Resident Evil - La Recensione


L’ultima volta che ho avuto a che fare con Zach Cregger è stato quando sono andato a vedere “Weapons” e sono uscito dal cinema deluso. Anzi no, irritato. Ero irritato perché mi sono sentito preso in giro, spettatore di una storia che sembrava chissà dove volesse andare a parare, per poi rivelarsi la solita montagna che partorisce un topolino. Il tanto fumo e poco arrosto che, personalmente, non sopporto e che mi capita di trovarmi a vedere sempre più spesso. 

Questo per dire che quando ho cominciato a leggere e a sentire opinioni entusiaste sul nuovo “Resident Evil” ho cominciato a incuriosirmi, tanto quanto a preoccuparmi. Temevo si stesse verificando un weapons-bis e, onestamente, non avevo alcuna intenzione di ricascarci e di uscire dal cinema con lo stesso umore. Ma poi, si sa, la curiosità vince sempre e quindi a vedere “Resident Evil” io ci sono andato lo stesso, coi piedi di piombo, col pregiudizio di chi sospettava che non sarebbe stato come in molti avevano (de)scritto. Solo che poi il film comincia e mi rendo conto che l'incipit mi piace, funziona. Così come era successo con “Weapons” apprezzo l’idea, l’esecuzione: con questo corriere di organi un po’ imbecille e cacasotto - la sua compagna è incinta e lui schiva le responsabilità - che si ritrova ad accettare un’ultima consegna – fuori perimetro, quindi pagata il doppio – in un posto sperduto, in cima alle montagne. E mentre con la sua macchina lotta – senza catene – contro le strade ghiacciate e la neve, una donna sbuca all’improvviso, gettandosi sul suo parabrezza e dando inizio all’ (suo) inferno. E' il punto di non ritorno, quello che segna l'atmosfera (giusta), che alza la tensione, e chi se ne frega se non ha nulla da spartire con il videogioco originale. Quello che conta è la presa, la prospettiva di avere a che fare con un protagonista impreparato – all’orrore, al cambiamento, alla vita – e quindi prossimo ad alimentare e a subire jumpscare come se non ci fosse un domani: del resto nel materiale di partenza sono punti di forza, fondamentali per scatenare il brivido. Un terreno fertilissimo, insomma, che Cregger e il suo co-sceneggiatore Shay Hatten sanno come coltivare, come sfruttare. E infatti non sbagliano un colpo, la pellicola si evolve con grande logica e con grande perizia, addirittura compensando il tradimento narrativo con una regia che va a cercare inquadrature in prima persona, che si sofferma sulla necessità degli equipaggiamenti, costruendo micro-missioni che non possono far altro che ricordare i classici livelli da superare per proseguire nel gioco. 

Resident Evil” c’è ma non si vede, allora, deve ancora sbocciare, essere contestualizzato, cosa che succede praticamente intorno a metà film, quando il protagonista a furia di difendersi, scappare e fuggire da un ambiente ostile di cui non conosce natura, viene soccorso da qualcuno che gli spiega per filo e per segno cosa sta accadendo: battezzando, di fatto, il reboot del franchise. Sentiamo nominare per la prima volta la Umbrella Corporation, l’incidente in laboratorio e la situazione sfuggita di mano che si sta diffondendo a vista d’occhio (quanto Covid, in queste parole!). Tutto però resta confinato nel demenziale, nelle corde di un personaggio che non fa altro che subire qualcosa che è assolutamente più grande di lui, del suo carattere e della sua esperienza. Straordinari eventi nei quali riesce a resistere a stento, a difendersi per istinto, mettendocela tutta anche quando il massimo non è abbastanza (una simulazione da consolle, ma con le mani libere, per sintentizzare). Del resto, i tempi cambiano, i virus mutano e può capitare che non basti più uccidere il mostro per porre fine all'infezione. Ora i batteri sono senzienti, rampicanti, si percepiscono e si connettono tra loro dando vita a nuove forme (do you remember “The Substance”?). 

E a proposito di citazioni, qui ce ne sono a bizzeffe, dal film di Coralie Fargeat, all’"Alien" di Ridley Scott, fino al John Carpenter e al Sam Raimi più puri e sfrenati che, forse, sono il riferimento principe a cui Cregger si è ispirato per toni e circostanze. Un lavoro apprezzabile, a tratti (molto) intelligente e divertente, per questo si fa maggior fatica a perdonargli – e a comprendere – la scelta di un finale non esattamente in linea con il resto. Una chiusura dal sapore – almeno per quanto mi riguarda – estremamente semplice, quasi buttata (in caciara), che compromette buona parte di ciò che era stato costruito e sviluppato sin dall’inizio. Déjà-vu che, al netto dei suoi sforzi, pur richiamando alla (mia) mente “Weapons” e le sue scorie, non riesce, stavolta, a farmi irritare a tal punto da ritener compromessa l’intera esperienza (visiva). Per fortuna.

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