IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 29 febbraio 2016

Oscar 2016: And The Oscar Goes To...


La cerimonia è appena terminata, di seguito l'elenco dei vincitori:

Miglior Film: "Il Caso Spotlight" Produttori: Michael Sugar, Steve Golin, Nicole Rocklin e Blye Pagon Faust

Miglior Regia: Alejandro González Iñárritu per "Revenant: Redivivo"

Migliore Attore Protagonista: Leonardo DiCaprio per "Revenant: Redivivo"

Migliore Attrice Protagonista: Brie Larson per "Room"

Miglior Attore Non Protagonista: Mark Rylance per "Il Ponte Delle Spie"

Migliore Attrice Non Protagonista: Alicia Vikander per "The Danish Girl"

Miglior Sceneggiatura Non Originale: Charles Randolph e Adam McKay per "La Grande Scommessa"

Miglior Sceneggiatura Originale: Josh Singer e Tom McCarthy per "Il Caso Spotlight"

Miglior Film d’Animazione: "Inside Out" Pete Docter e Jonas Rivera

Miglior Film Straniero: "Il Figlio Di Saul" (Ungheria)

Miglior Documentario: "Amy" - Asif Kapadia e James Gay-Rees

Miglior Fotografia: Emmanuel Lubezki per "Revenant: Redivivo"

Miglior Scenografia: Colin Gibson (Design di Realizzazione); Lisa Thompson (Decorazione Set) per "Mad Max: Fury Road"

Migliori Costumi: Jenny Beavan per "Mad Max: Fury Road"

Miglior Trucco e Acconciatura: Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin per "Mad Max: Fury Road"

Miglior Montaggio: Margaret Sixel per "Mad Max: Fury Road"

Miglior Montaggio Sonoro: Mark Mangini e David White per "Mad Max: Fury Road"

Miglior Missaggio Sonoro: Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo per "Mad Max: Fury Road"

Migliori Effetti Speciali: Andrew Whitehurst, Paul Norris, Mark Ardington e Sara Bennett per "Ex Machina"

Migliore Colonna Sonora: Ennio Morricone "The Hateful Eight"

Migliore Canzone: Writing's On the Wall da "007: Spectre"

Miglior Cortometraggio Live-Action: "Stutterer" - Benjamin Cleary and Serena Armitage

Miglior Cortometraggio Documentario: "A Girl In The River: The Price Of Forgiveness" di Sharmeen Obaid-Chinoy

Miglior Cortometraggio d’Animazione: "Bear Story" di Gabriel Osorio e Pato Escala

Suffragette - La Recensione

Qualche volta, nei compiti in classe di Storia, tra le varie pagine che c'erano da studiare, erano presenti alcuni paragrafi che solo leggendo il titolo decidevi di saltare a piè pari, o magari di guardare velocemente, con sufficienza: questo perché il loro contenuto era talmente conosciuto e reiterato nella Storia stessa che, per velocizzare la pratica potevi permetterti di snobbarlo, dandolo praticamente per scontato.

Ecco, "Suffragette" potrebbe essere considerato esattamente quel genere di paragrafo, quello che racconta, in sostanza, che per raggiungere il diritto di voto, di uguaglianza e di libertà, le donne della Gran Bretagna del 1912, dovettero mettere da parte le buone maniere e protestare utilizzando l'arma faticosa della violenza, quella che appunto, la Storia insegna, è stata complice dei maggiori successi e delle migliori rivoluzioni che l'uomo ricordi. Un concetto alquanto striminzito, insomma, del quale a grandi linee tutti siamo al corrente, spiegato con la superficialità di chi ha intenzione di non dimenticare, ricordare, ma non di approfondire. Perché nella pellicola scolastica e infinitamente piatta della regista Sarah Gavron di cose da dire, che potevano trasformare quel paragrafo sorvolabile in un capitolo cruciale, ce ne erano eccome, cose assai più importanti delle sottolineature perpetue sulla figura della donna simile alla serva che, per carità, era giusto evidenziare, ma non con così ampia insistenza. Di fronte all'opportunità di un focus del genere, infatti, oltre al bisogno, c'era quasi l'obbligo di dover osare di più, di concentrarsi sulle motivazioni, sui pensieri, su quel simbolo, rilegato a comparsa, dell'attivista politica Emmeline Pankhurst (alias Meryl Streep), che spinse delle povere donne operaie, sottomesse e impaurite a trasformarsi in soldatesse toste e agguerrite, disposte a rischiare famiglia, carcere e morte pur di rovesciare un sistema che, all'improvviso, capivano esser per loro stretto e ingiusto.

Queste cose "Suffragette" sul piatto ce le mette, però ce le mette come fossero una portata di contorno, un supplemento con cui andare ad irrobustire una trama il cui cardine è rappresentato dal percorso emotivo e drammatico del personaggio di Carey Mulligan: madre, donna e lavoratrice obbediente per definizione, che senza rendersene conto si ritrova a combattere con tutta sé stessa per una causa di cui, in principio, doveva essere solo mera spettatrice. Sono il suo coraggio nascosto e le sue decisioni amarissime a colorare la scena, quel balzo illuminante con il quale, lei stessa, scopre di avere un carattere da leader, mai sperimentato, che la porta a scalare rapidamente la coda della fila dove si era posizionata, raggiungendo la testa pensante del movimento ribelle e proclamandosi tacitamente una dei massimi esponenti e riferimento insostituibile delle suffragette. Evoluzione di personalità che tuttavia la Gavron sceglie di inquadrare sempre da una certa distanza, per non perdere mai quella canonicità di fondo che nella sua pellicola è parola d'ordine come anche fianco scoperto, il freno a mano tirato che gli impedisce di sviluppare quel fuoco viscerale di cui aveva senz'altro bisogno e con il quale poteva andare a marchiare laddove, al contrario, non lascia il minimo segno.

Ci si accontenta, dunque, di un lavoro documentale, di esporre i fatti per far si che questi vengano rinfrescati o comunicati a chi, assente non giustificato, si era perso l'ultima lezione scolastica. Dell'epicità della causa, della costruzione e del travaglio di chi ne è stato parte attiva c'è poco e niente, e probabilmente questa è l'origine determinante che porta "Suffragette" ad essere identificato allo stesso modo di quel paragrafo sorvolabile, contenuto nel libro, di cui sappiamo già per filo e per segno i pochi punti interessanti da tenere a mente. E che di rileggere, proprio, faremmo volentieri a meno.

Trailer:

domenica 28 febbraio 2016

[Oscar 2016] Deve Vincere/Vincerà - I Vincitori Di Inglorious Cinephiles


Ritardi a parte, non potevamo mancare nel riproporre quel famosetto gioco nostrano del Deve Vincere/Vincerà. Qui sotto ci saranno quindi i nostri Oscar, quelli che pensiamo siano corretti, e poi quelli che pensiamo, invece, darà l'Academy. Sempre per via di quel discorso, ormai noto, che l'Academy può sbagliare, ma Inglorious Cinephiles no.
Ecco allora i nomi di quelli che pensiamo debbano essere i vincitori per quel che riguarda le undici categorie più importanti, con sotto, chi, secondo noi, potrebbe immeritatamente rubargli il posto.

Miglior Film:
Deve Vincere: "Il Caso Spotlight" di Tom McCarthy
Per la tematica raccontata, il grandissimo cast corale e la riproposizione di quel cinema americano classico che dimostra di non invecchiare e di essere ancora oggi immensamente elegante e potente.
Vincerà: "Spotlight" di Thomas McCarthy
Come sopra, tra gli otto candidati, è l'unico a cui potrebbe andare la statuetta, considerando che è molto difficile che Alejandro G. Iñárritu, dopo l'anno scorso, faccia nuovamente incetta di premi.

Miglior Regia:
Deve Vincere: Adam McKay per "La Grande Scommessa"
Per come ha saputo raccontare, in un modo completamente assurdo e innovativo, la crisi economica mondiale del 2008. L'abbattimento della quarta parete, la leggerezza della commedia, gli stacchi dedicati ad un pubblico estraneo alla terminologia. Un mix di soluzioni intelligenti, spiazzanti e funzionali alla causa.
VinceràTom McCarthy per "Il Caso Spotlight"
E' possibile che vinca davvero Adam McKay, ma pensiamo che probabilmente assisteremo ad un trittico dedicato a "Il Caso Spotlight", a cui probabilmente per conservazione, merito e coerenza l'Academy assegnerà i tre premi più importanti per cui è in lizza.

Miglior Attore Protagonista:
Deve Vincere: Bryan Cranston per "L'Ultima Parola: La Vera Storia di Dalton Trumbo"
Il film lo svantaggia un tantino, ma chi lo ha visto si sarà accorto che Bryan Cranston aggiunge al suo interno una portata di brillantezza e carisma non poco indifferente. Il suo è un lavoro talmente preciso da dover essere intercettato nelle sfumature, per questo, secondo noi, dovrebbe essere premiato in questa categoria che comunque, mai come quest'anno risulta apertissima (con Michael Fassbender secondo nostro favorito).
Vincerà: Leonardo DiCaprio per "Revenant: Redivivo"
L'aria è quella. Pare che l'Academy quest'anno debba concludere la telenovela DiCaprio/Oscar. Peccato, se così fosse, perché l'interpretazione di Leo quest'anno è una delle più deboli degli ultimi anni e, dandogli il premio, si andrebbe un po' a riscrivere le regole del grande attore.

