IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

sabato 30 gennaio 2016

La Pazza Gioia - Trailer Ufficiale


Lotus Production e Rai Cinema hanno rilasciato il trailer ufficiale de "La Pazza Gioia", il nuovo film diretto da Paolo Virzì con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti prossimamente in uscita al cinema.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Beatrice Morandini Valdirana è una chiacchierona istrionica, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella Morelli una giovane donna tatuata, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Sono tutte e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, dove sono sottoposte a misure di custodia giudiziaria. Il film racconta la loro imprevedibile amicizia, che porterà ad una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani.

venerdì 29 gennaio 2016

The Hateful Eight: Attori, Assassini e Pedine di Scacchi


L'orario del primo pomeriggio non ha scoraggiato nessuno dei numerosi giornalisti, aspiranti tali, o imbucati che nel Tarantino Day, a Roma, hanno assalito l'Hotel vicino Piazza di Spagna in cui era stata allestita l'attesissima conferenza stampa del film "The Hateful Eight". Presenti li, a rispondere alle domande e alle curiosità del numeroso pubblico, oltre chiaramente alla star, Quentin Tarantino, c'erano gli attori Kurt Russell e Michael Madsen insieme al Maestro, candidato all'Oscar Ennio Morricone.

Pronti-via, e già le mani alzate per fare domande al regista del film fanno fatica a contarsi, ma si comincia dalla curiosità che unisce un po' tutti i suoi lavori di raccontare le storie di personaggi che fingono di essere chi non sono, insegnando, a volte, anche a qualcun altro l'arte della recitazione e mistificando quasi sempre la loro vera identità. "In effetti è vero", ammette Tarantino, "Questo è un po' un elemento comune che percorre tutti i miei film, forse con l'unica eccezione, in parte, di "Pulp Fiction", dove magari c'è il personaggio di Bruce Willis che fa finta, anche se li è un qualcosa di leggermente diverso. Se dovessi trovare un perché però non saprei che dirvi. E' qualcosa che mi piace, mi piace come aspetto drammatico ed è per questo, forse, che fa capolino in tutti gli scenari che realizzo. Probabilmente i miei personaggi sono degli ottimi attori e io amo molto metterli alla prova".
E a proposito di recite e di ruoli Tarantino spiega anche perché, alla base di "The Hateful Eight", ci sia la pazienza, lo studio dei protagonisti, prima dell'esplosione della violenza che, probabilmente, conoscendo il regista, molti invece si aspettavano in anticipo. "Si tratta di un lavoro molto teatrale", dice, "Potrebbe quasi essere definito come una pièce. Questo non è certo il tipo di film in cui puoi ricorrere a tutti quei trucchetti utilizzati solitamente per abbreviare i tempi. Ci sono personaggi che stanno giocando una partita a scacchi con sé stessi, loro sono le pedine, cercano di combattere, giocarsi la loro posizione, cospirano tra loro e tramano, l'uno contro l'altro. E in questo caso il vantaggio di girare in 70mm è quello di potere avere contemporaneamente un piano principale e contemporaneamente uno sfondo che ti permette di avere sempre la possibilità di controllare cosa fanno i personaggi in qualsiasi momento. Questo mi ha consentito di aumentare la suspense e di avere un crescendo, così man mano che lo spettatore comincia a conoscere meglio i personaggi, lo sente che prima o poi qualcosa esploderà. Solo che non sa quando. Per questo poi l'esplosione rappresenta l'inferno".

Ennesima riprova di quanto al regista statunitense piaccia giocare con i generi, accostarli, sovrapporli, percorrendo sempre strade diverse e inedite. Così a chi gli chiede se questo faccia parte di una metodologia oppure di puro istinto lui risponde così. "Io tendo sempre ad essere trascinato da un genere, ma poi succede che mi ritrovo a lavorare su qualcosa in cui ce ne sono, ogni volta, molti di più. Il fatto è che io non riuscirò mai a fare tutti i film che vorrei, quindi alla fine condenso e faccio cinque film dentro uno solo. Come amante del cinema, tra l'altro, mi piacciono quei film che sono un po' un miscuglio di vari generi. Il fatto di riuscire a farlo quindi credo sia qualcosa di estremamente positivo per me e per il pubblico, che con i soldi di un biglietto può entrare in sala e vedere non uno, ma ma ben cinque film. E' come se avessi il talento da giocoliere, se vogliamo. Poi, per quanto riguarda la mia metodologia, chiaramente dipende dal film e dalla storia. A volte è tutto pianificato in anticipo mentre a volte mi lascio un po' andare. Altre volte però accade anche che, completata la sceneggiatura, mi rendo conto che ci sono degli elementi su cui non avevo riflettuto che non posso non prendere in considerazione utilizzando meglio. Quando ho cominciato a lavorare a "The Hateful Eight", per esempio, sapevo che volevo realizzare un western e che volevo realizzarlo in giallo da camera alla Agatha Christie, però è stato soltanto alla fine del montaggio del film che mi sono accorto di avere in mano anche un horror".

Rimanendo vincolati ai generi, poi, a qualcuno non sfugge l'inaspettato riferimento politico presente nella pellicola, trattato stavolta in maniera assai più matura di quanto eseguito in passato. Un argomento su cui però Tarantino sembra abbia intenzione di discostare l'attenzione, ritenendo eccessivi gli accostamenti tra il suo ultimo film e i recenti "Lincoln", "Gangs Of New York" e "La 25^ Ora", tutte pellicole che negli ultimi anni hanno riesaminato la storia Americana, secondo qualcuno, rielaborandola. "Non lo so, sinceramente. Forse la cosa poteva valere più per "Bastardi Senza Gloria" e "Django Unchained". Ciò che posso dire su questo film è che quando mi sono messo a scriverlo non doveva essere un film politico, c'è diventato in un secondo momento. Soltanto quando i personaggi hanno cominciato a parlare, a dialogare e a discutere di quello che era la vita nel periodo post-bellico della guerra civile, mi sono accordo dei riferimenti alla situazione politica attuale che c'è nel mio paese tra i democratici e i conservatori. Poi, lo ammetto, quando abbiamo cominciato a realizzare il film, durante il periodo delle riprese, è successo che si sono verificati alcuni fatti di cronaca su cui, inevitabilmente, ci capitava di discutere sul set e, mano a mano che ne parlavamo, ci rendevamo conto di quanto anche il nostro film sembrava essere pertinente con la realtà. Che posso dire? A volte sei fortunato!".

Ma, tra una battuta e l'altra, come al solito non mancano le polemiche, o perlomeno quelle domande un po' taglienti che il regista - forse perché abituato, ormai, da una lunga promozione, o perché semplicemente di buonissimo umore - con esperienza schiva, rispondendo persino in maniera schietta. La risposta a chi gli chiede infatti se la prigioniera doveva essere già dal principio una donna e perché, in quanto tale, costretta a subire ripetutamente colpi violenti dal personaggio di Kurt Russell è la seguente. "Si, la prigioniera doveva essere una donna sin dall'inizio. Ma, fondamentalmente, anche se fosse stata un uomo di centocinquanta chili di peso, il film non sarebbe cambiato minimamente. Il fatto che ci sia tanto accanimento su di lei dipende dall'atteggiamento del personaggio di Russell, perché come cacciatore di taglie che mira a portare alla forca i suoi prigionieri da vivi, non può fare altro che comportarsi da violento: picchiando e sottomettendo le vittime per evitare che scappino, si ribellino o lo colpiscono. Per cui l'avere o meno una donna non fa alcuna differenza per lui.
Però l'idea di avere una donna a me piaceva proprio perché sapevo che poteva andare a complicare la storia, le emozioni, la visione del pubblico mentre guarda il film".

Arriva lo spazio anche per gli attori, ai quali viene chiesto com'è condividere il set con Tarantino e cosa pensano loro della sua poetica. Il primo a rispondere è Michael Madsen, che nel film è un personaggio abbastanza silenzioso e di poche parole, un personaggio che a vederlo dal vivo sembra appartenergli abbastanza, perlomeno inizialmente. "Io credo che si possano vedere da due punti di vista diversi i film di Quentin Tarantino", esordisce l'attore. "Uno è quello politico, l'altro d'intrattenimento. Sta a chi guarda decidere. Credo che sin dai tempi de "Le Iene", o di "Kill Bill", lui sia sempre riuscito a trovare questa connessione, questo riflesso, tra i suoi film e quello che accadeva nella realtà, ma su una cosa non ci piove: le sue sono storie che tendono più a risolvere i problemi che a crearli". Poi, su questo ultimo film aggiunge: "sono cresciuto in una famiglia in cui non sempre mio padre ha apprezzato i film che facevo, però questo film, sono convinto a mio padre sarebbe piaciuto. L'avrebbe voluto vedere. Mi dispiace molto infatti che ci abbia lasciati lo scorso dicembre. Ma se mi senti papà, sappi che il tuo ragazzo stavolta si è comportato bene".
Lo segue Kurt Russell, riprendendo il discorso iniziale e ammettendo che personalmente, di Tarantino a lui piace particolarmente il modo in cui è capace a tessere le ragnatele delle sue storie. Poi, sul personaggio che interpreta, racconta: "mi è piaciuto molto impersonare John Ruth, lui, secondo me, rappresenta qualcosa che riguarda proprio gli Stati Uniti dell'epoca: un paese in cui, era risaputo in tutto il mondo, anche la persona più piccola, più insignificante avrebbe avuto diritto a un processo in tribunale, davanti a un giudice. John, penso, sia qualcuno che voglia onorare questa cosa, dando quindi a tutti il diritto di avere una possibilità di giudizio".

