Crudelia - La Recensione

Crudelia Poster
La Disney e i villain.
Un’attrazione sbagliata, contronatura, eppure impossibile da contenere, da arginare. La scintilla era scoppiata col “Maleficent” di Angelina Jolie, chiamata a dare vita a un personaggio cupo, oscuro, ma affascinante al punto da volerlo andare a isolare e a scoprire da vicino: e questo a prescindere dai limiti e dalla natura di chi sa benissimo che non potrà mai spingersi tanto oltre quanto vorrebbe. 

Già, perché la Disney deve fare i conti con le sue radici, con ciò che rappresenta, e ogni qual volta senta il bisogno di nutrire quel lato oscuro che palesemente custodisce deve farlo raccontando una bugia, coprendo la verità, riscrivendo i fatti. Così quel cattivo che nella favola animata poteva permettersi il lusso di essere semplicemente un cattivo, nella sua origin story (in live action) deve smacchiare la reputazione attraverso un precedente, un evento che lo aiuti a giustificare le sue malefatte, umanizzandolo e – perché no – rendendolo addirittura empatico. E questo processo vale per Maleficent quanto per Crudelia De Mon, interpretata magistralmente da Emma Stone che però deve rinunciare al piacere assoluto di poterla incarnare nel pieno della sua negatività, cedendo alla scappatoia di un trauma infantile che, in qualche modo, la riabilita e la purifica iconicamente. Una rinascita, quindi, che preclude e va a togliere gusto all’opportunità di realizzare una pellicola in stile “Joker” di Todd Phillips: ipotesi che, ovviamente, non è mai entrata nelle aspettative di chi scrive, ma che avrebbe sicuramente dato una sferzata a un progetto che sembra non voler mai puntare oltre il modesto pareggio. Tant’è che, Stone a parte, la sceneggiatura di “Crudelia” – che pure dei momenti li azzecca – mostra palesemente il fianco in numerose occasioni, soffrendo di mancanza di equilibrio e sfilacciandosi nelle parentesi in cui il suo personaggio è costretto a passare dalla malvagità al suo esatto opposto e viceversa: non riuscendo mai a giustificare coerentemente un'oscillazione repentina e (in teoria) di natura psicologica.

Un procedimento che sì, probabilmente, permette alla Disney di continuare a fare la Disney senza il rischio di creare particolari dibattiti o, peggio ancora, scalpori, ma che limita profondamente le potenzialità di un villain che, magari, anziché banalizzare, sarebbe stato meglio ignorare e non toccare affatto. Questo sebbene fosse comunque a disposizione una terza via, una via che da quelle parti dovrebbero conoscere anche piuttosto bene, visto che sono stati proprio loro a condividerla e a illuminarla. E la via in questione è quella presa da Thanos negli ultimi due capitoli di "Avengers", del quale è stato la colonna portante e indiscussa, pur essendo in tutto e per tutto la minaccia, il male e il nemico da sconfiggere. Il suo arco narrativo ha oscurato in toto quello "dei buoni",  trasmettendo un'umanità e dei principi – condivisibili o meno – che giustificavano e davano valore alle sue scelte, non rovesciando la sua funzione, ma rendendola anzi più interessante, complessa e – se vogliamo – figlia di una freddissima razionalità.

Ecco, forse l’unica mediazione verosimile tra la voglia della Disney di raccontare i cattivi delle sue favole e il doverlo fare forzatamente, purificandoli dal male in maniera discutibile, sta tutta nella filosofia applicata con Thanos. Che oggettivamente, privata di un contraltare come quello degli Avengers, potrebbe presentare maggiori ostacoli da affrontare, ma orientativamente pure maggiori chances di raggiungere una centratura (e una quadra), fin ora lontana.

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