Miglior Attrice Protagonista:
Deve Vincere: Cate Blanchett per "Carol"
Il 2015 per la Blanchett è stato straordinario, con "Carol" a fare da sponsor principale e "Truth" un film che da noi uscirà a breve e in cui, come sempre, lei risulta immensa e strepitosa. Non c'è altra attrice in questa categoria che può tenergli testa quest'anno. Teoricamente, per quanto ci riguarda, la statuetta dovrebbe già essere nelle sue mani.
Vincerà: Brie Larson per "Room"
Come per DiCaprio gli andazzi, come si dice a Roma, si cominciano a vedere già prima degli eventi ufficiali e le quotazioni di Brie Larson, ultimamente, sono salite nettamente. La sua interpretazione in "Room" è precisa e impeccabile, inoltre la tematica del film potrebbe essere una buona spinta, ma rispetto alla Blanchett, la ragazza, ha ancora molto da imparare.

Miglior Attore Non Protagonista:
Deve Vincere: Mark Rylance per "Il Ponte Delle Spie"
Nella prima parte della pellicola di Steven Spielberg mangia letteralmente in testa a Tom Hanks per bravura e aderenza al personaggio. Con lui in scena si raggiungono apici che poi, in seguito, Hanks da solo non riuscirà più a toccare e, considerando che non stiamo parlando dell'ultimo arrivato, dovreste aver già fatto due conti per capire di fronte a quale gigante siamo.
Vincerà: Mark Rylance per "Il Ponte Delle Spie"
Per i motivi elencati sopra e perché, se così non fosse, sarebbe come andare contro i principi della recitazione stessa. Quest'anno il miglior attore non protagonista è solo uno e uno solo e ci dispiace immensamente per Mark Ruffalo perché ci era andato vicino, forse, come non mai.

Miglior Attrice Non Protagonista:
Deve Vincere: Kate Winslet per "Steve Jobs"
Ennesima partita in cui da giocare c'è ben poco. La Winslet nella in "Steve Jobs" a volte riesce a rubare persino la scena all'onnipresente Fassbender. E' incredibile il lavoro, soprattutto estetico e fisico, eseguito per somigliare alla fedele collaboratrice del papà della Apple. Un lavoro che come succede per quelli più duri deve assolutamente trovare gloria.
Vincerà: Kate Winslet per "Steve Jobs"
Non c'è altro da aggiungere, se non che a rinforzare quanto espresso sopra c'è anche la serie di premi già vinti dall'attrice che rafforzano una vittoria annunciata.

Miglior Sceneggiatura Non Originale:
Deve Vincere: Josh Singer e Tom McCarthy per "Il Caso Spotlight"
La sceneggiatura è forse il motivo principe per cui sono mesi che decantiamo la bellezza della pellicola di  Tom McCarthy, Una sceneggiatura senza fronzoli, asciutta, che colpisce duro proprio dove molti si aspettavano il pareggio. Per noi, dunque, è una vittoria meritata.
Vincerà: Josh Singer e Tom McCarthy per "Il Caso Spotlight"
Per l'Academy dovrebbe essere altrettanto. Lo abbiamo detto prima: film, regia e sceneggiatura potrebbero essere il tris meritato e possibile per "Il Caso Spotlight", una scelta con cui, tra le altre cose, l'Academy dimostrerebbe contemporaneamente avanguardia e conservazione.

Miglior Sceneggiatura Originale:
Deve Vincere: Charles Randolph e Adam McKay per "La Grande Scommessa"
Lo abbiamo premiato nella regia, e lo premiamo anche nella sceneggiatura. Se "La Grande Scommessa" è così strabiliante, del resto, è merito di entrambi, due elementi che nel caso specifico vanno a braccetto, ideate per dialogare l'una con l'altra verso un risultato comune, poi eccelso.
Vincerà: Drew Goddard per "Sopravvissuto: The Martian"
Perché quest'anno c'è stato un vero e proprio innamoramento per la pellicola di Ridley Scott, che ha preso, addirittura, qualcosina in più in confronto a quello che avrebbe dovuto. E visto che nelle altre categorie è praticamente impossibile che venga premiata, può darsi che come contentino riesca a ricevere il premio per la sceneggiatura, che comunque sarebbe contestabile, ma fino a un certo punto.

Miglior Film Straniero:
Deve Vincere: "Il Figlio Di Saul" (Ungheria)
E' stato il film più sconvolgente visto tra i nominati, girato in prima persona, con un idea folle, spesso anche disturbante e complicata. Un estro che sicuramente è servito per non far passare come minestra riscaldata un argomento delicato come quello dei campi di concentramento e che perciò merita senza troppi giri di parole un occhio di riguardo speciale come la statuetta di migliore straniero dell'anno.
Vincerà: "Il Figlio Di Saul" (Ungheria)
Pensiamo che l'Academy la pensi esattamente come noi in questo caso e non avrà alcun dubbio, al momento giusto, nel chiamare il nome di questo film sul palco.

Miglior Film D'Animazione:
Deve Vincere: "Inside Out" di Pete Docter e Jonas Rivera
Il dominio Pixar quest'anno è meritato e scontato. Se avete visto "Inside Out" sapete benissimo di cosa sto parlando e non c'è bisogno di ripetere cose già dette e ridette, più e più volte, in passato. Non c'è film più meritevole tra i nominati nell'animazione se non quello delle cinque emozioni che ci guidano, con fatica, sin dalla nascita.
Vincerà:"Inside Out" di Pete Docter e Jonas Rivera
Così è e così sarà. Siamo convinti che anche gli altri concorrenti, ormai da mesi, si saranno messi l'anima in pace nell'immaginare che l'Academy altro non potrà fare che premiare la Pixar ancora una volta.

Miglior Fotografia:
Deve VincereEmmanuel Lubezki per "Revenant: Redivivo"
Da queste parti "Revenant: Redivivo" non ha entusiasmato, e siamo i primi a dire che forse di nomination ne ha prese fin troppe, ma quella per la migliore fotografia è probabilmente la più meritata e indiscutibile. Le immagini della pellicola sono straordinarie ed il merito va al noto "Chivo" che ogni volta riesce sempre a compiere dei capolavori estetici fuori dal comune,
Vincerà: Emmanuel Lubezki per "Revenant: Redivivo"
Se hanno gli occhi anche loro non potranno non premiare il lavoro di Lubezki. Sarebbe una decisione alla quale dover dare più di una spiegazione e si sa che all'Academy dover spiegare troppo non è mai piaciuto

La premiazione ufficiale sarà effettuata questa notte (29 Febbraio), per cui se volete scoprire quanti saranno i pronostici azzeccati da Inglorious Cinephiles vi toccherà aspettare solo pochissime ore. Domani, comunque, troverete sulla nostra pagina il post definitivo con tutti i vincitori ufficiali

sabato 27 febbraio 2016

Il Club - La Recensione

Se "Il Caso Spotlight" si occupava di portare alla luce il lato oscuro della Chiesa tramite il giornalismo d'inchiesta e, dunque, da un punto di vista esterno, "Il Club" di Pablo Larraín va ancora più a fondo, portandoci in una casa, semi-isolata dal mondo, situata in una piccola città del Sudamerica, dove quattro preti e una sorella sono stati mandati in esilio dal loro Ordine per espiare quei peccati, tendenzialmente legati a violenze sui minorenni. Un luogo di redenzione in cui però la redenzione è relativa, non osservata da vicino, e quindi alleggeribile in vari modi, questo almeno fino a quando l'arrivo di un quinto prete, e di un suo scheletro sfuggito all'armadio, non rompe l'apparente serenità, rischiando di far venire alla luce quella polvere posta per misericordia sotto il tappeto.

Ci va giù duro Larraín, non si smentisce: prende l'istituzione ecclesiastica, la spoglia di qualsiasi orpello e, infine, la analizza ad armi pari, secondo la logica religiosa, umana, ma soprattutto politica. Lo fa attraverso la severità, i principi e la voglia di pulire definitivamente lo sporco incrostato applicata dal giovane psicologo gesuita, inviato per risolvere la tragedia appena creatasi e limitare ulteriore fango generato senza preavviso. Un fango che proprio il cambiamento recente, effettuato ai piani alti, ha intenzione di evitare, o perlomeno di contenere: smettendo di proteggere, se necessario, il comportamento dei peccatori della casa per ribadire il messaggio secondo il quale il rinnovo compiuto sia molto più vicino alla parola di Dio rispetto a quanto in passato sia stato possibile. Ma quel polso così duro e spietato, approdato con le intenzioni migliori di giustizia e di bonifica, deve fare i conti con dei peccatori per nulla disposti a riparare ai loro sbagli oltre quello che già hanno accettato di meritare, decisi, quindi, ad appellarsi in qualsiasi modo alla debolezza dell'uomo e alle conseguenze della stessa, che neanche a farlo apposta, intanto, tornano a bussare alla porta e a presentarsi come un'agghiacciante scandalo.