La palla poi ripassa ancora a Tarantino, di cui è nota l'abilità ad ispirarsi ad altri film che poi i critici e gli esperti giocano un po' a ripescare tra le varie scene e i vari passaggi. Nelle atmosfere di "The Hateful Eight" c'è chi allora ha intravisto un omaggio a "La Cosa" di John Carpenter, un omaggio che il regista di "Pulp Fiction" non nega completamente, ma ci tiene a specificare che, secondo lui, sarebbe più giusto vedere quest'opera come fosse a "Le Iene" in salsa western. "C'è da dire però che "Le Iene" è stato profondamente influenzato da "La Cosa" di John Carpenter", continua, "e qui c'è anche l'aggravante della neve e la condizione di questi personaggi intrappolati in una stanza che non possono fidarsi l'uno dell'altro. Ecco, diciamo che forse è questa la simbiosi più giusta che collega i tre elementi, oltre alla presenza di Ennio Morricone che anche nel film di Carpenter è autore di un brano originale". E a questo punto irrompe nuovamente Kurt Russell, che andando a strappare le risate dei presenti si limita a dichiarare: "io volevo solamente dire che sono estremamente felice di aver preso parte a due film di cui il Maestro Morricone ha scritto la colonna sonora, a due film di Quentin Tarantino e a cinque film di John Carpenter. Mi ritengo un tipo davvero fortunato".
A chi invece rilancia, dicendo se invece l'ispirazione del film sia arrivata da "Uomini Selvaggi" di Blake Edwards, Tarantino replica: "è un film che conosco, ma che non mi piace moltissimo. La scena migliore è quella del poker perché la considero una scena che potrebbe adattarsi benissimo ad uno dei miei film. So che anche Edwards considera quella scena una delle sue migliori.

In chiusura, c'è il tempo di chiedere al regista se pensa che paragonare la battaglia tra la pellicola e il digitale a quella tra cowboy e indiani sia corretto. Accostamento che Tarantino, ridendo, accetta di buon grado, con l'augurio che però la pellicola possa resistere più a lungo di quanto fatto dagli indiani. Sulla questione spinosa del momento, invece, relativa alla polemica razziale degli Oscar, il regista dice: "anche se può sembrare ovvio, mi dispiace che Samuel L. Jackson non abbia avuto la candidatura perché secondo me se la meritava. Per quanto riguarda il boicottaggio posso solo dire che io non sono stato candidato, ma se fossi stato candidato sarei andato.

Così tra le risate generali, il tempo, ci comunicano, essere giunto purtroppo al termine. Lasciando solo un piccolo spazio a quei pochi fortunati che nello sgombro generale tentano di conquistare qualche foto e qualche autografo: un ultimo spicchio di contatto e di felicità con un quartetto che più che essere odioso, potremmo fermamente considerare amorevole e frizzante.








Lo Chiamavano Jeeg Robot - Trailer Ufficiale


Finalmente arriva il trailer ufficiale di "Lo Chiamavano Jeeg Robot", il film di Gabriele Mainetti acclamato al Festival del Cinema di Roma con Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli (qui la nostra recensione), che sbarcherà nei cinema il prossimo 25 febbraio.

Trailer ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere un forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio.

giovedì 28 gennaio 2016

The Hateful Eight - La Recensione

Il crocifisso ricoperto di neve che con una musica tutt'altro che rassicurante accompagna i titoli di testa di "The Hateful Eight" non ci gira intorno: quella a cui stiamo per assistere è una storia di tradimento e di morte. Comincia così Quentin Tarantino, inviando quel messaggio subliminale di tensione che già comincia a farsi largo, sotto pelle, nello spettatore. Vittima anche lui di quel gioco di pazienza e di nervi destinato a sfiancare e a sfidare gli odiosi otto protagonisti, costretti a condividere da sconosciuti, causa bufera di neve, una locanda dove nessuno ha intenzione di fidarsi dell'altro.

Del resto, c'è da crederci, e non solo perché tra i vari cacciatori di taglie presenti e personalità varie e ambigue, c'è una prigioniera dal valore di diecimila dollari a cui Il Boia John Ruth di Kurt Russell, precisa, nessuno deve provare ad avvicinarsi. A minare la fiducia, ma soprattutto la pace infatti è la contestualizzazione Storica, post-Guerra Civile Americana, dove per nulla ancora sono state appianate le divergenze tra nordisti e sudisti e men che meno quelle tra neri e bianchi. Una convivenza forzata, dunque, in cui gli aspetti politici e razziali minano la calma apparente, sovrapponendosi a quelli mercenari e, secondo il pensiero di qualcuno, a quelli omicidi di chi sta fingendo di essere chi non è per portare avanti il proprio piano e liberare la furba, e tranquilla, prigioniera. Da "Django Unchained" allora il passo avanti eseguito da Tarantino sulla Storia del suo paese è decisamente più corto, eppure mai così attuale e consapevole: al punto da metterlo addirittura in condizioni di limitarsi con la libertà di scrittura per andare a prendersi sul serio e imbastire un discorso sociale e morale sugli Stati Uniti d'America. L'evoluzione cominciata con "Bastardi Senza Gloria", che avevamo definito da queste parti come segno di maturazione del regista allontanato dal suo vecchio mondo, in "The Hateful Eight" compie un ennesimo passo in avanti quindi, non limitandosi più a prendere un evento realmente accaduto e a riscriverlo con un finale e uno svolgimento differente, ma bensì a rispettarlo nella sua costruzione, guardando ad esso con occhio responsabile, critico e, cosa non da poco, ben schierato.

Ciò comunque non significa che il cinema di Tarantino abbia cambiato completamente i suoi connotati, anzi. Il meglio di questa sua ultima fatica risiede principalmente nell'esser riuscito a compiere un lavoro intelligente e stimolante senza perdere l'ironia, il gusto e la raffinatezza di un impronta che, probabilmente, resta inconfondibile, proprio perché abituata ogni volta a cambiar genere e a sfidare sé stessa (spiegato perché di western c'è solo l'ambientazione). Ecco perché strizza l'occhio ad Agatha Christie e ai suoi romanzi gialli migliori, "The Hateful Eight", in particolare a quei "Dieci Piccoli Indiani" che non appena sfiora con la mano, dando la sensazione di voler afferrare, subito dopo fa a pezzi con l'accetta, allontanandosi, e confermando l'intenzione simbolo di Tarantino di "rubare", si, ma rielaborando a suo modo. Calpestando, di fatto, ogni cliché rintracciato o sperato (nessuna eccezione per quello autoreferenziale de "Le Iene").

Crescita artistica, ma allo stesso tempo, voglia di non cambiare, che serve al regista di "Pulp Fiction" per non perdersi in sé stesso ed aumentare sempre l'asticella di difficoltà: un asticella con cui, forse per la prima volta, gli tocca fare a braccio di ferro, vincendo tuttavia la partita, ma con qualche difficoltà in più rispetto al solito. Soffre di alcuni leggeri problemini di scrittura questo suo ultimo lavoro, in particolare nei due capitoli d'apertura ambientati in carrozza, sulla neve, lontano dalla locanda. Non si concede mai a dei cali di tensione, è vero, ma non può evitare, al contrario, quelli di un ritmo che nelle sue quasi tre ore, a tratti, lancia segnali di sforzo, non preoccupanti, ma percepibili. Discese da attribuire, pensiamo, a quella ricerca di equilibrio con cui ha cercato di frenare gli istinti creativi, contenendoli (parzialmente) nei bordi, e dare priorità alla visione periferica approfondita su di una società e una popolazione che, nonostante sia passato oltre un secolo, porta tuttora sul groppone i residui di una guerra civile non del tutto digerita e messa alle spalle. Residui che, magari, è il caso di guardare negli occhi e affrontare.

Appurato ciò, è evidente che a "The Hateful Eight" e alla sua missione non si può recriminare nulla, se non, forse, la mancanza di quel monologo folgorante che ci aspettavamo di trovare perché abituati troppo bene da un diverso passato: motivo per cui quest'opera è stata già identificata, da alcuni, come un tantino al di sotto (guai a dire minore) rispetto ai suoi fratelli. Ma come per una ragazza attraente che fa dei suoi difetti un arma in più per la seduzione, stesso discorso vale per questo film, visto e considerato che di fronte a un regista che mette in piedi un esperienza visiva ed emotiva del genere (in cui l'impianto teatrale è fondamentale), che rischia, che sfida sé stesso per compiacere e provocare il pubblico - riuscendoci infine - non si può far altro che dire grazie.
Per cui grazie, caro Quentin. E torna presto!

