IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

sabato 29 ottobre 2016

Animali Notturni - Trailer Ufficiale Italiano

Tom Ford Animali Notturni

Disponibile il trailer ufficiale, italiano, di "Animali Notturni", il nuovo film di Tom Ford, vincitore del Gran Premio della Giuria all'ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con Jake Gyllenhaal, Amy Adams, Michael Shannon e Aaron Taylor-Johnson, dal 17 Novembre al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:

Split - Nuovo Trailer Ufficiale Italiano

Split M. Night Shyamalan

Un nuovo trailer ufficiale, italiano, per "Split", il nuovo thriller scritto e diretto M. Night Shyamalan, con James McAvoy, Anya Taylor Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, dal 26 Gennaio al cinema.

Nuovo Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Anche se Kevin (James McAvoy) ha mostrato ben 23 personalità alla sua psichiatra di fiducia, la dottoressa Fletcher (Betty Buckley), ne rimane ancora una nascosta, in attesa di materializzarsi e dominare tutte le altre. Dopo aver rapito tre ragazze adolescenti guidate da Casey (Anya Taylor-Joy), ragazza molto attenta ed ostinata, nasce una guerra per la sopravvivenza, sia nella mente di Kevin – tra tutte le personalità che convivono in lui – che intorno a lui, mentre le barriere delle le sue varie personalità cominciano ad andare in frantumi.

The Founder - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

The Founder McDonald's

Rilasciato il teaser trailer ufficiale, italiano di "The Founder", il biopic sul fondatore di McDonald’s diretto da John Lee Hancock e interpretato da Michael Keaton, al cinema da Gennaio.

Teaser Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Come si può creare uno dei più grandi imperi economici a partire da un semplice hamburger? Per rispondere occorre scoprire la storia vera di Ray Kroc imprenditore statunitense, meglio noto come il fondatore della catena miliardaria McDonald’s.

Logan - Trailer Ufficiale Italiano

Logan Wolverine

Sbarca online il primo trailer ufficiale, italiano di "Logan", il film diretto da James Mangold che dovrebbe segnare l'ultima interpretazione di Hugh Jackman come Wolverine. Per ora poco altro è stato anticipato, sulla trama è ancora tutto da scoprire e l'unica informazione semi-certa che possiamo darvi è che la sua data di uscita dovrebbe essere il 2 Marzo 2017.

Primo Trailer Ufficiale Italiano:

Guardiani Della Galassia Vol. 2 - Sneak Peek

Guardiani Della Galassia Vol. 2

Uno sneak peek molto particolare ci anticipa quello che sarà il futuro trailer di "Guardiani Della Galassia Vol. 2", il film ancora una volta scritto e diretto da James Gunn che vedrà il ritorno del vecchio cast composto da Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Michael Rooker, Karen Gillan e Sean Gunn, insieme alle new entry di Pom Klementieff, Elizabeth Debicki, Chris Sullivan, Tommy Flanagan, Laura Haddock e Kurt Russell.
Ad oggi la release del film è fissata per il 25 Aprile 2017.

Official Sneak Peek:

Sinossi (Ufficiale):
Mentre sono alle prese con il mistero che avvolge le vere origini di Peter Quill, i Guardiani dovranno combattere per mantenere unita la propria squadra. Il gruppo di eroi dovrà allearsi con vecchi nemici e potrà contare sull’aiuto di alcuni dei personaggi più amati del mondo dei fumetti, espandendo ulteriormente l’Universo Cinematografico Marvel.

La Cura Dal Benessere - Trailer Ufficiale Italiano

La Cura Dal Benessere Verbinski

Disponibile il trailer ufficiale, italiano di "La Cura Dal Benessere", thriller psicologico diretto da Gore Verbinski, con Jason Isaacs, Dane DeHaan, Celia Imrie, Susanne Wuest, Mia Goth, Carl Lumbly, in uscita il 23 Marzo 2017.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Un ambizioso giovane è stato mandato ad incontrare il CEO della sua azienda in un idilliaco ma altrettanto misterioso "centro benessere" situato in una località remota sulle alpi Svizzere. Capirà molto presto che i trattamenti miracolosi della spa non sono quello che sembrano e rimarrà intrappolato nel centro. La sua stessa salute mentale sarà messa a dura prova quando scoprirà di essere affetto dallo stesso malanno che ha colpito gli altri ospiti.

Rogue One: A Star Wars Story - Trailer Finale Italiano Ufficiale

Star Wars Rogue One

Arriva anche il trailer finale italiano, ufficiale, di "Rogue One: A Star Wars Story", l'attesissimo spin-off di "Star Wars", diretto da Gareth Edwards, con Felicity Jones, Mads Mikkelsen, Alan Tudyk, Ben Mendelsohn, Forest Whitaker, Donnie Yen, Diego Luna, Jonathan Aris, Riz Ahmed, Genevieve O'Reilly e Jimmy Smits, nei cinema dal 15 Dicembre prossimo.

Trailer Finale Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Rogue One racconta la storia di un improbabile gruppo di eroi uniti per intraprendere una missione coraggiosa e apparentemente impossibile: sottrarre i piani della Morte Nera.

Fai Bei Sogni - Trailer Ufficiale

Fai Bei Sogni Marco Bellocchio

Rilasciato il trailer ufficiale di "Fai Bei Sogni", il nuovo film di Marco Bellocchio, tratto dal romanzo di Massimo Gramellini e presentato all'ultimo Festival di Cannes, con Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero, Barbara Ronchi, in uscita il 10 Novembre al cinema.

Trailer Ufficiale:

Sinossi (Ufficiale):
"Fai Bei Sogni" è la storia di una difficile ricerca della verità e allo stesso tempo la paura di scoprirla. La mattina del 31 dicembre 1969, Massimo, nove anni appena, trova suo padre nel corridoio sorretto da due uomini: sua madre è morta. Massimo cresce e diventa un giornalista. Dopo il rientro dalla Guerra in Bosnia dove era stato inviato dal suo giornale, incontra Elisa. La vicinanza di Elisa aiuterà Massimo ad affrontare la verità sulla sua infanzia ed il suo passato.

The Great Wall - Nuovo Trailer Italiano Ufficiale

The Great Wall Matt Damon

Nuovo trailer italiano, ufficiale, per "The Great Wall", il più grande film interamente girato in Cina che vede protagonista Matt Damon diretto dal visionario regista Zhang Yimou. Per vedere come se la saranno cavata i due dovremo aspettare ancora fino a Febbraio 2017, ma intanto a rassicurarci (o meno) ci sono le immagini qui sotto.

Nuovo Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
The Great Wall racconta la storia di un gruppo scelto, alle prese con la valorosa difesa dell’umanità su uno dei più iconici monumenti del mondo.

E’ Solo La Fine Del Mondo - Trailer Italiano Ufficiale


E’ Solo La Fine Del Mondo Dolan

Disponibile il trailer italiano, ufficiale, di "E’ Solo La Fine Del Mondo", il nuovo film di Xavier Dolan, con Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard, vincitore del Grand Prix Festival di Cannes 2016 e in uscita in Italia il 7 Dicembre prossimo.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Louis, giovane scrittore di successo che da tempo ha lasciato la sua casa di origine per vivere a pieno la propria vita, torna a trovare la sua famiglia per comunicargli un’importante notizia. Ad accoglierlo il grande amore di sua madre e dei suoi fratelli, ma anche le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima. Un crescendo di emozioni raccontate da un cast di altissimo livello. Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes.

giovedì 27 ottobre 2016

Doctor Strange - La Recensione

Doctor Strange
Portali che si aprono, palazzi che ruotano, città che si capovolgono. Sembra adagiato su un cubo di RubickDoctor Strange”, su di una scenografia che dovrebbe avere dello spettacolare, del magico, contraddistinguersi come qualcosa di unico, sebbene per come venga utilizzata riesca solamente a confondere la visione, a disturbarla e a rendere fastidioso un film d’esordio piuttosto scarico e ordinario.

Verrebbe da dire che non si presti troppo al cinema questo dottore votato alla stregoneria: che dopo un incidente automobilistico che gli impedisce di svolgere il mestiere di neurochirurgo - per il quale era disposto a sacrificare la sua vita - comincia a battere tutte le piste possibili per sistemare le sue mani, trovando speranza nella medicina orientale e, nello specifico, nelle indicazioni e negli insegnamenti di un mentore, chiamato Antico, dedito allo spirito e al potere soprannaturale. Eppure è possibile che a complicare la vita del battesimo nel Marvelverse di “Doctor Strange” sia più che altro una scelta registica non all'altezza, impreparata nell'affrontare un genere come il fantasy di petto e più a suo agio a contenerlo a colpi di quel fioretto che in passato (con la fantascienza) aveva già accennato di preferire. Scott Derrickson - che comunque (e carta canta) se la cava meglio con l’horror - infatti è più un appassionato di corpo che di spirito, a lui piace più ciò che sta in mezzo alla CGI, a quegli effetti speciali ricreati al computer che hanno lo scopo esclusivo di colorare la scena e di riempirla. A lui piacciono gli attori, i loro conflitti (interni ed esterni), ciò che questi possono portare a galla se costretti ad essere esplorati, visti faccia a faccia, isolati da tutto ciò che è calcolabile come decorativo o dispersivo. Una propensione che a contatto con le esigenze (incorporee) della Marvel deve, ovviamente, scivolare in secondo piano, esser trattenuta, ma che comunque, inevitabilmente, si ritrova a venir fuori quando, nell'economia nel suo lavoro, ci accorgiamo che a funzionare meglio sono proprio quei momenti denominati viscerali e intimi, rispetto ai più caotici e ammalianti dove, invece, la fatica e la non dimestichezza si fanno sentire e neanche poco.