Senza puntare il dito, ma restando sempre neutrale, al centro della vicenda, "Il Club" comincia perciò a produrre tensione emotiva e quesiti deontologici spinosi, ad essere provocatorio, spiazzando lo spettatore con confessioni terribili e dialoghi spaventosi. Il celato che c'era nella pellicola di Thomas McCarthy diventa sempre più visibile e nitido agli occhi e alle orecchie, e lo stesso vale per un comportamento di salvaguardia che, nonostante le intenzioni iniziali, sembra non possa fare altro che rientrare in gioco rinunciando a quell'innovazione promessa. Chi era venuto per rimettere le cose apposto, allora, finisce per sporcarsi le mani più di chi era già immerso nel sudicio fino alle braccia, rinunciando all'integrità personale per non intaccare irreversibilmente il simbolo: con la speranza racchiusa in quella fede che a quanto pare fornirà comunque una via di redenzione verso un perdono che, reale o meno, probabilmente, non sarà mai sufficiente per riparare i danni profondi e mastodontici causati dalla colpa.

Una pellicola, insomma, a dir poco potente e pazzesca quella di Larraín, che con una regia essenziale, a volte sporca, e una grandezza di scrittura determinante, cattura dal primo istante colpendo dritto e tosto allo stomaco. Un esempio di cinema meraviglioso che sarebbe un peccato lasciar passare inosservato, e che piuttosto dovrebbe essere obbligatorio nel panorama attuale, eccessivamente aggrappato alla frivolezza.

Trailer:

venerdì 26 febbraio 2016

Brooklyn - La Recensione

C'è una Saoirse Ronan maturata a più livelli in "Brooklyn", che s'imbarca dalla sua terra natale, l'Irlanda, per trasferirsi nella città statunitense del titolo sperando di trovare più fortuna di quella che il suo paese, arretrato, ha saputo concedergli. Sbarcata in America viene ospitata da un'anziana signora cattolica irresistibile, una Julie Walters a piccole dosi, ma efficace, che gestisce una casa piena di ragazze emigrate a cui cerca di impartire, con le dovute distanze, una buona educazione e sani principi. Per la ragazza irlandese è il passaggio decisivo, quello che gli consente di passare dall'adolescente che era a una donna compiuta, con la solitudine e la distanza da casa che la turbano, ma con l'amore nascosto dietro l'angolo pronto ad uscire allo scoperto.

E' un melodramma avvolgente con tracce di commedia, quello diretto dal regista John Crowley, basato sul romanzo dello scrittore Colm Tóibín e adattato in sceneggiatura dall'altro scrittore, ultimamente prestato al cinema, Nick Hornby. Un lavoro piuttosto classico, elegante e bilanciato, che si concede a una prima parte un tantino più leggera, prima di gettarsi a capofitto in quei toni un po' amari che gli competono, inclini al genere e agli argomenti che tira in ballo. Eppure la mano di Hornby - e "Wild" ce lo aveva detto a suo tempo - sa essere più efficace in quei frangenti in cui lo scopo finale riguarda la risata, quella battuta stemperante, affidata in sicurezza spesso al personaggio della Walters, che infatti resta stampato indelebilmente nei ricordi migliori di questo "Brooklyn", insieme all'incontro e agli appuntamenti romantici che edificano la storia d'amore simpatica e dolce tra Ellis e Tony. Perché, sebbene il meglio di sé la pellicola di Crowley avrebbe dovuto tirarlo fuori nel punto di rottura posto a metà strada, che trascina nuovamente la sua protagonista in Irlanda e la mette a contatto con una realtà improvvisamente così diversa da quella che lei stessa aveva abbandonato, a conti fatti, poi, è evidente che le cose vanno assai diversamente, sia per per quanto riguarda l'ottica emozionale, sia per colpa di una scrittura molto meno brillante e imballata.

Finisce quindi per macchiare i tratti distintivi del personaggio della Ronan, il film, nello specifico quando è impegnata ad entrare in crisi per colpa dei segnali inviati dalla sua terra natale che sembra stia complottando per tenersela stretta come non mai. Segnali tuttavia che però non danno mai quel colpo efficace che giustifichi veramente il suo voler rimettere in discussione ogni cosa, soprattutto quella parentesi sentimentale, pura e piuttosto avanzata, aperta con passione e vissuta con altrettanto impeto nell'altra città, ormai considerabile sua, di adozione. Ed è proprio nell'allestimento a diverso impegno che contraddistingue queste due fasi che l'opera di Crowley perde molto di quello smalto che era riuscita a guadagnarsi, nell'esposizione di un dramma che c'è, si sente, ma non trova i giusti appigli per diventare credibile e agganciare lo spettatore, che rimane comunque coinvolto dall'atmosfera complessiva e dal processo di formazione, sebbene mai davvero conquistato.

Convincono così alcuni fattori di "Brooklyn", sezioni, macchie, che sono senza dubbio più incisive e affabili di altre, per una pellicola che nella sua interezza sa essere abbastanza scoordinata, irregolare e sfuggente. Tutto il contrario, se vogliamo, di un'attrice protagonista che, dall'ultima volta che l'avevamo osservata, sembra aver compiuto davvero quel cammino lungo e articolato che porta all'età adulta, che cancella i tratti della fanciullezza per fare spazio a quelli di donna.

Trailer:

giovedì 25 febbraio 2016

[Oscar 2016] La Telefonata Mai Avvenuta Tra Leonardo DiCaprio e Alejandro González Iñárritu


Tra pochi giorni, ormai, ci saranno gli Oscar, e il tormentone più in voga, relativo a Leonardo DiCaprio e alla sua benedetta statuetta, forse avrà una fine.
Con "Revenant: Redivivo" infatti quella che, a tutti gli effetti, per lui, sembra una maledizione irrisolvibile, sembra sia destinata a trovar pace, ma al di la di questo il documento che c'è qui sotto vuole parlare completamente di altro.

Si riferisce a molto prima, diciamo, a quando ho assistito alla proiezione di "Revenant: Redivivo". Precisamente al processo generato in automatico dalla mia testa nel momento in cui il povero Leo comincia il suo travaglio per la sopravvivenza, un travaglio che scena dopo scena in me ha generato un dialogo telefonico sul primo approccio che il regista Alejandro González Iñárritu e Leonardo DiCaprio potevano avere avuto insieme prima di vedersi sul set. Una chiacchierata in cui si gettavano le prime basi sul lavoro che i due sarebbero andati a fare, sull'interpretazione, forse, leggermente studiata a tavolino dell'attore, magari proprio per prenotare una poltrona fortunata nella stagione dei premi infame.

Ecco, questo è il dialogo surreale e un po' romanzato, che mi sono immaginato e che ho scritto il giorno dopo aver visto il film, dandogli voce personalmente, considerato che non potevo permettermi né di contattare Iñárritu e né tantomeno DiCaprio per doppiarsi da soli.

La Telefonata Mai Avvenuta Tra Leonardo DiCaprio e Alejandro González Iñárritu: 

Ave, Cesare! - La Recensione

A dispetto di quanto il titolo (ma anche il trailer) possa far intuire, "Ave, Cesare!" non è un film sull'antica Roma, né tantomeno la storia di una sparizione eccellente da un set che crea un subbuglio infinito all'interno di un famoso studio hollywoodiano. "Ave, Cesare!" racconta, con impronta prettamente coeniana, il cinema degli anni cinquanta, con le sue politiche, i suoi orizzonti e i suoi controsensi, servendosi della figura del fixer di Josh Brolin come un punto fermo e simbolo di riferimento.

Certo, poi al suo interno ci sono varie sottotrame che si danno il cambio: come quella del rapimento di George Clooney appunto, ma anche dell'attore western chiamato per fama a recitare in un film drammatico, o dell'attrice, pezzo pregiato, che sta per avere un bambino senza un compagno al suo fianco. Tutte grane a cui, con la freddezza e la praticità che lo contraddistinguono, il personaggio di Brolin prova a mettere una pezza, gestendo la situazione come meglio riesce e arginando gli assalti feroci della stampa che lo minaccia, riuscendo a ritagliarsi addirittura delle piccole pause per ascoltare le proposte indecenti di un'altro lavoro, assai meno impegnativo e con orari più stabili, che nel frattempo continua a corteggiarlo e a farlo vacillare. Tessere di un mosaico che servono più che altro a Joel e Ethan Coen per dare sfogo totale alla loro vena umoristica dissacrante, in quello che è un progetto decisamente più ricreativo e leggero, dove i contesti assurdi, partoribili solo dalla loro mente, possono concedersi il lusso di crescere secondo una libertà maggiore e stravagante di quella che già normalmente siamo abituati a percepire. Una girandola di scenette e di omaggi che si passano lo scettro l'una con l'altra, dedicata a quel tipo di industria cinematografica oggi così mutata da somigliare a un miraggio, rianimata per l'occasione nella sua essenza basilare, strizzando l'occhio persino alla Storia e agli eventi narrati in "L'Ultima Parola: La Vera Storia di Dalton Trumbo", con un thriller-politico posto di lato che alla suspense e ai ragionamenti predilige l'arte della risata.