Trailer:

Onda Su Onda - Trailer Ufficiale


Disponibile il trailer ufficiale di "Onda Su Onda", il film diretto e interpretato da Rocco Papaleo con Alessandro Gassmann, Luz Cipriota e Massimiliano Gallo dal 18 febbraio al cinema.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Ruggero (Alessandro Gassmann) è un cuoco solitario e Gegè (Rocco Papaleo) un esuberante cantante che deve raggiungere Montevideo per un concerto, occasione imperdibile per il suo rilancio. All'inizio tra i due non corre buon sangue, ma un evento inaspettato li costringerà ad una amicizia forzata. Nella capitale uruguagia li accoglierà una donna, Gilda Mandarino (Luz Cipriota), l’organizzatrice dell’evento. Ma non tutto andrà come previsto. A Montevideo si intrecceranno i destini e le vite di due uomini diversi ma accomunati dallo stesso desiderio di rinascita.

martedì 26 gennaio 2016

1981: Indagine a New York (A Most Violent Year) - La Recensione

Corre, Oscar Isaac all'inizio di "1981: Indagine a New York (A Most Violent Year)", corre proprio come correva Rocky quando doveva allenarsi per un incontro mondiale di pugilato. Corre perché anche lui ci tiene a rimanere in forma, ma soprattutto corre perché per il regista J.C. Chandor quella corsa rappresenta il miglior modo possibile per descrivere il suo protagonista: un uomo tutto d'un pezzo, cresciuto attraverso la cultura del lavoro e quindi attaccato al significato di fatica, sudore e disciplina.

Rispetto al personaggio interpretato da Sylvester Stallone però, l'Abel Morales di Isaac ha già compiuto la sua scalata verso il successo, guardando, ora, più verso l'espansione nelle terre americane e verso il dominio assoluto delle stesse. La sua azienda di carburante, va a gonfie vele, infatti, partita dal basso e costruita mattone su mattone insieme alla moglie, ha raggiunto il traguardo di principale competitor nella sua categoria: motivo per cui gli imprenditori della New York anni '80 sullo sfondo, a cui involontariamente sta pestando i piedi, hanno intenzione di mettergli i bastoni in mezzo alle ruote e di rispedirlo il prima possibile da dove è venuto. Quell'ascesa regolare, quell'onestà da sempre sbandierata e difesa, improvvisamente allora comincia ad essere messa a dura prova, a scontrarsi con le nemesi di turno, quelle che per essere allontanate, sconfitte o guardate semplicemente in faccia obbligano a sporcarti le mani, a scendere a compromessi o ad abbassarti di livello: a muoverti quindi lungo determinate altezze che, solitamente, agli uomini tutti d'un pezzo non sono concesse neppure in piccola parte.
Gatta da pelare che Morales, dall'alto dei suoi principi, mai si sarebbe aspettato di trovare nel paese in cui è stato forgiato e promosso l'American Dream, quel concetto che lui stesso venera, incarna e difende, ma che, forse, non è poi tanto facile da raggiungere se al suo interno manca quell'ingrediente scomodo, ma necessario, chiamato sangue.

Come in "Rocky", ma diversamente da "Rocky", la ricerca della felicità in "1981: Indagine a New York (A Most Violent Year)" passa ancora per lo scontro, si tratta tuttavia di uno scontro pericoloso, sleale, a cui il personaggio di Isaac preferisce voltare le spalle, rifiutandosi di prenderne parte e sperando che prima o poi la dignità di colui, o di coloro, che hanno deciso di spalancarlo, riafferri in mano le redini e ristabilisca correttezza, sia nella concorrenza che nel mercato. E' un uomo troppo buono, del resto, il suo Morales per passare a quell'attacco spietato e violento che la causa vorrebbe, troppo ottimista verso il mondo e contemporaneamente troppo tenace nei confronti di quel credo che ha contribuito a renderlo rispettabile e benestante. Gli manca, di fatto, quel cinismo importantissimo, fiore all'occhiello degli uomini d'affari, arma utile alla sopravvivenza che sua moglie - una bravissima Jessica Chastain - invece conosce perfettamente e applica al posto del marito, instradata da un padre che direttamente, o per vie traverse, di quella stessa America infetta e inquinata, in passato, è stato noto complice poi incriminato.

Di fronte alla freddezza, alla cattiveria e agli inganni che lo circondano Morales perciò sembra quasi un Don Chisciotte tenero e abbandonato, in lotta contro i mulini a vento e preso in giro da tutti perché profeta della bontà e della morale. Una condizione che, oltre ad incidere fin dentro l'epilogo della storia, permette al regista J. C. Chandor di dirigere con passo felpato e tensione programmata una pellicola elegante, sorretta da grandi interpreti e complessivamente azzeccata.
Che nonostante la tematica abusata ha il pregio di centrare il bersaglio e di non sfaldarsi minimamente.

Trailer:

The End Of The Tour: Un Viaggio Con David Foster Wallace - Trailer Italiano Ufficiale


Disponibile il trailer, italiano, ufficiale di "The End Of The Tour: Un Viaggio Con David Foster Wallace", il film di James Ponsoldt con Jason Segel e Jesse Eisenberg presentato all'ultima Festa Del Cinema di Roma (qui la nostra recensione) che arriverà in sala il prossimo 11 Febbraio.
Il film si basa sul libro di Lipsky Come Diventare Se Stessi”, pubblicato dopo il suicidio di Wallace nel 2008, edito in Italia da Minimum Fax.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale): 
The End Of The Tour: Un Viaggio Con David Foster Wallace" racconta i cinque giorni di intervista tra David Lipsky (Jesse Eisenberg) e lo scrittore David Foster Wallace (Jason Segel), dopo la pubblicazione nel 1996 del rivoluzionario romanzo di Wallace “Infinite Jest”. In questi cinque giorni nasce e si sviluppa tra i due una profonda amicizia. I due scrittori si scoprono, condividono momenti divertenti e reciproche fragilità, ma non si saprà mai quanto realmente sinceri siano stati l’uno con l’altro. Incredibilmente, l’intervista non fu mai pubblicata, e le cassette audio su cui vennero registrati quei cinque giorni, finirono nello scantinato di Lipsky. I due non si incontrarono più.

L'Abbiamo Fatta Grossa - La Recensione

Mette in pausa i rapporti generazionali e famigliari degli ultimi lavori per buttarsi a capofitto nella commedia italiana più classica, Carlo Verdone, scegliendo come spalla un attore completo come Antonio Albanese, capace di restituire certezze sia sotto il profilo comico che sotto quello drammatico.

E' tra questi due toni, infatti, che "L'Abbiamo Fatta Grossa" costantemente è chiamato ad oscillare, servendosi di una storia che unisce, un po' per forza e un po' per colpa loro, un detective squattrinato e abituato a casi di bassa lega (interpretato da Verdone) e un attore di teatro non più in grado di memorizzare le battute dei copioni perché in crisi dopo la fine del suo matrimonio (interpretato da Albanese). Due talenti mediocri, che fingono di esser più di quello che sono, beffati puntualmente dalla sfortuna e dal destino: che li mette sulle tracce di una valigetta piena di soldi, inizialmente, identificata per contenere tutt'altra merce. Situazione ben più grande di quella che entrambi sono in grado di affrontare, la quale però, oltre alle paure del caso, porta con sé l'opportunità di quel riscatto che tutti e due, da una vita, stanno cercando di ottenere per migliorare quello status reale e scarso che nascondono.
Lega quindi indissolubilmente due caratteri diversissimi seppur simili, la pellicola, puntando unicamente a far ridere con momenti e gag dissacranti e irresistibili, dove la comicità di Verdone e quella di Albanese riesce a fondersi o, più semplicemente, a coesistere dando vita a qualcosa di fresco e di originale. Opportunità che, almeno in teoria, sembra destinata a concretizzarsi positivamente, specie se, a fare da test ufficiale, è il primo incontro/scontro con il quale i due, durante un pranzo casalingo, sanciscono l'avvio della loro collaborazione, evidenziando nettamente quei contrasti con cui andranno a misurarsi nella serie di imprevisti che, poi, a lungo termine, gli cadranno addosso.

Con la pratica, tuttavia, è un'altra faccenda.
Mentre infatti l'alchimia tra i due attori è ineccepibile e non smette mai di risultare efficace, a non convincere pienamente è la costruzione di una trama composta principalmente da sketch che poco esaltano le qualità dei loro interpreti. Un mash-up con cui, forzatamente o meno, si cerca di mandare avanti una storia che, per quanto potenzialmente vincente nella sua forma, risulta poi concretamente scarna e affaticata nella sostanza. Si nota allora una libertà di scrittura e di movimento che ultimamente era diventato difficilissimo rintracciare nelle opere del regista romano, una briglia sciolta che da anni aveva messo da parte per intraprendere discorsi ben più delicati e importanti. Chiave di lettura, questa, che probabilmente aiuta anche un po' a comprendere i motivi di quella ruggine che si cela dietro un copione in cui Verdone per primo aveva pensato di agire lasciandosi trasportare dal suo personaggio e dall'assurdo, sebbene poi concretamente i risultati raccolti non siano precisamente speculari a quelli preventivati in partenza.

E' solo questione di ritmo, insomma, pur trattandosi dello stesso mestiere, l'aver cambiato solo l'intento a volte può essere uguale a l'aver rivoluzionato ogni cosa. Di buono c'è sicuramente l'intuizione di una coppia che, a prescindere del caso specifico, sa di andare perfettamente d'accordo e di poter dare al cinema comico, d'intrattenimento, assai più di quanto, questo collaudo di riscaldamento, ha saputo mostrare.

