IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 24 gennaio 2020

Figli - La Recensione

Figli Mattia Torre
In principio era un monologo (questo). Ma l’idea di fare di quelle comiche verità un film a tutti gli effetti, Mattia Torre, l’aveva già bella che messa in cantiere. Ultimata, praticamente. Tant'è che uno dei dispiaceri più grandi che seguirono la sua scomparsa fu proprio la mancata regia che, a breve, avrebbe dovuto prendersi in carico.
Un carico che, inevitabilmente, diventò importantissimo per chi restava. Pesante, magari, ma comunque da portare a compimento perché parte di un’eredità, delle volontà di un uomo – e di un amico – che, come mi capitò di scrivere a ridosso della triste notizia, ci mancherà tantissimo.
Anche a noi che, personalmente, non l’abbiamo mai conosciuto.

Perché lo sguardo che aveva Torre su di noi, sul nostro paese e sul quotidiano era uno sguardo speciale, visionario forse, ma dotato della capacità disarmante di tramutarsi facilmente in uno specchio: uno specchio nel quale tutti riuscivamo a vedere (un pezzo di) noi stessi. Una maniera grottesca di raccontarci che a lui riusciva quasi in forma spontanea, probabilmente intrinseca del suo carattere, chi lo sa, ma abilissima a farci sempre ridere di pancia, di gusto, e contemporaneamente a metterci una puntina a disagio: perché quelle bruttezze, quelle aberrazioni di umanità e di egoismo ce le avevamo (e ce le abbiamo) dentro, ed era inutile mentire. E in “Figli” capita lo stesso, con il Nicola di Valerio Mastandrea e la Sara di Paola Cortellesi che fingono una calma apparente, a fronte della preoccupazione verso un secondo figlio in arrivo che per svariati motivi non potrebbero permettersi: e non si tratta (solo) di motivi economici, quanto di un equilibrio (vitale e famigliare) che rischia seriamente di collassare. Allora fingono, si mentono a vicenda e mentono a loro stessi, affrontando la situazione ottimisti di una razionalità che non hanno e che alle prime difficoltà si ricorderanno di non avere, deflagrando in una crisi di coppia che, se non fosse per le estremizzazioni tipiche di Torre, farebbe invidia a quella di Adam Driver e Scarlett Johansson in “Storia Di Un Matrimonio”.

Figli MastandreaEppure, i figli, sono la briciola del problema.
L’epicentro del disastro si trova a monte. Quel monte che Nicola e Sara impacciatamente ci provano a scalare, a un certo punto e presi dalla disperazione, ma che non hanno l’allenamento e le forze per potere affrontare. Ed è qui che entra in gioco la realtà, la difficoltà di riuscire ad adattarsi e di accettare la condizione dell’oggi: influenzata da una precarietà che non ci consente più di vedere in giro quelle famiglie incoraggiate dal periodo post-guerra e dal boom-economico. Colpa delle generazioni precedenti, insomma, di quei vecchi che Torre attacca e che poi fa difendere, in una delle scene più memorabili (e significative) della pellicola; quei vecchi a cui la nostra generazione (l’Italia?) è costretta ad aggrapparsi, sebbene non sia per nulla scontato che possa trovare l’appoggio (totale) di cui ha bisogno. Perché, alla fine, la salvezza – quella vera – la dobbiamo trovare dentro di noi, cominciare a cercarla nelle piccole cose, imparando l’arte inestimabile di accettare e di restare. Imparando a comunicare, perfino: che è faticosissimo.

E si, a tratti, sembra quasi un testamento, è vero. Un testamento sincero e bellissimo.
Sembra, però, perché in realtà Torre ottimista e affettuoso nei nostri confronti lo è stato ogni volta, in ogni suo monologo, spettacolo, o creazione. Per questo gli abbiamo sempre voluto bene a prescindere, per questo riuscire a rivedere il suo spirito in “Figli” – che è diretto egregiamente da Giuseppe Bonito – ci riempie di gioia, così come ci riempie di gioia sapere che i suoi amici non smetteranno di proporre (e di registrare, pare) i suoi testi ancora e ancora (forse addirittura qualcuno inedito).
Celebrandolo e moderando, così, il vuoto della sua assenza.

Trailer:

giovedì 23 gennaio 2020

[HOME VIDEO] Yesterday - In Home Video Il Film Scritto Da Richard Curtis e Diretto Da Danny Boyle

Yesterday Boyle

Terminata la proiezione, mentre camminavo verso casa, ripensando a “Yesterday” percepivo solo una semplice e sana certezza: “Vivere in un mondo scritto (ma pure diretto) da Richard Curtis sarebbe una soddisfazione davvero niente male. Una gioia!
E il film in cui un corto circuito improvviso contribuisce a cancellare dalla memoria del mondo il famoso gruppo di Liverpool, stava lì a rappresentare l’ultima goccia di un vaso già pieno d’amore: quello per un autore che, molto spesso, quando sceglie di raccontarci una storia, ci fa prima sorridere, poi emozionare e, infine, venire voglia di abbracciarlo.