Al contrario di quel "Burn After Reading" di qualche anno fa,  di cui "Ave, Cesare!" è parente strettissimo, qui i fratelli Coen allora tolgono peso alla narrazione per inserire qualcosa in più, come la conoscenza ravvicinata e la dichiarazione d'amore verso quella fabbrica dei sogni che frequentano ormai da una vita e che, come succede all'Eddie Mannix di Brolin, nonostante le brutte pieghe, lo stress e le difficoltà che la circondano, si fa fatica a lasciare andare, neanche fosse una fede vera e propria in cui credere incondizionatamente. Rapporto religioso, che non a caso, sia con le incursioni di Mannix in Chiesa e sia per via del crocifisso presente sul set dell'antica Roma, assume lo spessore probabilmente più concreto e il messaggio più diretto che i fratelli del Minnesota intendono inviare al loro pubblico, il quale deve accontentarsi stavolta di uno spettacolo singhiozzante che tuttavia non manca di restituire siparietti degni del cinema che caratterizza i loro autori.

Allo stesso modo di chi appartiene a una religione infatti, il cinema per i Coen è qualcosa che nel bene e nel male porta con sé una potenza micidiale, estrema in alcuni casi. Perché come "Ave, Cesare!" non dimentica di dire ad alta voce, quella fabbrica di magia è un mezzo di comunicazione immenso che può essere usato come semplice intrattenimento, come strumento di cultura e come arma per sostenere o distruggere correnti varie che hanno fatto, fanno e faranno la Storia che ci riguarda. A differenza della religione però, con il cinema ci si può anche scherzare, si può fare ironia e autoironia, senza temere di andare a offendere qualcuno o creare incidenti di qualsiasi tipo. Vantaggio che sicuramente vale la pena non sottovalutare.

Trailer:

domenica 21 febbraio 2016

Anomalisa - La Recensione

Questa volta la coperta è corta, anzi cortissima. I voli pindarici di "Synecdoche, New York" sono solo un ricordo, e al posto dello sproporzionato che era stato peculiarità, interesse, ma anche difficoltà di quella pellicola, il regista Charlie Kaufman, inserisce lo stretto indispensabile.

Fa del suo meglio per rimanere radicato a terra, il regista (affiancato dietro la macchina da presa da Duke Johnson), per non perdere il livello di attenzione del suo pubblico, tenendosi stretto però quei temi e quelle ossessioni che lo contraddistinguono e lo caratterizzano. Perché i punti di contatto tra "Anomalisa" e "Synecdoche, New York" non sono per niente pochi, a cominciare dall'ambiente caotico, popolato da persone non propriamente piacevoli, che finiscono per interagire con un protagonista che, come capitava al Philip Seymour Hoffman di quel film, sta attraversando una difficilissima crisi con sé stesso, il mondo femminile e ciò che gli ruota attorno. E' alla ricerca di tranquillità Michael Stone, di quel silenzio che gli possa permettere di domandarsi se è lui ad essere sbagliato, oppure gli altri, se le scelte compiute nella sua vita sono state giuste o meno e se c'è ancora la possibilità di rimediare ad alcuni errori commessi e non ancora gettati alle spalle. Con un matrimonio sul punto di rottura, il tentativo è quello di rivedere una vecchia fiamma che in passato ha fatto soffrire abbandonandola senza una spiegazione, ma la notte lontano da casa, nell'albergo di Cincinnati, in cui è bloccato per sostenere una conferenza dedicata alla customer care (argomento su cui ha scritto un libro famosissimo), lo fa imbattere casualmente in una certa Lisa, donna che a colpo d'occhio sembra talmente diversa dalle altre esistenti da somigliare praticamente ad un'anomalia del sistema.

Ci mette davanti a una realtà completamente in balia della conformità infatti Kaufman, una realtà in cui le persone hanno perso, di fatto, capacità di giudizio e parlano e ragionano secondo quello che leggono sui giornali e sui manifesti pubblicitari. Realtà dove, soprattutto, le donne, sembrano essere accomunate ognuna dalla stessa fisionomia (corporale e facciale) e dalla stessa voce (da uomo), neanche fossero il prodotto di un industria ad hoc che ha monopolizzato il settore, per poterne facilitare la gestione. Discorso, questo, che vale per tutte, ovviamente, tranne che per Lisa, considerata anomalia da sé stessa per via del suo volto leggermente sfigurato, così come da Michael, che riesce a vedere in lei l'unica donna con un aspetto differente dalle altre e una voce tipica femminile: voce con la quale ci si può anche commuovere se si ha il privilegio di sentirla cantare. Potrebbe essere la miglior storia romantica mai raccontata, la metafora dell'anima gemella che in mezzo a milioni di persone riesce a distinguersi e a farsi riconoscere, eppure "Anomalisa" vuole guardare a destinazioni completamente differenti.

Quella che percepiamo è una visione mascherata, del resto, vera solo parzialmente. La critica che Kaufman muove a grandi linee alla società attuale è probabilmente l'unica affermazione incontrovertibile della sua pellicola, poiché l'intero discorso che riguarda le donne è una percezione alterata e assai distorta dei problemi che affliggono il protagonista Stone. La papabile storia d'amore a lieto fine con Lisa allora si rovescia in un thriller psicologico a media tensione, che va a riprendere un po' le vene più marcate del suo autore scendendo, a tratti, nell'assurdo e nel folle. Estro anarchico e artistico, veloce e indolore, con cui "Anomalisa" sfrutta al massimo l'animazione in stop-motion che lo contraddistingue, divertendosi a stuzzicare nuovamente i suoi spettatori attraverso l'altra anomalia visiva legata ai contorni facciali dei suoi personaggi, palesemente distinguibili (non solo da noi) e per questo misteriosi. Ribaltamento temporaneo decisivo per fornire quella svolta spiazzante con cui terminare un puzzle dai vari disegni, proponendolo, infine, per l'unico originale.

L'epilogo, evitando spoiler, è perciò uno dei più kaufmaniani possibili, distaccato da un esito conclusivo o rasserenante e volenteroso di far seguitare nello spettatore quel ragionamento profondo, perpetuo alla visione. Un ragionamento sulla vita, di filosofica materia, che però ha la forza di camminare per un tempo complessivo limitato, se non altro per via di quella portata che "Anomalisa" fatica ad avere nelle sue dosi, abbastanza inferiori rispetto a quelle previste, pensiamo, dal suo padre-architetto.

Trailer:

sabato 20 febbraio 2016

Lo Chiamavano Jeeg Robot - Trailer Finale


Arriva il trailer finale del film, ormai cult prima ancora della sua uscita, "Lo Chiamavano Jeeg
Robot". Diretto da Gabriele Mainetti e con Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli, vi ricordiamo che la pellicola uscirà nelle sale il prossimo 25 Febbraio, ma qui potete trovare la nostra recensione.

Trailer Finale:

venerdì 19 febbraio 2016

Deadpool - La Recensione

C'era già stato un precedente di Deadpool al cinema, ed era legato al primo capitolo dello spin-off X-Men dedicato a Wolverine. Si trattava di una comparsa poco felice ed esaltante, in cui il personaggio Marvel più irriverente, veniva decantato per la sua parlantina, ma poi, senza alcuna possibilità di fare breccia nella memoria dello spettatore, finiva vittima di un burattinaio e delle sue mire criminali che facevano rima con la tentata (e fallita) uccisione del personaggio-stella di Hugh Jackman.
A dare volto, in quel frangente, al chiacchierone in tutina spandex, rossa e nera, era l'attore Ryan Reynolds.

Fa un effetto strano perciò - sapendo anche la travagliata storia con cui si è riusciti a portare il Deadpool attuale al cinema - vedere come tutte le parole chiave suddette tornino a dare giustizia ad un cerchio che non voleva essere aperto, ma che ora, col senno di poi, si fa fatica a voler veder chiuso. Perché quello che Ryan Reynolds ha lottato per tornare ad interpretare da protagonista assoluto è un eroe che provoca una rottura inaspettata in quell'universo supereroistico che ultimamente aveva cominciato a prendersi sul serio. Forse troppo sul serio. In un certo senso la mossa è una furbata, un tentativo con cui accaparrarsi la fetta di pubblico più ampia, fornendogli uno spettacolo da fast-food composto con gli stessi ingredienti a disposizione degli altri ristoranti, con la sola differenza di utilizzare un impiattamento più grossolano e volgare. Il risultato, che sia volontario o meno, è quello di un film - per dirla alla Deadpool - ad effetto-orgasmo, ovvero che scivola via in un istante, lasciando una sensazione di benessere e di liberazione. Sensazione che magari non ha la forza di durare a lungo termine, ma che nella sua breve comparsa basta per appagare ed esaltare.