Trailer:

sabato 23 gennaio 2016

Il Caso Spotlight: Il Giornalismo D'Inchiesta Fondamentale Per La Democrazia


C'era un sabato grigio che minacciava pioggia ad accogliere l'attore Michael Keaton e il giornalista, vincitore del premio Pulitzer, Walter Robinson, questa mattina a Roma. Una giornata che anche i numerosi giornalisti presenti e operativi avrebbero preferito trascorrere nella calma mattutina più totale, lontano dalla routine settimanale. Stati d'animo che, comunque, non appena nella sala conferenze destinata al dibattito fanno capolino i due protagonisti, si dissolvono in un batter d'occhio, lasciando spazio alla discussione interessantissima e coinvolgente in cui inevitabilmente hanno spiccato i temi del giornalismo e della religione.

Si è cominciato dal giornalismo d'inchiesta, fondamentale nella storia de "Il Caso Spotlight", un giornalismo che secondo qualcuno in sala, in Italia, forse, è completamente morto. Dall'alto della sua posizione Walter Robinson - che ringrazia sempre ad ogni domanda quelli che lui considera, troppo generosamente, diciamo, come dei colleghi - risponde, invece, che "se in America ancora non è morto, poco ci manca". "E' un malato terminale", dice. "La diffusione di internet ha privato i giornali e i quotidiani dei fondi necessari per svolgere questo tipo di giornalismo e tanti posti di lavoro, purtroppo, sono andati perduti. Negli Stati Uniti, come immagino anche in Italia, i direttori dei giornali sono dei pazzi, perché se chiedessero ai lettori qual'è il motivo principale per cui vale la pena di acquistare un quotidiano, si sentirebbero rispondere proprio: il giornalismo d'inchiesta. Eppure i direttori dei giornali sono pronti a tagliare i fondi proprio a quello, negando ai giornalisti la possibilità di andare a verificare ed approfondire e di mettere, magari, le istituzioni di potere in condizioni di assumersi le proprie responsabilità. Se non permettono a noi di fare questo lavoro, del resto, chi altro potrebbe farlo? Quando ciò non sarà più possibile, la gente non avrà più la possibilità di informarsi e ciò significherà la morte della democrazia".
A rafforzare un concetto, già di per sé granitico interviene allora Michael Keaton raccontando che nella città in cui è nato e cresciuto, a Pittsburgh, in Pennsylvania, il quotidiano ha una sezione locale di sei pagine dove non vengono approfondite le notizie, o almeno a lui non risulta che ci sia un lavoro investigativo. "Così quando scoppiò a Flint, in Michigan, un grosso caso di inquinamento da piombo nell'acqua", ha continuato, "un inquinamento che ha provocato, a lungo andare, dei danni cerebrali ai bambini che hanno riscontrato, in seguito, delle difficoltà di apprendimento, solo Erin Brockovich indagò su questo, sostenendo che le città coinvolte dall'inquinamento negli Stati Uniti fossero quasi un centinaio e Pittsburgh, probabilmente, poteva essere una di queste. Ora se ci fosse stato un team di giornalisti investigativi ad indagare e approfondire questo caso, giusto per fare un esempio, non sarebbe impossibile immaginare che una crisi spaventosa come questa avrebbe potuto essere fermata".

Un sostegno e una fiducia totale verso quel giornalismo vecchia scuola che Keaton difende a spada tratta e verso il quale ammette sinceramente un interesse profondo, aggiungendo che interpretare Walter Robinson è stata per lui come una benedizione. "Ho trascorso moltissimo tempo con Walter, abbiamo parlato oltre che dell'inchiesta, della vita in generale e di tanti altri casi che lui ha seguito e approfondito nella sua carriera. Essendo io uno curioso di natura ho assorbito letteralmente tutto quello che lui mi raccontava. Gli ho fatto tantissime domande sulla sua storia personale, la famiglia, come gioca a golf. Cercavo di cogliere l'essenza della persona oltre che del giornalista, aggiungendo, naturalmente anche qualcosa di mio, considerando che con le redazioni dei giornali ho una certa familiarità. E' la terza volta infatti che nella mia carriera interpreto il giornalista. Nella vita seguo giornali, programmi di approfondimento televisivi, mentre faccio fatica a seguire le notizie con la frequenza di aggiornamento di internet".
Interviene Robinson: "Michael è stato straordinario, molto professionale, ha colto ogni minima opportunità, riuscendo a carpire tutte le mie sfumature per incarnarmi al meglio: dal tono della voce alla mia gestualità, al modo di muovermi di camminare e di lavorare. Questo per riuscire a far si che la mia immagine sul film risultasse con il massimo realismo. Del resto per me Keaton è uno dei più grandi attori al mondo. Ecco perché quando ho scoperto che sarebbe stato lui a interpretarmi sono stato felicissimo e sono andato in estasi. Pensate che nel 1984 mentre io ero un caporedattore di cronaca locale e lui era stato ingaggiato per interpretare lo stesso mio mestiere nel film di Ron Howard, "Cronisti D'Assalto". All'epoca apprezzai tantissimo la sua interpretazione, perfetta in ogni minimo dettaglio. Tra l'altro se non avete visto "Cronisti D'Assalto" noleggiatelo.

Sul copione de "Il Caso Spotlight" invece ciò che ha convinto Keaton ad accettare è stata prima di tutta la tematica e la scrittura: "sarà che amo i film di Thomas McCarthy, li ho visti tutti tranne uno, e la storia di questa indagine giornalistica legata ai casi di abuso di minori da parte di sacerdoti, in particolare nell'Arcidiocesi di Boston, è stato uno dei motivi principali che mi ha spinto ad accettare la parte". A tal proposito ci si chiede che tipo di impatto la pellicola potrebbe avere sul pubblico italiano, una preoccupazione che secondo Keaton non ha motivo di esistere. Secondo l'attore: "il film, in Italia, avrà lo stesso impatto che avrà negli altri paesi. Ho partecipato a una serie di proiezioni con il pubblico e, ad una in particolare, è successo che un uomo alla fine mi ha avvicinato, ed ha insistito per ringraziarmi, rivelandomi di essere uno di quei "sopravvissuti" che proviamo a raccontare e a descrivere, una di quelle vittime di abuso che non aveva mai confessato a nessuno la sua storia. Del resto non credo il film punti il dito contro la religione in generale, penso che vada oltre la tematica di cui tratta. Io stesso ho ricevuto un educazione cattolica e se c'è un'aspetto che mi rende particolarmente triste è il distacco che questi casi di abusi e molestie creano nei confronti della fede, nei confronti della Chiesa Cattolica, da cui, magari, ci si allontana e si perde la fede. Mia madre è devota e praticante, non ha mai mancato una messa nella sua vita, tranne quando era malata. Io rispetto il credo di tutti, ma la situazione che viene mostrata nel film non riguarda solo la Diocesi di Boston o Boston, bensì paesi di tutto il mondo e quindi non può che suscitare l'interesse di tutti i fedeli".

E' quasi naturale a questo punto allargare il discorso e passare da Roma al Vaticano e dal Vaticano al nuovo Papa, cominciando dalla domanda provocatoria in cui qualcuno invita Robinson ad andare a trovare il Cardinale Law rilegato oggi alla cancelleria vaticana. "Il Cardinale Law pur essendo qui dal 2002 non ha mai più parlato con un rappresentante della stampa", ribatte però Robinson, "e credo che l'ultimo della categoria che ha ricevuto sono stato proprio io".
"Per quanto riguarda Papa Francesco", continua, "ho moltissime speranze in lui, come tutti. Rispetto quello che sta cercando di fare come privare i Vescovi e i Cardinali delle limousine, facendoli concentrare sulle attenzioni, sui bisogni e sulle esigenze dei fedeli. Teniamo in considerazione il fatto che una delle limousine più grandi e delle ville più grandi era stata assegnata al Cardinale Law e a tanti altri cardinali americani. La Chiesa è diventata sempre più una sorta di società clericalista, che esiste per il beneficio dei Vescovi e dei Sacerdoti, in generale, non per i fedeli. Il Papa sa benissimo che la situazione è questa e sta cercando piano piano di modificarla, però, e questa è la mia opinione e quella dei "sopravvissuti", malgrado tutto, per il momento, non è ancora stato compiuto un atto decisivo e sostanziale. Anzi quando Papa Francesco è venuto negli Stati Uniti ha lodato il coraggio dei Cardinali e dei Vescovi americani, offendendo moltissimi dei suoi sostenitori perché i Vescovi sono coloro che, di fatto, resistono al cambiamento e operano in suo favore soltanto quando hanno una pistola puntata alla tempia".
Keaton, dal canto suo, è più benevolo dice: "questo nuovo Papa mi piace molto, trovo stia facendo un lavoro immenso, spingendo un enorme masso per tentare di portarlo in cima alla collina. Ci sono però delle tematiche che vanno al di là di tutto ciò, come quella dell'abuso di potere da parte di chi il potere lo esercita. Prendo come esempio le forze dell'ONU, che dovrebbero garantire la pace in paesi molto poveri tipo l'Africa, e che non solo, spesso, fingono di non vedere, ma in qualche modo contribuiscono a casi di abusi come quelli del film, anziché tutelare le persone indifese".

