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mercoledì 17 ottobre 2018

Festa (o Festival) Del Cinema Di Roma - I Miei Dieci Anni (Nove Consecutivi)


Facevo due conti e ho scoperto che quest’anno sarà la mia decima partecipazione alla Festa Del Cinema Di Roma (che all'inizio era un Festival, vabbè, ma tanto cambia poco).
La nona consecutiva (saltai l’edizione del 2009).
Un traguardo che, secondo alcune regole non scritte, si è soliti festeggiare, sbandierare, anche se, personalmente, sempre a fronte di quei due conti che facevo per caso, mi stavo chiedendo come; perché?
E l’unica risposta che sono riuscito a darmi è stata - ancora tirando due somme - che magari potevo farlo provando a pensare a come sono cambiato io rispetto a questa manifestazione; a questa passione; come l’affronto ora in confronto a prima e come mai, nel tempo, il mio approccio è andato, via via, modificandosi (e parecchio, pure).

La prima volta fu nel 2008, ero un Cultural (in pratica quelli considerati studenti di cinema, grossomodo), e non avendo l’accredito stampa mi toccava andare la mattina a prendere i biglietti per gli eventi che avrei dovuto vedere la sera stessa (purtroppo non sapevo ancora di poter partecipare anche alle proiezioni stampa aventi posti residui, col mio badge). Entrai, perciò, in un tour-de-force, avanti e indietro, che mi permise, si, di capire com'è diverso assimilare il cinema ad un festival e quanto può essere arricchente farlo, ma, in contemporanea, riuscì anche a distruggermi fisicamente e mentalmente senza pietà (per carità, nessun rimpianto, è!).

Tornai due anni dopo (l'anno prima certi impegni mi fregarono), col mio blog nato da pochissimi giorni, la mia scrittura in fase di avanscoperta e finalmente - se non ricordo male - l’accredito stampa. L’esordio. Fu un’esperienza totalmente diversa. Meno stancante, più ricca (potevo assistere a molte più proiezioni), conobbi moltissime persone – e amici – con i miei stessi interessi e cominciai a sentire l’interno dell’Auditorium come un’accogliente seconda casa.
Raramente, sebbene potevo, entravo in sala stampa. Mi sentivo un intruso. Un impostore. Intimorito, pensavo: “Lì ci sono i critici seri, i giornalisti veri, tu è meglio che non ti immischi!” (mi ci è voluto un po' per accorgermi che, in realtà, non è proprio così!).
Profilo basso, insomma, che negli anni è andato man mano a smorzarsi, a sciogliersi: anche se in quella sala continuo a starci comunque molto poco. Ho scoperto che scrivo con più facilità e mi concentro meglio se sono isolato, in pace (solo al Festival Di Venezia – dove la sala stampa è gigantesca – le cose, mi ricordo, hanno funzionato al contrario).
E questo, gradualmente, ha permesso al mio blog di maturare negli anni, di assumere l'aspetto di un sito semi-decente - ci ho provato, dai - aumentando le visite e acquisendo pure un dominio.

Il fatto è che tanti anni di Festival ti permettono di aumentare e approfondire la tua conoscenza di (e del) cinema, di conoscere autori che altrimenti non avresti mai conosciuto, di ampliare il tuo sguardo verso opere che, spesso, ti mettono alla prova (è importante confrontarsi e discutere con gli altri, a tal proposito) e, inoltre, di imparare a intuire - avvalendoti degli elementi giusti - se vale la pena o meno vedere un film.
Ecco, quest’ultima è un’attitudine fondamentale da sviluppare, perché capita di dover scegliere la mattina alle 8.30 – quindi non proprio a mente elastica – quale dei tre (o quattro) film sparsi per le sale è la scelta migliore da compiere (tipo caccia al tesoro!).
Che, poi, può capitare pure che le scelte migliori siano due (è raro), ma se poco poco di due scelte migliori, a te capita di farne una terza sbagliata, ti ritroverai, alla fine, a dover recuperare due film - magari, bellissimi - a scapito di un programma che avanza e difficilmente è disposto ad attenderti.

Bisogna stare al passo, in pratica, farsi le ossa a forza di rompersene qualcuna: è l’unica certezza per chi è inesperto e si trova – senza alcun team, nel mio caso – a dover far fronte a un programma con quaranta, cinquanta, sessanta titoli in elenco.
Certi studiano a casa, qualche giorno prima: vedono il calendario di tutte le proiezioni (disponibile in discreto anticipo) e scelgono già cosa vedere e cosa scartare. Io no. Ci ho provato. Non ci riesco. Già al primo giorno cambio idea e in un lampo tutto il lavoro svolto va in frantumi.
Preferisco improvvisare: mi piace arrivare la mattina, prendere il programma del giorno e sentire il ticchettio dell’orologio in testa mentre lo leggo e silente mi ripeto: ”Petrassi o Teatro Studio? Petrassi o Teatro Studio? No, aspetta: Petrassi, Teatro Studio o Sala Sinopoli? Ma al MAXXI che fanno, invece?”. E, nel frattempo, goccioline gelide scendono sulla fronte, come se quella scelta possa condizionare, in qualche modo, tutto il resto della (mia) giornata (che poi è così!).

Ma, forse, ora sto divagando troppo, però.
Dovrei tornare al punto. Al cambiamento. Il mio.
Che cosa è successo in dieci anni di divertimento, gioie, incontri, fatiche, esperienze, nevrosi e caterve di Cinema (e partite della Roma, anche: tutte in sala stampa!)?
Bè, di sicuro c’è stata una crescita personale (e professionale) e considerevole sulla materia che mi porto incollata addosso (e che non smette); l’amore verso un posto che ogni volta che torno mi mette sempre di buon umore e poi il divertimento, le gioie, gli incontri, le fatiche, le esperienze, le nevrosi e le caterve di Cinema (e le partite della Roma) che, passati dieci anni - nove consecutivi - io sto tranquillo saranno sempre lì ad aspettarmi. Perché puoi collezionarne quanti ne vuoi, ma l’abitudine a un Festival - o a una Festa – del cinema non te la farai mai. Visto che - dal mio punto di vista - abitudine e Cinema, sono, sostanzialmente, due ossimori.

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