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venerdì 18 ottobre 2019

Antigone - La Recensione

Antigone Film 2019
Leggi “Antigone” e pensi subito a Sofocle; alla tragedia greca; all’adattamento cinematografico che oggettivamente potrebbe essere. Eppure no, non è così. Perché quello di Sophie Deraspe è un film che da quel testo lì si limita solamente a prendere spunto: raccontando una storia totalmente diversa, legata sempre a fratelli e sorelle, ma avente un taglio e una visione sociale profondamente radicate nell’attualità.

L’Antigone che vediamo infatti è una studentessa modello, una di quelle preparatissime e che va avanti a borse di studio; che si è trasferita in Canada con la nonna e i suoi tre fratelli da bambina, per sfuggire alle violenze e alle assurde ingiustizie del suo paese di origine. Ingiustizie che però non si è lasciata totalmente alle spalle e che si rifanno vive quando un agguato della polizia, senza alcun valido motivo, provoca la morte di uno dei suoi fratelli e l’arresto – con annunciata estradizione – dell’altro per aggressione (ma un’aggressione dovuta proprio alla disperazione per l’ingiusto omicidio consumatosi davanti ai suoi occhi). Un abuso di potere che – ricordando un po’ il nostro caso Cucchi – nessuno degli agenti coinvolti è disposto ad ammettere, legittimato dal sistema giudiziario come una normale conseguenza della fedina penale sporca, appartenente alle vittime, e l’aggravante che li vedeva appartenere a una pericolosa gang locale, invischiata in traffici poco raccomandabili. Ed è a questo punto che quello che sembrava essere – come detto – una sorta di “Sulla Mia Pelle” con le dovute differenze, cambia completamente le carte in tavola, alzando la posta in gioco, e guadagnandone in interesse: perché per evitare che il fratello arrestato venga rispedito a casa, Antigone mette in pratica un piano che prevede di fargli visita in carcere e poi – tramite un travestimento mascolino più o meno accurato e un pizzico di fortuna – di scambiarsi di posto con lui, permettendogli così di fuggire e di mettersi in salvo, affrontando lei un processo che, da minorenne, prometteva comunque pene meno dure e inflessibili.

Antigone Nahéma RicciLe titubanze e le approssimazioni che avevano accompagnato, quindi, la prima fase della pellicola, messo a fuoco l’obiettivo e soprattutto puntato fisso sullo straordinario talento di Nahéma Ricci – che mette i brividi e della quale sentiremo assolutamente parlare in futuro – si schiariscono lentamente, permettendo ad “Antigone” di mostrare quelle che erano le sue qualità migliori e trasformandolo nell’ottimo film che, in parte, è. La sensazione è quella che davanti a una base più stabile, la Deraspe, trovi le misure per andare a muoversi in maniera più decisa, azzeccata (il movimento pro-Antigone è una divertente trovata), scacciando via le distrazioni iniziali e concentrandosi sulla questione famigliare e umana e sulla lotta che, spesso, in questi frangenti, questa deve sostenere contro la pressione giuridica, burocratica e integrazionista. Vuoi salvare tuo fratello, o prendere il diritto di cittadinanza, viene chiesto ad Antigone in quella che è, probabilmente, la scena più potente, drammatica e significativa dell’intera storia: una scena dove le speranze, i sogni e quel cuore che vorremmo riuscisse a sovrastare, per un secondo, le regole, il peso e il prezzo della divisa, vanno palesemente a infrangersi contro un muro che tornerà più avanti, poi, in un sogno premonitore che strizzerà nuovamente l’occhio al testo di Sofocle.

Scuote, fa rabbia, colpisce allo stomaco e, a tratti, disegna anche momenti di cinema altissimo “Antigone”: tanto da far pensare che se avesse mostrato più certezze in avvio – magari puntando maggiormente sul dramma giudiziario – staremmo qui, adesso, a parlare di un’opera cristallina, destinata a raccogliere molto e a far parlare di sé con prorompenza. Tutto questo, viceversa, accadrà ma con meno enfasi ed entusiasmi: cosa che, per certi versi, al sottoscritto un po’ dispiace.

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