IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 29 ottobre 2018

Il Grande Lebowski - Vent'Anni Portati Benissimo Da Festeggiare In 4K

Il Grande Lebowski Jeff Bridges

Compie vent’anni uno dei cult più amati dai cinefili, il film più famoso – forse – diretto dai fratelli Coen, una delle commedie più surreali e mirabolanti che il tempo – e se la riguardate, ve ne accorgerete - non ha avuto minimamente il coraggio (e la forza) di scalfire.
Stiamo parlando – l’avrete capito – de “Il Grande Lebowski”, uscito per la prima volta, al cinema, nel 1998 e ora festeggiato dalla Universal con un’inedita release home video in versione 4K Ultra HD.

Lo scambio di persona più divertente e pericoloso che sia mai accaduto, probabilmente, è quello che capita a Jeffrey Lebowski, detto Drugo, quando un giorno, in casa sua, gli si presentano due scagnozzi di un magnate del porno che lo intimano a dover pagare i debiti maturati da una moglie che non ha. Sottolineando la gravità della questione con una pisciata sul suo tappeto di casa che lo spinge, una volta reso palese l'errore, a non lasciare andare il disguido e a chiedere i danni direttamente al loro mandante. Da qui, una serie di peripezie irresistibili gli pioveranno addosso, scandite da partite di bowling con, e contro, personaggi problematici e assai stravaganti.

L'essenza massima del cinema coeniano, quindi cucita addosso e portata con estrema (non) eleganza da uno dei più grandi attori viventi, ovvero Jeff Bridges; accompagnato da una serie di co-protagonisti stratosferici, del calibro di John Goodman, John Turturro, Julianne Moore e Steve Buscemi. E' un film in cui non c'è una virgola fuori posto, "Il Grande Lebowski", così incisivo e definito nei suoi paradossi e nella filosofia di vita del suo protagonista, da riuscire, negli anni, a farsi persino modo di essere condiviso. Una conquista enorme che doveva farci intuire che non esiste aumento di definizione che opera simile non possa raggiungere.

Il Grande Lebowski 4K


Il blu-ray 4K Ultra HD, in edizione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 2
Formato Video: Ultra HD 4K HDR
Tracce Audio: 5.1 DTS: Italiano, Spagnolo, Turco - DTS X: Inglese, Tedesco
Sottotitoli: Italiano, Inglese, Spagnolo, Tedesco, Portoghese, Turco
Contenuti Speciali: (presenti sul disco blu-ray) Un’Introduzione Esclusiva; La Vita Del Drugo; Il Drugo Sa Aspettare: Il Grande Lebowski 10 Anni Dopo; Il Making Of De "Il Grande Lebowski"; La Lebowski Fest: Storia Di Un Uomo Di Successo; Sogni Di Tappeti Volanti E Birilli: La Sequenza Del Sogno Del Drugo; Mappa Interattiva; Album Fotografico Di Jeff Bridges; Galleria Fotografica
Durata: 118
Confezione: Amaray
Produttore: Universal
Distributore Home Video: Universal
Data di Uscita: 24 Ottobre 2018

sabato 27 ottobre 2018

Notti Magiche - La Recensione

Notti Magiche Paolo Virzì
Anni 90'. Estate. Sui televisori le partite dei mondiali, commentate da Bruno Pizzul, invadono strade e appartamenti. Tutti quanti, anche le donne, o coloro che del calcio solitamente fanno a meno, si stringono tifando la nostra nazionale, in quelle che furono rinominate – con tanto di brano musicale - come le famose Notti Magiche (inseguendo un goal).
Paolo Virzì, però, di quelle notti, di quelle emozioni e di quel fermento sportivo ne prende solo lo sfondo (e la disfatta), perché anche se il suo film si intitola allo stesso modo, in realtà, finisce col raccontarci tutt’altro.

Al centro della sua pellicola, infatti, ci sono tre aspiranti sceneggiatori – due uomini e una donna – cui viene data l’opportunità di assaggiare cosa significa integrarsi e lavorare all’interno dell’industria cinematografica italiana. Tre fortunati, che attraverso un (noto) concorso di scrittura, vengono catapultati in mezzo ai più grandi registi, produttori, intermediari e attori del momento, rigorosamente radicati in quella che, all’epoca, era una Roma fastosa e festosa, assai diversa da quella di oggi: e dove bastava uscire e riversarsi nei vicoli giusti per cominciare a sognare, divertirsi e ritrovarsi, poi, a vivere delle notti magiche. Tuttavia, secondo Virzì, – e per interposta persona, anche secondo i suoi partner di sceneggiatura, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo – quel periodo rappresenta esattamente il colpo di grazia che ha portato al decadimento del cinema italiano; lo snodo cruciale responsabile del piattume e dell’abbassamento culturale con cui stiamo facendo i conti; la distruzione di una macchina - invidiata e bramata - ad opera di produttori incapaci e donnaioli, sfruttatori e di uno showbiz che, nel frattempo, si faceva largo - tirando in gioco persino la politica – e che contribuiva a far passare in secondo piano quella che era l’importanza dei temi, la potenza del mezzo e l’attrazione (di (alcuni) giovani appassionati) verso di esso.

Notti Magiche VirzìPoca commedia, allora, una spruzzata di noir – affidata alla morte sospetta di un produttore, caduto nel Tevere con la sua auto, che porta i tre protagonisti ad essere interrogati in centrale tutta la notte – e tanta, tantissima disillusione. Già, nonostante le battute, – che ci sono, ma che raramente risultano liberatorie – la percezione è che Virzì abbia voluto premiare maggiormente la necessità, in qualche modo, di manifestare il suo bisogno, la sua urgenza e nostalgia nei confronti di un cinema che, ormai, ostenta costantemente a rimanere a galla, e verso il quale nutre (e nutriamo, noi con lui) ancora affezione e speranza. Quel cinema che in “Notti Magiche” è il goal che seguono i suoi ingenui e aspiranti sceneggiatori - quello di Fellini, di Antonioni, di Mastroianni - ma che poi - come l’Italia in quei Mondiali - da favoriti e lanciati che erano saranno costretti a rinegoziare, re-inventare e, infine, a lasciarsi alle spalle, proprio quando il traguardo del trionfo personale pareva essere lì, a un passo.

Quel cinema che ci appare adesso lontanissimo, remoto, mangiato da chi l’ha tradito per tornaconto personale, egoismo e vizi, e contro il quale nulla hanno potuto quei grandi Maestri che a tavola - nei ristoranti di ritrovo - intanto ne prendevano le distanze: preferendo non immischiarsi nel pasticcio in esecuzione e rimanere in silenzio, vigili e consapevoli di una fase (d’oro) giunta, purtroppo, al capolinea. Maestri ai quali era stato concesso il dono di riconoscere la purezza, l'estro, con l'istinto di salvaguardare facili prede dalla feccia e la testa incapace di voltare pagina verso un pensionamento che - considerata la direzione - si era deciso, conveniva un po' a tutti.
Visto che tanto, del Cinema, di quello con la C maiuscola, erano cominciate a intravedersi già le prime briciole.

Trailer:

venerdì 26 ottobre 2018

Il Corriere: The Mule - Trailer Ufficiale Italiano


Disponibile il trailer ufficiale italiano di "Il Corriere: The Mule", il film diretto e interpretato da Clint Eastwood con Andy Garcia, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Alison Eastwood, Taissa Farmiga e Ignacio Serricchio, da Febbraio 2019 al cinema.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Eastwood interpreta Earl Stone, un uomo di circa 80 anni rimasto solo e al verde, costretto ad affrontare la chiusura anticipata della sua impresa, quando gli viene offerto un lavoro per cui è richiesta la sola abilità di saper guidare un auto. Compito semplice, ma, ciò che Earl non sa è che ha appena accettato di diventare un corriere della droga di un cartello messicano. Nel suo nuovo lavoro è bravo, così bravo che il suo carico diventa di volta in volta più grande e per questo motivo gli viene assegnato un assistente. Questi non è però l’unico a tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo “mulo” della droga è finito anche nel radar dell’efficiente agente della DEA, Colin Bates. E anche se i suoi problemi di natura finanziaria appartengono ormai al passato, i suoi errori affiorano e si fanno pesanti nella testa, portandolo a domandarsi se riuscirà a porvi rimedio prima che venga beccato dalla legge… o addirittura da qualcuno del cartello stesso.

giovedì 25 ottobre 2018

Millennium: Quello Che Non Uccide - La Recensione

Quello Che Non Uccide Millennium
Non c'è più David Fincher. Non c'è più Rooney Mara. Non c'è più neppure Daniel Craig. Ma soprattutto non c'è più quel senso di bomba a orologeria che era stato "Millennium: Uomini Che Odiano Le Donne".
Nelle mani di Fede Alvarez la saga di Lisbeth Salander - hacker micidiale e spietata vendicatrice - si fa più educata e meno sporca; mantiene la cupezza, conserva la sua personalità dark-punk, ma la sensazione è quella di chi all'improvviso è meno ribelle di quanto l'abito possa comunicare.

Una rivoluzione – di casting e di intenti – che ci poteva anche stare, incomprensibile, se calcoliamo la perfezione dell’oggetto prodotto da Fincher, ma non per questo da scartare a priori. E, infatti, non è a priori che la si scarta, bensì a posteriori. Perché quella di volerne fare un franchise sostenibile, uno di quelli orientati a piacere a una fetta superiore di pubblico, e quindi meno ruvidi e anarchici, è una scelta artistica che può solo andare a penalizzare le caratteristiche di una saga come quella ideata da Stieg Larsson, che non a caso finisce con lo standardizzarsi, perdendo la sua spiccata personalità. Certo, mettere un regista meno autoritario e più malleabile come Alvarez – che resta uno dei talenti più interessanti della nuova hollywood – può inizialmente mascherare tale dato di fatto, dare l’idea di voler istituire un nuovo taglio al progetto, però parliamo di una situazione destinata a far cadere la maschera non appena la sceneggiatura di “Millennium: Quello Che Non Uccide” è chiamata a spiegare le sue vele. Lo senti, lo percepisci, a quel punto che la lunghezza dell’onda è inspiegabilmente cambiata. Scesa verso un basso che non ha significato, perché va a depotenziare il carisma di un personaggio che per essere tale ha bisogno di spingere, di sfondare l’acceleratore, di muoversi senza catene. E per quanto possa essere brava Claire Foy, alla sua Lisbeth non è permesso di uscire da determinati confini, il che, oltre a strozzare la sua interpretazione, strozza pure l’intera storia.

Quello Che Non Uccide Fede AlvarezGià, quella che fa un balzo in avanti di tre caselle e – dimenticandosi dei due capitoli mancanti, ufficialmente cassati – si dedica direttamente al quarto, quello dove il passato della nostra protagonista fa capolino riportando alla luce i ricordi di un padre depravato e violento e di una sorella, forse, troppo fragile per eseguire il salto della salvezza che lei pretendeva. Un intreccio che, nel titolo originale, viene giustamente accostato a quello della tela del ragno, che prima di schiarirsi e di sgrovigliarsi, appunto, ti avvolge, incastrandoti prima che tu possa rendertene conto. Ma se tale trappola funziona per le pedine schierate e coinvolte nel bel mezzo della scacchiera, diversamente accade per noi spettatori, che imprigionati all’interno di questa intelaiatura distorta, in pratica, non ci sentiamo mai, anzi, spesso capita persino di uscirne, di poter prendere una boccata d’aria, seguendo gli snodi con una freddezza che, probabilmente, era l’ultima cosa da aspettarsi da un film del genere.

Ed è a quel punto che - per quanto ti dispiaccia, per quanto avresti voluto che non andasse così – ti ritrovi costretto ad ammettere che il naufragio ormai è bello che servito. Cercato, tra l'altro, per cui è ancora più spiacevole. Del resto bastava affidarsi al detto, no? Quello che recita squadra che vince non si cambia
E quella squadra, ahimè (e ahinoi), era praticamente perfetta. Talmente perfetta che bisognava continuare a lasciarla giocare.

Trailer:

Morto Tra Una Settimana (O Ti Ridiamo I Soldi) - La Recensione

Morto Tra Una Settimana Poster
John Lennon diceva: La vita è ciò che ti succede mentre stai facendo altri progetti.
Chissà, però, se lui quando pensava ai progetti considerava, tra questi, anche la morte.
Perché è quello che capita al giovane William, l’aspirante suicida e l’aspirante scrittore che - dopo il settimo tentativo di farsi fuori andato fallito e il manoscritto del suo libro, rispedito al mittente - decide di ingaggiare un killer professionista per firmare un contratto che gli garantisca di morire entro sette giorni, altrimenti i duemila dollari spesi per l’acquisto gli verranno comodamente rimborsati sul suo conto corrente bancario.

Si, è un incipit surreale, uno di quelli capaci di attirare per l’originalità e spaventare per la smisurata probabilità di fallimento. Ma ovviamente è una commedia, quella scritta e diretta dall'esordiente Tom Edmunds, una commedia che parte dal desiderio di morte, certo, ma come spesso accade in questi casi, lo fa per potersi, poi, spostare e parlare dell’esatto opposto: la vita. Se il suo protagonista, infatti, vuole a tutti i costi farla finita, chiudere i battenti per delusioni, significati esistenziali che non riesce a trovare e pianifica su post-it nuovi tentativi per arrivare laddove fino ad ora ha fallito, non è – come gli dice l’assassino Tom Wilkinson, che assolda – perché pensa troppo. Non è la testa, il problema, o meglio lo è per alcuni, anziché per altri: per quelli più esigenti, a cui la quotidianità e il piattume devasta l’anima. Ma, in sostanza, è tutta una questione di cuore. Del resto, si sa, non è un segreto ammettere che – al costo di sembrare banali e antiquati - quello che ci riempie e che ci fa dimenticare la maggior parte delle pene che portiamo dentro è l’amore. Con l’amore tutto si alleggerisce, senza esso tutto è più pesante. Un colpo di fortuna (e di fulmine) che a William capita esattamente dopo aver apposto la firma su un pezzo di carta irreversibile, che prova a ritardare, a rinegoziare in un secondo momento, ma che si accorge di non poter annullare anche per via di un record necessario che, in tempi di crisi e di vecchiaia, al suo assassino serve come il pane raggiungere.

Morto Tra Una Settimana WilkinsonAssume perfettamente il ruolo grottesco ed esilarante che prometteva e in cui speravamo, allora, “Morto Tra Una Settimana (O Ti Ridiamo I Soldi)”, con un immaginario fantasioso alla “John Wick” a fare da sfondo - dove i killer sono illegali, ma hanno un’associazione che li tutela e gli impone delle regole - e le peripezie di chi, troppo presto, ha scelto di tirare le cuoia e ora è costretto a schivare pallottole per non far sì che quella fiamma, finalmente accesa, si spenga. Un canovaccio che rischiava di rivelarsi corto, stretto e incapace di coprire gli ottantasei minuti di una pellicola che, al contrario, dimostra poi, colpo si colpo, di essere stata scritta con grandissima intelligenza e competenza di narrazione: stracolma quindi di cambi di direzione, stravolgimenti e strappi. Su tutti, quello di ampliare il raggio d'azione di Wilkinson, mostrando il conflitto che lo tormenta di una pensione ormai alle porte, ma da lui non accettata: che si rivelerà il trampolino fondamentale per arrivare a quell'esaltazione della (forza della) donna, in generale, su cui Edmunds ci tiene a porre l'accento.
Così, se proprio bisogna rimproverargli qualcosa, al suo film, forse è il non aver trovato il modo di inserire quel lampo decisivo che avrebbe potuto garantirgli un profilo maggiormente roboante (più informazioni sulla chimica e il legame che travolge William e Ellie, per esempio), sebbene anche così, nel suo (voler essere) piccolo, riesce comunque a risultare accattivante e all'incirca privo di (eclatanti) difetti.

Ennesima vittoria di un cinema - quello britannico, indipendente - che ci conferma che per convolare a nozze non c'è bisogno obbligatoriamente di avere a disposizione budget stratosferici. A volte è sufficiente un cast all'altezza, idee brillanti e la fiducia in giovani autori innamorati del mestiere, disposti a portare tutto l’entusiasmo che ultimamente sembra mancare all'ambiente (o a gran parte).
E se questi son fichi secchi, ben vengano.

Trailer:

Dragon Trainer: Il Mondo Nascosto - Trailer Ufficiale Italiano

Dragon Trainer: Il Mondo Nascosto Film

Presentato il trailer ufficiale italiano di "Dragon Trainer: Il Mondo Nascosto", il film scritto e diretto da Dean DeBlois - basato sui libri di Cressida Cowell - con le voci di internazionali di Jay Baruchel, America Ferrera, Cate Blanchett, Kit Harington, Craig Ferguson e F. Murray Abraham, al cinema dal 31 Gennaio.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Dalla DreamWorks Animation arriva una storia sorprendente sulla necessità di trovare il coraggio di affrontare l'ignoto mentre si cresce. E su come nulla possa mai prepararci alla necessità di separarci da qualcuno che amiamo. Quella che era iniziata come un'improbabile amicizia tra un vichingo adolescente e un temibile drago Furia Buia si è trasformata in un'avventura epica che ne narra le esistenze. Benvenuti nel capitolo più sorprendente di una delle serie cinematografiche di animazione più amate della storia del cinema: Dragon Trainer: Il mondo nascosto. Ora capo e sovrano di Berk al fianco di Astrid, Hiccup ha creato un regno di uomini e draghi gloriosamente caotico. Quando l'apparizione improvvisa di un drago Furia Buia femmina coincide con la minaccia più oscura che il loro villaggio abbia mai dovuto affrontare, Hiccup e Sdentato sono costretti a lasciare l'unica casa che abbiano mai conosciuto e a viaggiare in un mondo nascosto, considerato fino ad allora solo una creazione mitologica. Mentre comincia a delinearsi chiaramente il loro futuro, il drago e il cavaliere combattono uniti fino agli estremi confini della Terra per proteggere tutto ciò di cui hanno imparato a fare tesoro.

Stanlio E Ollio - La Recensione

Stanlio E Ollio Film 2018
Ce li ricordiamo come una delle coppie comiche più iconiche della storia del cinema, due macchiette, il duo per antonomasia: famosi per aver fatto ridere il mondo intero con la semplicità del linguaggio del corpo.
Eppure se provate a chiedere in giro di Stanlio e Ollio, di chi c’era dietro la loro maschera e chi erano nel privato, coloro che apriranno bocca cercando di darvi informazioni esaustive, si conteranno probabilmente sul palmo di una mano.

A venirci in soccorso, allora, c'è la pellicola diretta da Jon S. Baird che, partendo da un momento storico cruciale, per la vita dei due attori, tenta di mettere a fuoco un’intimità e una relazione tra i due, tanto sconosciuta quanto appassionante. Siamo nel 1937, infatti, e Stanlio vuole strappare un contratto migliore al suo produttore valutando lo scenario di mettersi in proprio con Ollio (che è ancora vincolato) se quest'ultimo dovesse continuare a fare opposizione: e diventando, in questo modo, autonomi come Charlie Chaplin. Un conflitto che non troverà soluzione se non quella della separazione tra i due, con Ollio che addirittura girerà, successivamente, l’unico lavoro della sua carriera (in duo) in cui è orfano del compare: quello ribattezzato, poi, come “il film con l’elefante”. Salto in avanti, passano sedici anni, è il 1953 e Stanlio e Ollio sono di nuovo insieme, questa volta a teatro. La loro forza al cinema si è scaricata, perduta, e calcare i palcoscenici britannici appare come una buona mossa per recuperare la fiducia del pubblico e trovare i fondi per quel film su Robin Hood a cui Stanlio, speranzoso, non smette di pensare, scrivere e riflettere.
Ed è da questo punto, in realtà, che la pellicola di Baird comincia a modellarsi, a prendere la sua forma, comunicando di non voler essere un omaggio scarno e arido dei suoi personaggi, bensì qualcosa capace di infondere loro spessore, cuore e linfa vitale.

Stanlio E Ollio Film 2018Ci rendiamo conto, allora, di un’alchimia artistica effettivamente immutata, sbiadita per via dei tempi che cambiano, magari (nei cinema spopolano Gianni e Pinotto), ma comunque ancora ben vista e appoggiata da un pubblico che - piccolo incoraggiamento a parte - dimostra di non volere affatto fare a meno di loro. Cosa che, diversamente, ma in un certo senso, si potrebbe andare a dire di entrambi: riuniti per esigenze commerciali, eppure alle prese con dissapori irrisolti del passato, divenuti ingombranti alla stregua di barriere invisibili che nessuno dei due ha il coraggio di cominciare a buttare giù. Serve l’entrata in scena delle mogli, per quello, di due donne forti – in maniera diversa – e fedeli che se ne fregano del politically correct che vorrebbe l’establishment, proteggendo a spada tratta (onore e salute dei) i loro mariti. È un po’ grazie a loro, un po’ grazie a un’amicizia che, per quanto rinnegata e interrotta, era talmente forte da somigliare a un bromance, che “Stanlio e Ollio”, alla fine, deve cedere al sentimentalismo - a quello puro, però - e abbandonare la falsa sotto-trama legata a una rinascita che non ci fu mai, abbracciando col massimo dell'affetto quello che era un legame fortissimo, autentico e indivisibile (che neppure la morte ha potuto interrompere).

E quando lo fa - anche se pure prima, nei minimalismi, era già visibile - ecco che i suoi due attori, giganteschi, vengono fuori in maniera formidabile, straripante. Che John C. Reilly e Steve Coogan prendono in mano le redini e, da una sceneggiatura priva di guizzi - così come la regia - tirano fuori un terzo atto travolgente e vivace, al termine del quale commozione e sorriso si fanno largo sui nostri volti, accompagnandoci verso l'uscita.

Trailer:

mercoledì 24 ottobre 2018

Green Book - La Recensione

Green Book Viggo Mortensen
Il green book del titolo è una sorta di guida turistica indispensabile a tutti quei vacanzieri, neri, che durante la Guerra di Secessione Americana, avevano intenzione - per esigenze di forza maggiore, magari - di viaggiare verso il sud dell'America e conservare un briciolo di possibilità di tornare indietro. Al suo interno, infatti, erano riportati tutti i ristoranti, alberghi e punti d’interesse di quella parte di paese che accettavano di servire e di ospitare clienti afroamericani: che altrove invece venivano, o semplicemente allontanati, oppure, nella maggior parte dei casi, pestati a sangue.

Glie ne viene consegnato uno all'italo-americano, Tony “Lip” Vallelonga – disoccupato per due mesi, a causa della chiusura del locale in cui lavorava come buttafuori – non appena viene assunto dal pianista di colore, Don Shirley, per fargli da autista e da scaccia-grane nel tour che - insieme ai suoi due musicisti bianchi - dovrà portarlo  a calcare determinati palcoscenici del sud: dove i ricchi che lo reclamano adorano vederlo all’opera, ma non ne vogliono sapere di fargli sconti quando non è sul palco. Una convivenza forzata tra due uomini posti agli antipodi, e non solo per via dei pregiudizi legati all’etnia – che Tony trattiene praticamente a fatica - ma anche, e soprattutto, per un dislivello di classi sociali d’appartenenza, che non li aiuta a ridurre le distanze neppure culturalmente. Già, perché, nonostante il colore della sua pelle – che all’epoca stava quasi sempre a significare che o eri povero, o eri schiavo (o entrambi) – per Shirley le cose erano diverse: il suo talento lo aveva portato ad avere una solidissima stabilità economica, a vivere in una dimora piuttosto lussuosa e a poter contare su una servitù disponibilissima. Tutto il contrario della situazione di Tony, insomma, il quale - con due figli e moglie a carico – era abituato ad arrabattarsi come poteva, pur di riuscire a portare uno straccio di stipendio in casa: cosa che a volte stava a significare dovere arrotondare attraverso uno stomaco forte, quelli in grado di mangiare più hot-dog dell’avversario che avevi di fronte.

Green Book Viggo MortensenMa in questo divertentissimo viaggio on-the-road diretto da Peter Farrelly – stranamente orfano del fratello Bobby – queste distanze sono destinate lentamente ad accorciarsi, a ridursi, a farsi beffe della superficie come delle dispute politiche, sbandierate da uno Stato spaccato e in crisi. Quello tra Tony e Shirley è un rapporto sincero, onesto, e lo è sia quando all’inizio, tra i due, c’è la classica comunicazione tra capo e dipendente – col dipendente che lo insulta in un dialetto italiano incomprensibile per non farsi capire – e sia quando il feeling comincia a crescere, prendendo il tragitto di un’amicizia un po’ stravagante e curiosa, ma comunque destinata a consolidarsi e a farsi eterna. I passi per guadagnarsi il punto d'incontro vengono spontaneamente da entrambi, a turno, tramite l’intelligenza – che in questi casi è fondamentale e slegata da chissà quale formazione scolastica – di chi è consapevole dei propri spigoli, mancanze e chiusure, ma sceglie di provare lo stesso a vedere, con un movimento lievissimo, come ci si sente ad accantonare per un attimo ogni riserva da un lato, fidandosi dell'altro (la scena del pollo fritto, in tal senso, è esemplare e meravigliosa).

E dire che era partito un po’ con la sensibilità di un’accetta “Green Book”, tagliato in maniera un po’ grossolana da un regista – che è quello di “Tutti Pazzi Per Mary” - che ci mette un po’ a prendere le distanze e a dosare la volgarità (forse, sulle prime, un poco diluibile) di Viggo Mortensen con il rigore e l'eleganza di Mahershala Ali. Un processo che, non appena assestato, però, fa intravedere tutta l’anima di un film che – imperfezioni comprese – sa benissimo come conquistare e intrattenere lo spettatore, ma, più di tutto, come farlo senza essere né troppo furbo e né didascalico.

Trailer:

lunedì 22 ottobre 2018

Fahrenheit 11/9 - La Recensione

Fahrenheit 11/9 Michael Moore
L’apertura è quella che un po’ ti aspetti: con telegiornali, Star ed esperti in materia che sottovalutano la gravità del pericolo in essere e battezzano Hillary Clinton nuova presidente – la prima donna della Storia – degli Stati Uniti d’America, ancora prima del verdetto finale. La musica in sottofondo, quando arriva, è quella da film horror. Mentre la domanda – pronunciata dopo le prime parole di Donald Trump da vincitore - è l’unica possibile: ma come cazzo è potuto accadere?

Eppure non è su Trump che “Fahrenheit 11/9” ha intenzione di mettere le mani. Lo dice chiaramente, a un certo punto, Michael Moore: “Trump non è Il problema, ma la conseguenza dei problemi di un sistema da riparare!”. Il suo documentario, infatti, del 45esimo Presidente a stelle e strisce ne parla - confezionandone un ritratto esaustivo, quanto imbarazzante - ma lo fa meno, comunque, di quanto ci si aspetti. E il motivo è racchiuso nel fatto che, adesso - presa nota di come si sono messe le cose e in che direzione ci stanno portando - più che schernire e sottolineare l’inadeguatezza di un uomo al potere è importante mettere dei puntini sulle i che, probabilmente, alcuni - se non la maggior parte, addirittura – stanno sottovalutando. Se c’è da prendersela con qualcuno, allora, bisognerebbe partire dai democratici, forse, dalla disonestà che li ha spinti a ignorare il voto del popolo - che alle primarie del 2016 aveva scelto Bernie Sanders, salvo poi vedersi ufficializzare, a sorpresa, la controparte Clinton – per assecondare le decisioni di una cerchia ristretta di rappresentanti che, di fatto, stavano comunicando a tutti il messaggio di un elettorato inutile e da prendere in giro. C’è da prendersela con Obama, che nello scandalo dell’acqua avvelenata di Flint - ad opera del Governatore Rick Snyder (amico di Trump) - anziché agire da Presidente e salvare la vita dell’intera comunità coinvolta, si è lasciato andare a uno show da quattro soldi, rilanciando dopo, con un bombardamento sulla città a scopo di test militari.

Fahrenheit 11/9 Insomma, non c’è da stupirsi se il partito con più elettori, in America, oggi è quello di coloro che non vanno a votare. Quello di coloro che sono rimasti delusi. E che, rifiutandosi di pronunciarsi, permettono a una minoranza – magari quella sbagliata – di farsi voce grossa e vincere le elezioni. Una questione decisamente meno radicata di ciò che sembra, non molto distante a quella della scena politica italiana o di altri paesi europei e mondiali: con un fascismo in costante ascesa che non ci spaventa come, in teoria, dovrebbe perché crediamo che a proteggersi possa esserci il muro indissolubile di una costituzione. Un muro che Moore abbatte in quattro e quattr’otto quando monta l’audio del discorso di Trump sulle immagini di quello di Hitler, allarmandoci che proprio quest’ultimo non ebbe poi troppi problemi, all’epoca, nel farsi beffe di determinate regole per giungere in fondo ai suoi scopi.

Roba da farsi venire i brividi. Un’urgenza alla quale è necessario rispondere immediatamente e con veemenza. Ma come?

La speranza, ci dice “Fahrenheit 11/9”, è nei giovani, nel partito – che negli Stati Uniti è già in essere – di chi ha deciso di reagire all’incompetenza politica degli adulti – che sono quelli, poi, che hanno contribuito a donarci la crisi e il futuro precario che stiamo vivendo – e di riuscire laddove loro hanno evidenziato di non essere più in grado di fare la differenza. Un percorso lungo, certo, che ha bisogno del suo tempo, ma che – e a vedere la tigna e la preparazione di alcuni, c’è da crederci – appare come il maggiormente plausibile per contrastare una regressione politica prodotta da rabbia e da odio, sulla quale abbiamo perso (tutti) il privilegio di chiederci: ma come cazzo è potuto accadere?!
E la consapevolezza di questo, “Fahrenheit 11/9”, ce la elargisce sontuosamente, attraverso la consueta ironia, approfondimento e competenza tipici del suo regista; tirandoci addosso un’ondata di ansia doverosa che colpisce come un cazzotto, ma da cui abbiamo il dovere (umano e morale) di farci svegliare per ripartire.

Trailer:

domenica 21 ottobre 2018

Beautiful Boy - La Recensione

Beautiful Boy Film CarellC’è un padre stremato, seduto di fronte a un medico, che vuole conoscere il nemico di suo figlio, all’inizio di “Beautiful Boy”; saperne di più sulla metanfetamina, la droga che lo ha imprigionato e lo sta cambiando, allontanandolo dagli affetti più cari e presto, forse, dal mondo intero. Un prologo brevissimo, che serve più che altro a mettere le cose in chiaro, prima di tornare un anno indietro e entrare da vicino nel dramma di Nic, quel ragazzo che vorrebbero salvare in tanti – a lottare col padre ci sono madre, matrigna e piccoli fratellastri – e che, invece, di tendere la mano, stringendo forte, si approfitta del loro amore, ricascando sempre nei soliti e pericolosi errori.

Padre e figlio, quindi. 

Due punti di vista che non smetteranno mai di sovrapporsi e di affiancarsi per tutta la durata della pellicola diretta da Felix van Groeningen: tratta da una storia vera e ricostruita tramite l'accorpamento di due libri, quello del giovane Nic Sheff - incentrato sulla lotta tra lui e le droghe – e l’altro scritto da suo padre David - il quale non ha mai mollato la sorte del suo beautiful boy, anche quando ha finto che fosse arrivato il momento di farlo. Colpa della metanfetamina, uno stupefacente che - in rapporto a molta della droga-del-pianeta-tutta - quando attecchisce lo fa per non mollarti più; e più sei fragile dentro, più sarà complicato per chiunque ti verrà incontro – genitori, medici, centri di riabilitazione – aiutarti a rimetterti in sesto e disintossicarti definitivamente. Un concetto che a “Beautiful Boy” ci tiene particolarmente a evidenziare, a drammatizzare, essendo un film che - se ancora non è chiaro - ha come intento basilare quello di sensibilizzare (e informare) lo spettatore sull’argomento, in una maniera forse che va a limitare un po’ la potenza emotiva del materiale che ha tra le mani; e che diventa didascalica nell’istante in cui - prima dei titoli di coda – si lascia andare a numeri e statistiche spaventose che non fanno altro che consacrarne tale scopo.

Beautiful Boy Timothée ChalametPerò.
Però, nonostante gli obiettivi palesemente moralizzatori messi lì a limitarlo, van Groeningen ha dalla sua la fortuna di avere a disposizione due assi nella manica disposti a venirgli in soccorso salvandogli faccia e (parziale) lavoro. Uno si chiama Timothée Chalamet, che, sostanzialmente, fa il suo dovere, mostrando un talento recitativo, magari, non completamente fiorito, ma comunque incisivo e plausibile. Mentre il secondo – che poi è colui a cui vanno riconosciuti elogi maggiori – è Steve Carell, il quale si carica letteralmente la pellicola sulle spalle, attraverso l’ennesima interpretazione magistrale - per lo più in sottrazione - precisa al tal punto che, all'improvviso, vorresti alzarti e andarci tu, lì, ad abbracciarlo e consolarlo per quelle pene che deve subire (e sentire) e che, in realtà, non si merita.
Che poi, se succede questo e si empatizza così, un pizzico di bravura sarebbe giusto restituirlo anche a una regia (e una sceneggiatura) che, perlomeno, conserva il pregio di tenersi alla larga da una retorica nascosta proprio dietro l’angolo; una regia sveglia abbastanza da non andare a forzare la mano, rischiando di guastare un equilibrio presente, ma sul filo del rasoio.

Per quello che è un risultato che, tutto sommato, allora, ci può star bene. 

Probabilmente al di sotto delle aspettative di chi si sperava in un racconto eseguito a regola d’arte, ma di sicuro al di sopra del canonico film-denuncia, assemblato ad hoc per impressionare su un tema.

Trailer:

sabato 20 ottobre 2018

Old Man & The Gun - La Recensione

The Old Man & The Gun Redford
Chissà se la decisione di ritirarsi dalle scene Robert Redford l’ha presa prima, dopo o durante le riprese di “Old Man & The Gun”. Se era qualcosa su cui stava meditando in privato già da un pezzo, oppure se in qualche modo il venire a sapere della storia vera del criminale Forrest Tucker ha innescato in lui dei meccanismi particolari e imprevisti. 

Superiori di gran lunga, magari, a quelli intuitivi, di forza cinematografica, che hanno spinto il regista David Lowery ad adattare in sceneggiatura l’articolo del giornalista David Grann (dall’omonimo titolo), uscito sul New Yorker nell’ormai lontano 2003.

Perché la sensazione è che con il fascino e la filosofia di vita di quest’uomo, Redford ci sia entrato pesantemente in contatto; che l’abbia capito, amato (rispecchiandocisi, a modo suo?): interpretandolo in maniera chirurgica, ma soprattutto assimilando e sposando quelli che erano i suoi (puri) principi di comportamento. Era un rapinatore di banche, infatti, Tucker, un fuorilegge alla John Dillinger, uno di quelli che l’abito fa il monaco e che il fascino e l’educazione sono un surplus indispensabile a spazzare via ogni sospetto. Però, era anche uno di quelli che faceva quel genere di lavoro non per soldi, non per comprare castelli e ostentare un tenore di vita da Re - la sua casa affaccia di fronte a un cimitero - ma per vivere un’esistenza libera dalla trappola capitalistica del guadagnarsi da vivere. Una scelta che, a sentirla oggi, sembra quasi fantascientifica, ma che, radicata tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, appariva decisamente più percorribile e concreta. E non solo nel campo della criminalità, ma persino nel suo esatto opposto. Non è un caso, del resto, se sulle tracce di Tucker, Lowery, decida di collocarci un detective – il John Hunt di Casey Affleck - che, come la sua preda, ama con tutto sé stesso ciò che fa, impegnandosi forse più di quanto i suoi superiori e colleghi si meriterebbero da lui.

The Old Man & The Gun SpacekDue uomini, quindi, con cui si scende facilmente a patti; praticamente simili - nell'animo - e capaci di spazzare via il concetto di giustizia all'interno di una pellicola che, in realtà, non ha la minima intenzione – pur avendone il materiale - di far piedino al gangster-movie. Quella di Lowery è a tutti gli effetti una rom-com dal sapore malinconico, uno sguardo – stilistico, pure – su valori umani importantissimi che, probabilmente, stiamo perdendo o abbiamo perduto; un racconto composto con grandissima leggerezza e con l’umorismo di chi, appunto, è svincolato dal dovere di schierarsi e stabilire responsabilmente dove sta il bene e dove il male (tanto è evidente). In “Old Man & The Gun”, allora, quello che conta, la priorità, appartiene ai bisogni primari, all'istinto, al sorriso (da non perdere), all'amore: che Affleck conserva nel suo ambiente famigliare e che Redford, invece, pesca all'improvviso approfittandosi del momento di difficoltà di una Sissy Spacek dolcissima e (sempre) incisiva (con lei una delle scene più belle del film, in gioielleria; mentre l’altra è tra lui e Affleck, in un bagno pubblico).

Poi, si, magari l'aspirazione di divulgare al pubblico l'esistenza di una personalità così bizzarra e straordinaria, c'era; di farlo utilizzando il corpo e il carisma di un divo che potesse incarnare quello spirito, indossandolo a pennello, idem. Possedendolo quasi, al punto da ipotizzare che il vecchio Robert dopo essersi divertito un mondo e aver sorriso tanto, interpretando questo personaggio, sia arrivato alla conclusione che per lui, nel cinema, non poteva esserci uscita migliore.
Cosa che - salvo ripensamenti da parte sua - qui sentiamo di appoggiargli in toto.

Trailer:

Old Man & The Gun - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

The Old Man & The Gun Robert Redford

Il teaser trailer ufficiale italiano di "Old Man & The Gun" (qui la recensione), il film scritto e diretto da David Lowery con Robert Redford - alla sua ultima prova d'attore - Casey Affleck, Sissi Spacek, Danny Glover, Tom Waits e Tika Sumpter, dal 20 Dicembre al cinema.

Teaser Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"Old Man & The Gun" è ispirato alla storia vera di Forrest Tucker (Robert Redford), un uomo che ha trascorso la sua vita tra rapine in banca ed evasioni dal carcere. Da una temeraria fuga dalla prigione di San Quentin quando aveva già 70 anni, fino a una scatenata serie di rapine senza precedenti, Forrest Tucker disorientò le autorità e conquistò l’opinione pubblica americana. Coinvolti in maniera diversa nella sua fuga, ci sono l’acuto e inflessibile investigatore John Hunt (Casey Affleck), che gli dà implacabilmente la caccia ma è allo stesso tempo affascinato dalla passione non violenta profusa da Tucker nel suo mestiere, e una donna, Jewel (Sissy Spacek), che lo ama nonostante la sua professione.

Ralph Spacca Internet - Nuovo Trailer Ufficiale Italiano

Ralph Spacca Internet Disney

Nuovo trailer ufficiale italiano per "Ralph Spacca Internet", sequel del film di sei anni fa diretto da Phil Johnston e Rich Moore con John C. Reilly, Kristen Bell, Mandy Moore, Kelly Macdonald, Alan Tudyk, Idina Menzel, Auli'i Cravalho, Anthony Daniels, Taraji P. Henson e James Corden, al cinema dal 1 Gennaio.

Nuovo Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Nel film Disney "Ralph Spacca Internet" il pubblico lascerà la sala giochi di Litwak per avventurarsi nel grande, inesplorato ed elettrizzante mondo di Internet, che potrebbe anche non resistere al tocco non proprio leggero di Ralph. Insieme alla sua compagna di avventure Vanellope von Schweetz, Ralph dovrà rischiare tutto viaggiando per il World Wide Web alla ricerca di un pezzo di ricambio necessario a salvare "Sugar Rush", il videogioco di Vanellope. Finiti in una situazione fuori dalla loro portata, Ralph e Vanellope dovranno fare affidamento sui cittadini di Internet che li aiuteranno a navigare in rete nella giusta direzione.

venerdì 19 ottobre 2018

Halloween (2018) - La Recensione

Halloween (2018) Gordon Green
Da un lato la voglia di riportare in vita un franchise redditizio: tenendo conto, il giusto, dei vari sequel per scriverne un undicesimo in grado di avere un legame diretto con l’originale – nonostante i quarant’anni – e di elettrizzare promettendo una réunion con Jamie Lee Curtis che fa tanto rima con resa dei conti.

Dall'altro la volontà di sfruttare quel colossale spazio temporale per andare a rileggere un classico dell’horror, riprendergli le misure e, in caso, aggiornarlo: provando a capire come, e se, certe regole e punti fermi siano cambiati, morti o ancora vivi.

Su una cosa, però, la pellicola di David Gordon Green non transige. Michael Myers morto non è, cambiato forse (l’età si fa sentire), ma sicuramente è vivo (cattivissimo) e vegeto. Lo ritroviamo in un manicomio, incatenato e circoscritto da un rettangolo di nastro adesivo che ne delimita i movimenti: una struttura da cui a breve verrà trasferito – e il cinema insegna che non esiste metodo di fuga migliore, per un criminale – ma non prima di avere incontrato una coppia di giornalisti d’inchiesta che avrebbe intenzione d’intervistarlo – stimolandolo, maschera alla mano – per fargli aprire bocca e, magari, rivelarsi umanamente. In realtà, il piano di quest’ultimi, è ben più spinoso, perché comprenderebbe anche la confessione di una Laurie Strode invecchiata, isolata e emarginata dalla famiglia, che ha chiuso i ponti col mondo esterno e sta aspettando solamente di esaudire il suo unico desiderio: la vendetta personale nei confronti di chi gli ha rovinato l’esistenza. Un quadretto, niente male, quindi: con due topi da laboratorio stuzzicati a distanza da chi non sa in che guaio si sta cacciando, disposti a fare carte false per guardarsi faccia a faccia un’ultima volta e mettere il punto definitivo. Che siamo in prossimità di Halloween, neanche bisogna dirlo, probabilmente varrebbe più la pena sottolineare quanto Green ci abbia tenuto a riutilizzare i titoli di testa (e coda) dell’originale (ma stavolta la zucca parte sgonfia per poi ricomporsi), attingendo spesso – quando serve – anche alla splendida colonna sonora.

Halloween (2018) Jamie Lee CurtisLa volontà, infatti, è quella di comunicare subito allo spettatore (e al fan, e a Carpenter) che c’è una grande voglia di portare rispetto, di fare le cose educatamente, con criterio: sebbene non si possa non tenere conto che, a dispetto di quarant’anni fa, la storia di uno psicopatico ammazza baby-sitter, per giunta catturato e in custodia, non possa più occupare, sulla cronaca moderna, il medesimo scalpore e importanza (e viene detto esplicitamente). Che poi quello psicopatico non sia uno psicopatico qualsiasi, ma sia Myers, è una faccenda a parte, una faccenda che riguarda la saga di “Halloween” e il cinema, ma che deve restare al di fuori di un contesto semi-reale, intento a fotografare una gioventù e una società molto più spavalda e scettica. Molto di più, forse, di quanto non lo fosse già quella della figlia di Laurie, ostinata a respingere le pressioni di una madre che voleva proteggerla da un mondo tutt’altro che buono e compassionevole come lei lo definisce.

Perché, alla fine, questo nuovo appuntamento con “Halloween”, prima di abbandonarsi al suo destino - e darci quell’epilogo per il quale in molti pagheranno il biglietto – cerca di ragionare sul male e sul suo fascino orientato a distorcere il bene. Si chiede cosa possa provare un assassino, cosa lo spinga a uccidere di continuo, assetato di risposte e di domande che chiede anche a chi a quel male, con riserva, ma ci è sopravvissuto.

Certo, di risposte chiare e definitive non riesce a darne, non può, ma perlomeno permette a noi di ragionarci su, non appena l’intrattenimento mainstream chiude i battenti.

Trailer:

La Llorona: Le Lacrime Del Male - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

La Llorona: Le Lacrime Del Male Film

Presentato il teaser trailer ufficiale di "La Llorona: Le Lacrime Del Male", il film diretto da Michael Chaves con Linda Cardellini, Raymond Cruz, Patricia Velasquez e Marisol Ramirez, al cinema dal 18 Aprile 2019.

Teaser Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
La Llorona. La donna che piange. Un’apparizione terrificante, intrappolata tra il Paradiso e l’Inferno, quella di una donna segnata da un terribile destino che si è creata con le sue stesse mani.
Il solo sentir menzionare il suo nome ha terrorizzato il mondo per generazioni. La sua colpa è stata quella di aver annegato i figli in preda ad un raptus di rabbia e gelosia, per poi gettatarsi nello stesso fiume, disperata e piangente. Ora le sue lacrime sono eterne e letali, e coloro che sentono di notte il suo richiamo mortale sono condannati. La Llorona si insinua nell'ombra e va a caccia di bambini, nel disperato tentativo di sostituirli ai suoi. Con il passare dei secoli il suo desiderio è diventato sempre più vorace…e i suoi metodi sempre più terrificanti. Negli anni ’70 a Los Angeles, La Llorona si aggira nella notte alla ricerca di bambini. Un’assistente sociale non prende sul serio l’inquietante avvertimento di una madre sospettata di aver compiuto violenze sui figli, e presto sarà proprio lei, insieme ai suoi bambini, ad essere risucchiata in uno spaventoso regno soprannaturale. L’unica speranza di sopravvivere all'ira mortale della Llorona potrebbe essere un prete disilluso e la mistica che pratica per scacciare il male, dove la paura e la fede si incontrano. Attenzione al suo gemito agghiacciante…non si fermerà davanti a niente pur di attirarti nel buio. Perché non c’è pace per la sua angoscia, non c’è misericordia per la sua anima. E non si può sfuggire alla maledizione della Llorona.

giovedì 18 ottobre 2018

7 Sconosciuti A El Royale - La Recensione

7 Sconosciuti A El Royale Goddard
Di base Drew Goddard è uno sceneggiatore.
Uno sceneggiatore a cui piace sbalordire, spiazzare, provare a tenere lo spettatore in bilico, sul filo della corda: riempiendolo di colpi di scena, ribaltamenti di fronte e, se il contesto lo permette, tanta, tanta ironia. Una formula che nella stesura di “Cloverfield” appariva già piuttosto evidente, consolidata e messa a fuoco in “Quella Casa Nel Bosco” - suo esordio alla regia e, probabilmente, prodotto che più lo definisce – e diluita, per cause di forza maggiore, nell’adattamento cinematografico del “Sopravvissuto: The Martian”, diretto da Ridley Scott.

Che, però, Goddard fosse un grandissimo fan di Quentin Tarantino, in realtà, lo si era capito di riflesso da tempo; bastava fare attenzione ai dettagli, accorgersi di un certo tipo di manierismo che, specie nei prodotti televisivi che ha curato – vedi la serie “Daredevil” – era piuttosto evidente. Chiuso in gabbia, ma ingombrante. Talmente ingombrante da non meravigliarci se, ora, ha deciso di rompere la cella e appropriarsi violentemente di “7 Sconosciuti A El Royale”. La sua seconda regia, infatti, è a tutti gli effetti la tarantinata che vorresti e non vorresti vedere. Vorresti vederla perché di Tarantino ce n’è uno, purtroppo, e se in sua assenza ci fosse qualcuno capace di prenderne le veci – anche solo avvicinandosi – troppo male, alla fine, non sarebbe. Ma, contemporaneamente, non vorresti vederla perché quando poi ti ricordi che di Tarantino ce n’è uno, appunto, e pure di ardua imitazione, finisci col trovarti di fronte all’ennesimo prodotto che sta lì a scimmiottarlo, infastidendoti sia per l’arroganza, sia perché nulla all’improvviso sembra voler funzionare sullo schermo. Così, dopo un prologo bellissimo e promettente - nel quale cominci a sospettare che, magari, ci sarà da divertirsi - non appena la suddivisione in capitoli inizia a raccontare la storia di questi estranei e oscuri figuri (tutti con identità fittizie e un passato da svelare), capitati per caso in un hotel ambiguo e sinistro - costruito sulla linea di confine tra la California e il Nevada - subito la presa d’attenzione comincia ad allentarsi e a scricchiolare: con la personalità di Goddard che sciogliendosi, lascia spazio all'emulazione di un riferimento che non può permettersi.

7 Sconosciuti A El Royale FilmE dire che, in fondo, le possibilità per non mandare tutto all’aria e tirar fuori qualcosa di interessante la sua (fitta) sceneggiatura ne aveva, eccome. Per accorgersene bisogna aspettare che certi nodi – i più importanti – vengano al pettine, ma è evidente che, in partenza, l’obiettivo massimo di “7 Sconosciuti A El Royale” era ben diverso da quello poi raggiunto. Questo perché nelle pieghe del suo thriller (quasi da camera, o da camere, visto com’è scandito) Goddard aveva seminato una grossa e vivace strizzata d'occhio all’America di Nixon, quella del watergate, della nascita delle sette, dei grandi rapinatori di banche e del razzismo. Un puzzle articolato che, messo ogni pezzo al proprio posto, riesce a fare il suo sporco effetto, a colpire: ma si tratta un colpire tutto logico, razionale, incapace, quindi, di smuovere la più piccola corda emotiva, come anche di inglobare tensione in un terzo atto che - in teoria - avrebbe dovuto avere i muscoli per incollare alla poltrona.

Più fumo che arrosto, insomma.
Splendida confezione (ottima la colonna sonora), ma contenuto non all’altezza.
In quella che poteva essere la sua maggiore possibilità di consacrarsi come autore, Goddard fallisce clamorosamente l'appuntamento: prova a rifare un "The Hateful Eight" che gli sfugge di mano e spreca la forza di un cast notevole, dove Jeff Bridges - immenso come al solito - resta l'unico a uscire incolume.

Trailer:

[HOME VIDEO] Tito E Gli Alieni - Il Bell'Oggetto Misterioso Di Paola Randi Esce In Home Video

Tito E Gli Alieni Valerio Mastandrea

Film come “Tito E Gli Alieni” somigliano a degli oggetti misteriosi.
Raramente, infatti, al nostro cinema capita di dedicarsi alla fantascienza, e ancor più di rado capita che, a sobbarcarsi di tale responsabilità, sia una regista come Paola Randi, non propriamente nota al grande pubblico e, ufficialmente, solo alla sua opera seconda.
Certo, poi leggi il nome di Valerio Mastandrea tra gli attori e ti senti un po’ rassicurato, stabilizzato; ma giusto un attimo perché quando al suo fianco ti accorgi che c’è un’attrice come Clémence Poésy tutto torna a farsi di intricata lettura e curioso da smascherare.

Già, perché parliamo di una storia ambientata in gran parte nel deserto del Nevada, vicino all'Area 51, con “il Professore” Mastandrea - scienziato per il governo americano - che passa le giornate sopra un divano ad ascoltare il suono dello spazio. Questo fino al giorno in cui i suoi nipoti, Anita e Tito, non lo raggiungono adempiendo alla richiesta di affidamento che suo fratello Fidel ha espresso, poco prima di morire. Una situazione non facile da gestire per lui, per la quale sarà fondamentale l’intervento e il sostegno di Stella: una wedding planner del posto, abituata a soddisfare le strambe richieste di turisti a caccia di alieni.

E allora le sensazioni erano giuste, positive: “Tito E Gli Alieni” è un film italiano, certo, ma che di italiano ha ben poco. Se non, forse, il meglio di un cinema che vorremmo vedere più spesso e incontrare non con la frequenza con cui – restando in tema – si potrebbe incrociare un alieno. Perché poi la Randi, in realtà, non guarda allo spazio, non cerca di arrivare chissà dove con le ambizioni, ma si accontenta - e si fa per dire - di affrontare l’elaborazione del lutto con la creatività, l’ironia e la delicatezza di chi, alla fine, riesce anche a strapparti qualche lacrimuccia. Conquistandoti, di fatto, con l’arma della semplicità.
Tito E Gli Alieni” sarà disponibile in home video - nei formati blu-ray disc, dvd e streaming legale - dal 25 Ottobre prossimo.

Tito E Gli Alieni Home Video

Il Blu-Ray prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2.35:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 5.1 DTS HD: Italiano, Inglese
Sottotitoli: Italiano (su parti in inglese)
Contenuti Speciali: Backstage; Trailer
Durata: 89
Confezione: Amaray
Produttore: Lucky Red
Distributore Home Video: Koch Media
Data di Uscita: 25 Ottobre 2018

mercoledì 17 ottobre 2018

Festa (o Festival) Del Cinema Di Roma - I Miei Dieci Anni (Nove Consecutivi)


Facevo due conti e ho scoperto che quest’anno sarà la mia decima partecipazione alla Festa Del Cinema Di Roma (che all'inizio era un Festival, vabbè, ma tanto cambia poco).
La nona consecutiva (saltai l’edizione del 2009).
Un traguardo che, secondo alcune regole non scritte, si è soliti festeggiare, sbandierare, anche se, personalmente, sempre a fronte di quei due conti che facevo per caso, mi stavo chiedendo come; perché?
E l’unica risposta che sono riuscito a darmi è stata - ancora tirando due somme - che magari potevo farlo provando a pensare a come sono cambiato io rispetto a questa manifestazione; a questa passione; come l’affronto ora in confronto a prima e come mai, nel tempo, il mio approccio è andato, via via, modificandosi (e parecchio, pure).

La prima volta fu nel 2008, ero un Cultural (in pratica quelli considerati studenti di cinema, grossomodo), e non avendo l’accredito stampa mi toccava andare la mattina a prendere i biglietti per gli eventi che avrei dovuto vedere la sera stessa (purtroppo non sapevo ancora di poter partecipare anche alle proiezioni stampa aventi posti residui, col mio badge). Entrai, perciò, in un tour-de-force, avanti e indietro, che mi permise, si, di capire com'è diverso assimilare il cinema ad un festival e quanto può essere arricchente farlo, ma, in contemporanea, riuscì anche a distruggermi fisicamente e mentalmente senza pietà (per carità, nessun rimpianto, è!).

Tornai due anni dopo (l'anno prima certi impegni mi fregarono), col mio blog nato da pochissimi giorni, la mia scrittura in fase di avanscoperta e finalmente - se non ricordo male - l’accredito stampa. L’esordio. Fu un’esperienza totalmente diversa. Meno stancante, più ricca (potevo assistere a molte più proiezioni), conobbi moltissime persone – e amici – con i miei stessi interessi e cominciai a sentire l’interno dell’Auditorium come un’accogliente seconda casa.
Raramente, sebbene potevo, entravo in sala stampa. Mi sentivo un intruso. Un impostore. Intimorito, pensavo: “Lì ci sono i critici seri, i giornalisti veri, tu è meglio che non ti immischi!” (mi ci è voluto un po' per accorgermi che, in realtà, non è proprio così!).
Profilo basso, insomma, che negli anni è andato man mano a smorzarsi, a sciogliersi: anche se in quella sala continuo a starci comunque molto poco. Ho scoperto che scrivo con più facilità e mi concentro meglio se sono isolato, in pace (solo al Festival Di Venezia – dove la sala stampa è gigantesca – le cose, mi ricordo, hanno funzionato al contrario).
E questo, gradualmente, ha permesso al mio blog di maturare negli anni, di assumere l'aspetto di un sito semi-decente - ci ho provato, dai - aumentando le visite e acquisendo pure un dominio.

Il fatto è che tanti anni di Festival ti permettono di aumentare e approfondire la tua conoscenza di (e del) cinema, di conoscere autori che altrimenti non avresti mai conosciuto, di ampliare il tuo sguardo verso opere che, spesso, ti mettono alla prova (è importante confrontarsi e discutere con gli altri, a tal proposito) e, inoltre, di imparare a intuire - avvalendoti degli elementi giusti - se vale la pena o meno vedere un film.
Ecco, quest’ultima è un’attitudine fondamentale da sviluppare, perché capita di dover scegliere la mattina alle 8.30 – quindi non proprio a mente elastica – quale dei tre (o quattro) film sparsi per le sale è la scelta migliore da compiere (tipo caccia al tesoro!).
Che, poi, può capitare pure che le scelte migliori siano due (è raro), ma se poco poco di due scelte migliori, a te capita di farne una terza sbagliata, ti ritroverai, alla fine, a dover recuperare due film - magari, bellissimi - a scapito di un programma che avanza e difficilmente è disposto ad attenderti.

Bisogna stare al passo, in pratica, farsi le ossa a forza di rompersene qualcuna: è l’unica certezza per chi è inesperto e si trova – senza alcun team, nel mio caso – a dover far fronte a un programma con quaranta, cinquanta, sessanta titoli in elenco.
Certi studiano a casa, qualche giorno prima: vedono il calendario di tutte le proiezioni (disponibile in discreto anticipo) e scelgono già cosa vedere e cosa scartare. Io no. Ci ho provato. Non ci riesco. Già al primo giorno cambio idea e in un lampo tutto il lavoro svolto va in frantumi.
Preferisco improvvisare: mi piace arrivare la mattina, prendere il programma del giorno e sentire il ticchettio dell’orologio in testa mentre lo leggo e silente mi ripeto: ”Petrassi o Teatro Studio? Petrassi o Teatro Studio? No, aspetta: Petrassi, Teatro Studio o Sala Sinopoli? Ma al MAXXI che fanno, invece?”. E, nel frattempo, goccioline gelide scendono sulla fronte, come se quella scelta possa condizionare, in qualche modo, tutto il resto della (mia) giornata (che poi è così!).

Ma, forse, ora sto divagando troppo, però.
Dovrei tornare al punto. Al cambiamento. Il mio.
Che cosa è successo in dieci anni di divertimento, gioie, incontri, fatiche, esperienze, nevrosi e caterve di Cinema (e partite della Roma, anche: tutte in sala stampa!)?
Bè, di sicuro c’è stata una crescita personale (e professionale) e considerevole sulla materia che mi porto incollata addosso (e che non smette); l’amore verso un posto che ogni volta che torno mi mette sempre di buon umore e poi il divertimento, le gioie, gli incontri, le fatiche, le esperienze, le nevrosi e le caterve di Cinema (e le partite della Roma) che, passati dieci anni - nove consecutivi - io sto tranquillo saranno sempre lì ad aspettarmi. Perché puoi collezionarne quanti ne vuoi, ma l’abitudine a un Festival - o a una Festa – del cinema non te la farai mai. Visto che - dal mio punto di vista - abitudine e Cinema, sono, sostanzialmente, due ossimori.

Ben Is Back - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

Ben Is Back Julia Roberts

Disponibile il teaser trailer di "Ben Is Back", il film diretto da Peter Hedges - presentato al Toronto Film Festival ed evento di chiusura di Alice nella Città - con Julia Roberts, Lucas Hedges e Kathryn Newton, al cinema dal 20 Dicembre prossimo.

Teaser Trailer Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Ben sta cercando di disintossicarsi, il giorno di Natale decide di uscire dalla comunità per passare le feste in famiglia. La madre Holly sorpresa lo accoglie a braccia aperte, ma capisce presto che qualcosa non va. Durante le 24 ore successive, Holly farà tutto ciò che è in suo potere per salvare il figlio ed evitare il collasso della propria famiglia.

Robin Hood: L'Origine Della Leggenda - Trailer Ufficiale Italiano

Robin Hood: L'Origine Della Leggenda Egerton

Presentato il trailer ufficiale italiano di "Robin Hood: L'Origine Della Leggenda", il film diretto da Otto Buthurst con Taron Egerton, Jamie Foxx, Jamie Dornan, Eve Hewson e Ben Mendelson, al cinema dal 22 Novembre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Il segreto della leggenda di Robin Hood in un entusiasmante film d’azione e avventura. Al ritorno dalle Crociate, Robin di Loxley (Taron Egerton) scopre che l’intera contea di Nottingham è dominata dalla corruzione. L’ingiustizia e la povertà in cui vive il suo popolo lo spingono così a tramare per organizzare un’audace rivolta contro la potente Corona d’Inghilterra. Ma per farlo ha bisogno di un mentore: un abile quanto sprezzante comandante conosciuto durante la guerra (Jamie Foxx). Grazie a lui, il temerario Robin diventerà il leggendario Robin Hood e, forse, cercherà anche di riconquistare un amore che credeva perduto.



martedì 16 ottobre 2018

First Man: Il Primo Uomo - La Recensione

Il Primo Uomo Poster Ita
In effetti ha senso.
Dopo averci fatto emozionare, commuovere e lasciato di stucco con la magica estetica e la musica di “La La Land” a Damien Chazelle, per rilanciare, non restava che fare la mossa più logica: portarci sulla Luna. E – sempre seguendo la logica – la maniera migliore per farlo era quella di prendere in considerazione l’idea di raccontare la storia di chi sulla Luna c’era stato veramente. Del primo uomo. Quel Neil Armstrong al quale facciamo riferimento ogni volta che pronunciamo (o sentiamo pronunciare) la fatidica frase: “Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità!”.

Anche se, forse, le motivazioni che hanno spinto Chazelle a intraprendere questo tragitto, vanno al di là della relazione tra lui e ciò che il pubblico si sarebbe aspettato. Anzi, a dire il vero, si potrebbe sostenere viaggino proprio slegate, spinte dalla volontà del regista di cambiare genere, affrontando per la prima volta il mito della fantascienza. Un passo – questo - che per lui non risulta affatto piccolo, ma al contrario più lungo di una gamba che va nettamente in difficoltà non appena è chiamata a dover gestire l’assenza di gravità. Non serve un esperto, infatti, per rendersi conto che “First Man: Il Primo Uomo” deve fare i conti con un'anima da due poli ambivalenti: uno freddo e distaccato - quasi estraniante per lo spettatore - legato a tutti quei tecnicismi, le prove di volo e i primi piani – di piloti e macchine - dedicati agli esperimenti della NASA e l’altro - il secondo - decisamente più caloroso e appassionante, perché circoscritto al privato di Armstrong, al rapporto con sua moglie – una breve, ma intensa Claire Foy – i figli e le perdite cicliche che, suo malgrado, non smettono di ruotare attorno alla sua orbita. Due poli, insomma, che provano a bilanciarsi tra loro a staffetta, ma incapaci di avvicinarsi davvero e permettere, a quella che sarebbe il caso di definire missione, di proclamarsi compiuta.

First Man ChazelleDiciamo che Chazelle, in confronto ad Armstrong, ha avuto meno fortuna. Sulla Luna ci arriva, e ci fa arrivare anche a noi, ma a conti fatti, il suo atterraggio, è indiscutibilmente ruvido e da rivedere. Che poi da rivedere, fino a un certo punto, perché se c’è una certezza, un segnale indiscutibile in “First Man: Il Primo Uomo”, è proprio legato alla palese evidenza del regista nel trovarsi molto più a suo agio, e ad essere più abile ed efficace, quando deve manipolare i sentimenti e i conflitti interiori dei protagonisti. I picchi più alti e coinvolgenti della pellicola, non a caso, si fanno sentire quando ci troviamo tra le mura di casa, quando Ryan Gosling e Claire Foy mostrano la loro forza granitica di una coppia che deve reagire alle difficoltà; quando scherzano coi loro figli e – nella scena clou del film – nel momento in cui lei lo obbliga a preparare i piccoli per un saluto che potrebbe farsi ultimo.

Accelerazioni, miste a decelerazioni che destabilizzano noi quanto Chazelle, che a furia di dimenarsi tra ciò che sa fare benissimo e ciò che sta imparando in corsa, slama le fila (commoventi) di una chiusura che fatica a farsi cerchio. Una chiusura visivamente e acusticamente stupefacente, eppure strozzata da una mancanza di frammenti (narrativi) che, forse, avrebbe potuto recuperare e inserire facilmente.
Chiedendo, magari, aiuto a un certo Steven Spielberg, che figurava - guarda un po' - tra i produttori del film (e che in materia non se la cava nemmeno tanto male).

Trailer:

Fahrenheit 11/9 - Trailer Ufficiale Italiano

Fahrenheit 11/9 Michael Moore

Il trailer ufficiale, italiano di "Fahrenheit 11/9", il nuovo film del regista Michael Moore - in concorso alla Festa del Cinema di Roma - evento speciale nei nostri cinema durante i giorni 22, 23 e 24 Ottobre.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Uno sguardo provocatorio e sarcastico sull'epoca in cui viviamo. Dopo Fahrenheit 9/11, il vincitore della Palma d’Oro Michael Moore sposta la sua attenzione su un’altra significativa data, il 9 novembre 2016, giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti. L’ultimo documentario di Michael Moore è un affresco liberale e anticonservatore che non prende di mira solo l’amministrazione degli Stati Uniti, ma anche le politiche dei Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all'attuale situazione politica.

lunedì 15 ottobre 2018

[HOME VIDEO] Christine: La Macchina Infernale - Il Film Di John Carpenter Rivive In 4K

Christine: La Macchina Infernale Carpenter

Disponibile in home video, per la prima volta in versione 4K Ultra HD, “Christine: La Macchina Infernale”: l’horror diretto da John Carpenter nel 1983, tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King.
Questa nuova edizione, oltre a contenere il classico blu-ray standard addizionale, si presenta anche con un’apprezzabile sezione di contenuti speciali: con approfondimenti sulla realizzazione del film, scene eliminate e commento del regista.

Come ormai sarà noto, la storia è quella di una macchina - precisamente una Plymouth Fury rossa e bianca del '58 – avente una gelosa anima demoniaca in grado di influenzare e deviare verso la cattiva strada chiunque gli capiti come padrone. Una sfortuna che colpisce il povero e non popolare Arnie Cunningham, liceale dalla grande passione per le auto d’epoca, che non appena riesce a contrattare un prezzo stracciatissimo dall'ex proprietario di Christine – ridotta a ferraglia dal tempo – con olio di gomito e sudore la rimette completamente a nuovo, cambiando anche lui, però, di aspetto e personalità.

Libero di non seguire letteralmente il romanzo di King (che infatti cambia, nelle sfumature), Carpenter fa del suo adattamento una pellicola elegante e piuttosto scorrevole, sorprendendo – soprattutto – con una serie di effetti speciali - per l'epoca - strabilianti e il suo stile inconfondibile di narratore, sempre accurato ed essenziale.
Forse “Christine: La Macchina Infernale” non è considerato (e non è considerabile come) uno dei suoi lavori di punta, eppure a vederlo sfrecciare, tra fiammate e sterzate, si ha comunque la sensazione di trovarsi di fronte a un Cinema eseguito con la C maiuscola, rottamato (dalle major), magari, troppo in fretta e con scarsa lungimiranza.

Christine: La Macchina Infernale Home Video

Il Blu-Ray, in edizione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 2
Formato Video: Ultra HD 4K HDR
Tracce Audio: 2.0 DTS HD: Inglese, Francese, Tedesco - 2.0 Mono Dolby Digital: Portoghese, Spagnolo - 2.0 Surround Dolby Digital: Italiano, Coreano, Giapponese, Russo - 5.1 DTS HD: Inglese - Dolby TrueHD Atmos: Inglese
Sottotitoli: Italiano, Inglese, Inglese Non Udenti, Cinese, Coreano, Ebraico, Finlandese, Francese, Giapponese, Hindi, Olandese, Spagnolo, Svedese, Tailandese, Tedesco
Contenuti Speciali: Scene Eliminate; Commento Del Regista; Accensione; Fast And Furious
Durata: 110
Confezione: Amaray
Produttore: Sony Pictures
Distributore Home Video: Universal
Data di Uscita: 9 Ottobre 2018

[HOME VIDEO] La Terra Dell’Abbastanza - Il Folgorante Esordio Dei Fratelli D'Innocenzo Ora In Home Video

La Terra Dell’Abbastanza D'Innocenzo

Presentato nella sezione "Panorama", al Festival di Berlino 2018, “La Terra Dell’Abbastanza” - film scritto e diretto dai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo - è stato anche premiato agli ultimi Nastri D’Argento nella categoria Miglior Regista Esordiente. E meritatamente, sarebbe da aggiungere.
Perché quello che per i due registi – gemelli – rappresenta un vero e proprio esordio dietro la macchina da presa è, per noi spettatori, una visione folgorante: un colpo nello stomaco assestato come meglio, probabilmente, non si poteva fare.

Figlio legittimo, o meno, di “Non Essere Cattivo”, infatti, “La Terra Dell’Abbastanza” racconta la vicenda di due amici che sono praticamente fratelli, Mirko e Manolo, che una sera – parlando del futuro modesto che li aspetta, da affrontare però spalla a spalla – investono involontariamente una persona sbucata dal nulla, scappando successivamente, un po’ per paura e un po’ per convenienza. Il destino tuttavia è beffardo e per loro quello che la logica definirebbe disgrazia, si trasforma in una distorta manna dal cielo, spalancandogli le porte di una criminalità che vale la pena cavalcare – pensano – per smarcarsi dalla povertà della periferia che li ammanta.

Girata in maniera impeccabile - segno di due talenti da tenere assolutamente d’occhio – la pellicola dei fratelli D’Innocenzo allora sorprende soprattutto per come, pur avvalendosi di un canovaccio non precisamente originale, è in grado di annientare gli stereotipi del genere, incalzando di volta in volta tensione e angoscia tramite l'uso di uno sguardo autentico e accurato. Un discorso che potremmo andare a fare anche per le interpretazioni-tutte, sebbene quella del giovane Andrea Carpenzano conferma le aspettative altissime sul suo talento.
Dal 2 ottobre 2018 “La Terra Dell’Abbastanza” è disponibile in home video nei formati blu-ray disc, dvd e streaming legale, per cui se non lo avete visto e avete voglia di scoprire un ottimo film nostrano, avete mezzi sufficienti per approfittarne.

La Terra Dell’Abbastanza Home Video

Il Blu-Ray, in edizione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2,35:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 2.0 Stereo Dolby Digital: Italiano 5.1 - DTS HD: Italiano
Sottotitoli: Italiano
Contenuti Speciali: Scene Tagliate, Interviste, Trailer
Durata: 96
Confezione: Amaray
Produttore: Adler Entertainment
Distributore Home Video: Cecchi Gori Home Entertainment
Data di Uscita: 2 Ottobre 2018