Uscito dalla proiezione di "È Andata Così" ero un tantino frastornato. C'erano alcune cose che mi ronzavano in testa e, molte, erano legate a una storia che non riuscivo a trovare termine migliore per descrivere se non sconclusionata. Che poi non è neanche vero, nel senso che la nuova pellicola di Gianni Zanasi, una conclusione ce l'ha e non è nemmeno così vaga o sbagliata, anzi. Direi molto coerente con la storia e coi personaggi che racconta.
Perché l'assunto di base è quello di una donna - la Cecilia di Valentina Lodovini - che si ritrova gli uomini più importanti della sua vita - l'impresario (alle corde) Tony di Michele Riondino, il manager fallito, ora rider, di Leonardo Lidi e Christophe, il regista teatrale disoccupato e mitomane di Valerio Mastandrea - dentro casa, dopo che la figlia - maggiore - ha tentato il suicidio per amore e lei ha reagito alla notizia, murandosi nel suo casale ed entrando in una sorta di depressione. Devono pensarci questi tre maschi, uno più inaffidabile dell'altro, allora, a forzare la mano e ad elaborare un piano di (re)azione che possa aiutare a rimettere in piedi sia lei che la figlia, ora sotto osservazione anche di due assistenti sociali pronti a portarla via se l'ambiente famigliare in cui vive non si dimostra sano e all'altezza. L'idea è quella di sfruttare un bando del comune - quello della Tuscia - per mettere su uno spettacolo di teatro sperimentale basato su un'opera di Ibsen, affidando a Christoph - e a ciò che resta della sua fama - la regia e assegnando i ruoli ad ogni componente di questa famiglia, ormai allargatissima, a cui si aggiungeranno ulteriori elementi squilibrati e scapestrati.
Il fallimento è assicurato, insomma. Così come le tante risate all'interno di un film che viaggia perennemente sopra le righe e dove la sceneggiatura - lo ha affermato Zanasi in primis, come tutto il cast - è un'ipotesi, una sorta di linea tratteggiata. L'impressione è che si siano divertiti assai più gli interpreti a girarlo, che noi spettatori a guardarlo - che, comunque, in quanto a risate, non ci possiamo lamentare - il film, considerando le continue aperture verso un'improvvisazione e una libertà creativa che non sempre si aggancia benissimo alle fasi (e alle evoluzioni) del racconto. A Zanasi sembrano interessare più certi dettagli, dei punti chiave, perché poi saranno loro a dare senso (a dare carattere) al quadro completo: che è quello di una famiglia disfunzionale caduta in pezzi - e in disgrazia economica - che deve cercare di ricostruirsi, perché, in qualche modo, è come se stare uniti, per loro, fosse l'unico modo per funzionare e (ri)trovare serenità. E questa cura, questa terapia necessaria per guarire dagli spettri - che è poi è il titolo dello spettacolo - della morte, dell'oblio e del fallimento arriva proprio dal teatro, dalla recitazione che presto si farà strumento e voce per esorcizzare i turbamenti e tirare fuori ciò che era rimasto chiuso dentro.
Un concept che, forse, funziona più nella teoria che nella pratica, sebbene Zanasi possa contare su un cast talmente in forma e talmente rodato da far sì che la sua pellicola resti in piedi, evitando di cadere nonostante le sbandate. Bisogna dargli atto, poi, che il suo modo di lavorare ai film è molto singolare, molto visivo, come ha provato anche a spiegare, e questo lo rende comunque un autore interessante e originale - e lontano dai cliché - a cui si fatica a non prestare attenzione e curiosità (specialmente in un panorama dove di solito si rischia poco o nulla). E se il risultato non dovesse apparire perfetto (come lo è stato in passato), pazienza. Vorrà dire che stavolta è andata così.
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