Del resto, è evidente che agli sceneggiatori Rhett Reese e Paul Wernick interessa relativamente da dove viene il Wade Wilson che c'è dietro la maschera, per loro le origini sono solo una palla al piede, un nodo da sciogliere velocemente, non perdendo tempo prezioso, visto che l'unica cosa che conta in "Deadpool" è la briglia sciolta che Deadpool può permettersi dalla sua. Così, sin dai titoli di testa, la pellicola diventa un onesto gioco nerd, privo di limiti, una carta bianca su cui andare a scrivere e a disegnare qualunque cosa, non risparmiando battutine sarcastiche agli altri film del genere (e non), agli attori che quei film li hanno fatti (e non) e persino a Reynolds in persona. Non fa né figli, né figliastri la pellicola di Tim Miller, se vuole dire qualcosa la dice, non importa se sta attaccando sé stessa o qualcun altro. Coinvolge il pubblico, sfonda la quarta parete come vuole il fumetto originale e spesso lo sostituisce lasciandosi andare a commenti e pensieri che, probabilmente, in quel momento passano per la testa di chi sta guardando, anticipandolo nell'esclamazione o nel suggerimento sottovoce al compagno di visione.

Un esperimento riuscito al 100%, che ha fatto delle difficoltà di produzione, dei no ricevuti e della poca fiducia a favore, il suo valore principe con cui conquistare chiunque decida di metterlo alla prova, senza risultare mai fastidioso, inopportuno o eccessivo. Ecco, se proprio dovessimo andare a intercettare quella piccola stonatura, la sbavatura alla quale attaccarci per fare i guastafeste del cazzo (questa sempre per dirla come la direbbe il tipo vestito in tutina nera e rossa), potremmo dire che nei momenti in cui Deadpool è Wade Wilson il carisma stretto di Reynolds si fa sentire (e forse è per questo che tali momenti sono limitatissimi), suscitando il pensiero fugace di come si sarebbe potuto rendere il tutto ancor più cool ed estasiante se solo al suo posto ci fosse stato un attore con le capacità espressive infinite, simili a quelle del Robert Downey Jr./TonyStark.

Ma è anche vero che senza Reynolds probabilmente, ora, non staremmo qui a parlare di "Deadpool", a dire che la sua rottura degli schemi era forse qualcosa di necessario e fondamentale, nel cinema che rappresenta: a cui serviva una dissacrazione, libera e sfrontata come questa, per guardarsi dentro e modificarsi. Non staremmo qui a dirvi che nel sequel (annunciato) facciamo tutti il tifo (sceneggiatori compresi) che il low budget e l'autoironia procedano a comandare, evitando che questo brutto anatroccolo non si trasformi in cigno e continui a comportarsi da maleducato in quel lago dove, forse, di cigni, o presunti tali, recentemente ne stiamo avvistando troppi, troppo uguali.

Trailer:

lunedì 15 febbraio 2016

Sing - Teaser Trailer Italiano


Disponibile il teaser trailer, italiano, di "Sing" il film d'animazione realizzato dai creatori di
"Cattivissimo Me", "Minions" e "Pets: Vita Da Animali", scritto e diretto da Garth Jennings e doppiato, in originale, da Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Seth MacFarlane, Scarlett Johansson, John C. Reilly e Leslie Jones.
Uscirà da noi a Gennaio 2017, ma possiamo già farci una piccola idea a riguardo.

Teaser Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Ambientato in un mondo come il nostro, ma abitato interamente da animali, "Sing" racconta la storia di Buster Moon (Matthew McConaughey), un elegante koala proprietario di un teatro un tempo grandioso ormai caduto in disgrazia. Buster è un eterno ottimista — va bene, forse è un po' un furfante — che ama il teatro più di qualsiasi altra cosa e che farà il possibile per salvaguardarlo. Di fronte allo sgretolamento della ambizione della sua vita, Buster ha un'ultima occasione di ripristinare il suo gioiello in declino al suo antico splendore, producendo la più grande competizione canora al mondo.
Saranno cinque i concorrenti ad emergere: un topo (Seth MacFarlane) tanto bravo a canticchiare quanto ad imbrogliare; una timida elefantina adolescente (Tori Kelly) con un enorme caso di ansia da palcoscenico; una madre sovraccarica (Reese Witherspoon) che si fa in quattro per occuparsi di una cucciolata di venticinque maialini; un giovane gorilla (Taron Egerton) che sta cercando di allontanarsi dai reati della sua famiglia di delinquenti; ed una porcospina punk-rock (Scarlett Johansson) che ha difficoltà a liberarsi di un fidanzato arrogante e a diventare solista. Ogni animale si presenta all'ingresso del teatro di Buster convinto che questa sarà l'occasione per cambiare il corso della propria vita.

Brooklyn - Trailer Ufficiale Italiano


E' tra i candidati agli Oscar di quest'anno come miglior film (ma anche come migliore attrice protagonista e miglior sceneggiatura originale), stiamo parlando di "Brooklyn" il film di John Crowley scritto da Nick Hornby, tratto dal romanzo di Colm Tóibín, interpretato da Saoirse Ronan, Domhnall Gleeson, Emory Cohen, Jim Broadbent e Julie Walters. Uscirà nei nostri cinema il prossimo 17 Marzo, ma qui di seguito intanto potete gustarvi il trailer.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
"Brooklyn" è la storia di una giovane donna irlandese che incapace di trovare lavoro si dirige a New York dove trova lavoro in un grande magazzino e si innamora di un ragazzo italiano che poi sposa segretamente. Torna in Irlanda per il funerale della sorella e così alla sua vita di prima. Ora deve decidere a quale vita appartiene.

Onda Su Onda - La Recensione

"Il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista", cantava (e canta) CapaRezza mentre radunava e poi distruggeva, con umorismo, quei luoghi comuni eterni a cui non è immune nessun cantante che sta attraversando la rampa di lancio della sua carriera musicale. Perché, rimanendo in tema di luoghi comuni, si dice che il primo album te lo trovi nel cassetto, già fatto, grossomodo, mentre per gli altri, invece, è tutto un'altro paio di maniche.

Insomma, Rocco Papaleo era avvisato. Del resto, il mondo della musica e quello del cinema sono parenti stretti e se la fortuna del primo lungometraggio nel secondo lo aveva abbandonato in questo suo terzo era importante mettere la massima dedizione per non permettere ad una retorica inutile, ingombrante e datata di avere ancora ragione e farla franca. A quanto pare, però, se il secondo è difficile, il terzo è impossibile. O perlomeno così è se non possiedi sufficienti armi a disposizione per combattere. E, sinceramente, "Onda Su Onda" di armi a suo favore da l'impressione di non averne affatto, se non quelle di qualche gag comica tra Papaleo, Alessandro Gassmann e Massimiliano Gallo che tuttavia lasciano un po' il tempo che trovano, mandando la pellicola più alla deriva che verso la terra ferma. Per dirla in termini marini, all'ultimo lavoro del regista lucano manca un'àncora a bordo, quel punto fermo, piantato alla radice, su cui potersi appoggiare per poi dettare i tempi di una trama per nulla fresca e quindi da far passare in secondo piano, in favore di un diversivo adeguato e robusto, da impostare, magari, nel triangolo creato tra i due principali interpreti maschili e l'altro femminile di raccordo. Ma viceversa, preferiscono muoversi praticamente a briglia sciolta, i tre, intrecciandosi in molteplici situazioni, ma traendo dalle stesse quel minimo indispensabile inefficace da qualunque orizzonte lo si vadi a guardare, mettendosi da soli, purtroppo, in una condizione di naufragio alla quale sfuggire non è soluzione contemplabile.

Manca soprattutto di idee allora "Onda Su Onda", di quel sentimento che aveva contraddistinto il primo lavoro di Papaleo permettendogli di avere successo e respiro. Appare come una scatola vuota, riempita a forza con degli oggetti di recupero che, per quanto utili a costruire qualcosa di buono, avevano bisogno di un collante più resistente per rimanere saldi e interi. La conseguenza è quella che porta a far sfumare velocemente il contrasto creato tra il cantante fallito e il cuoco dal passato tenebroso, così come a rendere solo un riscaldamento quei passaggi in cui i due si allenano per rendere la farsa creata il più reale possibile. Medesima lunghezza d'onda, potremmo dire, che va a toccare anche lo scoglio drammatico della pellicola, se consideriamo il mancato approfondimento dei due personaggi e dei loro caratteri, per cui è previsto un risvolto privato abbastanza rilevante e colmo di squilibrio.

Un progetto, dunque, quello di Papaleo che, probabilmente, lanciava segnali preoccupanti sin dalla sceneggiatura, dove i buchi nell'acqua erano visibili e pertanto potevano essere evitati. D'altronde come è vero che il primo disco (o il primo film) te lo ritrovi nel cassetto è altrettanto vero che prima di finirci in quel cassetto di lavoro e di impegno ne richiede un immensità, per anni.
Quella che dopo rischia di venir meno, innalzando le difficoltà e rinforzando indirettamente una retorica dalle radici sin troppo semplici e banali.

Trailer:

Batman v Superman: Dawn Of Justice - Nuovo Trailer Ufficiale Italiano


Arriva il nuovo trailer ufficiale di "Batman v Superman: Dawn Of Justice", il nuovo film di Zack Snyder con Ben Affleck, Henry Cavill, Amy Adams, Diane Lane, Jeremy Irons, Laurence Fishburne, Gal Gadot e Jesse Eisenberg, dal 23 Marzo al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Temendo le azioni di un supereroe, rimasto troppo a lungo senza controllo, il formidabile vigilante di Gotham City affronta il più osannato salvatore di Metropolis, mentre il mondo cerca di capire di quale eroe abbia realmente bisogno. E mentre Batman e Superman si dichiarano guerra, improvvisamente una nuova minaccia emerge, mettendo a repentaglio la sopravvivenza del genere umano.

domenica 14 febbraio 2016

The Danish Girl - La Recensione

Più che gettarsi nella vera biografia di Einar Wegener - pittore paesaggista affermato della Danimarca degli anni '20, con inclinazioni femminili che lo portarono a diventare il primo transgender riconosciuto - "The Danish Girl" prova a raccontare una storia d'amore romantica. Lo fa, ovviamente, in una veste atipica del genere, consapevole di non poter andare a consolidare quel sentimento viscerale per via di una libertà di vivere e di voler essere che va di pari passo alla separazione, al termine, quindi, di un matrimonio preesistente che tuttavia non rompe quei legami d'affetto profondi e sinceri della coppia in questione.

E' questa dinamica infatti il cuore su cui il regista Tom Hooper intende cucire elegantemente la sua pellicola, motorizzata per emettere battito da un Alicia Vikander intensa e strepitosa, sostenuta senz'altro da un personaggio oltremodo generoso e innamorato, ma anche da quella che, probabilmente, ad oggi, è la sua migliore interpretazione in assoluto. Sono per lei e per il suo viso fanciullesco gli occhi, dunque, per quella reazione comprensiva e paziente con cui asseconda un marito confuso e sconvolto dal ritorno di quell'entità femminile con cui in passato aveva già cominciato a fare i conti, entità di cui lei però non era mai stata al corrente, risvegliata repentinamente da un gioco di travestimento innocuo - tra l'altro di sua invenzione - con cui ingannare gli invitati indiscreti dell'ennesima e noiosa cena di gala. La sua reazione preoccupata, eppure contemporaneamente umana, permette a "The Danish Girl" di non sopperire sotto le faccette e la metamorfosi non irresistibile di un Eddie Redmayne a tratti sopra le righe, a suo agio negli atteggiamenti e nelle movenze delicatamente femminili, ma assai meno quando è il turno di trasmettere e suscitare emozioni. Non è un caso, del resto, che i pochi brividi e i pochi lampi di commozione arrivino quando il suo Einar/Lili sia fuorigioco, quando a dominare la scena o a prenderla per mano, insomma, c'è la sua controparte, nonché moglie, Gerda.

Cerca di restare più in equilibrio possibile comunque, Hooper, asciugando quanto può i suoi manierismi e imbastendo, con qualche licenza poetica, una storia in cui l'argomento delicato, posto all'interno, non assume mai quel ruolo da primo piano che, forse, era lecito aspettarsi. Accenna al disagio di Einar come a un errore della natura, una malformazione interna che curare chirurgicamente è del tutto normale, distante anni luce quindi da quel discorso di aberrazione dell'essere umano sostenuto da alcuni medici dell'epoca, mentalmente vicini ancora a frammenti di personalità incastonati nella cultura moderna. Unico spaccato, questo, in cui "The Danish Girl" va a prendersi una pausa dal romanticismo stretto, quello con cui riesce a convincere lo spettatore a seguirlo e ad invidiare un rapporto che mai, neppure a operazione conclusa, smette di essere autentico e d'amore: sebbene il merito sia palesemente più del carattere forte e devoto di Gerda e meno di quello un po' egoista e introverso di Einar.

Con l'attitudine a rimanere innocuo sotto tanti punti di vista, quindi, il film di Hooper schiva le trappole e, pur con una serie di difetti evidenti, mantiene la schiena dritta. Non da mai l'impressione di potersi permettere chissà quali movimenti bruschi, ma mettendo il peso dalla parte giusta, cioè da quella della Vikander, si salva da un possibile crack e accontenta trasversalmente un pubblico non pretenziosissimo.

Trailer:

sabato 13 febbraio 2016

Zootropolis - La Recensione

I tempi delle prede e dei predatori sono alle spalle. Ormai, nel mondo animale vige la regola della pace e dell'uguaglianza: ogni creatura ha il diritto e la possibilità di svolgere qualunque mestiere, di inseguire i suoi sogni, a prescindere dalla conformazione, l'origine, o l'istinto animale che la contraddistingue. La coniglietta Judy Hopps allora cresce sin da piccola con il mito dell'agente di polizia, un ruolo imponente, responsabile, che i suoi genitori non credono faccia al caso suo, ma a cui lei non intende rinunciare. Sebbene, una volta arrivata nella città di Zootropolis, con le carte in regola per svolgere le sue mansioni, si renderà conto che la favola della parità con cui è cresciuta non è stata altro che l'ipocrisia di un mondo nel quale le parole sono sempre dissimili dai fatti.

Nell'immaginario costruito dalla pellicola infatti una piccola coniglietta con aspirazioni da agente può finire al massimo ad occuparsi del traffico e del pagamento dei parcheggi, così come un bradipo è rilegato a svolgere lavoro d'ufficio, alle poste, e una volpe ad arrangiarsi facendo la furba in mezzo a una strada. Insomma, tutti uguali, ma fino a un certo punto, perché anche se tra predatori e prede non c'è più guerriglia, per i primi ci sarà sempre un ruolo di spicco superiore ai secondi, come a rispetto di una scala di valori messa in cantina per educazione e quieto vivere, ma a cui, comunque, è impossibile rinunciare. Il trio di registi Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush (quest'ultimo autore anche della sceneggiatura), allestiscono quindi un discorso che, estrapolato dal mondo animale e di finzione, ed applicato al nostro umano, di realtà, praticamente non fa una piega: salvo perdere quella dose altissima di umorismo di fondo che in "Zootropolis" riesce a rendere tutto meno amaro e scorretto, diluendo una questione piuttosto seria con personaggi, atteggiamenti e momenti sarcastici di altissimo livello. C'è sempre la commedia, dunque, a fare da sfondo, persino quando ad irrompere dentro di essa subentra una sotto-trama thriller, fondamentale per dare una sferzata al ritmo e ampliare la tematica razziale, che va ad assumere contorni ben più spessi di quanto ci si potesse aspettare, oltre che moralmente sani e precisi.

Il bilanciamento con la risata, in questo frangente è fondamentale, studiato alla perfezione e capace di non appesantire quella che vuole essere senz'altro una pellicola d'animazione dalle mire soprattutto educative, destinate in gran parte al suo pubblico di riferimento, ma assolutamente abili per colpire il bersaglio anche oltre. A confermare questo aspetto c'è, tra l'altro, una scena in particolare in cui, durante una dichiarazione alla stampa, vengono pesate duramente alcune parole sfuggite alla protagonista, forse, con troppa leggerezza e inesperienza, parole su cui però la storia, sapientemente, resta appigliata, allargando il discorso e aprendo una piccola parentesi sui termini e sul linguaggio. L'apparente circo, perciò, che a primo impatto sembrava volersi accaparrare i consensi con personaggi teneri e buffi, situazioni paradossali, strappa risate, e ammiccamenti al Cinema con la "C" maiuscola (vedi "Il Padrino"), dimostra di avere sotto la manica degli assi rilevanti e ottimi da giocare, assi con i quali si aggiudica la vittoria netta e a mani basse della partita, annientando ogni riserva o parvenza di bluff.

Perché di tali problemi, attualissimi, non se ne discute mai abbastanza, o quando lo si fa si ha sempre paura di sbilanciarsi troppo o di essere di parte. Cominciare ad inviare determinati segnali, invece, ad un pubblico mentalmente non cementato, che sia in grado di appassionarsi alla causa, tirando dentro magari persino i suoi genitori, è un tentativo nobile che l'animazione era il momento cominciasse a compiere; pur se sotto mentite spoglie e mantenendo una leggerezza di fondo.
Tentativo che questa Disney in versione arcobaleno, come da reputazione, ha realizzato nella maniera migliore possibile.

Trailer:

giovedì 11 febbraio 2016

Deadpool - Secondo Trailer (Censurato e Non) Ufficiale Italiano


Ne parleremo meglio la settimana prossima con la recensione, ma nel frattempo possiamo tenere a bada quello che potremmo definire ormai il fenomeno "Deadpool" con i nuovi trailer disponibili sia nella versione censurata che non. Il film Marvel, di cui è protagonista Ryan Reynolds vede le partecipazioni anche di Morena Baccarin, Gina Carano, T.J. Miller e Rachel Sheen, è diretto da Tim Miller e uscirà nelle nostre sale giovedì 18 Febbraio.

Trailer Italiano Ufficiale:


Trailer Italiano Ufficiale (Red Band):


Sinossi (Ufficiale):
Tratto dal fumetto sul più irriverente anti-eroe dell’universo Marvel, "Deadpool" racconta la storia del mercenario Wade Wilson, ex agente operativo delle Special Forces, che, dopo essere stato sottoposto a un terribile esperimento, acquisisce l’eccezionale potere del Fattore Rigenerante e abbraccia una nuova identità. Con la sua nuova abilità di guarire rapidamente e un pungente senso dell’umorismo, Deadpool andrà a caccia dell’uomo che gli ha quasi rovinato la vita.

La Notte Del Giudizio: Election Year - Trailer Ufficiale Italiano


E' tempo del trailer italiano, ufficiale, de "La Notte Del Giudizio: Election Year", il terzo capitolo dell'omonima saga prodotta da Jason Blum e Michael Bay, con protagonisti Frank Grillo, Edwin Hodge, Betty Gabriel, Kyle Secor, JJ Soria, Mykelti Williamson e Elizabeth Mitchell. Scritta e diretta da James DeMonaco, la pellicola uscirà nei nostri cinema il prossimo 14 Luglio.

Trailer Italiano Ufficiale:

mercoledì 10 febbraio 2016

Zoolander 2 - La Recensione

"Zoolander 2" è concentrato tutto in una scena: quella (inserita anche nel trailer) dove il personaggio di Owen Wilson cerca di risvegliare nel Derek di Ben Stiller la famosa espressione Magnum, lanciandogli a raffica degli oggetti a caso che però finiscono tutti per sbattergli violentemente in faccia, anziché fermarsi a pochi centimetri dalla stessa. "Sono fuori moda. Ho perso il fuoco", sono le parole che usa Derek per giustificare il fallimento e, probabilmente, specie per la seconda parte della frase, ha ragione lui.

Ha perso il fuoco "Zoolander 2" non ha più quella capacità di far ridere e sorridere che era riuscita a trasformare nel cult che ognuno di noi ricorda il fortunato primo capitolo. Tornare a vestire i panni dei modelli dall'intelligenza ridotta al minimo, a quattordici anni di distanza, forse, ha reso la missione leggermente più complicata, se non altro per quel che riguarda la scrittura di un copione (passato dalle mani di Ben Stiller, John Hamburg e Drake Sather a quelle uniche di Justin Theroux) a cui mancano quelle scenette meravigliose in cui Stiller e Wilson si lasciavano andare a sketch inarrestabili dilagando a più non posso con la demenzialità. Riportare in scena lo zoccolo duro del passato allora non è sufficiente a coprire il deficit, mentre ampliarlo con le entrate in scena di Penelope Cruz e Kristen Wiig serve a poco se, specialmente alla seconda, non gli si lascia mai campo libero per fare davvero la differenza. Diventa così una reunion per fan nostalgici questo secondo capitolo, un pretesto per rivedere Ben Stiller, Owen Wilson e Will Ferrell ancora in quei personaggi capaci di dissacrare perfettamente il mondo della moda, una gioia per gli occhi che tuttavia a livello cinematografico regge poco, scadendo nel trash più grossolano e nell'inconsistenza drammaturgica con una rapidità imbarazzante e uno sconforto in crescendo.

Occorre accontentarsi, quindi, delle piccole incursioni per abbandonarsi a una risata, quelle delle star hollywoodiane che, quando meno te lo aspetti, fanno capolino e ammiccano al pubblico con autoironia o mettendosi in gioco con grande spirito, dalla testa ai piedi. Parliamo quindi di ciò che in passato era utilizzato semplicemente come un surplus dell'operazione, e che qui, per via della difficoltà globale, spesso funziona come ossigeno vitale, rallentando quella caduta libera a cui comunque la pellicola pare sia destinata sin dall'inizio, senza ancora di salvezza. Peccato perché nella struttura sbilenca di una sceneggiatura a cui, sicuramente, avrebbero giovato altri cervelli, gli spunti per un riassemblamento migliore, magari con alcune modifiche ponderate, potevano davvero rivoluzionare il progetto e rendere sensato l'avvio di un franchise che, invece, vista anche la distanza con cui torna ad affacciarsi, era meglio continuare a tenere figlio unico, preservandone il talento.

Non resta dunque che far finta di niente, guardare a "Zoolander 2" come a un falso d'autore, un fake fedelissimo che vorrebbe rifarsi all'opera d'arte benstilleriana di riferimento con accuratezza e perizia, ma a cui mancano i geni significanti dell'artista per poter ingannare tutti e farla franca nell'esposizione.
E lo dimostra il fatto che per fare tana, stavolta, non serve nemmeno chiamare in causa gli esperti.

Trailer:

martedì 9 febbraio 2016

Love And Mercy - Trailer Ufficiale Italiano


Finalmente arrivano le prime immagini italiane, ufficiali, di "Love And Mercy" il film di
Bill Pohlad con John Cusack, Paul Dano, Elizabeth Banks e Paul Giamatti che propone un ritratto non convenzionale di Brian Wilson: l’enigmatico cantante, compositore e co-fondatore dei Beach Boys (ritratto autorizzato dal musicista stesso e dalla moglie). La pellicola uscirà nelle nostre sale il prossimo 21 Aprile, ma prossimamente da queste parti contiamo di parlarne in maniera più approfondita.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Alla luce del pensiero rivoluzionario di Brian Wilson che ha definito un’epoca della musica, il film esamina il viaggio personale dell’icona il cui successo internazionale è stato ripagato con un prezzo personale estremamente alto.

Nonno Scatenato - Trailer (Censurato e Non) Italiano Ufficiale


Arriva il trailer italiano, ufficiale, di "Nonno Scatenato" il film di Dan Mazer con Robert De Niro e Zac Efron che uscirà nelle nostre sale il prossimo 13 aprile. Visto il linguaggio esplicito di alcune scene, sono stati rilasciati due tipi di trailer: uno in versione censurata e l'altro in versione integrale. Qui sotto potete scegliere quali dei due preferite vedere.

Trailer Italiano Censurato:


Trailer Italiano Non Censurato:


Sinossi (Ufficiale):
Jason (Zac Efron) sta per sposarsi con la figlia del suo capo e diventare così socio nello studio legale del suocero. Quando però il puritano Jason cade nella trappola del nonno Dick (Robert De Niro), che lo costringe ad accompagnarlo a Daytona per le vacanze di primavera, le sue nozze vengono messe seriamente a rischio. Tra feste, risse da bar e una serata epica di karaoke, Dick vuole godersi il viaggio più selvaggio della sua vita sempre al massimo. Alla fine il nonno scatenato e il nipote bacchettone scoprono di poter imparare molto l’uno dall’altro e creare quel legame che non avevano mai avuto prima.

Jason Bourne - First Look


Jason Bourne sta per tornare, e il video brevissimo che ce lo comunica annuncia l'episodio numero quattro (numero cinque della saga) con protagonista Matt Damon. Insieme a lui tornerà dietro la macchina da presa il regista Paul Greengrass, con Julia Stiles e le new entry Alicia Vikander, Tommy Lee Jones e Vincent Cassel. Una notizia che, almeno da queste parti, consideriamo a dir poco fantastica e, in attesa dell'uscita in sala, prevista per il 1 Settembre 2016, continueremo a tenere d'occhio con grande interesse.

Jason Bourne First Look:

giovedì 4 febbraio 2016

Legend - Trailer Italiano Ufficiale


Disponibile il nuovo trailer, italiano, ufficiale di "Legend", il nuovo film di Brian Helgeland, presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma (qui la nostra recensione), con Tom Hardy, Emily Browning, David Thewlis, Christopher Eccleston e Chazz Palminteri, in uscita, in Italia, il prossimo 3 marzo.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"Legend" racconta la vera storia dell’ascesa e della caduta dei famigerati gangster londinesi Reggie e Ronnie Kray. Insieme, i gemelli Kray conquistarono la città di Londra. Tuttavia il loro legame e il loro impero vennero minati da violente lotte di potere e da una donna, in un crescendo di follia.

mercoledì 3 febbraio 2016

L'Ultima Parola: La Vera Storia di Dalton Trumbo - La Recensione

I rapporti tra America e Russia, finita la Seconda Guerra Mondiale, non cavalcarono a lungo l'onda dell'armonia: esplodendo presto in una Guerra Fredda che innervosì i rapporti e le decisioni politiche dei due paesi. In America in quegli anni, nacque infatti una corrente politica denominata maccartismo, dove ogni cittadino americano sospettato o accusato di comunismo doveva assolutamente essere allontanato e identificato come minaccia. Anche Hollywood non sfuggì a tale controllo e attraverso la collaborazione del Comitato per le Attività Antiamericane, intorno alla fine degli anni '40, subì numerose inchieste che videro attori, sceneggiatori, registi, produttori e altre figure dello spettacolo essere chiamati davanti alla corte di un tribunale per testimoniare sulla loro tendenza politica, rischiando il carcere nel caso in cui si fossero rifiutati di apparire o di rispondere alle domande. Il brillante sceneggiatore Dalton Trumbo, comunista convinto, ma soprattutto contrario a quella che gli sembrava a tutti gli effetti una violazione dei diritti civili, insieme ad altri nove dei suoi colleghi, si rifiutò però di sottomettersi a tale prepotenza, finendo in una lista nera che gli fece prima perdere definitivamente il lavoro e poi guadagnarsi una cella come punizione. Spiegone necessario, questo, giusto per chiarire che, per cominciare a parlare di "L'Ultima Parola: La Vera Storia di Dalton Trumbo", è fondamentale inquadrare alla perfezione il periodo storico, un periodo che sicuramente in America non è più guardato oggi con la stessa fierezza e rigidità di allora, ma che in qualche modo ha segnato una pagina da non sottovalutare per quel che riguarda la Storia e il carattere del paese.

