Primetime - La Recensione


A volte il destino di un film è appeso a un bivio, quello in cui deve decidere che strada prendere per continuare a raccontare la sua storia. E, molto spesso, questa strada può cambiare tutto, perché può rivelarsi giusta, come sbagliata. "Primetime" questo bivio se lo posiziona da solo più o meno all'inizio, dopo la scena di apertura che ci fa capire subito che tipo di programma sia il "To Catch a Predator" del giornalista e presentatore televisivo Chris Hansen di Robert Pattinson.
Per i meno informati, pensate al format come a una sorta di "Le lene" - quello di Italia 1, non di Tarantino - dove, armati di telecamere e di attori - ad ogni puntata - si lavora per creare imboscate ai pedofili, da cogliere in flagrante proprio nell'istante in cui erano convinti di soddisfare i loro bisogni.

In quel momento il copione vuole che ad apparire in scena sia Chris, con cartellina in mano e l'aria di chi si sente autorizzato ad essere giudice, Signore a cui rendere conto di ogni peccato, pronto a formulare la domanda delle domande: Come pensi verrai punito per ciò che stai facendo? E quando la prima vittima risponde terrorizzato con "pena di morte", lo stacco che ci mostra la sua fuga, fermata tempestivamente dagli agenti spiegati sul posto, non è più la diretta, ma la registrazione che gli spettatori vedranno in tv, durante la classica programmazione settimanale. E a quel punto, il dilemma è servito: Meglio la pena di morte, oppure la gogna mediatica? Sarebbe stato interessante se il documentarista Lance Oppenheim avesse deciso di esplorare questa di tematica, in quello che segna il suo esordio nel cinema di finzione, magari agganciandola all'altra che, nella scena successiva, viene tirata in ballo da un passeggero, fan della trasmissione, seduto accanto a Chris in aereo: il quale tiene particolarmente a congratularsi con lui per il servizio offerto al paese, nel toglier di mezzo i criminali. Peccato che, dalla faccia spiazzata di Pattinson, si capisca perfettamente che a lui non interessa affatto quel fine, per lui contano gli ascolti, il successo. Un obiettivo, in particolare: riuscire a battere la concorrenza della serie televisiva "Lost". Ossessione che verrà paragonata alla balena bianca, Moby Dick, con lui (la sua superbia) a fare - integralmente - le veci di Achab.

II bivio, allora, che "Primetime" si trova a dover prendere è se inseguire il carattere e il privato di un personaggio sporco, ambiguo e negativo, tanto quanto le prede che ama cacciare, oppure infilarsi in un discorso più ampio, antropologico e filosofico, che vada quindi a esplorare gli istinti umani, la dipendenza verso un successo verso cui tutti siamo – chi può, chi meno - ormai dipendenti e verso una sete di sangue e distruzione (dell'altro) che, inevitabilmente, attira, catalizza la nostra attenzione. Oppenheim, per deformazione professionale, forse, o per sua semplice curiosità, preferisce seguire la via numero uno, stare addosso all'uomo, al personaggio: che per quanto sfaccettato e non povero di materiale, resta comunque la via più battuta, prevedibile. Entrare nel privato di Chris e scoprire che non è poi cosi diverso dai mostri che insegue, che la violenza e la scorrettezza con cui brama e ambisce alla notorietà presto gli si ritorcerà contro, rovinandogli la vita, è un traguardo atteso, intuibile anche da chi non conosce la storia - vera - che sta guardando. Meno scontata, forse, è tutta la parte relativa alla trasmissione, al canale che non approva e non ama ciò che trasmette, ma visto e considerato che il pubblico non è della sua stessa opinione, decide di concedere fascia principale e carta bianca ai produttori. Un'onnipotenza che li incoraggia a ignorare freni, regole, convinti ormai di poter riscrivere il concetto di limite, scavalcandolo, gettandosi oltre. Che è un po' il motivo per il quale, non solo negli Stati Uniti, i contenuti (per non parlare dell'etica) delle televisioni, in generale, sono peggiorati a dismisura, influendo su una società e sulle sue scelte che, piaccia o non piaccia, hanno finito per ripercuotersi su come - e dove - va il mondo.

E pure in questo senso, si poteva scendere maggiormente in profondità, stare più attaccati al dibattito dello share preferito al buon gusto, alla deontologia. Per questo, al netto degli spunti, sembra più un'occasione persa quella di Oppenheim che, con le risorse che aveva tra le mani e la libertà creativa che nei documentari raramente si ha a disposizione, avrebbe potuto tirare fuori qualcosa di più imponente, distintivo. Il suo "Primetime", invece, rischia poco e somiglia più a un tentativo, a un esperimento, a un'approccio conoscitivo verso una materia dall'infinito potenziale, per ora non sfruttato a pieno.

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