Se non avete avuto modo di vederlo al cinema, “Yesterday” ora è disponibile in home video in tutti i formati possibili – blu-ray, dvd, streaming legale – ed è una commedia romantica che Curtis ha scritto, affidando la regia a un Danny Boyle – si, quello di “Trainspotting” – che, forse giustamente, forse meno, cerca in tutti i modi di non rubare la scena a un copione allestito per fare egregiamente il suo dovere e per intrattenerci come di rado capita di questi tempi.

Del resto gira tutto attorno ad un quesito, la pellicola: Come sarebbe un mondo senza i Beatles?
Una domanda a cui rispondere è più complicato del previsto, anche perché qui, in realtà, non si cerca neanche di andare troppo a fondo per risolvere con precisione il mistero. Diventa un pretesto, semmai; un pretesto per far emergere quei sentimenti sinceri e universali, che in qualche modo ci toccano tutti da vicino.
Semplificandoci la risposta ad un altro quesito, che magari un giorno qualcuno potrebbe rivolgerci: Come sarebbe un mondo senza Richard Curtis?
E, qui, una risposta ce l'avremmo, eccome, perché si tratterebbe, sicuramente, di un mondo freddo, privo di umorismo e che nessuno, probabilmente, avrebbe voglia (né interesse) di conoscere o di vivere.

Yesterday Blu-Ray

Il Blu-Ray, in versione italiana, prevede le seguenti specifiche tecniche:
Dischi: 1
Formato Video: 2,40:1 Anamorfico 1080p
Tracce Audio: 7.1 Dolby Digital Plus: Italiano, Giapponese - Dolby TrueHD Atmos: Inglese
Sottotitoli: Italiano Inglese Non Udenti Giapponese
Contenuti Speciali: Finale Alternativo e Scene Tagliate Con Altre Canzoni Dei Beatles Interpretate da Himesh Patel; Ed Sheeran: Dagli Stadi al Grande Schermo; Maga Della Commedia: Kate McKinnon Live agli Abbey Road Studios e Molto Altro...
Durata: 116 minuti
Confezione: Amaray
Produttore: Universal
Distributore Home Video: Universal
Data di Uscita: 21 Gennaio 2020

venerdì 17 gennaio 2020

[LIBRI] Fedele A Me Stesso - Alla Scoperta Di Clint Eastwood

Clint Eastwood Fedele A Me Stesso

In molti lo avrebbero candidato come potenziale pistola più veloce del west, ma questo era prima di vederlo all'opera dietro la macchina da presa.
Stiamo parlando dell’ispettore Callaghan e del cowboy Clint Eastwood che nel libro edito da minimum fax – intitolato “Fedele A Me Stesso” – si racconta attraverso una serie di interviste, svelando alcuni dettagli non proprio noti sulla sua poliedrica carriera. Attore, regista, produttore, compositore, sulle sceneggiature lascia fare agli altri, anche se confessa di avere aiutato Sergio Leone a sfoltire quella di “Per Un Pugno Di Dollari” che a quanto pare si preoccupava troppo di fornire informazioni sul suo personaggio agli spettatori: e queste – dice Eastwood – sono atteggiamenti tipici dei film di serie-b. È un profilo ruvido il suo, apparentemente di poche parole, ma se correttamente incalzato e spronato mai avido di parole e di rivelazioni. Fondamentalmente un buono, insomma, un uomo che del giustiziere e della figura repubblicana tosta e intollerante che gli è stata cucita addosso dai media, ha poco e niente; che sul set ama ascoltare i consigli di tutti i suoi (fidati) collaboratori, perché l’idea interessante (o migliore) può venire a chiunque.

Si è guadagnato carta bianca e fiducia nel corso del tempo Eastwood, rinunciando alla comfort-zone dei suoi ruoli più iconici, per sperimentare il mestiere della regia: che inizialmente gli è stato concesso esclusivamente se continuava a restare davanti la macchina da presa, ma che poi è riuscito a conservare a sue condizioni, con pellicole di successo – e non – realizzate a tempo di record e a budget ridottissimo. Nel libro ci svela il suo metodo di lavoro, il suo credo per ottenere il massimo dagli attori e dal set, non tenendo a freno la lingua quando è il turno di fare due chiacchiere su Hollywood (sulle politiche e sul sistema) e su un cinema che già negli anni ’70 prometteva il cambiamento – in negativo – che stiamo vivendo.