Benedict Cumberbatch StrangeUn uomo fuori luogo, sostanzialmente, al quale non è stato concesso neppure margine decisionale su di una sceneggiatura in cui tutto scorre veloce, incontrollato, dove il profilo del protagonista è steso in fretta e furia, con l’accetta, per arrivare il prima possibile a quel nettare caleidoscopico fatto di multiversi, giochi di luce, incantesimi e corpi astrali che frastornano e spossano con la stessa facilità con cui affascinano e incuriosiscono. Una cascata di eventi che Derrickson riesce a tenere a malapena sotto controllo, dovendola acchiappare quando sembra volergli sfuggire di mano e nella quale non ha a disposizione il tempo necessario per elaborare sottotrame romantiche e profili umani come, in qualche frangente, fa intuire, tanto avrebbe voluto. Una mancanza di proporzioni che a “Doctor Strange” gli fa perdere un po’ quello spirito da cinecomic sul quale avrebbe dovuto puntare di più, magari, spingendo il pedale sull’ironia sottile e appuntita che quando entra in scena lo lascia aderire meglio al suo mondo, dando quasi la percezione che una modalità per renderlo efficace al cinema c’era ed era perseguibile.

Come già successo, però, per molti dei capitoli introduttivi di casa Marvel, anche in questo si commette l’errore di affidarsi a un’intelaiatura rigida e abbondantemente telefonata, fissata su di una linea retta, priva di curve, che ormai appare quasi come uno stampino a cui aggrapparsi per non rischiare di fallire in rampa di lancio. Una politica aziendale che sicuramente da i suoi frutti su larga scala, ma che non restituisce giustizia ad un’opera che poteva offrire assai più di qualche risatina, combattimento discreto e lontani ricordi di “Star Wars” (anche qui c’è un discorso relativo al lato oscuro e al lato chiaro) piuttosto che di “Inception”.
Che, per la cronaca, in quanto a giocare con Escher e con la materia, sapeva essere due, se non tre spanne superiore. E questo perché Christopher Nolan, spiritualmente, sa essere regista più formato e abile di Derrickson.

Trailer:

martedì 25 ottobre 2016

Sausage Party: Vita Segreta Di Una Salsiccia - La Recensione

Sausage Party
L’idea era folle e geniale: tutti i cibi di un supermercato credono nell’esistenza di alcuni Dei a cui spetta il compito di sceglierli e di portarli in quello che loro chiamano "Il Grande Oltre”, ovvero il mondo all’esterno che non hanno mai visto o conosciuto e considerano un Paradiso (sessuale). Nessuno, o quasi, è consapevole che quei Dei che loro adulano siamo noi e che, una volta finiti nel carrello, ne "Il Grande Oltre" li attende uno spettacolo orrorifico dove vengono affettati, immersi nell’acqua bollente, accoltellati, fritti e masticati.

Il consueto delirio mentale di Evan Goldberg e Seth Rogen - a cui per l’occasione si uniscono anche le menti di Kyle Hunter e Ariel Shaffir – partorisce l’ennesimo colpo sopra le righe, questa volta con un film d’animazione per adulti in cui, però, vuoi per la difficoltà maggiore, vuoi per un processo creativo meno smagliante dei precedenti, perdono la bussola, maciullando il genio nel mezzo in un pasticcio strabordante e dal sapore poco convincente. La maniera per rendere “Sausage Party: Vita Segreta Di Una Salsiccia” memorabile, elevandolo all’estremo delle sue potenzialità, era infatti quella di ambientarlo prevalentemente nella casa di chi, ad un certo punto, compra i protagonisti per cucinarli nel giorno del ringraziamento, andando a rivoltare un prologo rilassante, da commedia positiva e musicale, in un film dell’orrore grottesco, esilarante e matto da legare. Le situazioni per montare gli eventi, in quel caso, sarebbero stati più ardui da scrivere e sviluppare (e neanche è detto), ma più efficaci da vedere e da gustare: e a testimoniarlo sono proprio i picchi della pellicola, assai più alti nelle (limitate) scene vissute al di fuori del supermercato. Già, perché in quel supermercato, purtroppo, si finisce per restare più a lungo del previsto, si finisce per ambientarci tre quarti della storia, con una salsiccia (che sembra un würstel) e una panina da hot dog che per una serie di eventi finiscono fuori dal carrello, rischiando che il loro amore si dissolva in un cassonetto e venendo a scoprire che, forse, la leggenda degli Dei per cui hanno sempre vissuto è una enorme farsa, rassicurante.

Vita Segreta Di Una SalsicciaIn quello che somiglia allora a uno script messo nero su bianco sotto sostanze stupefacenti (e quando si parla di Rogen e Goldberg il dubbio viene sempre), apparso dal nulla per essere libero, disinteressato a incombenze o a riflessioni senzienti, si commette l’errore di inserire una morale di fondo di cui, davvero, non se ne sentiva il bisogno. Una morale che ci vuole un attimo per privare della sua patina e intuire sia legata alla religione, o comunque a tutte quelle credenze, pregiudizi e barriere che impediscono ad ogni essere umano vivente di gestire la sua vita come, in realtà, vorrebbe o come lo guida il suo istinto. Un concetto nobile, condivisibile e corretto che, tuttavia, in “Sausage Party: Vita Segreta Di Una Salsiccia” entra a forza come un settimo panino in una scatola da sei, calpestando quanto di buono c’era nel contenuto, comprese le ipotesi di divertimento sfrenato a disposizione.

Per dirla rimanendo in tema, dunque, il film affidato alla direzione di Greg Tiernan e Conrad Vernon esce un po’ come una ciambella senza buco, deturpata dal troppo peso poggiato sopra e da un utilizzo abusato, rispetto a quelli che erano i suoi principi nutritivi.
Un vero peccato perché da “Sausage Party: Vita Segreta Di Una Salsiccia” si poteva tirare fuori davvero qualcosa di particolare, un prodotto in cui volgarità, insulti razziali, doppi sensi e svolte porno, anziché restare fine a sé stessi (esilaranti solo sul momento), avrebbero potuto collimare in qualcosa di strepitoso, aggiudicandosi il sigillo di garanzia e di fedeltà degno dei migliori articoli presenti sul mercato.

Trailer:

Io, Daniel Blake - La Recensione

Daniel Blake
Io a Ken Loach lo capisco. Lo capisco e gli voglio bene. Perché, a volte, certi film devi farli più per provocare e per denunciare una condizione inaccettabile, piuttosto che per una sceneggiatura forte e potente che vale la pena portare sul grande schermo.
Questo non significa che “Io, Daniel Blake” non sia una storia giusta per il cinema o che con esso non centri nulla, anzi, ma che tuttavia una seconda stesura, o una revisione, magari, tanto male non gli avrebbe fatto.

Se ci si sofferma sulla tematica non ci sarebbe da dire nulla a Loach: che alla burocrazia che tocca a chi non ha lavoro o, peggio ancora, a chi ce l’aveva, ma ha dovuto lasciarlo per via di un problema cardiaco diagnosticato dal medico, non risparmia un singolo centesimo, mettendola alla berlina in tutto il suo sadismo e in tutta la placida malvagità con cui si prende gioco dei deboli e dei disperati. Se però si va a guardare a “Io, Daniel Blake” sotto il profilo filmico, sotto la qualità della narrazione e la costruzione di alcune scene, allora, la situazione è un po’ diversa, mostra il fianco, prestandosi a leggerezze e a forzature che, sicuramente, non fanno bene a un dramma che di opportunità per farsi duro, disumano e potente ne aveva abbastanza da non doversi appoggiare a nient’altro che alla verità, una verità che Loach spiega, ma romanzandola inutilmente e ulteriormente rendendola più tragica.
Attacca uno Stato specifico “Io, Daniel Blake”, la Gran Bretagna, uno Stato che, a quanto pare, ha deciso di alimentare l’angoscia e l’umiliazione degli ultimi, rimbalzandoli continuamente nelle loro richieste urgenti e costernate di assistenza e di asilo. Lo fa, in sostanza, per liberarsene, per metterli alle corde, lasciandoli in pasto ad un destino economicamente, per lui, meno caro e di cui, una volta compiuto, non deve farsi carico, tutto chiaramente attraverso una serie di giochini d’astuzia (legali) architettati per confondere, che vanno a celebrare quel famoso proverbio del gatto che si morde la coda.

Daniel BlakeStare in empatia con il suo film è quindi fin troppo semplice, scontato. Non scuotere la testa di fronte a un sistema che obbliga un anziano a cercare lavori che non esistono e poi a rifiutarli quando si palesano perché non in salute per praticarli è effettivamente impossibile, così come lo è non rimanere di ghiaccio quando una madre trentenne scende a compromessi bassissimi per non far mancare nulla ai propri figli derisi a scuola per le loro scarpe rotte. Ciò che viene a mancare, tuttavia, in aggiunta a questo, è l’intero aspetto emozionale, quello che ti porta a commuovere per i personaggi, a sentire il loro dolore come fossero a te vicini, andando oltre quelle azioni spontanee, dettate dallo spirito di umanità che circa tutti abbiamo e condividiamo per il prossimo.
E parliamo di uno scarto di cui si sente la mancanza soprattutto al compimento di “Io, Daniel Blake”, quando, in teoria, ci si aspetterebbe di venir colpiti da una grandinata di sentimenti che non arriva - o non arriva decisa, perlomeno - perché rimpiazzati da quell’impassibilità (che non è indifferenza, attenzione) di fondo, generata dai tratti fortemente calcati dal regista per ingigantire l’involucro di una vicenda a cui bastava assai meno per camminare da sola e andare lontano.