Raccontare la scalata verso la giustizia di un uomo come Dalton Trumbo diventa quindi come andare a distruggere, ma allo stesso tempo rinforzare quei principi su cui l'America si vanta di fondarsi e con i quali è riuscita a cucirsi addosso, nel tempo, un abito piuttosto elegante, seducente e ambito. Nella pellicola diretta da Jay Roach, sembra quasi esserci infatti un'ammissione di colpa pubblica con tanto di scuse, insieme tuttavia a quel rilancio un po' arrogante di chi, comunque, fa un passo indietro per poterne fare due in avanti: fornendo le prove che per un cittadino americano che non smette di lottare e di credere nei suoi sogni ci sarà sempre un largo margine di vittoria in cui poter sperare, e questo a prescindere dalla testa di un paese che ogni tanto, schizzofrenicamente, tende un po' a contraddirsi. Sta di fatto che in quegli anni, la vita in quelle terre, fu tutt'altro che semplice per chi la pensava diversamente e non era disposto a scendere a compromessi, non tutti quanti come Trumbo potevano permettersi di lavorare sotto falso nome e provvedere a sé stessi e alla loro famiglia come se niente fosse. Ma di questo nella sceneggiatura di John McNamara non c'è traccia, dei reali effetti di quelle decisioni "L'Ultima Parola: La Vera Storia di Dalton Trumbo" prende in esame esclusivamente il lato più farsesco e creativo, con la spocchia però di non voler rinunciare neppure a quello più serio.

Vorrebbe dare un colpo al cerchio e uno alla botte il lavoro di Roach, alternando commedia e dramma con la stessa e identica intensità, senza sporcarsi le mani e rimanendo sempre neutrale. Opera quindi costantemente sul filo per non sbilanciarsi, il regista, affidandosi all'equilibrio magistrale di un Bryan Cranston contenuto e contemporaneamente perfetto, che fa del suo corpo e della sua mimica facciale il punto di forza essenziale. Eppure lo scalino che divide la parte più leggera della pellicola - quella contaminata dall'umorismo cinico e ficcante, proprio del protagonista - da quella più drammatica - che al contrario soffre di alcuni momenti deboli e di una buona dose di retorica - risulta sempre più netto e sbilanciato di quanto dovrebbe: al punto da provocare il dubbio che forse sarebbe stato meglio fornire meno importanza al periodo storico e alla politica, concedendo spazio totale all'irrazionale e irresistibile mercato delle sceneggiature anonime partorito da Trumbo per bucare il sistema.

Discorso che avrebbe decisamente reso meno carica l'opera di Roach, ma con il quale, probabilmente, si poteva andare ad agguantare un esito assai più soddisfacente e accurato. Che assolutamente non metteva fuorigioco la contestualizzazione e il suo peso, ma magari riusciva addirittura ad esaltarla maggiormente e in una forma più adeguata.
Mentre così dobbiamo accontentarci del classico buono, ma non ottimo.

Trailer:

L’Era Glaciale: In Rotta di Collisione - Trailer Ufficiale Italiano


Arriva il trailer ufficiale, italiano, "L’Era Glaciale: In Rotta di Collisione", il nuovo capitolo della popolare saga cinematografica d’animazione, che ha come protagonisti Scrat, Sid, Manny e Diego. L'ambientazione stavolta sarà quella dello spazio, la quale darà origine ad una serie di eventi cosmici che trasformeranno e minacceranno il mondo dell’Era Glaciale. Per salvarsi l'intero gruppo dovrà quindi abbandonare la loro casa ed intraprendere un’avventura ricca di comicità, viaggiando attraverso nuove terre esotiche e incontrando nuovi e coloratissimi personaggi. La pellicola uscirà nei nostri cinema il 25 agosto 2016.

Trailer Ufficiale Italiano:

martedì 2 febbraio 2016

Perfetti Sconosciuti - La Recensione

L'espediente è sempre lo stesso: uno scherzo preso seriamente - in questo caso un gioco estemporaneo, nemmeno troppo di buon gusto - che capovolge una cena tra amici in un massacro lento e doloroso, spaccando l'armonia, i rapporti e, ovviamente, le relazioni sentimentali.

Il francese "Cena Tra Amici", evidentemente, deve aver colpito parecchio la vena creativa dei sceneggiatori nostrani, così, dopo un remake rispettabile, in cui l'influenza italiana era limitata a qualche licenza, arriva un prodotto che potrebbe essere identificato come un suo surrogato nuovo di zecca: un film ispirato a quel film che non è quel film.
Già, perché in "Perfetti Sconosciuti" c'è lo stesso risvolto, più o meno, a fungere da catalizzatore (e lo stesso ambiente unico: una casa) ma dei fattori scatenanti decisamente differenti. Non centra nulla la politica, la voglia di scherzare o il passato: a spingere i sette commensali a condividere ogni chiamata, sms, email o WhatsApp per il tempo di una cena, infatti, è la noia che li ha avviluppati oltre la loro vita privata, rendendo, di fatto, anche la loro amicizia di lunga data uguale e identica a un matrimonio spento, privo di interesse e di desiderio. La conseguenza è quindi l'andare a stuzzicare quella vita segreta posta lontana dai radar, la stessa che la Kasia Smutniak suggeritrice del gioco sa di avere, ma di non dover temere, allestendo quindi una potenziale trappola per tutti gli altri che, per non far cadere subito la maschera, decidono di accettare la sfida e cercare una soluzione strada facendo. Sfuggire agli occhi e alla curiosità di chi, cosciente del proprio essere, sa benissimo di potersi aspettare qualunque cosa anche dagli altri, tuttavia, non è poi tanto facile come sembra e perciò, quei cellulari (pardon smartphone), resi di dominio pubblico, seppur per poche ore, si rivelano davvero la scatola nera che il regista, Paolo Genovese, sostiene: la cassaforte dove chiunque, nessuno escluso, custodisce ogni minimo particolare e peccato inconfessato, capace di ridefinire addirittura per intero la sua inquadratura e la sua natura.

In questo modo i perfetti conosciuti protagonisti, si fanno, a poco a poco, sempre più sconosciuti, franando squillo dopo squillo, in un burrone senza fine in cui non c'è alcuna speranza di salvezza o di fuga. A turno, uno dopo l'altro, vedono il proprio scheletro uscire dall'armadio, presentarsi pubblicamente e dare inizio a una spirale privo di controllo con destinazione caos totale: spirale in cui ogni sterile tentativo di negazione, giustificazione o inganno è costretto a tornare indietro come un boomerang provocando lividi e cicatrici maggiori se non permanenti.
Un risvolto che, per quanto telefonato e suggerito sin dal titolo, ha l'abilità di funzionare egregiamente per merito di una sceneggiatura brillante, ragionata e colma di tensione, capovolgimenti, risate e dosi di amarezza, una sceneggiatura dove probabilmente il lavoro di cinque teste si fa sentire in maniera positiva e costruttiva e in cui, restando vincolati all'economia della pellicola, non si vede un minimo segnale di sbavatura o approssimazione.

Pregio che sensibilizza e sostiene sicuramente il lavoro degli attori: precisissimi, in parte e padroni di un'alchimia che dimostra l'enorme preparazione d'impianto teatrale nascosta alle spalle del film. Ma soprattutto che mette in secondo piano la scelta registica di un finale negativo non in senso assoluto (come avremmo preferito), ma con l'innesto di una rassicurazione che, pur non cambiando, tecnicamente il senso dell'opera, forse, ne diluisce un po' i tratti e l'efficacia post-visione.
Lasciando ben distinta comunque la certezza che quando vogliamo anche il nostro cinema può ancora permettersi il lusso di scrivere commedie di un certo livello, senza alcun bisogno di depredare quello degli altri producendo rifacimenti più o meno buoni, ma essenziali e richiesti fino a un certo punto.

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