Eastwood, però, a quel cambiamento non si è mai piegato. Piuttosto ha preferito ridurre i suoi compensi e continuare a fare il suo cinema di stampo classico, conservando la malinconia di chi non rinnega il presente, ma rimpiange un passato dove le cose erano certamente più facili e più pratiche.
Una filosofia con la quale molto spesso ci si ritrova a patteggiare, ad andare d’accordo, e non per timore di fare infuriare un volto che converrebbe tenere dalla propria parte, ma perché ogni opinione, ogni pensiero sviscerato, è accompagnato da riflessioni lucide, sincere e intelligenti.
Che fanno il paio, in sostanza, con la morale e la poetica di una filmografia strepitosa che – come dimostra l’ultimo “Richard Jewell – non vuole smettere di stupire.

giovedì 16 gennaio 2020

1917 - La Recensione

1917 Mendes
Confessa di non aver trovato più nessun progetto interessante Sam Mendes, da quando ha deciso di dire addio alla saga di James Bond. Che ogni sceneggiatura che gli capitava sotto mano sentiva non essere quella giusta, stimolante abbastanza per tornare in sella, e che, a un certo punto, qualcuno gli ha consigliato che, forse, avrebbe fatto meglio a fare da sé: a scriversela da solo.
E così ha fatto, alla fine. Perché “1917” nasce dalle memorie di suo nonno soldato; da un episodio – incredibile – accaduto realmente durante la Prima Guerra Mondiale; un episodio che, per come è stato ricostruito, ci aiuta a capire anche molto bene quale fosse il tassello che disperatamente il regista stava cercando per convincersi a tornare dietro la macchina da presa.

Voleva mettersi alla prova, a quanto pare Mendes. Andare oltre i propri limiti. E per farlo ha concepito (aiutato in sceneggiatura da Krysty Wilson-Cairns) una storia che prende – o perlomeno sembrerebbe – spunto dal “Dunkirk” di Christopher Nolan, in termini narrativi e di genere, e dal “Revenant: Redivivo” di Alejandro González Iñárritu, per quel che concerne le difficoltà e il livello dell’impresa da portare a casa. Un (finto) piano sequenza (che poi sono due) di oltre centoventi minuti che segue due giovani soldati britannici sfidare il tempo e le insidie di un conflitto ancora in bilico, per fermare l’attacco di un battaglione di 1600 uomini prossimo a cadere in un’imboscata tedesca. Una missione (considerata da molti) suicida; una corsa sfrenata capace di raccontare la guerra attraverso ciò che lascia alle spalle (e quindi aree desertiche, cadaveri, rifugi e trappole preventive), ma pure entrandoci dentro fisicamente, raffigurandola nel vivo: come dimostrano alcune scene – in particolare una in cui ci scappa il morto – oggettivamente impressionanti e ai limiti del documentaristico. Un lavoro tecnicamente impressionante, ineccepibile, nel quale è impossibile non intercettare l’enorme apporto fornito da un direttore della fotografia immenso come Roger Deakins, eppure un lavoro che dimentica – purtroppo – quanto l’esercizio di stile spesso non sia sufficiente quando a mancare è quel senso di empatia, di calore, ottenibile solo tramite lo sfruttamento del cosiddetto lato umano.

1917 FilmC’è un motivo, del resto, se a funzionare meglio e a coinvolgere, in “1917”, sia il suo primo spaccato: quello dove i destini di Schofield e Blake – gli uomini scelti – si tengono per mano, si scontrano, reagendo alla paura e all'orrore circostante con il consolidamento di un’amicizia che fino a quel momento era poco più di un’alleanza. In quel frangente la pellicola si sporca le mani davvero, ci mette il fango, la polvere, il sangue e solo dopo l’elemento estetico e visivo che serve a farle da accompagnamento. Un ordine – corretto – di pensiero che il corso degli eventi sembra non riuscire a conservare, ribaltandolo e modificandolo con una seconda parte che sarebbe ingeneroso descrivere come da videogioco, ma che per certi versi aiuterebbe a rendere chiaro il concetto. I ritmi aumentano, infatti, ma con loro anche una certa dispersione e la mancanza di appigli per un gancio emotivo: con nuovi personaggi che non sempre arrivano ad aiutare il flusso della trama, finendo in sostanza col penalizzarla sensibilmente.

Perché sì, lo sforzo di immergere – persino letteralmente – lo spettatore nel conflitto, facendolo sentire parte integrante dello stesso, va bene e centra l’obiettivo, indiscutibilmente. Ma l’esperienza cinematografica deve poter conservare, comunque, un sapore diverso, superiore alla fedele riproposizione della realtà, tenendo conto di un trasporto che ha bisogno essenziale della visceralità.
Dettaglio che a Mendes, stavolta, forse interessava meno.

Trailer:

mercoledì 15 gennaio 2020

Bloodshot - Trailer Ufficiale Internazionale Italiano

Bloodshot Vin Diesel

Disponibile il trailer ufficiale internazionale italiano di "Bloodshot", il film diretto da Dave Wilson - tratto dal fumetto bestseller - con Vin Diesel, Guy Pearce, Eiza González, Sam Heughan, Toby Kebbell, Talulah Riley, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Siddharth Dhananjay, Lamorne Morris e Alex Hernandez, dal 26 marzo al cinema.