C'è spazio, infine, anche per la polemica recente degli Oscar troppo bianchi, sulla quale Keaton però si sofferma brevemente poiché l'argomento, secondo lui, è molto più ampio. "Riguarda un genere di ineguaglianza che va oltre le persone di colore, ma verso tante altre situazioni di discriminazione presenti nel mondo. E' un'argomento vasto, complesso, ma al tempo stesso molto semplice: perché una cosa o è giusta o non è giusta, per cui dovrebbe facile raggiungere la giustizia e l'uguaglianza. Sugli Oscar, forse qualcosina andrebbe rivisto, ma non conoscendo bene i meccanismi di selezione non so dire altro, anche perché durante le nomination ero in giro a promuovere questo film".

Prima dei saluti, poi, l'attore ci tiene a ringraziare la platea per le belle parole ricevute: "davanti a tutti questi complimenti l'egocentrismo, capita, che faccia capolino e scateni quella vocina interiore che ripete continuamente: sei il migliore, sei il più bravo, sei fondamentale. Però, ci tengo a sottolinearlo sempre, io ho semplicemente fatto il mio lavoro, chi ha davvero fatto la differenza è stato Walter e gli altri giornalisti del team Spotlight. Io sono solamente un attore che ha avuto la fortuna di interpretare questo ruolo, sono i giornalisti i veri eroi di questa storia perché è stato eroico quello che hanno fatto e quello che continuano a fare. Noi siamo solo qui a godere dei loro frutti, dando anche noi, se possibile, il nostro piccolo contributo. Ma quello che hanno fatto loro è stato molto più importante di quello che ho fatto io, malgrado ritenga assolutamente fondamentale il ruolo dell'arte".

venerdì 22 gennaio 2016

[EXTRA - TEATRO] Coatto Unico Senza Intervallo di Giorgio Tirabassi - La Recensione


E' un animale da palcoscenico Giorgio Tirabassi, chi è abituato a vederlo in televisione o al cinema, magari, non lo direbbe, eppure è proprio il teatro il luogo in cui l'attore romano meglio riesce ad esprimersi e a dare sfogo al suo intero repertorio: svariando tra recitazione e musica e tra comico e drammatico.
E' il suo habitat naturale, diciamo, quello in cui si è formato e che quindi meglio conosce: salvo poi l'essersi adattato benissimo anche a quei mezzi alternativi che più l'hanno aiutato nel fornirgli spazio e popolarità.

Lontano da ogni regola, lontano da ogni indicazione, allora, in "Coatto Unico Senza Intervallo" l'intera poliedricità, il talento e l'estro di Giorgio Tirabassi esplodono senza freni, catapultandosi sul pubblico che non può fare altro che ammirare e divertirsi: in quella che è una rappresentazione che respira, vive e cresce, ormai, da circa quindici anni, dedicata a coloro che l'attore stesso identifica come dei "ritratti umani", nati, vincolati e corrosi dalla città di Roma e per questo simili a lei negli atteggiamenti, così come nell'eterna essenza. Scava nella cultura romana, insomma, Tirabassi, scava affondo, trovando dei reperti che quasi o niente si discostano da quelli che facilmente ci è possibile andare a scovare a noi oggi in superficie. Quartieri, baretti, amici immortali, sono le caratteristiche principali dei coatti che mette in scena, alternandosi tra un buio e un'altro, una canzone e un'altra, e dando vita a piccolissime storie dall'anima bonacciona e divertente, ma, se serve, anche dal colore nero, tosto e doloroso.

Uno spettacolo che viene assorbito, dunque, tutto d'un fiato, dove ridere (a volte fino alle lacrime) è praticamente inevitabile, e stesso discorso vale quando è il turno di rimanere seri, in silenzio e ascoltare. Un lavoro di cui Tirabassi è sia autore e regista, supportato, nella parentesi musicale, da Daniele Ercoli (al contrabasso) e Giovanni Lo Cascio (alle percussioni), un lavoro in cui il miglioramento apportato dal tempo è evidente e inconfutabile, proprio come è evidente e inconfutabile la bravura del suo interprete che, sinceramente, non avevamo mai visto così a suo agio, in forma e spaventosamente grande.

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del Teatro Sala Umberto di Roma: http://www.salaumberto.com/stagione/stagione-teatrale-2015-2016/560-coatto-unico-senza-intervallo.html

1981: Indagine A New York (A Most Violent Year) - Trailer Italiano Ufficiale


Arriva finalmente anche in Italia "1981: Indagine A New York (A Most Violent Year)", il film di J.C. Chandor con Oscar Isaac e Jessica Chastain. Uscirà nei nostri cinema il prossimo 4 febbraio, intanto qui sotto potete gustarvi il trailer.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"1981: Indagine a New York" è un feroce dramma criminale ambientato a New York City nell'inverno del 1981, statisticamente considerato l’anno più pericoloso nella storia della città. Scritto e diretto dall’acclamato J.C. Chandor e interpretato da Oscar Isaac ("A Proposito Di Davis") e Jessica Chastain ("Zero Dark Thirty"), questa appassionante vicenda si sviluppa in un labirinto di corruzione che vede coinvolti industriali e politici rampanti e che infesta le strade di una città in declino. Il terzo lungometraggio di J.C. Chandor ci parla della risoluta ascesa di un immigrato in una società moralmente corrotta, dove rivalità che covano da tempo e aggressioni gratuite minacciano il suo lavoro, la sua famiglia e, soprattutto, la sua incrollabile fede nella rettitudine del suo percorso esistenziale. Con "1981: Indagine a New York", Chandor intraprende coraggiosamente una nuova strada, verso il luogo in cui le migliori intenzioni cedono il passo al puro istinto, il luogo in cui finiamo per essere più vulnerabili nel compromettere ciò che sappiamo essere giusto.

giovedì 21 gennaio 2016

Cattivi Vicini 2 - Trailer Italiano Ufficiale


Disponibile il trailer italiano ufficiale di "Cattivi Vicini 2", il seguito della divertente commedia con
Zac Efron, Seth Rogen, Rose Byrne e Dave Franco, che per l'occasione vede l'entrata in scena delle nuove girls Chloe Grace Moretz e Selena Gomez. Diretta ancora una volta da Nicholas Stoller la pellicola uscirà, in Italia, il prossimo 16 giugno.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Le nuove vicine di casa di Mac (Seth Rogen) e Kelly (Rose Byrne) sono le ragazze di un'associazione studentesca femminile, storica nemica della congregazione Delta Psi Beta, la quale verrà letteralmente 'arruolata' dai coniugi Radner per vincere la nuova battaglia.

mercoledì 20 gennaio 2016

Suicide Squad - Teaser Trailer Ufficiale Italiano


La Warner Bros. ha rilasciato da poche ore il nuovo teaser trailer ufficiale, in italiano, di "Suicide Squad", il nuovo film di David Ayer con Jared Leto, Will Smith, Margot Robbie, Jai Courtney, Cara Delevingne, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Joel Kinnaman, Adam Beach, Karen Fukuhara e Viola Davis, al cinema dal prossimo 18 Agosto.

Teaser Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive.

martedì 19 gennaio 2016

Revenant: Redivivo - Videorecensione Di Gruppo


"‎Revenant‬: ‎Redivivo"‬ è veramente un capolavoro, oppure no? E soprattuto: potremmo ancora prendere in giro ‪‎Leonardo DiCaprio‬ perché eterno perdente, oppure quest'anno, finalmente, gli daranno la statuetta che rincorre da tanto tempo?
Di questi quesiti e anche del senso della vita ne parliamo qui, in questo video io, Giordano Caputo e gli amici e colleghi, Letizia Rogolino, Elena Pedoto, Rosa Maiuccaro, Carlo Andriani e Stefano Lo Verme.

Revenant: Redivivo - Videorecensione Di Gruppo:

The Boy - Trailer Ufficiale Italiano


Arriva l'inquietante trailer, italiano, ufficiale "The Boy", il thriller/horror di William Brent Bell con Lauren Cohan, Rupert Evans, Jim Norton, Diana Hardcastle e Ben Robsonal, al cinema dal 25 Febbraio 2016.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Alla ricerca di un nuovo inizio dopo un passato travagliato, una giovane donna americana si rifugia in un isolato villaggio inglese. È qui che Greta (Lauren Cohan) viene assunta da una coppia di anziani genitori in una maestosa villa vittoriana per fare da babysitter al loro figlio di otto anni, Brahams. Ben presto Greta scoprirà che quel ragazzo altri non è che una bambola a grandezza naturale che i signori Heelshire trattano come un bambino vero. Tutto comincia ad incupirsi quando Greta, rimasta sola, ignora le rigide regole imposte dalla coppia e inizia un flirt con un bell'uomo del villaggio, Malcolm (Rupert Evans). Una serie di eventi inquietanti e inspiegabili, ai limiti del soprannaturale, la convincono che è circondata da un mistero terrificante.

lunedì 18 gennaio 2016

Money Monster - Trailer Ufficiale Italiano


Disponibile il trailer ufficiale, italiano, di "Money Monster", il nuovo film di Jodie Foster con George Clooney, Julia Roberts e Jack O'Connell da maggio al cinema.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Lee Gates è un venditore televisivo da strapazzo, il cui programma, Money Monster, e la sua stessa vita vengono presi in ostaggio da un terribile uomo armato. Il sequestratore lo accusa di averlo portato alla bancarotta con i suoi consigli d'investimento e mentre il mondo segue in diretta la vicenda, Gates deve fare di tutto per restare in vita. Mentre la sua producer cercherà in tutti i modi di salvarlo, verrà alla luce una scomoda verità.

sabato 16 gennaio 2016

Revenant: Redivivo - La Recensione

Se il termine cinema significasse saper muovere la macchina da presa, intercettare la migliore inquadratura per un primo piano, o lasciarsi trasportare dal fascino di una panoramica ben fotografata, allora, "Revenant: Redivivo" sarebbe la migliore espressione del mestiere disponibile sul mercato. Ma purtroppo - secondo il pensiero di chi scrive, almeno - fare cinema è anche altro, non basta l'esercizio di stile, bisogna avere qualcosa da raccontare, creare empatia, trasmettere emozioni che vadano oltre il narcisismo e l'esibizionismo della persona (o delle persone) che si trova dietro la macchina da presa.

