Potremmo stare ore e ore a discutere e a misurare la grandezza di un film (notevole) come "Resurrection". Il problema è che sarebbe comunque fiato sprecato, tempo buttato, che avrebbe più senso spendere andando al cinema a vedere il suo spettacolo coi nostri occhi. Perché è di questo che si tratta, alla fine. Al di là della trama, delle letture e dei sottotesti - che ci sono - quello firmato da Bi Gan è innanzitutto un immenso spettacolo affascinante, una lettera d'amore dedicata al cinema nella quale è meraviglioso perdersi e lasciarsi trasportare.
Poi sì, lui cerca di dargli anche un senso, una struttura (fa parte del gioco). Ma si può dare struttura a un sogno? Le scritte in apertura ci provano a contestualizzare, a spiegare, descrivendo un mondo alternativo - futuro? - in cui l'uomo ha scoperto come fare per vivere in eterno. La soluzione, appunto, è quella di smettere di sognare. I sogni (ci) consumano, esattamente come il fuoco fa con la candela. C'è chi, però, di sognare non vuole smettere e continua a farlo di nascosto. Sono Gli Incantati. Anime a cui dare la caccia per evitare che, per colpa loro, il mondo torni a vivere nel dolore e nel caos. Ma ce n'è una che continua a fuggire, a cambiare forma, aspetto. Ed è il cinema, ovviamente: il fabbricatore di sogni per eccellenza. E quando viene catturato - e qui cominciano le metafore e i sottotesti legati all'attualità - colei che lo neutralizza decide di sfruttare il proiettore nascosto dietro la sua schiena, per comprendere meglio i motivi della sua ossessione. Da qui "Resurrection" diventa un viaggio a tutti gli effetti: nella settima arte, nella Cina, nella fantasia, nei sensi. Bi Gan passa dall'era del muto a quella del noir, dalla fantascienza filosofica ai racconti che vedono come protagonisti gli antieroi criminali (maledetti), concludendo il viaggio con una storia d'amore, ambientata nel capodanno del Millennium Bug (sta per scattare il 2000) che - per genere, fotografia e stile registico - pare uscita direttamente dalla filmografia di Wong Kar-Wai.
L'errore più grande, allora, che si potrebbe commettere al cospetto di un film come "Resurrection" è quello di assimilarlo più con la testa che con l'istinto, con la pancia. Perché Bi Gan si lancia in una sorta di follia, di impresa cinematografica, nell'intento di realizzare un'opera che si riesca ad avvicinarsi il più possibile all'idea di sogno, di illusione realistica. E per farlo si aggrappa alla poesia, al magnetismo delle immagini, alla creazione di un materiale visivo capace di confondere e spiazzare, risultando contemporaneamente sia effimero che pregno di consistenza. Nonostante la durata fiume di due ore e quaranta e l'assenza qualsivoglia linearità o di logica, infatti, diventa quasi impossibile staccare gli occhi di dosso allo schermo, non farsi rapire da questi fugaci racconti - sono 4 cortometraggi, di fatto - all'interno dei quali c'è sempre il dubbio (o la certezza?) che possa nascondersi un indizio, un fil rouge, magari tra le pieghe degli strani (e fantasiosi) eventi che li caratterizzano e che li rendono, quindi, unici, intricati, simili a nodi da sciogliere nella nostra mente.
Cent'anni di sonno e cent'anni di sogni, prima di morire.
O, forse, no. Perché nel finale Bi Gan mette in scena un funerale che, in pratica, rappresenta una catartica resurrezione. Quella promessa dal titolo, quella di un cinema dato per morto fin troppe volte, ma che seppur malridotto, ammalato ed esanime è ancora li, fermo al suo posto, pronto sorprenderci e a farci sognare ancora. A ucciderci a suon di illusioni, secondo qualcuno. Ma se l'alternativa è quella proposta da questa realtà orrenda, tanto vale approfittarne, forse.
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