Trailer Ufficiale Internazionale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Un soldato ucciso durante una missione viene riportato in vita dalla RST corporation. Grazie ad un insieme di nanotecnologie, Ray acquisisce una forza incontrollabile e la possibilità di rigenerare i propri tessuti instantaneamente. La compagnia ha però preso possesso non solo del suo corpo, ma anche della sua mente e della sua memoria, e Ray non sa più cosa è vero e cosa no, ma è sua intenzione scoprirlo.

martedì 14 gennaio 2020

Richard Jewell - La Recensione

Richard Jewell EastwoodL’attenzione di Clint Eastwood, negli ultimi anni, è calata profondamente nell'esplorazione di storie vere (americane) dove uomini normali si sono trovati, loro malgrado, a rendersi protagonisti di grandi imprese. Un filone cominciato nel 2016 con “Sully”, proseguito due anni dopo con “Ore 15:17: Attacco Al Treno” e che potrebbe chiudersi – come continuare, chi lo sa? – con l’arrivo di questo “Richard Jewell”.
La composizione di una trilogia ideale, che specie nei due apici, al momento, si è ritrovata casualmente (ma, forse, neanche tanto) a porre l’accento sulle conseguenze terribilmente assurde che hanno visto i cosiddetti eroi, trasformarsi velocemente in potenziali terroristi (o demoni) da smascherare.

Perché raccontando le loro storie, entrandoci dentro, da vicinissimo, Eastwood in realtà racconta anche e inevitabilmente il suo paese: le contraddizioni che lo dominano e quel carattere un po’ impulsivo, quanto brutale, che ne evidenzia i punti deboli e le paure che, solitamente, finge di mettere sotto al tappeto. Un comportamento che – e questo ce lo dice proprio “Richard Jewell” – prescinde dallo shock scaturito dall’attacco alle Torri Gemelle; che fa parte di un’indole ossessionata dalla caccia al nemico, al punto da vederlo ovunque, costantemente, persino dentro casa. Era il 1996, infatti, quando la guardia di sicurezza Richard Jewell intercettò uno zaino sospetto durante le Olimpiadi estive ad Atlanta, avvisò i suoi colleghi del pericolo e limitò i danni di un’esplosione che avrebbe potuto certamente provocare assai più di un morto e 111 feriti. Eppure questo non bastò a scagionarlo, a fare di lui un esempio, il patriota per eccellenza, tutt’altro: portato in cielo dai media, diventò in pochi giorni il primo sospettato dell'attentato. Fu accerchiato dall'FBI, ingannato, interrogato, spiato e costretto, infine, a tutelarsi con un avvocato per non sopperire al circo mediatico e alle pressioni di chi voleva a tutti i costi trovare un colpevole e dimostrare la propria autorevolezza.

Richard Jewell EastwoodIl suo problema, probabilmente, era da attribuire al phisique du role (l'eroe, del resto, ha una sua composizione, ormai).
Ad un background che lo aveva visto essere rifiutato svariate volte da quel ruolo di agente cui ambiva e da episodi leggermente equivoci che ne avevano messo in discussione integrità mentale e attendibilità. Ma tutto, ogni singolo dubbio, era basato su un’unica base: il pregiudizio. Non c’erano prove su Jewell: nemmeno una. Né legata agli eventi di Atlanta, né a precedenti sul lavoro che avrebbero potuto fare di lui un profilo ambiguo. E, forse, sono stati questi presupposti a muovere Eastwood verso di lui, verso la sua parabola, il suo dolore. Quello che, a un certo punto, riesce a uscire quasi fuori dallo schermo e a toccarci in prima persona, quando Kathy Bates, esausta da ciò che è costretta a subire (braccata dalle due maggiori potenze mondiali: gli Stati Uniti e i media), corre a chiudersi nella sua camera per poi scoppiare in lacrime tra le braccia di suo figlio. La finalizzazione di un paradosso che “Richard Jewell” con la severità del codice morale del suo regista – e con una fotografia contraddistinta da luci e ombre – sente il dovere di condannare non senza preoccupazioni: perché, a quanto pare, oggi è più facile prendersela con un innocente che andare in giro a cercare il colpevole.

E per un cowboy come Eastwood; per un uomo (e un ispettore) che ha studiato (e ha imparato) la giustizia, un caso come questo non poteva passare inosservato, né tantomeno restare impunito: visto che come dice lui stesso “quell’uomo era un eroe e la gente deve saperlo”.

Alla stregua di come Eastwood è un grande regista (uno degli ultimi del cinema classico) e chi ancora lo nega è bene che vada a farsi vedere da un bravo medico. E questo, se Clint ce lo permette, ci azzardiamo a dirlo noi.

Trailer:

lunedì 13 gennaio 2020

Morbius - Teaser Trailer Ufficiale Italiano

Morbius Jared Leto

Presentato il teaser trailer ufficiale italiano di "Morbius", il film diretto da Daniel Espinosa con Jared Leto, Adria Arjona, Matt Smith, J.K. Simmons, Jared Harris, Tyrese Gibson, Michael Keaton e Charlie Shotwell, al cinema entro la prossima estate.

