo di potenti mutanti, tra cui un avvilito Magneto (Michael Fassbender), con l’intento di purificare l’umanità e creare un nuovo ordine dell’universo, su cui regnere. Il futuro della Terra è così in bilico. Raven (Jennifer Lawrence), grazie all’aiuto del Professore X (James McAvoy), deve guidare un gruppo di giovani X-Men per fermare la più potente nemesi e salvare il genere umano dalla distruzione totale.

giovedì 10 dicembre 2015

Francofonia - La Recensione

Sarà stata la passione smodata per il Museo del Louvre a spingere il regista Aleksandr Sokurov verso un progetto che, puntando i piedi nella Seconda Guerra Mondiale - precisamente nell'invasione tedesca ai danni della Francia - andava a prendere in esame l'Arte come mestiere e come testimonianza di Storia e di cultura legata all'essere umano. Sarà stato per via di quelle opere e di quegli artisti che il suo "Francofonia" sceglie di incrociare il documentario con la finzione, in un linguaggio meta-cinematografico che fa cadere, quasi, ogni principio d'identità preliminare, affacciandosi allo spettatore come oggetto misterioso da decifrare e da cui lasciarsi o meno impressionare.

Trovare una definizione, trovare una spiegazione alla sua pellicola è in effetti un compito astruso e, forse, addirittura frivolo. Non avrebbe senso infatti sforzarsi per chiudere in uno spazio la coscienza e la passione di un opera che, giustamente, come il titolo lascia intendere, è una sorta di melodia soave e poetica, prettamente francofona, da seguire con gli occhi e con le orecchie, alla stregua di un concerto di musica classica. Del resto, si sa, Sokurov è un anarchico, mentalmente indomabile, capace di dedicarsi a voli pindarici senza andare mai incontro al rischio di farsi male o di schiantarsi completamente. Il suo è un cinema customizzato su corde personali, per cui inimitabile da chiunque, e se ci si accosta bisogna già essere preparati a qualcosa di particolarissimo. Particolarissimo come filmati di repertorio, immagini e personaggi storici, reinterpretati, che riescono a convivere organicamente, sulla stessa scena, senza creare alcun disturbo visivo o stonature. Particolarissimo come Napoleone che vaga fiero intorno al Louvre, incensandosi per ciò che è visibile tra quelle mura grazie ai suoi sforzi, dividendo la scena (e i dialoghi) con Marianna di Francia, ma senza nulla togliere ai veri protagonisti Jacques Jaujard e il Conte Franziskus, rispettivamente direttore del Museo del Louvre dal tempo di Guerra il primo e gerarca nazista, incaricato dei beni artistici da Hitler in persona il secondo. Una collaborazione su cui si è speculato molto, eppure da considerarsi meno aspra e tesa del previsto.

Nonostante il periodo e, soprattutto, nonostante gli opposti schieramenti Jaujard e Wolff-Metternich, ci svela Sokurov, viaggiavano stabili sulla stessa lunghezza d'onda, entrambi volevano il bene delle opere d'arte ed erano in linea con le mosse da mettere in pratica per salvaguardare quello che consideravano un patrimonio inestimabile. Per "Francofonia" loro due sono pedine fondamentali, non tanto per mettere in evidenza un dettaglio storico, magari, passato inosservato, quanto per allargare proprio quel discorso, a cui prima facevamo riferimento, sull'importanza dell'Arte che addirittura riesce ad andare oltre il potere (Hitler) ed oltre le priorità (lo scontro Mondiale). Di fronte ad essa persino un soldato può restare disarmato, perdere la sua uniforme e confondersi tra la folla affascinata, di fronte ad essa persino Sokurov dimentica lo scheletro del suo progetto e si lascia andare a qualcosa di indefinito in grado di inquadrare comunque la grandezza e la straordinaria complessità non solo visiva, ma anche dinastica di un mestiere antico così come immortale.

Nulla di strano, dunque, se impalpabile ci sembrerà, alla fine, ciò che abbiamo vissuto, o se intricato ci apparirà esprimere quel che abbiamo visto. Perché l'importante è che quella sensazione di idolatria che ha rapito Sokurov e che lui, a suo modo, ha provato a ricostruire dentro di noi, si sia fatta largo, segnando quella traccia indelebile commissionata in principio.
In fondo come dargli torto: chi la vorrebbe una Francia senza Louvre, o una Russia senza Ermitage?

Trailer:

The Legend Of Tarzan - Teaser Trailer Italiano


Disponibile il primo teaser trailer italiano di "The Legend Of Tarzan", il nuovo film di David Yates con Alexander Skarsgård, Margot Robbie, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson, John Hurt e Djimon Hounsou in uscita a luglio 2016 nelle nostre sale.

Teaser Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Sono passati anni da quando l'uomo una volta conosciuto come Tarzan (Alexander Skarsgård) ha abbandonato la giungla africana per una vita signorile nei panni di John Clayton III, Lord di Greystoke, con al fianco la sua amata moglie Jane (Margot Robbie). Invitato di nuovo in Congo con la funzione di emissario di commercio del Parlamento, Clayton ignora di essere in realtà diventato una pedina in una convergenza mortale di avidità e vendetta ideata dal Capitano belga Leon Rom (Christoph Waltz). Chi si cela dietro la trama omicida, però, non ha idea di ciò che è in procinto di scatenare.

The BFG: Il Gigante Gentile - Teaser Trailer Originale


Prime immagini di "The BFG: Il Gigante Gentile", il nuovo film Disney tratto dal libro di Roald Dahl, diretto da Steven Spielberg e con Ruby Barnhill, Mark Rylance, Bill Hader, Jemaine Clement e Rebecca Hall in uscita, in Italia, il prossimo 15 settembre.

Teaser Trailer Originale:

Inglorious Cinephiles a NewsCinema ON AIR - I Film Al Cinema Del 26 Novembre e Del 3 Dicembre


Torna NewsCinema ON AIR. Questa settimana "Heart Of The Sea: Le Origini di Moby Dick", "La Isla Minima", "The Visit" "Regression" e "Il Viaggio Di Arlo". Insieme a me, Giordano Caputo, a parlare, gli amici e colleghi Letizia Rogolino, Elena Pedoto, Carlo Andriani e Stefano Lo Verme.
Buona Visione!

I Film Al Cinema Del 26 Novembre e Del 3 Dicembre:

sabato 5 dicembre 2015

Star Wars: Il Risveglio Della Forza - Ultimo Trailer Italiano


Ci siamo, "Star Wars: Il Risveglio Della Forza" sta arrivando in sala, ma non smettono ancora di uscire trailer a ricordarcelo. Questo è l'ultimo, che inserisce nuovi dettagli rispetto al precedente che avevamo già visto qualche giorno fa. A voi le immagini.

Ultimo Trailer Italiano:

La Corrispondenza - Trailer Ufficiale Italiano


Arriva il trailer italiano ufficiale di "La Corrispondenza", il nuovo film scritto e diretto da Giuseppe Tornatore con Jeremy Irons e Olga Kurylenko in uscita il prossimo 14 gennaio.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Una giovane studentessa universitaria impiega il tempo libero facendo la controfigura per la televisione e il cinema. La sua specialità sono le scene d'azione, le acrobazie cariche di suspence, le situazioni di pericolo che nelle storie di finzione si concludono fatalmente con la morte del suo doppio. Le piace riaprire gli occhi dopo ogni morte. La rende invincibile, o forse l'aiuta a esorcizzare un antico senso di colpa. Ma un giorno il professore di astrofisica di cui è profondamente innamorata sembra svanire nel nulla. E' fuggito? Per quale ragione? E perché lui continua a inviarle messaggi in ogni istante della giornata?
Con queste domande, che conducono la ragazza lungo la strada di un'indagine molto personale, inizia la storia del film.

The Nice Guys - Trailer Originale Ufficiale (Red Band)


Sale immediatamente in cima alla lista dei film più attesi del prossimo anno, stiamo parlando di "The Nice Guys", ritorno alla regia (e alla sceneggiatura) di Shane Black, che si affida alla coppia inedita formata da Russell Crowe e Ryan Gosling per un'altra storia di investigazione, botte e risate che ricorda, in vesti diverse, quel "Kiss Kiss, Bang Bang" bellissimo con Robert Downey Jr. e Val Kilmer.

Trailer Originale Ufficiale (Red Band):

venerdì 4 dicembre 2015

The Hateful Eight - Teaser Trailer Italiano


Disponibile anche in italiano il teaser trailer ufficiale di "The Hateful Eight", l'ultimo lavoro di Quentin Tarantino che vedremo in Italia dal prossimo 4 febbraio.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Come in Django, l'ambientazione è Western ma dal sud schiavista Tarantino si è spostato verso il freddo Nord America. La guerra di secessione è finita da qualche anno. Una diligenza viaggia nell’innevato inverno del Wyoming. A bordo c'è il cacciatore di taglie John “The Hangman” Ruth (Kurt Russell) e la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), diretti verso la città di Red Rock dove la donna verrà consegnata alla giustizia. Lungo la strada, si aggiungono il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex soldato diventato anche lui un famoso cacciatore di taglie, e Chris Mannix (Walton Goggins) , che si presenta come nuovo sceriffo di Red Rock. Infuria la tempesta e la compagnia trova rifugio presso la stazione della diligenza di Minnie Haberdashery, dove vengono accolti non dalla proprietaria, ma da quattro sconosciuti: Bob (Demian Bichir), che è accompagnato dal boia di Red Rock Oswaldo Mobray (Tim Roth), il mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e il generale della Confederazione Sanford Smithers (Bruce Dern). La bufera blocca gli gli otto personaggi che ben presto capiscono che raggiungere la loro destinazione non sarà affatto semplice. Per molte ragioni.

Il Ponte Delle Spie - La Recensione

C'è l'America con le sue contraddizioni a fare da sfondo al nuovo film di Steven Spielberg, un paese in Guerra Fredda con la Russia che però sente il bisogno di dimostrare al mondo, e alla Russia stessa, di essere migliore in più di un senso: e quindi quando cattura una spia sovietica, anziché torturarla o ucciderla, come il regolamento patriottico imporrebbe, la affida in difesa ad un avvocato assicurativo - uno un po' arrugginito sulle cause penali - dichiarando di volerne rispettare i diritti secondo la costituzione, ma senza prendersi troppo sul serio. Un gatto che si morde la coda, diciamo, perché poi quando il Tom Hanks, prima titubante, assume professionalmente al suo incarico, quell'uomo che doveva subire la sedia elettrica, e si trovava in tribunale per proforma, rischia veramente di salvarsi e di poter vincere la sua causa, facendo rivoltare un paese che lo voleva già bello che sepolto ed un giudice non intenzionato a tornare sui suoi passi. Ma come dice anche il suo cliente - un monumentale Mark Rylance - l'avvocato Hanks è un uomo tutto d'un pezzo, disposto a mettere a rischio sé stesso e non solo pur di mantenere i suoi principi saldi e ordinati al loro posto, per cui quando intuisce di non poter fare sul serio il proprio mestiere, cerca almeno di mantenere in vita il suo assistito, facendo uscire l'anima assicurativa che c'è in lui e prevedendo dei scenari futuri che, neanche a farlo apposta, si verificano rapidamente, convertendo il criminale traditore in una pedina di scambio preziosissima.

In effetti sembra quasi contenere due sceneggiature "Il Ponte Delle Spie", una allacciata agli avvenimenti che abbiamo appena descritto e l'altra relativa alla missione spionistica che costringe poi Hanks, contattato dalla CIA, ad assumere le vesti di negoziatore e ad andare nella Germania del muro di Berlino per trattare con russi e tedeschi il rilascio di due giovani ostaggi americani. Spaccati così diversi e così scostanti tra loro, che la pellicola di Spielberg fatica ad omogeneizzare istintivamente, rappresentandoli come un vero e proprio taglio, che seppur non netto, è evidente per segnare una differenza tra la porzione primaria di racconto, più statica, parlata e ambientata in interni, ed una secondaria, più d'atmosfera, raccolta e srotolata negli esterni bianchi e freddissimi di una Germania decadente. Scarto intensificato, nella sua sensibilità, dall'uscita di scena, inoltre, del co-protagonista Rylance, proposto come personaggio principale, in prima battuta, ma poi messo in panchina (probabilmente oltre il dovuto) per lasciare spazio ad Hanks e allo svolgimento degli eventi: un attore non conosciutissimo, forse, ma che nel tempo a sua disposizione dimostra di essere in stato di grazia e in grado di mangiarsi la scena in un sol boccone badando poco a chi gli sta vicino.

Per Spielberg tuttavia si tratta solo di allenamento, non potendo puntare ai massimi livelli infatti il regista si "accontenta" di mettersi al servizio della storia, facendosi narratore impeccabile e dettando meravigliosamente tempi e modi, andando a risaltare la sua sempreverde e pulitissima sobrietà e ribadendo una poetica e una visione cinematografica ormai ben chiara e nota. La sceneggiatura scritta da Matt Charman con la collaborazione di Ethan e Joel Coen sicuramente gli da una mano: una stesura granitica, con forti contrasti, ma incapace di commettere errori o di andare fuori binario. La strada percorsa da "Il Ponte Delle Spie" infatti è tracciata secondo una linea retta priva di curve né tantomeno di deviazioni, qualsiasi intenzione, ordine, o passaggio è orientato e posizionato in maniera diritta, a senso unico, così come la mentalità politica dei personaggi che lo percorrono. Uomini chiamati ad essere patrioti e a tener fede ai giuramenti esercitati in patria; uomini dal carattere forte, duro, disposti a morire pur di difendere le strategie del loro paese; uomini la cui vita non è appesa tanto alla pietà della terra straniera, quanto a quella deviazione, o curva, che la religione-politica che li ha formati stenta ad assecondare e, soprattutto, insinua sia stata commessa, rendendo, infine, quello scambio d'ostaggi così sudato e pacifico nella forma, più simile ad uno tra prigionieri da condannare a morte.

Dubbio al quale Spielberg comunque non risponde esplicitamente, dubbio che deve restare tale all'interno di una storia che per quanto contenga dei spigoli andrebbe fin troppo fuori tono se non si prendesse la libertà di andarli a smussare. E' troppo positivista Spielberg per lasciarsi mangiare dall'amarezza gratuita, secondo lui, almeno al cinema, ogni cosa deve risolversi nel modo migliore, nel modo che la realtà abitualmente scarta. E pure se siamo consapevoli che la sua è una speranza improbabile, complicata da avallare, quando è lui a costruircela davanti agli occhi siamo assai più propensi a crederci. A credere veramente che, sotto sotto, il male sia solo una delle varie opzioni.

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