Di tale equilibrio il regista Alejandro Gonzalez Iñárritu ne è certamente al corrente, lo conosce e lo ha testato con successo in quel "Birdman o (L'Imprevedibile Virtù Dell'Ignoranza)" che probabilmente resta, ad oggi, la pellicola meno calcata e più digeribile da lui realizzata. In "Revenant: Redivivo" infatti quel controllo della personalità di cui tanto gli eravamo stati grati c'è, ma dura solamente per un ora, dopodiché le catene che avrebbero dovuto tenerlo a bada cedono alla smania e vanificano, nell'ora e mezza successiva, ciò che sarebbe potuto diventare, senza alcun dubbio, il lavoro migliore del regista messicano. Perché dietro un racconto apparentemente epico, la cui partenza è, innegabilmente, costituita da grande efficacia e irrefrenabile tensione, c'è un cammino lungo e tortuoso affidato a Leonardo DiCaprio, in cui viene a mancare pesantemente la sostanza, o meglio ancora quell'arrosto che dopo le enormi nuvole di fumo dei vari piani sequenza e della fotografia praticamente perfetta e sublime di Emmanuel Lubezki, è anche lecito e fisiologico aspettarsi e voler cominciare a mangiare.
Tuttavia per Iñárritu e la sua presunzione, l'arrosto non ha la medesima forma che intendiamo noi. Per lui arrosto significa maestria, eleganza, protagonismo, a lui non interessa la consistenza, l'emozione, ma preferisce fare colpo sullo spettatore attraverso l'immagine e la struttura. Un concetto che dopo l'ennesima situazione estrema, dopo l'ennesimo sfiato, dopo l'ennesimo metro strusciato dallo sfortunato DiCaprio/Hugh Glass fa sicuramente più piacere al suo gusto che al nostro, che risponde inviando segnali di cedimento e portandoci fatalmente a controllare l'orologio in attesa di uno strappo ravvivante.

A questo punto la lotta alla sopravvivenza di un uomo con la natura, e con l'avidità e l'egoismo dell'essere umano, diventa a poco a poco sempre meno interessante e sostenibile. Per niente aiutata, poi, da un copione che spinge addirittura a pensare di essere stato scritto appositamente per portare il suo protagonista alla vittoria di quell'Oscar tanto bramato e sempre sfiorato. Nonostante Tom Hardy perciò si dimostri un attore assai superiore a DiCaprio, "Revenant: Redivivo" prova in tutti i modi a sostenere il contrario, mettendolo in condizioni di esprimere, scena dopo scena, il talento attoriale che lo contraddistingue facendogli fare cose: mangiare animali crudi, resistere a una sepoltura, lottare corpo a corpo con un orso, scuoiare un cavallo ed usarlo per riscaldarsi. Una serie di prove che, sebbene Leo supera senza infamia e senza lode, non creano nessuno scarto con le interpretazioni del passato e quindi non bastano a convincere integralmente per sentenziare la definitiva conclusione della sua rincorsa alla statuetta.

Colpa probabilmente anche di una storia che, appunto, sa essere eroica e magniloquente soltanto in parte, e che si perde nell'ego del suo regista, perdendo a sua volta l'occasione di valorizzare quel dolore e quella violenza che santificano il battesimo di sangue delle terre inesplorate che racconta.
In quello che, forse, più che essere un film somiglia a tutti gli effetti ad un opera d'arte, la quale, per quanto impressionante e da ammirare, non è da confondere con il cinema, ma meriterebbe di essere appesa ad un muro o impressionata su pellicola. Una fotografica ovviamente.

Trailer:

Perfetti Sconosciuti - Trailer Ufficiale


Disponibile il trailer di "Perfetti Sconosciuti", il nuovo film di Paolo Genovese ("Immaturi", "Immaturi: Il Viaggio", "Una Famiglia Perfetta", "Tutta Colpa Di Freud") con: Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak. L'uscita nelle sale è prevista per l'11 Febbraio.

Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta. Un tempo quella segreta era ben protetta nell'archivio della nostra memoria, oggi nelle nostre sim. Cosa succederebbe se quella minuscola schedina si mettesse a parlare?

10 Cloverfield Lane - Trailer Internazionale Ufficiale


Richiamando alla mente la famosa botola del suo "Lost", il produttore J.J. Abrams allestisce un po' a sorpresa il sequel di "Cloverfield", l'horror mockumentary datato 2008. Sarà diretto dal regista Dan Trachtenberg e si intitolerà "10 Cloverfield Lane" e vedrà tra i suoi protagonisti Mary Elizabeth Winstead, John Gallagher Jr., Mat Vairo, Maya Erskine, Douglas M. Griffin e John Goodman. Il film uscirà nei cinema il 21 Aprile 2016.

Trailer Internazionale Ufficiale:

giovedì 14 gennaio 2016

Oscar 2016 - Le Nominations


Questo pomeriggio sono state rese note le nominations degli Oscar 2016. Di seguito la lista completa, divisa per categorie, con tutti i fortunati:

Miglior Film:
LA GRANDE SCOMMESSA - Produttori: Brad Pitt, Dede Gardner e Jeremy Kleiner
IL PONTE DELLE SPIE - Produttori: Steven Spielberg, Marc Platt e Kristie Macosko Krieger
BROOKLYN - Produttori: Finola Dwyer and Amanda Posey
MAD MAX: FURY ROAD - Produttori: Doug Mitchell e George Miller
SOPRAVVISSUTO: THE MARTIAN - Produttori: Simon Kinberg, Ridley Scott, Michael Schaefer e Mark Huffam
REVENANT: REDIVIVO - Produttori: Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent e Keith Redmon
ROOM - Produttori: Ed Guiney
IL CASO SPOTLIGHT - Produttori: Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin e Blye Pagon Faust

Miglior Regia:
ADAM MCKAY - "La Grande Scommessa"
GEORGE MILLER - "Mad Max: Fury Road"
ALEJANDRO GONZALES INARRITU - "Revenant: Redivivo"
LENNY ABRAHAMSON - "Room"
TOM MCCARTHY - "Il Caso Spotlight"

Miglior Attore Protagonista:
BRYAN CRANSTON - "L'Ultima Parola: La Vera Storia Di Dalton Trumbo"
MATT DAMON - "Sopravvissuto: The Martian"
LEONARDO DICAPRIO - "Revenant: Redivivo"
MICHAEL FASSBENDER - "Steve Jobs"
EDDIE REDMAYNE - "The Danish Girl"

Miglior Attrice Protagonista:
CATE BLANCHETT - "Carol"
BRIE LARSON - "Room"
JENNIFER LAWRENCE - "Joy"
CHARLOTTE RAMPLING - "45 Anni"
SAORSIE RONAN - "Brooklyn"

Miglior Attore Non Protagonista:
CHRISTIAN BALE - "La Grande Scommessa"
TOM HARDY - "Revenant: Redivivo"
MARK RYLANCE - "Il Ponte Delle Spie"
MARK RUFFALO - "Il Caso Spotlight"
SYLVESTER STALLONE - "Creed: Nato Per Combattere"

Miglior Attrice Non Protagonista:
JENNIFER JASON LEIGH - "The Hateful Eight"
ROONEY MARA - "Carol"
RACHEL MCADAMS - "Il Caso Spotlight"
ALICIA VIKANDER - "The Danish Girl"
KATE WINSLET - "Steve Jobs"

Miglior Sceneggiatura Originale:
IL PONTE DELLE SPIE - Matt Charman e Ethan Coen & Joel Coen
EX MACHINA - Alex Garland
INSIDE OUT - Sceneggiatura di Pete Docter, Meg LeFauve e Josh Cooley; Storia Originale di Pete Docter e Ronnie del Carmen
IL CASO SPOTLIGHT -  Josh Singer e Tom McCarthy
STRAIGHT OUTTA COMPTON  - Sceneggiatura di Jonathan Herman e Andrea Berloff; Storia di S. Leigh Savidge, Alan Wenkus e Andrea Berloff

Miglior Sceneggiatura Non Originale:
LA GRANDE SCOMMESSA - Charles Randolph e Adam McKay
BROOKLYN - Nick Hornby
CAROL - Phyllis Nagy
ROOM - Emma Donoghue

Miglior Film D'Animazione:
ANOMALISA - Charlie Kaufman, Duke Johnson e Rosa Tran
BOY AND THE WORLS - Alê Abreu
INSIDE OUT - Pete Docter e Jonas Rivera
SHAUN: VITA DA PECORA - Mark Burton e Richard Starzak
QUANDO C'ERA MARNIE - Hiromasa Yonebayashi e Yoshiaki Nishimura

Miglior Film Straniero:
EL ABRAZO DEL SERPIENTE - Colombia
MUSTANG - Francia
IL FIGLIO DI SAUL - Ungheria
THEEH - Giordania
A WAR - Danimarca

Miglior Colonna Sonora Originale:
IL PONTE DELLE SPIE - Thomas Newman
CAROL - Carter Burwell
THE HATEFUL EIGHT - Ennio Morricone
SICARIO - Jóhann Jóhannsson
STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA - John Williams

Miglior Canzone Originale:
50 SFUMATURE DI GRIGIO - Earned It
RACING EXTINCTION - Manta Ray
YOUTH: LA GIOVINEZZA - Simple Song #3
THE HUNTING GROUND - Til It Happens To You
007: SPECTRE - Writing's On the Wall

Miglior Montaggio:
LA GRANDE SCOMMESSA - Hank Corwin
MAD MAX: FURY ROAD - Margaret Sixel
REVENANT: REDIVIVO - Stephen Mirrione
IL CASO SPOTLIGHT - Tom McCardle
STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA - Maryann Brandon e Mary Jo Markey

Miglior Scenografia:
IL PONTE DELLE SPIE - Adam Stockhausen (Design di Realizzazione); Rena DeAngelo and Bernhard Henrich (Decorazione Set)
THE DANISH GIRL - Eve Stewart (Design di Realizzazione); Michael Standish (Decorazione Set)
MAD MAX: FURY ROAD - Colin Gibson (Design di Realizzazione); Lisa Thompson (Decorazione Set)
SOPRAVVISSUTO: THE MARTIAN - Arthur Max (Design di Realizzazione); Celia Bobak (Decorazione Set)
REVENANT: REDIVIVO - Jack Fisk (Design di Realizzazione); Hamish Purdy (Decorazione Set)

Miglior Trucco:
MAD MAX: FURY ROAD - Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin
IL CENTENARIO CHE SALTO' DALLA FINESTRA E SCOMPARVE - Love Larson e Eva von Bahr
REVENANT: REDIVIVO - Siân Grigg, Duncan Jarman e Robert Pandini

Miglior Fotografia:
CAROL - Ed Lachman
THE HATEFUL EIGHT - Robert Richardson
MAD MAX: FURY ROAD - John Seale
REVENANT: REDIVIVO - Emmanuel Lubezki
SICARIO - Roger Deakins

Migliori Costumi:
CAROL - Sandy Powell
CENERENTOLA - Sandy Powell 
THE DANISH GIRL - Paco Delgado
MAD MAX: FURY ROAD - Jenny Beavan
REVENANT: REDIVIVO - Jacqueline West

Miglior Montaggio Sonoro:
MAD MAX: FURY ROAD - Mark Mangini e David White
SOPRAVVISSUTO: THE MARTIAN - Oliver Tarney
REVENANT: REDIVIVO - Martin Hernandez e Lon Bender
SICARIO - Alan Robert Murray
STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA - Matthew Wood e David Acord

Miglior Missaggio Sonoro:
IL PONTE DELLE SPIE - Andy Nelson, Gary Rydstrom e Drew Kunin
MAD MAX: FURY ROAD - Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo
SOPRAVVISSUTO: THE MARTIAN - Paul Massey, Mark Taylor e Mac Ruth
REVENANT: REDIVIVO - Jon Taylor, Frank A. Montaño, Randy Thom e Chris Duesterdiek
STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA - Andy Nelson, Christopher Scarabosio e Stuart Wilson

Migliori Effetti Visivi:
EX MACHINA - Andrew Whitehurst, Paul Norris, Mark Ardington e Sara Bennett
MAD MAX: FURY ROAD - Andrew Jackson, Tom Wood, Dan Oliver e Andy Williams
SOPRAVVISSUTO: THE MARTIAN - Richard Stammers, Anders Langlands, Chris Lawrence e Steven Warner
REVENANT: REDIVIVO - Rich McBride, Matthew Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer
STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA - Roger Guyett, Patrick Tubach, Neal Scanlan e Chris Corbould

Miglior Documentario:
AMY - Asif Kapadia e James Gay-Rees
CARTEL LAND - Matthew Heineman e Tom Yellin
THE LOOK OF SILENCE - Joshua Oppenheimer e Signe Byrge Sørensen
WHAT HAPPENED, MISS SIMONE? - Liz Garbus, Amy Hobby e Justin Wilkes
WINTER OF FIRE: UKRAINE'S FIGHT FOR FREEDOM - Evgeny Afineevsky e Den Tolmor

Miglior Cortometraggio:
AVE MARIA - Basil Khalil e Eric Dupont
DAY ONE - Henry Hughes
EVERYTHING WILL BE OK - Patrick Vollrath
SHOK - Jamie Donoughue
STUTTERER - Benjamin Cleary and Serena Armitage

Miglior Cortometraggio Documentario:
BODY TEAM 12 - David Darg e Bryn Mooser
CHAU, BEYOND THE LINES - Courtney Marsh e Jerry Franck
CLAUDE LANZMAN: SPECTRES OF THE SHOAH - Adam Benzine
A GIRL IN THE RIVER: THE PRICE OF FORGIVENESS - Sharmeen Obaid-Chinoy
LAST DAY OF FREEDOM - Dee Hibbert-Jones e Nomi Talisman

Miglior Cortometraggio D'Animazione:
BEAR STORY - Gabriel Osorio e Pato Escala
PROLOGUE - Richard Williams e Imogen Sutton
SANJAY'S SUPER TEAM - Sanjay Patel e Nicole Grindle
WE CAN'T LIVE WITHOUT COSMOS - Konstantin Bronzit
WORLD OF TOMORROW - Don Hertzfeldt

I vincitori saranno proclamati il prossimo 28 Febbraio 2016, ma Inglorious Cinephiles, come sempre, assegnerà i suoi personali Oscar leggermente in anticipo.

The Pills: Sempre Meglio Che Lavorare - La Recensione

Una volta il piccolo schermo era inequivocabilmente quello della televisione. Era da li che dovevi imparare a saltare se avevi l'ambizione di piombare nello schermo più grande, il cinema, lo stesso raggiungibile adesso comodamente da casa, con il sostegno delle varie tecnologie e canali alternativi come YouTube o similari sostituti.

Vengono proprio da li i The Pills, da quella terra straniera ancora poco conosciuta al pubblico mainstream, che tuttavia, oramai, comincia a possedere una quantità abbastanza considerevole di abitanti e visitatori. Sufficiente, almeno, per smuovere il fiuto da produttore di Pietro Valsecchi (quello di Checco Zalone) e stimolarlo a giocare d'azzardo per puntare su una decontestualizzazione che però, se positiva, potrebbe segnare l'avvio di una nuova Era sia per quelli come lui, alla ricerca di galline dalle uova d'oro, e sia per gli aspiranti, più o meno giovani, interessati alle luci della ribalta. Che i comici (?) romani Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi vogliano far parte della categoria in questione, poi, è tutto da verificare, calcolando che dalle conversazioni assurde che conducono, ciclicamente, nel loro modesto soggiorno con angolo cottura, in bianco e nero e ai confini della realtà, su un argomento e uno solo risultano essere completamente d'accordo: guai ad assumersi delle responsabilità. Un comandamento che coerentemente seguono con rigore anche in "The Pills: Sempre Meglio Che Lavorare", proponendo, secondo il loro stile, un canovaccio di sketch e di monologhi categoricamente in linea con quelli che hanno fatto la loro fortuna, attaccati l'uno all'altro con il nastro adesivo, per provare a dare forma a quel lungometraggio, un po' estraneo alle loro tradizioni, e che infatti faticano a sostenere.

Sono corretti comunque i The Pills, anzi, probabilmente sono prudenti: non si fanno prendere dalla frenesia e sfruttano la loro occasione come l'avrebbero sfruttata, magari, se un progetto del genere l'avessero dovuto affrontare con le loro forze e distanti quindi da una potenza economica come quella di chi gli sta dietro e li supporta. Danno al loro pubblico esattamente ciò che si aspetta: citazioni, parodie, stravolgimenti della realtà e la rappresentazione più o meno conforme del quasi-trentenne romano di oggi, aggrappato al post-adolescenzialismo e disinteressato al passaggio all'età adulta. Quella che per ragioni di movimento e di respiro, ad un certo punto, i tre amici si troveranno loro malgrado a dover varcare - chi perché trascinato da una donna, chi perché travolto dalla crisi dei trenta e chi perché costretto dalla solitudine - tradendo quel patto di sangue, stipulato da ragazzini, in cui le idee chiare della staticità e del non piegarsi alle regole incomprensibili della società erano già chiarissime e invulnerabili tra gli insani principi che li contraddistinguono.