Teaser Trailer Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Infetto da una rara e pericolosa malattia del sangue, determinato a salvare chiunque sia destinato a subire la sua stessa sorte, il Dr. Morbius tenta una scommessa disperata. Quello che inizialmente sembra essere un successo si rivela presto un rimedio potenzialmente più pericoloso della malattia stessa.

Jojo Rabbit - La Recensione

Jojo Rabbit WaititiSiamo in Germania, la Seconda Guerra Mondiale è in essere e un bambino di dieci anni sta per raggiungere il suo campo di addestramento nazista per imparare i concetti necessari a diventare soldato ideale tedesco, con la speranza – magari, dice lui – di riuscire a essere promosso, un giorno, a guardia personale di Adolf Hitler. L’uniforme gli calza a pennello, il fanatismo è ben radicato, eppure sulla fiducia in sé stessi c’è ancora da lavorare: cosa di cui si sta occupando il fuhrer in persona, suo migliore amico immaginario, nonché illustre motivatore.

L’umorismo di Taika Waititi dopo aver creato scompiglio in casa Marvel – il suo “Thor: Ragnarok" ha spaccato pubblico e critica – prende spunto dal miglior cinema che ha raccontato l’olocausto e decide di fondersi con quello che sarebbe potuto essere “Moonrise Kingdom: Una Fuga D'Amore” se contestualizzato in tempi peggiori. Certo, la sensibilità e lo spirito che contraddistinguono il regista (e sceneggiatore) sono abbondantemente più grezzi e assai meno sottili di quelli di Wes Anderson, ma non per questo meno efficaci all'interno di una storia che mira a ridicolizzare il razzismo e a mettere in evidenza il bisogno dell’essere umano di fuggire dalla solitudine e far parte a tutti i costi di una comunità. Qualunque essa sia (vedi il documentario sui Terrapiattisti presente su Netflix). Così, con una madre dolcissima e amorevole – ma impegnata segretamente nella resistenza – ed un padre forse in guerra, o forse fuggito il più lontano possibile per salvarsi la pelle, al piccolo Jojo non resta che adeguarsi e cedere al fascino dell’unico gruppo solido e imponente che i suoi occhi riescono a intercettare; un gruppo che impiega un nanosecondo per scrutarlo e mettere a nudo la sua insicurezza – affibbiandogli il soprannome di coniglio – ma al quale tuttavia non può (ancora) permettersi il lusso di voltare le spalle: sebbene il suo cuore abbia cominciato a battere per una ragazzina ebrea, scoperta a vivere nelle pareti di casa sua.

Jojo Rabbit FilmC’è del potenziale, allora, ma ci sono anche degli elementi che sembrano fare di “Jojo Rabbit” una pellicola fuori tempo massimo: e sono tutti quelli che si soffermano a dipingere i nazisti come degli stupidi, ignoranti, incapaci di ragionare con la loro testa e di distinguere la realtà dalla finzione. Un espediente che funziona decisamente meglio sulle prime, quando c’è da impartire il tipo di tono che Waititi – che si ritaglia per sé il ruolo di Hitler – ha intenzione di utilizzare, ma che comincia a farsi un tantino ridondante quando – a carte svelate – va togliere lo spazio a quell'approfondimento umano e commuovente che sarebbe stato perfetto per alzare il livello generale, ma che, purtroppo, resta in superficie. Con un attore azzeccatissimo (e promettente) come Roman Griffin Davis – difficile pensare a una scelta di casting migliore – infatti, ci si poteva concentrare maggiormente sulle complessità e sul significato di crescere velocemente, abbandonare la propria infanzia, o comunque non essere in grado di poterla vivere in condizioni pratiche e tradizionali. Materia universale e di grande attualità – a più livelli – che avrebbe trovato terreno fertile pure nel personaggio affidato alla bravissima Thomasin McKenzie, per la quale, sicuramente, i rimpianti (intesi come opportunità sfruttate) mantengono un costo assolutamente più contenuto.

Perché per quanto possa essere più divertente e più facile ironizzare su Hitler, la sua morale e le sue politiche – e possa far sempre piacere far passare quel messaggio di unione e di allontanamento verso qualunque forma di odio e di rabbia – a volte è importante anche non perdere di vista le risorse che un copione – che, ricordiamolo, è liberamente tratto dal romanzo Il Cielo In Gabbia di Christine Leunens – mette a disposizione per andare a emozionare e – nelle nostre possibilità – provare a fare la differenza, dare una mano.
Va bene la leggerezza, insomma, ma come ogni cosa, senza esagerare.