Effetto che, a parer di chi scrive, è figlio più dell’irruenza di Loach di scoperchiare tale sistema, smascherandolo pubblicamente, che della volontà di utilizzarlo per fabbricare al suo interno una storia efficace e pregevole. Col risultato di un opera perfettamente riuscita se voleva picchiare (politicamente) duro, ma molto meno se il suo scopo doveva essere quello di contenere l'impeto (cinematografico) che in molti pensavamo e credevamo di trovare.

Trailer:

domenica 23 ottobre 2016

La Tartaruga Rossa - La Recensione

Vincitore del premio Oscar nel 2001, con il cortometraggio d'animazione "Father & Daughter", al regista olandese Michael Dudok De Wit è successa una di quelle fortune che nella vita capitano a una persona su un milione: i vertici dello Studio Ghibli, apprezzando molto il suo lavoro, gli hanno proposto una co-produzione con un lungometraggio che, ovviamente, il diretto interessato ha accettato di buon grado, senza pensarci due volte.

Non si tratta dell'affidamento di un progetto pronto, alla ricerca di qualcuno da mettere dietro la macchina da presa, no, "La Tartaruga Rossa" è un lavoro che De Wit e lo Studio Ghibli hanno praticamente partorito insieme, distribuendosi con enorme fiducia e appoggio i rischi e le scommesse che comportava. Perché se è vero che si affida all'archetipo dell'uomo naufragato su un isola deserta, che richiama alla memoria Robinson Crusoe, piuttosto che il Tom Hanks di "Cast Away", è altrettanto vero che lo svolgimento della pellicola è alquanto ostico e paradossale, con un'assenza di dialoghi e un'animazione rétro, minimale e color pastello, che fanno di tutto per allontanare l'opera dall'immaginario recente e popolare. Inizialmente allora l'approccio alla storia è un tantino enigmatico: con il protagonista alle prese con l'adattamento alla natura e la progettazione di una fuga che possa riportarlo nella civiltà da cui proveniva in cui era radicato. Un obiettivo che pare non vada benissimo alla tartaruga rossa, gigantesca, che si nasconde nelle acque che lui vorrebbe attraversare, la quale, metodicamente, distrugge ogni sua zattera, impedendogli la partenza verso quel viaggio, salvifico, della fatidica speranza. Questo fino a quando, giunta sulla spiaggia, la tartaruga deve fare i conti con la vendetta dell'uomo che, immobilizzandola, rischia di farla passare a miglior vita, salvo poi sentirsi in colpa e rimediare alla meglio.

De Wit Studio GhibliSenza svelare troppo, ora, di ciò che succederà (anche se, forse, nel trailer potrebbe essere stato inserito), bisogna dire che per una grossissima porzione di sé, "La Tartaruga Rossa", da l'impressione di essere unicamente un grande esercizio di stile spartito in parti uguali tra lo Studio Ghibili e il De Wit style. Presentimento che, man mano, va a rinforzarsi e a ricevere sempre più certezze, smontandosi in mille pezzi, all'improvviso, con un colpo di scena inserito in chiusura che tende a rimescolare tutte le carte e a far rivalutare quanto fruito.
C'è un messaggio filosofico studiato per essere limpido e diretto al momento giusto, evidentemente, nella testa dei due artefici, un'ode alla natura e al rapporto che quest'ultima ha con l'uomo e viceversa, da mantenere forzatamente vago e confuso per evitare di smontare l'esplosione di una poesia che altrimenti si sarebbe risolta troppo presto, indebolendosi lei e indebolendo la linearità e la semplicità della messa in scena generale, nella quale, ci rendiamo conto, qualsiasi sovrastruttura di adorno, forse, sarebbe stata d'intralcio.

Del resto gli serviva essere stretti e concisi a De Witt e allo Studio Ghibli, che in ottanta minuti dicono quello che volevano dire, con la consueta bravura e quel fascino visivo un po' dimenticato, che perfettamente è in linea con la tematica e con il gusto estetico di entrambi. Mano nella mano realizzano, così, un'opera che non sarà sicuramente tra le migliori da loro prodotte, ma che sa farsi rispettare, sa intiepidire ed incontrare il gusto dei maggiori appassionati.

Trailer:

The Hollars - La Recensione

The Hollars Krasinski
Uno degli ultimi film da attore di John Krasinski è quel "Sotto Il Cielo Delle Hawaii" girato assieme a Cameron Crowe, regista notissimo per le sue pellicole sentimentali ed esistenziali, con colonne sonore selezionate ad hoc, capaci di commuovere e di conquistare.
Esperienza che, probabilmente, deve averlo influenzato ed ispirato tantissimo, visto che nel suo secondo lavoro da regista, ha deciso di cimentarsi esattamente con un tipo di storia dalle medesime caratteristiche, che parla di famiglia e di paure e fa dei pezzi musicali arruolati un punto di forza non indifferente.

Rafforza il luogo comune secondo il quale a tenere in piedi una famiglia, solitamente, è la figura della madre il suo film, una madre che in "The Hollars" però deve fare i conti con un tumore alla testa di cui, per colpa della superficialità del marito, ha trascurato per troppo tempo i numerosissimi sintomi. Il suo ricovero unisce quindi una famiglia prettamente maschile che, se prima accennava a segni di scricchiolamento, ora minaccia addirittura il crollo totale. Con il personaggio di Krasinski, unico ad esser volato lontano dal nido, che torna a casa stracolmo di fragilità, inconsapevole d'essere il più maturo per provvedere al crollo dell'azienda (ed emotivo) del padre e all'inaffidabilità di un fratello, licenziato proprio dal padre e alle prese con una separazione che lui stesso ha chiesto alla moglie, ma di cui ora si è pentito. Va da sé, insomma, che l'arma della risata e dell'assurdo stanno alla base di una storia drammatica interessata anche ad analizzare temi maturi che, nello specifico, toccano i rimpianti di una madre, forse rammaricata di aver sposato l'uomo sbagliato, e le ansie di un figlio, prossimo a diventare padre, seppur non ancora sicuro di farcela e tantomeno di ciò che vorrebbe. Una traccia che in mano a dei registi esperti come Crowe, in questo ambito, avrebbe dato sicuramente dei frutti migliori, ma di cui, nel complesso, visti i risultati, ci si può lamentare davvero pochissimo.

John Krasinski Margo MartindalePerché in "The Hollars" non c'è mai un momento in cui si prova indifferenza: tra situazioni comiche ben costruite, personaggi caratterizzati per rimaner simpatici allo spettatore e parentesi più serie in cui, comunque, la lacrima resta in bilico, in attesa di capire se scendere sulle guance o se bagnarsi unicamente i piedi a riva. Un banco di prova dove Krasinski dimostra di aver rubato molto e di aver assimilato piuttosto bene da quel (migliore) cinema di formazione dedicato alla semplice complessità dell'essere umano (adulto), che mette in pratica non perfettamente, eppure con ottime, potenziali, prospettive. Filtra il meglio, infatti, non si disperde in banalità di fondo e, nonostante non arrivi a farci prendere i fazzoletti e a gestire completamente ogni singolo pezzo della sua pellicola, si fa volere bene lo stesso e quasi amare, con l'utilizzo di quella musica trascinante, ponderata e aderente al contesto.

Un esame che non va ad ampliare né a migliorare nulla di quanto già esistente, ma a cui si assiste volentieri, con enorme appagamento, senza battere mai la fiacca o concedersi a uno sbadiglio. Una promozione meritata quindi quella concessa a "The Hollars", con la riserva di proclamarsi preludio per un prossimo progetto, magari, da realizzare con maggior scioltezza e maturità a riguardo.

Trailer:

sabato 22 ottobre 2016

Kubo E La Spada Magica - La Recensione

Kubo Laika
Kubo è un bambino dai poteri soprannaturali: quando suona il suo strumento a corde, carta, rami e foglie levitano, formando oggetti o pupazzi animati che mandano in visibilio chiunque si trovi nei paraggi e abbia voglia di ascoltare le sue avvincenti storie. Sono quelle che gli racconta sua madre, stanca e malata, dopo aver affrontato, anni e anni prima, un viaggio nel mare in tempesta per sfuggire dalle grinfie del proprio padre, assassino del marito e responsabile di aver portato via uno degli occhi di suo figlio. I motivi dell'astio famigliare sono da attribuire ad un amore proibito tra la donna, appartenente al mondo degli spiriti, e l'uomo, facente parte della dinastia dei samurai. Due fazioni, a quanto pare, storicamente in contrasto per definizione.

Forze del male e forze del bene. E' la storia più vecchia del mondo, condannate in eterno a scontrarsi e a inseguirsi, oltre ogni tempo e oltre ogni spazio. Nella favola che sancisce l'esordio alla regia di Travis Knight entrambe vengono lavorate e messe al servizio di uno sviluppo che esalta la fantasia, l'azione e universi nascosti pronti a spalancare le porte verso l'avventura: che rappresenta sempre quella distanza che separa il protagonista dalle risposte, la pace interiore e una maturazione, spesso, da raggiungere prima del tempo necessario. Già perché "Kubo E La Spada Magica" è un coming-of-age meraviglioso, a cui non importa del suo target teoricamente principale di bambini e non ha problemi a prendere delle strade spiazzanti che raramente è possibile vedere in pellicole di questo tipo. Un'anarchia con la quale la Laika comunica di volersi esprimere trasversalmente, fuori da qualunque etichetta, di essere uno studio d'animazione interessato a raccontare storie universali, ragionate e dove lo stile in stop-motion che li contraddistingue - e in questo caso il CGI, in aggiunta - non è mai fine a sé stesso, ma strumento di supporto per un cuore onnipresente da far pulsare e a cui misurare i battiti.

Kubo LaikaOgni volta c'è uno strato (o più di uno) da scoprire nei loro lavori, un significato riposto all'interno di un luogo distaccato dalla realtà in cui lo spettatore, grande o piccolo che sia, non può che perdersi e scaldarsi come accade al protagonista. Nel magico viaggio in cui si viene catapultati, allora, dopo un invocazione finita male, che mette Kubo sulla scia di un destino a cui non può sottrarsi oltremodo, a catturare attenzioni, risate ed emozioni è questo trio abbastanza eccentrico formato, ovviamente, dal ragazzo e una scimmia e un bacarozzo all'improvviso animati, rispettivamente, dal pezzo di legno e di carta che erano. Alterazione narrativa compiuta in un momento cardine della pellicola per sopperire a un colpo di scena sfrontato che avrebbe, forse, indurito troppo la pelle dell'opera di Knight che, al contrario, in questo modo, pur non rimangiandoselo per nulla al mondo, tiene fede al genere, alle sue aspettative, senza comunque lasciare troppo che esse lo persuadano dalle mire che ha in testa.

Non a caso la risoluzione di "Kubo E La Spada Magica", se vista con occhi totalmente spalancati, è forse una di quelle più amare mai incontrate in un film d'animazione. Con grande esperienza e capacità, tuttavia, il suo regista riesce a mascherarla e a farla sembrare assurdamente positiva, commovente a tratti, carica di quella morale che non fa mai male e che funge un po' da ciliegina sulla torta ad un lavoro impeccabile.

Trailer:

Lion: La Strada Verso Casa - La Recensione

Dev Patel Lion
Bisogna smetterla di approcciare le storie vere al cinema come a dei film da rispettare o amare a prescindere perché figlie di una realtà, il più delle volte crudele. Bisogna smetterla soprattutto se queste storie sono adattate nella maniera più retorica e furba possibile, indugiando laddove non bisognerebbe indugiare e scadendo nel didascalico laddove le immagini parlerebbero da sole.

Quella raccontata da "Lion: La Strada Verso Casa" è un odissea incredibile, commovente, struggente: con un bambino indiano, di classe povera, che accidentalmente si addormenta su un treno risvegliandosi così lontano da casa da non ricordare più la strada del ritorno, finendo dopo mille peripezie in adozione a una famiglia australiana che se ne prende cura, crescendolo e sostenendolo, anche quando, a distanza di vent'anni, lui comincia a sentire l'esigenza di fare luce sulle sue origini andando alla ricerca della sua vera terra natia. Una storia che, effettivamente, si presta al cinema davvero come poche quella di Saroo, ma che nelle mani dello sceneggiatore Luke Davies e del regista Garth Davis, riesce nell'impresa di rimanere indigesta a tal punto da sembrare il contrario. Ne realizzano un polpettone i due, infatti, eccedendo con una prima parte dedicata a Saroo bambino, troppo lunga e dilatata, e facendosi prendere la mano in una seconda - in cui il protagonista è ormai adulto - in cui la volontà di esser cristallini e di non lasciar nulla alla poetica e all'intuizione dello spettatore appesantisce una carica emotiva che, praticamente, rimane schiacciata, incapace di mettersi in moto. Questo nonostante gli umani sensi di colpa del ragazzo che si fa in quattro pur di far sapere alla madre biologica e a suo fratello maggiore di essere ancora vivo, tranquillizzare i loro animi - che immagina (giustamente) disperati e a pezzi - e toglierli dalle colpe di una sparizione che c'è stata, si poteva evitare, ma sulla quale è inutile mettersi a inaugurare qualsiasi tipo di concorso di colpa.

Dev PatelSarebbe servita un'altra sceneggiatura e un altro regista, quindi, al romanzo autobiografico "A Long Way Home" (scritto sempre da Saroo) per essere onorato al cinema come si deve. Qualcuno dotato di uno sguardo totale, meno diretto e di un tatto differente, più leggero: capace di non ridicolizzare troppo la parentesi Google Earth e di ritagliare, magari, più spazio per descrivere la (non) fratellanza e la convivenza complicata tra Saroo e suo fratello adottivo Manthos, anche lui figlio di un destino pessimo, se non addirittura peggiore. Anziché abbracciare il prolisso, la pellicola poteva cambiare campo e tornare realmente in India a seguire il dolore di una madre e di un fratello (soprattutto) massacrati da una condizione economica che inevitabilmente comporta negligenze, alternandoli, in parallelo, alla conoscenza dei due coniugi interpretati da Nicole Kidman e David Wenham che, per volontà, pur potendo avere figli, hanno deciso di rinunciare ai loro per aiutare gli esistenti, meno fortunati.
Temi drammatici su cui "Lion: La Strada Verso Casa" avrebbe potuto tessere una coperta assai più resistente ed efficace di quella che poi ha scelto, con l'opportunità di risultare maggiormente sincero e sensibile di quanto, a conti fatti, infine è da considerarsi concretamente.

Per cui non è colpa nostra se di fronte alla disgrazia (cinematografica) di Saroo provare empatia e trascinamento è una missione più complicata di quel che credevamo. Non siamo noi ad essere insensibili, ad avere il cuore di pietra e lo possiamo dire con certezza perché quando nei titoli di coda partono le immagini reali della storia, quelle col Saroo originale che fa incontrare le sue due mamme, i nostri occhi si inumidiscono come d'incanto e quella lacrima che credevamo dispersa chissà dove, fa di tutto per scendere giù.

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venerdì 21 ottobre 2016

Hell Or High Water - La Recensione

Hell Or High Water
C'è un western in fase di smantellamento a fare da sfondo a "Hell Or High Water", un Texas in cui viene detto, a un certo punto: "stanno mettendo i nastri digitali al posto di quelli analogici". Un territorio in aggiornamento dove di cowboy ne è rimasto solo uno, e pure lui prossimo alla pensione, e di indiano anche, cattolico peraltro. Scenario che non sembra affatto quello del ventunesimo secolo che è poi veramente, e che due fratelli sfruttano, nel momento cruciale della sua mutazione, per rapinare le filiali della banca che detiene l'ipoteca sulla loro fattoria di famiglia, provando a salvarla dalla politica di strozzinaggio che potrebbe portargliela via.

Inferno o acqua alla gola - la traduzione più o meno fedele del titolo originale - non poteva sintetizzare meglio la condizione dei due rapinatori Chris Pine e Ben Foster: che tra decidere se chinarsi ai giochetti sporchi di un istituzione gigantesca o rischiare la pelle affrontandola e pagandola con la stessa moneta, preferiscono non pensarci due volte e buttarsi a capofitto nella seconda opzione. Quella seconda opzione che, letteralmente, significa inferno, lo sanno, ma un inferno che possono pianificare per filo e per segno, prendendolo in contropiede e attraversandolo un po' come fecero Dante e Virgilio nella Divina Commedia. Certo è che se il Toby di Pine un pizzico di Virgilio potrebbe anche averlo dalla sua, per via dell'intelligenza, la calma e la tendenza a voler solo spaventare, senza premere il grilletto, lo stesso non si può dire del Tanner di Foster, che di Dante non ha assolutamente nulla, essendo lui un delinquente appena uscito di prigione, malato per la bella vita e con la tendenza a farsi prendere la mano nel cacciarsi nei guai. Sulle loro tracce, presto, si mette allora un Jeff Bridges stanco e malinconico, sceriffo refrattario all'idea di andare in pensione, accompagnato da un partner di origini indiane che si diverte a prendere in giro, tra insulti razziali e battute di spirito: da cui però non riesce mai a ricevere le soddisfazioni che vorrebbe e che lo aiuterebbero a rivivere le gioie del passato.

Hell Or High WaterUn passato che in "Hell Or High Water" sta facendo le valigie per uscire di scena definitivamente, spaventando a morte chi non si sente pronto per quel mondo che verrà e per il quale già sa, forse, di non essere adatto. Nel loro piccolo orticello, non a caso, ci stanno comodi i personaggi messi in scena da David Mackenzie, che nei comportamenti, nei pensieri, nel modo di vestire e di agire sono di un conservatorismo estremo e impenetrabile. Basti guardare a quel ristorante in cui (da circa quarant'anni) non puoi chiedere altro che bistecca da mangiare e tea da bere, dove a servirti c'è una cameriera forte di un monologo divertentissimo che impedisce a qualsiasi cliente di mettersi a discutere e di fare domande. E per Toby e Tanner, probabilmente, la faccenda non deve essere tanto diversa, in quell'inferno che hanno scelto di varcare e oltrepassare, ma che inconsciamente non ne farebbero una gran tragedia se dovesse finire con lo sconfiggerli e tenerli prigionieri. Persino lo sceriffo Bridge dal profondo li ringrazia, per quella caccia all'uomo e quegli inseguimenti vecchio stampo che non credeva di poter tornare a respirare e sentir vividi in corpo per un ultima volta.

Che tanto come vada vada, vivi o morti, quel che sta arrivando non è su misura per loro. Potrebbe andar bene per i figli, le mogli, al massimo, ma per chi con un iPhone non ci è mai cresciuto e non ha l'elasticità mentale per farci pratica, l'unica soluzione è comunque quella di farsi da parte e, magari, invocare sterili duelli con l'auspicio di trovarci dentro, prima o poi, quella pace che è sempre in grado di portare con sé molto più di un significato.