Nonostante allora la decontestualizzazione si faccia sentire, ed il cinema sembri fin troppo largo ancora per le loro vedute, Matteo, Luigi e Luca danno la seria impressione di viaggiare sulla stessa lunghezza d'onda dei loro personaggi, approcciando la grande scommessa di Valsecchi con la leggerezza di chi sa che la fortuna è nel cazzeggio e non ha la minima intenzione di modificare le abitudini con cui ha avuto a che fare fino ad ora, peraltro felicemente.
Questo a prescindere dalle possibilità e a prescindere dal cambio netto di prospettiva.

Trailer:

Ave, Cesare! - Nuovo Trailer Italiano


La Universal Pictures ha rilasciato il nuovo trailer, ufficiale, italiano di "Ave, Cesare!", il nuovo film dei registi Joel Coen ed Ethan Coen con George Clooney, Josh Brolin, Scarlett Johansson, Channing Tatum, Ralph Fiennes, Dolph Lundgren, Jonah Hill, Christopher Lambert, Tilda Swinton e Frances McDormand, al cinema dal 10 Marzo.

Nuovo Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"Ave, Cesare!" racconta le vicende che si susseguono in una sola giornata della vita di un fixer degli studios, chiamato a risolvere una marea di problemi.

martedì 12 gennaio 2016

Joy - La Recensione

Il regista David O. Russell ormai pare aver capito come funziona. Da qualche anno a questa parte ha individuato la falla del sistema e, anziché correggerla, ha deciso di sfruttarla a proprio piacimento, per usufruire della generosa dose di pagamento generale e di appagamento personale che puntualmente gli viene concessa, ogni volta, generosamente.

E' tutta una messa in scena infatti, studiata, architettata e condita da attori e attrici di primo livello (quantomeno per la massa), con digressioni abituali, irrinunciabili, che servono per uscire fuori dalle righe con i toni e dare inizio a quella serie calcolata di scenette e battute che sembra chissà dove vogliano andare a parare, ma poi, come al solito, servono solo a lui per mantenere una gestione eccessivamente controllata e poco fluida del contesto srotolato. Insomma, Russell muove i fili e il pubblico abbocca, Russell vuole che rida e il pubblico ride, Russell vuole che si appassioni e lui si appassiona. Somiglia a un pifferaio magico, quasi, e la netta percezione giunge nel momento in cui "Joy" apre i battenti mostrando una scena da soap-opera che solo qualche istante più avanti capiremo appartenere alla programmazione di una televisione vecchio stampo. Uno dei tanti trucchi che servono alla pellicola per allungare il brodo e tardare l'imbastitura di un discorso - peraltro largamente superato - sul sogno americano e il capitalismo: denunciati come l'uno l'opposto dell'altro e poi messi entrambi sulla bilancia in contrapposizione al peso affettivo di una famiglia che, in perfetta linea con la maggior parte delle opere di Russell, risulta più che mai fuori di testa e male principe della Joy inventrice, protagonista.
Discorso, d'altronde, che se fosse uscito troppo prematuramente e non fosse stato ricoperto a dovere dalla carne al fuoco, inutile, ma di soccorso, avrebbe svelato con netto anticipo la natura fragile e arida della storia messa sul piatto, quella che invece, così come è stata ricoperta e truccata, ai più sfugge nell'immenso mare della fuffa generato.

Perché oltre alla furbizia collaudata del suo regista, a penalizzare "Joy" c'è una sceneggiatura dalla coperta corta e le argomentazioni modeste, che una volta denudata dalle protezioni di sicurezza e arrivata al suo cuore, dimostra comunque di soffrire di una scrittura approssimativa e scarna. Sono gli interpreti allora a dover fungere da specchietto per le allodole ed immolarsi per arricchire la confezione di un prodotto oggettivamente povero di cui si fa capitano, tuttavia, una Jennifer Lawrence in vena, nel ruolo di una donna forte, madre di due bambini e separata dal marito: donna che somiglia a un surrogato non molto distante da quel personaggio a cui lei stessa aveva dato respiro, fino a pochi mesi fa, nella saga young adult di "Hunger Games".
La telecamera di Russell, dunque, non la molla neanche un secondo, è il suo carattere tignoso e implacabile l'elemento più forte della scena, forse addirittura il più stabile e coerente del film, questo almeno fino a quando lo stesso Russell non decida che sia arrivato il momento di manipolare anche quello, guastando, nella scena che anticipa il finale, l'unica entità dignitosa e non seccante del suo posticcio teatrino.

Di quello che era stato il regista e l'autore di "The Fighter" quindi è evidente sia rimasto solamente il nome, poiché da quello che vediamo ultimamente, la scena, ora è occupata da un illusionista il cui incantesimo, seppur da queste parti risulta difettoso, continua, in altri lidi, a conquistare folle e a convincere guadagnando terreno.
Qui, però, con tutto il rispetto, pensiamo che il cinema vero sia un'altro, precisamente quello che Russell ha deciso di fare, ma in fac-simile copia.

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Creed: Nato Per Combattere - La Recensione

Come è andata per "Star Wars" così va per "Rocky". Né più e né meno.
Tornano i vecchi, ma solo per far spazio ai nuovi, per eseguire un passaggio di consegna, rivitalizzare il franchise o, in questo caso, ristrutturare il marchio. Già, "Rocky" rinasce in "Creed: Nato Per Combattere", è una mossa fisiologica, anagrafica, di marketing sicuramente, ma compiuta in un modo intelligente e rispettoso.
Come se il regista Ryan Coogler e J.J. Abrams abbiano discusso insieme dei loro progetti e, una volta comprese le somiglianze, abbiano condiviso dubbi e soluzioni, trovando con la stessa formula la via per realizzare quel prodotto che li soddisfacesse e capace di conquistare sia le nuove generazioni, sia la maggior parte dei nostalgici legati al passato.

Insomma, "Creed: Nato Per Combattere", pur cambiando i connotati rispetto a quelle che erano le origini di Rocky fa di tutto per continuare a roteare lungo la sua orbita. Le motivazioni di Adonis Johnson infatti sono ben diverse da quelle che portarono il pugile italo-americano alla ribalta, basate più che altro sul sangue e su dei geni che per quanto da lui stesso siano ripudiati ed odiati, alla fine, lo spingono a mollare la ricchezza della sua matrigna - vera moglie del padre che lo ha adottato da piccolo - e il lavoro promettente da cui ha appena ricevuto una promozione, per dare priorità a tempo pieno a quella passione che, nel frattempo, aveva alimentato solo con incontri messicani di basso livello e con lo studio simulato dai video cercati su YouTube (indovinate un po' quali). Impostazione inconsueta, ma che serve alla sceneggiatura scritta sempre da Coogler per fare entrare in gioco la figura indispensabile di Rocky, basilare per trasformare quella che poteva essere una semplice operazione di spin-off innocuo, nel proseguo ufficiale di una saga storica, con il quale dare degna evoluzione ad un icona grandiosa come quella interpretata da Sylvester Stallone. A portare sostanza e carattere alla pellicola ci pensa lui, del resto, finalmente alleggerito dal peso dei guantoni e libero di muoversi con la scioltezza di chi non ha più il faro grande puntato addosso, ma unicamente la funzione di illuminare al meglio la scena di qualcun altro.

Può permettersi di farsi vedere vulnerabile, dunque, Rocky, essere d'aiuto alla persona che identifica come il figlio che non ha mai avuto, tornare ad occuparsi di una famiglia e contemporaneamente mostrarsi al suo pubblico per l'età che porta e gli acciacchi che questa, di norma, implica. Un vantaggio non da poco, diciamo, con cui oltre ad adempire al suo compito-nostalgia, mette nelle mani di Coogler la possibilità di scavare più in profondità, trovando delle soluzioni, anche drammatiche, a cui altrimenti, il regista, avrebbe dovuto rinunciare o ambire differentemente, non raggiungendo mai, di sicuro, lo stesso grado emozionale e la stessa potenza scenica che invece il suo lavoro, pur con qualche sbavatura, riesce a conquistare e a mantenere. Perché, che ci si creda o no, in "Creed: Nato Per Combattere" oltre all'eccitazione, i muscoli e il sudore tipici dello sport che si racconta (per l'ennesima volta), c'è lo spazio per ridere di una gioventù con la quale non è facile stare al passo, per riscaldarsi di fronte ad un appuntamento romantico un po' impacciato, ma soprattutto di commuoversi di fronte a dei combattimenti che, a volte, ci spingono a lottare oltre il rettangolo del ring. E per un film di questa categoria, tendenzialmente orientato al leggero intrattenimento, è un risultato notevole e decisamente inaspettato.

Aveva più da perdere che da guadagnare Coogler quando ha scelto di scomodare un personaggio come Rocky per la sua opera seconda. Poteva fare altre scelte, oppure la stessa sostituendo il contesto con un secondo tutto nuovo, inedito. Però lui ha preferito rischiare tutto, dimostrare coraggio e provare che la sua idea di virare in una direzione nuova per avanzare nello stesso percorso fosse valida ed adeguata .
E considerando come è andata, finale per appassionati compreso, adesso non si può fare altro che dargli ragione.

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