Trailer:

Oscar 2020 - Le Nomination

Oscar 2020

Sono state ufficializzate, proprio poche ore fa, le nomination agli Oscar 2020.
Qui di seguito la lista completa, divisa per categorie, con tutti i nominati:

Miglior Film
Le Mans '66: La Grande Sfida 
The Irishman 
Jojo Rabbit 
Joker 
Piccole Donne 
Storia Di Un Matrimonio 
1917 
C'Era Una Volta... A Hollywood 
Parasite

Miglior Regia
Martin Scorsese per "The Irishman"
Todd Phillips per "Joker"
Sam Mendes per "1917"
Quentin Tarantino per "C'Era Una Volta... A Hollywood"
Bong Joon-ho per "Parasite"

Miglior Attore Protagonista
Antonio Banderas per "Dolor Y Gloria"
Leonardo DiCaprio per "C'era Una Volta... A Hollywood"
Adam Driver per "Storia Di Un Matrimonio"
Joaquin Phoenix per "Joker"
Jonathan Pryce per "I Due Papi"

Miglior Attrice Protagonista
Cynthia Erivo per "Harriet"
Scarlett Johansson per "Storia Di Un Matrimonio"
Saoirse Ronan per "Piccole Donne"
Charlize Theron per "Bombshell"
Renée Zellweger per "Judy"

Miglior Attore Non Protagonista
Tom Hanks per "Un Amico Straordinario"
Anthony Hopkins per "I Due Papi"
Al Pacino per "The Irishman"
Joe Pesci per "The Irishman"
Brad Pitt per "C'Era Una Volta... A Hollywood"

Miglior Attrice Non Protagonista
Kathy Bates per "Richard Jewell"
Laura Dern per "Storia Di Un Matrimonio"
Scarlett Johansson per "Jojo Rabbit"
Florence Pugh per "Piccole Donne"
Margot Robbie per "Bombshell"

Miglior Sceneggiatura Originale
Cena Con Delitto: Knives Out 
Storia Di Un Matrimonio 
1917 
C'Era Una Volta... A Hollywood 
Parasite

Miglior Sceneggiatura Non Originale
The Irishman 
Jojo Rabbit 
Joker 
Piccole Donne 
I Due Papi

Miglior Film Straniero
Corpus Christi (Polonia)
Honeyland (Macedonia Del Nord)
Les Misérables (Francia)
Dolor Y Gloria (Spagna)
Parasite (Corea Del Sud)

Miglior Film D'Animazione
Dragon Trainer: Il Mondo Nascosto
Dov'è Il Mio Corpo?
Klaus: I Segreti Del Natale
L'Anello Mancante 
Toy Story 4

Miglior Montaggio
Le Mans '66: La Grande Sfida 
The Irishman 
Jojo Rabbit 
Joker 
Parasite

Miglior Scenografia
The Irishman 
Jojo Rabbit 
1917 
C'Era Una Volta... A Hollywood 
Parasite

Miglior Fotografia
The Irishman
Joker 
The Lighthouse 
1917 
C'Era Una Volta... A Hollywood

Migliori Costumi
The Irishman 
Jojo Rabbit 
Joker 
Piccole Donne 
C'Era Una Volta... A Hollywood

Miglior Trucco E Acconciature
Bombshell 
Joker 
Judy 
Maleficent: Signora Del Male
1917

Migliori Effetti Speciali
Avengers: Endgame 
The Irishman 
Il Re Leone 
1917 
Star Wars: L'Ascesa Di Skywalker

Miglior Sonoro
Le Mans '66: La Grande Sfida
Joker
1917 
C'Era Una Volta... A Hollywood
Star Wars: L'Ascesa Di Skywalker

Miglior Montaggio Sonoro
Ad Astra 
Le Mans '66: La Grande Sfida 
Joker 
1917 
C'Era Una Volta... A Hollywood

Miglior Colonna Sonora Originale
Joker 
Piccole Donne 
Storia Di Un Matrimonio 
1917 
Star Wars: L'Ascesa Di Skywalker

Miglior Canzone
"I Can't Let You Throw Yourself Away" da "Toy Story 4"
"(I'm Gonna) Love Me Again" da "Rocketman"
"I'm Standing With You" da "Breakthrough"
"Into The Unknown" da "Frozen 2: Il Segreto Di Arendelle"
"Stand Up" da "Harriet"

Miglior Documentario
American Factory 
The Cave 
The Edge Of Democracy 
For Sama 
Honeyland

Miglior Corto Documentario
In The Absence 
Learning To Skateboard In A War Zone (If You're A Girl) 
Life Overtakes Me 
St. Louis Superman 
Walk Run Cha-cha

Miglior Cortometraggio
Brotherhood 
Nefta Football Club 
The Nighbor's Window 
Saria 
A Sister

Miglior Cortometraggio D'Animazione
Dcera (Daughter) 
Hair Love 
Kitbull 
Memorable 
Sister

Per scoprire i vincitori dovremo aspettare la notte tra il 9 e il 10 Febbraio 2020, data in cui andrà in onda la cerimonia di premiazione.

venerdì 10 gennaio 2020

Hammamet - La Recensione

Hammamet Gianni Amelio
Il primo pensiero non può andare che a “Boris”.
Alla puntata nella quale il delegato di rete Diego Lopez – interpretato da Antonio Catania – comunica a tutti di smontare perché, a breve, su quel set arriverà Pierfrancesco Favino per lavorare alla fiction “Luciano Moggi: Un Eroe Italiano”: “si è rapato tutto qui”, gli dice, indicandosi il centro della testa, “è identico, fa impressione!”.
Una previsione azzeccata parzialmente, se vogliamo, perché esteticamente le cose sono andate davvero così, sebbene il personaggio interpretato dall'attore romano, alla fine, si sia trasformato in una sorta di Moggi dalle dimensioni e dal peso decisamente più mastodontiche.