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Train To Busan - La Recensione

Sang-ho Yeon
Non gli manca nulla a "Train To Busan" per affacciarsi come ottimo horror di genere. Di quelli capaci a rispettare i doveri impartiti dal codice, che sanno come scaldare il pubblico, come agguantarlo, entusiasmandolo e facendolo saltare dalla poltrona.

Ambienta la sua storia all'interno di un treno, infatti, il regista Sang-ho Yeon, un treno preso da un padre per accontentare il desiderio di compleanno della piccola figlia, che vorrebbe raggiungere la propria madre, che vede a malapena, residente a Busan da dopo il divorzio. Niente di più agevole, se non fosse che un virus è stato appena rilasciato nell'aria e ha cominciato ad infettare persone a catena, rendendole delle specie di zombie dalla rabbia spropositata e dal morso facile, e che una di queste sia riuscita a salire a bordo del treno nell'esatto momento della sua partenza. Un canovaccio, se vogliamo, neppure eccessivamente originale che Sang-ho però sa stendere con grande maestria, attraverso personaggi che vengono fuori un po' a sorpresa - agganciandosi al bisogno di sopravvivenza dei due protagonisti - e a colpi di scena a ripetizione che non permettono mai di tirare il fiato e di mollare l'attenzione e la tensione. Perché, se e come, si arriverà al fatidico capolinea "Train To Busan" non ce lo lascia assolutamente intendere, anzi, fa deviazioni su deviazioni, mettendo a repentaglio sia la destinazione del suo percorso, sia quella del genere umano. Quanto sia grave e, soprattutto, quanto sia diffusa l'Apocalisse, ai malcapitati della sua pellicola, del resto, è possibile scoprirlo solo in corsa, affidandosi a telefonate o a internet - laddove la linea non è interrotta - e ai monitor presenti sul mezzo su cui sono incastrati che tutto sembrano inviare fuorché buone notizie.

Sang-ho YeonUn divertimento puro, adrenalinico e spettacolare che sottopelle nasconde, tatuato, un messaggio sociale da cui non si stacca mai e a cui Sang-ho tiene particolarmente. Se per George A. Romero, alla fine degli anni '70, gli zombie rappresentavano una denuncia metaforica al consumismo, per il regista sud coreano, adesso, nei duemila inoltrati, potrebbero incarnare, allora, i danni provocati dall'egoismo sempre più diffuso dell'uomo. Un egoismo, ormai, consolidato e dilatato, sotto il quale, in prospettiva, si può rimanere unicamente vittime e, a lungo andare, anche soccombere. Ne sanno qualcosa i passeggeri con cui ha a che fare il protagonista, sebbene lui stesso, da gestore di fondi, e quindi da sanguisuga consapevole, debba imparare la generosità dalle parole e dai rimproveri della figlia per fare squadra con gli altri "buoni" e indossare, finalmente, quei panni da genitore che ha mancato per troppo tempo.
Una lezione di unione, di forza, di amore per il prossimo che "Train To Busan" non smette mai di impartire, servendosi di alcune scelte narrative forti, severe e punitive, utili a rafforzare quell'allarme nobile di cui si fa portatore, nonostante una forma d'intrattenimento altissima e irresistibile poggiata ai piani superiori.

Ce le canta Sang-ho, ed è davvero il caso di dirlo, ci sgrida e ci mette, forse, allo specchio conservandoci comunque una minuscola possibilità di procedere e di proliferare che, tuttavia, resta appesa ad un filo (tutto femminile) da non sottovalutare. Così come da non sottovalutare potrebbero essere le sorti del suo film nel lungo periodo, che ha tutte le carte in regola per diventare un vero cult, di cui ricordarsi e discutere nel tempo.

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giovedì 20 ottobre 2016

Genius - La Recensione

Maxwell Perkins Thomas Wolfe
Jude Law è Thomas Wolfe, uno scrittore esuberante, passionale e verboso, alla ricerca di una casa editrice che possa pubblicare il suo romanzo giudicato non buono, ma unico.‎ Colin Firth, invece, è l'editor Maxwell Perkins: colui che nel settore, agendo nell'ombra, si occupa tecnicamente di giudicare il valore di un romanzo, adattandolo, se potenzialmente buono, su misura per quelle che sono le esigenze e le attenzioni dei lettori. E' a lui che personaggi come Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald devono tantissimo dei loro successi, e ben presto dovrà fare altrettanto Wolfe, che grazie alle sforbiciate e ai preziosi consigli su come rimaneggiare i suoi (lunghi e dispersivi) scritti raggiungerà quel successo che sognava e che era disposto a sacrificare qualunque cosa per conquistare.

Racconta del rapporto strettissimo tra due uomini, fondamentalmente, allora "Genius", di una collaborazione professionale intensa, passionale, sfociata nel bromance a causa dell'intesa e dell'alchimia che sia Wolfe che Perkins, nelle loro conversazioni e discussioni, intuivano di condividere nei confronti dei concetti, delle parole e della letteratura-tutta.‎‎ Erano entrambi due geni, ovviamente, uno nel buttare giù flussi di coscienza che non smettevano di scorrere sulle pagine infinite che stampava con la mano e l'altro nell'individuare gli eccessi, le digressioni e i superflui che potevano impedire a qualcosa di straordinario di non esser compreso o recepito al massimo della sua espressione dal pubblico. Lavoravano in simbiosi, in pratica, l'uno al fianco all'altro, come fossero due metà di una perfezione divisa che improvvisamente e casualmente era riuscita a ritrovarsi e a ricongiungersi, con buona pace delle mogli (e dei figli, in casa Perkins) che tra discussioni e messe alle strette tentavano in tutti i modi di separarli e di rubarli a quel vortice artistico da cui era impossibile estirparli. Un'amore non consumato che andò avanti imperterrito, costante, fino ai giorni di malattia che stroncarono la vita dell'autore, da cui Perkins non si è mai separato davvero, neppure quando le sue derive autodistruttive, i problemi di alcool e i comportamenti inaccettabili presero il sopravvento, portandolo a peccare di arroganza, offendendo colleghi e mancando di rispetto alla sua famiglia.

GeniusNel suo incedere, perciò, la pellicola diretta da Michael Grandage - che è tratta da una storia vera - cambia spesso forma e pelle, dividendosi in vari spaccati, ognuno manipolato e arricchito da elementi specifici, sempre diversi dal precedente e dal successivo. Dall'alchimia Wolfe-Perkins iniziale - nel quale si approfitta anche per dar voce al mestiere semi-sconosciuto dell'editor - si passa, dunque, a comprendere da vicino un carattere complesso ed incontrollabile come quello del personaggio interpretato da uno stratosferico Law, che piano piano, ripassando per la relazione con Firth - il quale lo considera tra gli scrittori più impressionanti dell'epoca, tanto ne è affascinato - diventa il protagonista attivo di "Genius": avvantaggiato anche da un mestiere e da una personalità assai più cinematografica dell'editor affidato al collega. Talmente riesce a spremere poco da quella che doveva essere la punta di diamante del suo lavoro, infatti, che a un certo punto Grandage da addirittura l'impressione di voler scadere in una sorta di biografia di Wolfe, tralasciando il resto tirato in ballo, che riprende solo a fine corsa per ultimare quel bromance appuntato in principio. Una scelta stilistica che impedisce al suo lavoro di proporsi con omogeneità, con equilibrio, azzeccando buoni momenti, specie nella parte introduttiva, e singhiozzando un tantino dal centro in poi, nello sviluppo e nella risoluzione.

Complessivamente ne vien fuori un film dai toni opachi, tristi, interessante a piccole dosi e dove spiccano, di slancio, le interpretazioni degli attori e le imperfezioni percettibili che ne alterano visione e intento. Sarebbe facile dire adesso che con un Perkins di fianco Grandage avrebbe trovato, forse, la giusta quadratura e che il non averne potuto usufruire è stato davvero un grosso peccato. Ma, se andiamo a vedere, a questo "Genius" purtroppo è mancato proprio quell'aiuto in sceneggiatura che potesse fare ordine e scolpire meglio le basi. Il che, per certi versi, calcolando che lo aveva all'interno, è un divertente paradosso.

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Florence - La Recensione

Florence Meryl Streep
La storia di Florence Foster Jenkins è una di quelle che se le racconti ti credono in pochi, che se fosse stata partorita da uno sceneggiatore sarebbe stata scartata a priori: perché l’assurdo va anche bene, ma bisogna darsi una regolata. Eppure è tutto vero, sebbene sembri incredibile accadde sul serio che, nel 1944, durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, un’ereditiera, per niente dotata nel canto, tantomeno nell'opera, richiamò l’attenzione di stampa e di pubblico esibendosi con uno spettacolo lirico dedicato in principio ad un pubblico di affezionati - selezionato accuratamente dal marito e manager – ed in seguito, grazie a una serie di particolari eventi, riproposto con tutto esaurito per una schiera di soldati e reduci americani nel famoso Carnegie Hall di New York: luogo impegnato fino alla sera prima da un certo Frank Sinatra.

A rifletterci oggi, sarebbe impossibile immaginare una situazione tipo, eppure – merito non solo della disponibilità economica della Jenkins – all'epoca le informazioni viaggiavano a una velocità e ad una portata decisamente meno rapida, per cui se qualcuno si considerava cantante e il suo pubblico lo identificava come parodia di quel mestiere o come comico, era possibile che prima che le due informazioni entrassero a confronto, di tempo, ne passasse abbastanza. Ed era questo, che ci si creda o no, il misunderstanding che stava dietro al fenomeno di cui sopra, sebbene l’amore (platonico) devoto di St. Clair Bayfield - secondo marito della donna (qui interpretato da Hugh Grant) - ci mise del suo per accentuarlo, proteggendo Florence in qualunque modo possibile e assecondandola in ogni suo desiderio, nonostante ad ogni esposizione rischiasse di perdere reputazione e incolumità. Era affetta da sifilide, lei, infatti, una malattia ereditata dal primo marito che si portava appresso ormai da anni contro ogni diagnosi medica, rispondendosi che l’unico motivo per cui ancora il suo fisico non aveva ceduto era proprio da attribuire a quell'amore che provava per la musica, medicina miracolosa capace di tenerla in vita.

Florence Meryl Streep Hugh GrantEra un personaggio complesso, allora, quello che Stephen Frears doveva portare sul grande schermo, un personaggio sfaccettato, appassionato, con un passato (e un presente) per niente facile che “Florence” delinea praticamente solo a parole: focalizzando la sua attenzione sull'ultimo anno di vita della protagonista. Ciò non ha impedito al regista, tuttavia, di metterci del suo, di alternare dramma e commedia rispettando l’idea di cinema che lo rappresenta, dando comunque priorità alla seconda, alimentata dalle performance surreali di una Meryl Streep gigantesca a cui viene richiesto di cantar male, sebbene l’intonazione buona, sappiamo, non gli manchi affatto (e lo si vede anche qui). Con estrema esperienza e abilità, quindi, Frears, riesce a bilanciare in maniera esemplare i tratti d'intrattenimento e di biopic contenuti nel copione che gli è stato affidato, facendo uscire chiare e forti la generosità umana della Jenkins, l’attaccamento per il mestiere che credeva di eseguire e quell'amore che inizialmente sembrava truffaldino da parte di Grant, ma che poi, invece, si dimostra essere assai differente e dannatamente romantico.

In questo modo confeziona una pellicola deliziosa, divertente e supportata da un cast azzeccatissimo (in cui ha modo di farsi vedere finalmente anche il talento istrionico di Simon Helberg, l’Howard Wolowitz di “The Big Bang Theory”) mai stonato - per rimanere in tema – e sempre a tempo. Dove la patina classica, sottile, poggiata sopra, va a sposarsi benissimo con quel taglio vivace e compatto, tipico della star chiamata in causa.
Una star a cui, a prescindere dalle (non) doti e dal denaro, interessava unicamente di vivere, di ricevere affetto e di compiacere il (suo) pubblico smodatamente.
Sarà per questo che, a tutt'oggi, c'è chi non smette di ricordarla e di volergli bene.

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mercoledì 19 ottobre 2016

Noces - La Recensione

Stephan Streker
Per esperienza, i film sui matrimoni combinati deludono raramente. Hanno fascino. Il fascino di una cultura, il più delle volte condizionata dalla religione (o dalle tradizioni), che tra regole e paletti, anziché salvare, complica le vite, accendendo conflitti che con un minimo di apertura mentale sarebbero risolvibili con uno schiocco di dita.

In "Noces", per esempio, c'è la maggiorenne pakistana, Zahira, che non vuole saperne di scegliersi un marito che non ama. La famiglia la pressa, ricordandogli che nella loro cultura sarebbe una vergogna ribellarsi a tale tradizione, che vivere in Belgio e non in Pakistan non la svincola dalle regole ferree che tutti finora hanno seguito, e che l'incidente di esser rimasta incinta, che loro credono rientrato con un aborto, deve rimanere l'ultima sbandata con cui sporcare il nome della sua dinastia. Il problema, se così lo possiamo chiamare, è che la ragazza ragiona con il cuore, con la cosiddetta pancia, quella che gli ha suggerito di fermare l'interruzione della gravidanza, perché dentro di lei sentiva che a crescere ci fosse un essere umano, e poco importa se non ancora formato e privo di anima. Un'attitudine sviluppata, probabilmente, tramite la contaminazione europea in cui si è trovata a crescere, nella quale ha ampliato le vedute ristrette impartite dai suoi genitori e con la quale ha deciso di tirare le somme mettendosi contro a delle imposizioni che dall'alto della sua intelligenza e maturità giudica ingiuste e esagerate. Un comportamento che padre e madre non accettano e scelgono in ogni maniera di arginare, con la violenza, le minacce, e l'aiuto dei figli - un maschio (grande) e due femmine (una più grande del maschio e l'altra più piccola di tutti) - a cui chiedono di impersonare il ruolo del poliziotto buono e ragionevole, mentre loro si lasciano sfuggire ad alzate di gomito e intimidazioni di morte, utili a salvare nel caso più estremo la dignità di una famiglia altrimenti condannata in eterno.

Stephan StrekerAl contrario di quanto accaduto a sua sorella maggiore, che era come lei, ma poi si è decisa ad ammorbidirsi, però, Zahira è ferma sulla posizione scomodissima di dichiarare guerra alla sua famiglia. Di non chinare la testa, di rinunciare persino al letto di casa, pur di non sottostare a ciò che lei non condivide (non gli importa nemmeno del problema di cuore del padre). Così, quella diretta da Stephan Streker - che tra l'altro è una storia basata su eventi realmente accaduti - assume i connotati di una pellicola, dal destino prevedibile, che non punta il dito contro una persona o più di una, ma piuttosto verso un credo (o più di uno) che spesso costringe stupidamente a vedere le cose in una maniera, o troppo bianca o troppo nera: tendenza che, forse, ormai, sarebbe arrivato il momento di invertire o di modificare trasversalmente. La falla, infatti, "Noces" ce la mette davanti agli occhi in una scena splendida e specifica, dove il padre della migliore amica di Zahira, si reca nel negozio del padre della ragazza per provare a farlo ragionare e ad accettare la presa di posizione della figlia, ma ciò che riesce a ricavare è solamente un'accusa di stare al suo posto, giustificata dal fatto che, come un pakistano non mette bocca se da loro, ad alcune donne, si permette di restare nubili, e quindi infelici, nessun altro deve permettersi di dire a un pakistano di non maritare sua figlia, dirigendola verso la felicità. Chiusura che va praticamente a mettere in discussione quella famosa iniziativa di scambio e di arricchimento tra paesi e razze, alzando una barriera, magari più lunga e impenetrabile di quelle che sono state abbattute in passato e si sta cercando di non ricostruire in futuro.

Anche perché se è impossibile mediare, adattarsi a nuove realtà e catturarne, curiosi, lati positivi e negativi, prendendo nota, tanto vale evitare di muoversi dalle proprie radici e rischiare di mettersi da soli i bastoni in mezzo alle ruote. Che poi il pericolo successivo è quello di fare frontali piuttosto gravi che, volontari o meno, forse eviteranno di macchiare famiglie o dinastie, ma non di rovinare esistenze e creare sensi di colpa raramente sostenibili.
Un dibattito che solo per il merito di suscitarlo e di provocarlo, basterebbe a Streker per stare apposto con la coscienza: sebbene non contento, il regista, riesca in contemporanea, a firmare un lavoro tecnicamente liscio, solido nella messa in scena, che a lunghi tratti sa emozionare e scaldare, prima di colpire forte lo spettatore con un gancio sullo stomaco, secco abbastanza, per stenderlo tramortito e senza parole.

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Maria Per Roma - La Recensione

C'era una volta Jep Gambardella, essere notturno, spettatore di una Roma affascinante, quieta e agitata, a seconda delle ore della giornata; scrittore affermato e personaggio di spicco a tal punto da avere il potere di far fallire le feste a cui partecipa e che organizza nella sua terrazza di casa con vista Colosseo.
Niente da spartire con Maria David, insomma, key-holder per una piccola società di appartamenti che per Roma ci gira, ma per stare appresso alle prenotazioni dei turisti a cui affitta case, mentre tra un buco e l'altro ne approfitta per fare provini ed esercitazioni in teatro. Lei, in quell'universo gambardelliano, nonostante le brutture svelate, mira ad entrarci disperatamente, ma senza riuscirci. Vorrebbe fare l'attrice, infatti, ed è disposta a sbattersi più di chiunque altro per guadagnarne i meriti, non piegandosi mai ai ricatti di nessuno.

Glie lo diceva il padre, del resto, di non preoccuparsi e di stare tranquilla perché a lei ci avrebbe pensato lui: ma c'erano ancora le lire e di certo non poteva prevedere una morte prematura. La madre - che con l'euro ha praticamente perso tutto e non sa come rimediare - tuttavia, non è della stessa opinione del marito: vorrebbe che la figlia decidesse di sfruttare qualche situazione, che la smettesse di perdere tempo con ciò che non è pratico, perché è ancora una bella donna e, magari, qualcosa può sempre scapparci. Sta di fatto che pensare al rovesciamento de "La Grande Bellezza" mentre si assiste a "Maria Per Roma" è cosa lecita e per niente esagerata, esiste più di un sospetto, d'altronde, che nelle intenzioni della regista, sceneggiatrice e attrice, Karen Di Porto, ci fosse la volontà di rispondere a quel mondo, già cementato e annoiato, mostrato da Paolo Sorrentino, attraverso il racconto dell'altro lato - il povero - volto a mostrare le rincorse e la precarietà di una gioventù moderna che, pur calcando lo stesso terreno, quel mondo non l'ha mai assaggiato, tastato e vorrebbe quantomeno vedere se riuscirebbe a starci comodo. La capacità di catturare con le immagini, con i dialoghi, con la scorza di un protagonista cinico e verboso, che sa perfettamente dove muoversi e come difendersi, tuttavia, la Di Porto non ce l'ha, e non centra nulla il fatto che la sua Maria, in realtà, sia fragile, speranzosa e attaccata ai consigli paterni a prescindere, ma piuttosto centra che il suo modo di volersi proporre, di comunicare e di dire, è fin troppo secco e neorealista da risultare scontato e poco interessante.

Karen Di PortoDice cose che sappiamo, "Maria Per Roma", esprime verità trite e ritrite, disagi concreti, replicando il cammino di chi Roma la vive, la conosce, la ama e la odia. In quei scenari, perciò, che il film di Sorrentino rubava rapidamente, seguendo con la telecamera quanto gli bastava, la Di Porto vuole portarci dentro, esplorarli da vicinissimo, nella tempistica di una giornata ordinaria, intera, in cui succede praticamente tutto e il contrario di tutto. Si fa in quattro la povera Maria, non rinuncia a inseguire la sua aspirazione, tanto quanto non intende rinunciare al suo cane, adattandosi alle regole, alle responsabilità e a quel minimo di stipendio fisso che, per alzare il più possibile, gli fa anche sacrificare una stanza della sua casa, arrangiandosi per una notte, magari, in uno di quegli appartamenti chic di cui detiene le chiavi. Un ritratto, quello composto dalla regista, che, con ogni crisma al seguito, cerca di dipingere le derive di una città ormai caotica e allo sbaraglio, popolata da gente, prevalentemente con un futuro da costruire, obbligata a vivere freneticamente e a combattere fino all'ultima lacrima pur di non abbandonare ciò che insegue.

Una città dove la speranza di salvarsi e di essere salvati ha completamente smesso di respirare, di esserci, così come prima o poi tutti noi smettiamo di lottare e di dannarci, mantenendo comunque - almeno secondo il Di Porto pensiero - il sorriso sulle labbra, rinfrancati dalla grande bellezza (dei ponti?) e consapevoli che si trattava di qualcosa di raggiungibile solo per pochi eletti.
Quei pochi eletti che Gambardella conosceva benissimo, frequentava e disprezzava e che Maria a malapena riuscirà a incontrare o a sapere come si chiamano.

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martedì 18 ottobre 2016

Nocturama - La Recensione

Bertrand Bonello
Il silenzio di circa mezz'ora che accompagna l'inizio di "Nocturama" è direttamente proporzionale a quello che serve a metabolizzarlo in post-visione. Che un regista francese, di Nizza, peraltro, possa tirare fuori dal cilindro una pellicola del genere, ora, in questo momento storico, infatti, è una follia da non credere, soprattutto considerate le dinamiche che va a mettere all'interno.
Le polemiche che ha scatenato in patria, allora, sono giustificate e possiamo capirle, ma possiamo capire altrettanto il bisogno e la provocazione che hanno spinto Bertrand Bonello a raccontare il terrorismo e la nostra società proprio ora, si, proprio in questo momento storico.

C'è la Francia come sfondo determinante nel suo lavoro, una Francia in cui, dice uno dei ragazzi protagonisti, è da un anno che è impossibile riuscire a trovare lavoro. E' la Francia in cui dominano le banche, il capitalismo, il consumismo, insomma, è la Francia che è un po' l'Europa, che è un po' tutto il mondo. La generazione dei ventenni, dunque, non ci sta, sente il dovere di divulgare la sua parola, di manifestare dissenso, e chiaramente nell'epoca dove a richiamare attenzione è l'arma dello spettacolo, il modo migliore per farlo è anche quello maggiormente proibito. Quel famoso segnale forte capace di non sfuggire a nessuno, di spaventare, di far alzare la testa a chi ti ignora o ti snobba, convincendolo a fornirti quantomeno l'attenzione che cercavi e volevi. Decidono di darsi al terrorismo perciò i sette francesi di "Nocturama", esatto, francesi, quindi sarebbe meglio etichettarli politicamente come nemici della Nazione, lo dice persino il telegiornale quando la loro messa in scena va in onda scatenando il panico per tutta Parigi. Non uno, ma quattro obiettivi, ognuno sensibile, ognuno studiato per colpire il simbolo e non la gente, per inviare, quindi, un messaggio ben preciso e non spargere altro inutile sangue per le strade. Poi, magari, ci sono anche degli obiettivi specifici, delle persone, ma si tratta di quel genere di persone che sul divano di casa, con la tv accesa, almeno una volta nella vita è capitato a tutti di maledire: per motivi uguali, per motivi diversi, comunque per motivi seri e mai, mai banali o fine a sé stessi.

Bertrand BonelloCome si dice in gergo - per affermare completamente l'esatto opposto - in pratica, la tocca piano Bonello, non guardando in faccia a nessuno e costruendo un lavoro che porta con sé il compito di deflagrare prepotente, probabilmente, per sfondare ogni muraglia ed irrompere nel politically correct, rimescolando le carte e riaprendo discussioni. Racchiuso nel suo (piccolo e fintamente silenzioso) nucleo "Nocturama" porta chiaramente un messaggio politico, una spinta di ribellione, un rancore che lo trascina a voler denunciare bruttezze e meschinità di una collettività che non può più continuare a far finta di niente, guardando altrove. Un messaggio che cinematograficamente, il regista, ha il pregio di stendere con grande eleganza e intelligenza, asciugando al minimo i dialoghi (specie in una prima parte in cui sono quasi totalmente assenti) e costruendo momenti carichi di emozione e di tensione, davanti ai quali si rimane incollati allo schermo, totalmente rapiti e sedotti (su tutti a vincere è la scena capolavoro in cui uno dei ragazzi canta My Way di Frank Sinatra).

Già, perché in quel centro commerciale dove i sette amici, o sconosciuti - non ci viene detto - decidono di passare la notte, in attesa che la situazioni si calmi, sogni e incubi si danno il cambio tra sfilate, cene, passatempi e aggiornamenti su un esterno che, in qualche modo, diventa il campo da gioco del futuro non solo loro, ma anche degli altri. Quelli che pur non avendo partecipato a quello smistamento metropolitano con oggetti da recuperare e da piazzare, in quella manciata di ore potrebbero vedersi modificare lo stesso prospettive e progetti che li riguardano. Rintracciare una speranza laddove di speranza ce n'è sempre meno, laddove la disperazione porta a compiere atti che superano la portata che siamo in grado di sostenere, laddove la politica del chi sbaglia paga e paga carissimo rischia di portare più che benefici a delle vittime superflue. Vittime che, in fondo, chiedevano aiuto.

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The Accountant - La Recensione

The Accountant Poster Ita
Un contabile affetto dalla sindrome di Asperger è immischiato nel riciclo di denaro sporco di società e pezzi grossi. La giustizia lo cerca, vorrebbe conoscere la sua identità, ma con la copertura del suo piccolo ufficio, nella sua piccola azienda, la ZZZ (really??? WTF!), rintracciarlo pare più macchinoso di quanto si pensi. Almeno fin quando non è proprio lui a decidere di uscire allo scoperto, per aiutare una sua collega a sfuggire dagli intrallazzi e dai proiettili che la società per cui lavora vuole riservargli dopo aver ficcato troppo il naso nei loro conti.

Fa un po' acqua da tutte le parti "The Accountant" il thriller-action diretto da Gavin O'Connor, con un Ben Affleck protagonista assoluto che più che somigliare a un autistico o a un commercialista, ricorda vagamente un Batman con problemi psicologici, casualmente precipitato a svolgere lavoro d'ufficio. Mena, spara, sa leggere al millimetro ogni situazione di pericolo, tenendo testa a killer esperti con scioltezza (se sono in gruppo, fa niente) e coltivando, in privato, una collezioni di armi, passaporti e denaro che neppure il Bruce Wayne più incallito e fomentato. Roba che pare quasi una provocazione quella di mettergli sull'altra sponda un concorrente ugualmente addestrato e temibile impersonato da Jon Bernthal, a cui si richiede peraltro di mantenere quel carattere duro di chi non ha la minima intenzione a discutere o a negoziare, tipico del The Punisher che proprio lui fu, e con il quale, quasi automaticamente, in molti non faticheranno a identificarlo e a punzecchiarlo. In più se a investigare sui strani fatti di omicidio e di denaro sporco decidi di affidarti al bastone e alla carota di un J. K. Simmons fresco di ruolo del Commissario Gordon, stuzzicare lo spettatore e invitarlo a trascendere, sembra, forse, il primo obiettivo fissato sulla tua agenda: che non fa che alimentare nella sua mente una fantasiosa versione alternativa dei fatti che, peraltro, può far solo del bene a quella che è la trama originale. Del resto, stiamo parlando di una pellicola che di problemi ne ha tanti, grossi, a partire da una sceneggiatura articolata che incrocia flashback e presente, intrighi e sotterfugi, ma poi si fa trovare impreparata nei twist fondamentali che dovrebbero gonfiare l'adrenalina e mettere benzina alla scena. Persino O'Connor da il sentore di non avere il suo lavoro pienamente sotto controllo, di avere a che fare con qualcosa di incompleto, confuso, a cui registicamente e con qualche battuta a effetto prova a mettere una pezza, ma a conti fatti - e scusate il gioco di parole - senza riuscire nel trucco da illusionista di coprire quelle voragini assurde, sparse un po' dappertutto.

Ben Affleck AccountantMa allora la domanda sorge spontanea: Com'è "The Accountant"? Brutto? Bello? Divertente?
La risposta è: A singhiozzo un po' tutte e tre le cose. Senza dare mai segnali di normalizzazione infatti il regista passa da momenti riusciti, coerenti con la sua storia, ad altri assolutamente discutibili, da far cadere le braccia, con parentesi esilaranti (a volte involontarie) in cui sale in cattedra la patologia di Affleck che strappa furbescamente qualche risata al pubblico che, magari, riesce pure a chiudere un occhio su qualche scivolata. Tuttavia, che venga visto come action, che venga visto come thriller, o che venga visto come entrambi, i connotati per onorare come si deve i suoi generi a "The Accountant" mancano a prescindere. Aveva dei semi, delle opportunità da coltivare, ma l'aver strappato via il frutto in anticipo, rispetto alla sua corretta maturazione, lo fa diventare unicamente una promessa non mantenuta di qualcosa che poteva avere potenzialità rilevanti, se inserito però in determinate condizioni.

Sorge quindi la curiosità di come sarebbe potuta andare, se a uno script del genere avesse messo mano Martin Scorsese, o un regista dello stesso taglio a proprio agio nel trattare il crimine e le sue derive. In altri tempi avremmo nominato anche Affleck tra i papabili validi dietro la macchina da presa, ma ultimamente le certezze nei suoi confronti, ahinoi, sono in netto e vertiginoso calo.
Non è un caso, tra l'altro, che in una scena di questo film, nel vederlo prendersi a randellate da solo sulle ginocchia, l'idea che non stia recitando, ma che si stia punendo per essere entrato a far parte del mondo della DC Comics, prenda il largo: suscitando sorrisi sinceri e fuori luogo, in un istante prettamente drammatico.

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lunedì 17 ottobre 2016

La Verità Negata - La Recensione

Mick Jackson
A destare curiosità in un film come "La Verità Negata" è l'allestimento di un processo che, sulla carta, non doveva neppure avere luogo. Un processo che, al massimo, ad essere magnanimi, se proprio doveva essere messo in piedi, poteva rubare ai diretti interessati appena qualche minuto: il tempo necessario per rimettere a posto le teorie folli dell'accusante ed evitare polveroni mediatici pericolosi e fuori luogo.
Eppure quando, a metà degli anni '90, il negazionista David Irving denunciò l'autrice ebrea, Deborah Lipstadt, accusandola di non avere prove per affermare l'esistenza dell'Olocausto, ci vollero mesi ed un team di avvocati con le palle per smentire le sue tesi e mantenere intatta la Storia.

Fu un processo incredibile, quello portato ora sul grande schermo dal regista Mick Jackson, un processo al quale non servì moltissimo per scaldare stampa, opinione pubblica e fare insorgere indignazione a tutti quegli ebrei, inaspettatamente, presi in giro e messi in discussione da un discepolo di Hitler con il talento innato nel sapersi esprimere e nel giocare le sue carte. Di prove concrete, in effetti, ce n'erano poche per chiudere la sua bocca e insieme a quella la farsa che era riuscito ad ottenere in suo favore grazie all'abilità dei tedeschi, che nel campo di concentramento non avevano praticamente lasciato traccia di un massacro che sapevano perfettamente avrebbero pagato caro. Stiamo parlando quindi di una pagina di cronaca importante, che quando vien tirato fuori l'Olocausto quasi mai (al cinema) trova citazioni o precisazioni, sebbene la serietà e il rischio con il quale ne ha messo a repentaglio la credibilità sia stata più seria e alta di quando si creda. Il lavoro di Jackson allora doveva esser quello di portare alla corte del grande pubblico gli eventi che ne scandirono le tappe, chiarire brevemente chi furono e che ruoli avevano i due protagonisti e rivelare quanta tensione e quanta precarietà, in realtà, si portava dietro una questione che per tutti era non archiviata, ma chiusa da anni e documentata.
Compito che gli è riuscito, però solo parzialmente.

Rachel WeiszFunziona meglio quando concentrato nella parte processuale infatti "La Verità Negata", quando Tom Wilkinson, Andrew Scott e gli altri avvocati sono seduti intorno a un tavolo a studiare la strategia meno rischiosa per rispedire a casa un Timothy Spall irriconoscibile, dimagrito e nei panni di un personaggio tanto impassibile quanto spinoso. E' interessante assistere alla tattica, in aula, dei due legali - Wilkinson e Spall, che si difende da solo - che dopo essersi studiati e capiti, vanno all'attacco consapevoli ognuno dei punti di forza e di debolezza dell'altro, mettendo in disparte l'autorità di un giudice che è, si, arbitro, ma che sanno benissimo di potersi manipolare in base alla loro furbizia ed esperienza. Un ping pong psicologico, tosto e gagliardo, indebolito solo dai ritorni ad Auschwitz leggermente forzati e retorici e dalle paure di una Rachel Weisz un po' sottotono e troppo lagnosa, nei panni di questa scrittrice dal carattere tenace, ma sempre li, li per disperarsi o per piangersi addosso.

L'avremmo preferita, magari, integralmente nei panni della cliente rompiscatole partecipe di prepotenza ai meeting dei suoi avvocati. In un film che guardasse all'Olocausto senza tornarci dentro con tutte le scarpe, ispirato, perché no, alle atmosfere e alle suggestioni di quel "Codice D'Onore" così pregevole di qualche decennio fa. Sarebbe stata la decisione più opportuna per premiare in trasversale cast, regia e sceneggiatura, a cui, invece, con le sbavature a cui non badano, non resta che accontentarsi di un prodotto senza infamia e senza lode.

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Into The Inferno - La Recensione

Into The Inferno Werner Herzog
Sebbene sia una materia che si occupa di profondità e di profondità estreme, la vulcanologia non ha la stessa ricchezza di altri fenomeni largamente discussi e sviscerati dal quel curiosone che è Werner Herzog.
I vulcani, del resto, li puoi studiare fino a una certa soglia, non ti permettono di avvicinarti troppo. O meglio: loro te lo permetterebbero pure, ma il rischio che tu non possa elaborare, poi, i dati raccolti è ampio e probabile.

Così questo "Into The Inferno" di terreno spianato ne trova meno del previsto, se lo deve ricavare da solo, strada facendo, partendo dalla lava che bolle in primo piano e scendendo verso quelle popolazioni che con i vulcani, purtroppo, devono conviverci ed entrarci in contatto ogni giorno. Accorcia la lista, andando a visitare, praticamente, tutti quelli attivi e più pericolosi, Herzog, intervistando ‎la gente del posto per capire se, e come, una condizione del genere possa alterare il rapporto tra uomo e natura, spostandolo su dei livelli particolari e fuori dalla norma. Le risposte che trova sono quelle di chi, un po' per cultura, un po' per necessità, crede fermamente nell'esistenza del soprannaturale, di un anima che veglia, protegge e reagisce quando deve comunicare il suo disappunto, trasferendo addirittura messaggi diretti a prescelti nativi e fidati del luogo. Un ritornello che si ripete più o meno uguale, cambiando rotta, che suggerisce il bisogno dell'essere umano di trovare spiegazioni più o meno logiche a tutto ciò che lo circonda, correndo sempre in favore di quella stabilità mentale e fisica che proprio con l'Herzog-pensiero va in controtendenza: considerato che il suo input di analizzare i vulcani nasce proprio dall'attrazione nei confronti dell'instabilità di quella crosta terrestre che solitamente identifichiamo, sbagliando e illudendoci, come punto saldo per eccellenza.
Ma c'è pure, tuttavia, chi la scienza non la abbandona mai, chi per caratteristiche tende a non curarsi della religione e i suoi derivati, ideando e collaudando strumenti per rilevare movimenti, scariche e impercettibili variazioni, con l'uso dei ritrovati moderni più accurati della tecnologia.

Into The Inferno E tra questi c'è sicuramente Clive Oppenheimer, uno dei migliori esperti della categoria e vecchia conoscenza di Herzog: che con lui e con la grandezza e la maestosità della vulcanologia si era scrociato già in passato, lavorando per altri documentari. Il suo apporto è stato fondamentale nella realizzazione di "Into The Inferno", nella stesura dello script e nel solleticare quelle questioni, filosofiche e umane, che poi hanno spinto il regista a sobbarcarsi del progetto e a realizzarlo fino in fondo. E fino in fondo significa anche arrivare in Etiopia, dove un ricercatore un po' sopra le righe si esalta e passa le giornate a soffiare la terra per trovare piccoli pezzi di fossile appartenente al genere umano, in quella che è un'attività che lui paragona a giocare a Las Vegas, dove per sbancare serve avere conoscenza, ma in gran parte fortuna. Una parentesi, questa, più lunga delle altre, ma che non supera quella, intrigantissima e affascinante, dedicata alla Corea Del Nord, dove Herzog riesce ad entrare solo grazie al pass concesso per le ricerche che deve svolgere, e in cui approfitta, tra una domanda su un vulcano e l'altra, per stuzzicare i suoi intervistati con curiosità legate al paese, la dittatura e le opinioni del popolo.
Un esplorazione, dunque, che come detto si allarga, esce fuori tema, ci rientra e, spesso, gli resta di fianco, facendosi in quattro pur di non lasciare indietro elementi d'arricchimento che in un essenzialità globale apparentemente stretta chiariscono la vastità e le digressioni di una materia a tutt'oggi ambigua e in avanzamento.

Una complessità che sicuramente ad Herzog interessava inquadrare e scoprire in prima persona, ma mai quanto, forse, la semplicità della visione ipnotizzante e minacciosa di quell'acqua incandescente rosso acceso, su cui il suo sguardo e la sua camera indugiano, tornano e restano imperterriti: catturandone fieri le bolle, le discese e le piccole esplosioni a ripetizione.
Come fossero sguardi di una Dea desiderabile, ma inavvicinabile e letale.

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