Dei punti di contatto ci sono, però: l’abuso di potere, la corruzione, l’ostinata convinzione – magari pure reale – di essere passati per capri espiatori di un sistema marcio, mai epurato completamente. O perlomeno queste sono le parole che il Bettino Craxi di un Favino identico e impressionante continua a ripetere a chiunque vada a trovarlo nel suo esilio in Tunisia col tentativo di decifrarlo, vederlo, o convincerlo a tornare sui suoi passi e, quindi, nel suo paese. Ci provano, tentano, nonostante sappiano tutti che quel monolite, quel colosso, non si muoverà di un centimetro; che non ammetterà mai le sue colpe, perché semplicemente – per lui – conseguenze di un sistema politico che non poteva funzionare (bene) altrimenti. Il problema, allora, non è tangentopoli, ma chi l’ha manipolata; chi ha deciso di far fuori lui e il suo partito, mantenendo un occhio di riguardo per l’opposizione. Nessuno è innocente, il magna-magna era ovunque, ed è una consapevolezza che tormenta l’uomo non tanto in termini di giustizia, quanto in quelli di eredità: personale, ma forse prima ancora famigliare. Era arrogante, infatti, Craxi – e lo sapeva – tanto quanto era colpevole – e sapeva pure questo – ma da grande statista – ultimo? penultimo? – era innanzitutto cosciente – magari a grandi linee – delle derive politiche (e sociali) che l’Italia stava per prendere con la sua dipartita (professionale); della gente che non voleva più essere popolo – rinunciando a tutto ciò che quella parola poteva significare – e probabilmente, chissà, anche dei Partiti che stavano mutando lentamente verso l’evoluzione (?) a Movimenti.

Hammamet CraxiOra, lungi da Gianni Amelio l’idea di voler sfruttare lo stato recente delle nostre istituzioni per comporre un ritratto reintegrante, o volto al perdono, di chi oggettivamente è colpevole dei reati per cui è stato condannato e umiliato, perché è palese che non sono queste le sue intenzioni. Diverso potrebbe essere, invece, per l’opportunità di stilare un confronto tra ciò che era e ciò che è oggi il mondo di chi ci governa, entrando nel merito della complessità e della preparazione dei personaggi che lo frequentano e che lo dominano. Del resto non è complicato riuscire a rintracciare nelle parole pronunciate da Favino – e da chi gli ruota attorno – dei riferimenti a questa di Italia; a un paese che non è cambiato (e il film è ambientato negli anni '90) e che, se lo ha fatto, è stato solo in minima parte: e che verrebbe da immaginare, a questo punto, non cambierà mai (se non per restare sempre uguale a sé stesso).
Degli spunti, dei ragionamenti fatti a voce alta, forse, che conservano la loro copiosa energia e il loro influsso persino quando Amelio si disorienta e perde le redini della sua pellicola, mettendo da parte la star che ha sul piedistallo per lasciar spazio a chi fino a quel momento gli aveva fatto da spalla.

Ecco, nel finale il suo “Hammamet” ostenta un pizzico dell’affanno del suo Craxi, commette quel paio di errori nemmeno a volerlo imitare, rialzandosi immediatamente, per fortuna, con una scena onirica, vivace e infelice (certo, Amelio non è Paolo Sorrentino), volta a chiudere quel cerchio avente circonferenza estremamente libera.
Un cerchio all'interno del quale il suo protagonista ci fa quasi pena, a vederlo, ma nel quale, noi, non siamo ancora abbastanza clementi (e mai lo saremo, forse) per entrare e portarlo in salvo.

Trailer:

I Miserabili - Trailer Ufficiale Italiano

I Miserabili 2019

Presentato il trailer ufficiale italiano di "I Miserabili", il film di Ladj Ly - candidato al Premio Oscar per la Francia come Miglior Film Straniero e vincitore del Premio della Giuria all'ultimo Festival di Cannes - con Damien Bonnard, Alexis Manenti, Jeanne Balibar e Djibril Zonga, al cinema dal 12 marzo 2020.

Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Girato esattamente dove Victor Hugo aveva ambientato il suo romanzo, a Montfermeil, nella periferia a un’ora dal cuore di Parigi si consuma un thriller dal ritmo avvincente e adrenalinico. Stéphane, insieme a due colleghi veterani di una squadra anticrimine, si trova a fronteggiare una guerra tra bande, membri di un ordine religioso, ragazzini in rivolta. Un semplice episodio di cronaca diventerà il pretesto per una deflagrante battaglia per il controllo del territorio, in un tutti contro tutti senza pietà.

giovedì 9 gennaio 2020

Birds Of Prey (E La Fantasmagorica Rinascita Di Harley Quinn) - Nuovo Trailer Ufficiale Italiano

Birds Of Prey Margot Robbie

Nuovo trailer ufficiale italiano per "Birds Of Prey (E La Fantasmagorica Rinascita Di Harley Quinn)", il film diretto da Cathy Yan con Margot Robbie, Mary Elizabeth Winstead, Jurnee Smollett-Bell, Rosie Perez, Chris Messina ed Ewan McGregor, dal 6 febbraio al cinema.

Nuovo Trailer Ufficiale Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
Avete mai sentito la storia della poliziotta, dell'uccello canterino, della psicopatica e della principessa mafiosa? "Birds Of Prey (E La Fantasmagorica Rinascita Di Harley Quinn)" è una storia contorta raccontata dalla stessa Harley, come solo lei sa fare. Quando il malvagio narcisista di Gotham, Roman Sionis, e il suo zelante braccio destro, Zsasz, prendono di mira la piccola Cass, la città viene messa sotto sopra per trovarla. Le strade di Harley, Cacciatrice, Black Canary e Renee Montoya si incrociano, e l'improbabile quartetto non ha altra scelta che allearsi per sconfiggere Roman.

Piccole Donne - La Recensione

Piccole Donne Gerwig
La storia è quella.
Ma con delle variazioni.
Chiamiamole licenze poetiche, ecco: perché al suo quinto adattamento cinematografico "Piccole Donne" non avrebbe avuto alcun senso se fosse rimasto troppo uguale a sé stesso, troppo fedele al romanzo. La prima a rendersene conto è stata proprio Greta Gerwig - che è la compagna di Noah Baumbach, non ce lo scordiamo - che, dopo "Lady Bird", registicamente parlando (come anche in termini di scrittura) ha voglia di crescere e, esattamente come le protagoniste che racconta, sembra stia maturando a vista d'occhio.

La sua trasposizione del coming-of-age di Louisa May Alcott, allora, è assai lontana da un’operazione come quella – per fare un esempio – del “Pinocchio” di Matteo Garrone. Nelle mani della Gerwig – che confessa di amare spudoratamente il testo di partenza – la cronologia degli eventi delle quattro sorelle March viene totalmente stravolta, fusa con parte di quello che, più avanti, ne sarebbe diventato il sequel - Piccole Donne Crescono – e modernizzata se non scenograficamente, sicuramente nella gestione delle tematiche. Parte dalla fine, il suo film, dalla Jo di Saoirse Ronan già donna che, in un mondo maschilista e governato da uomini, si finge intermediario per poter vendere più facilmente un suo racconto a un editore (che glie lo stravolgerà per renderlo più commerciale). Da qui, i piani temporali cominciano a intersecarsi, portandoci indietro di sette anni, nei ricordi adolescenziali di lei, e transitando nel suo percorso di formazione – e in quello delle sue sorelle – specchiandolo di tanto in tanto con un presente distinguibile e identificabile – nella maggior parte dei casi – da una fotografia più spenta e più fredda. Un’altalena di eventi, di momenti cruciali della vita delle quattro ragazze, che non sappiamo mai con certezza se essere parte di una realtà oggettiva, oppure frutto della memoria personale, suggestionata dal tempo, di chi li sta rievocando: espediente che permette alla regista (e sceneggiatrice) di prendersi maggiori libertà di manovra, ma soprattutto di infondere quel senso di maturità e di emancipazione voluto, sin dalla radice.

Piccole Donne ChalametPerché in fondo questo “Piccole Donne” è profondamente incentrato sulle emozioni, sulle sensazioni, su quei frame dell’adolescenza che restano nitidi e che da adulti tendiamo a visualizzare di nuovo, a voler rileggere, perché determinanti nell'averci definito, nell'averci portato laddove siamo arrivati. Stralci di vita che possono appartenere a un ballo stravagante, a una litigata tra sorelle, a una parentesi privata con tua madre che, tranquillizzandoti sul tuo temperamento, ti svela quanto lei stessa sia umana e quindi imperfetta come tu ancora non eri riuscita a cogliere. Uno sguardo sensibile, tenero, universale, tipico forse di quel tratto femminile che caratterizza la pellicola, e al quale la Gerwig silenziosamente e sinceramente si aggrappa per confessare lei stessa le fragilità, le incertezze e le nevrosi che l’hanno circoscritta – continuando a farlo, magari – e che probabilmente, ci dice, fanno parte di ogni donna e della donna per antonomasia.

Del resto non è un caso se l’opera della Alcott venga considerata eternamente un classico della letteratura (femminile), come non è un caso che “Piccole Donne”, oggi, venga adattato sapientemente e magistralmente in maniera contemporanea per comunicare dei messaggi – alla società, all'uomo, alle donne stesse – che, per certi versi, e nonostante gli anni, faticano tuttora a lasciarsi comprendere o ad essere recepiti.
Con la speranza che non sia mai troppo tardi.

Trailer: