Una Storia - La Recensione


L'esordio alla regia di Anna Foglietta è una storia - letteralmente - (al) femminile, un punto di vista inedito e interessante nei confronti di una vita che ricomincia - o che deve ricominciare - non appena una madre (e una moglie) vede la propria figlia lasciare il nido di casa e cominciare il suo percorso da giovane adulta. A quel punto è come se una colonna portante del suo mondo crollasse, se la missione - per usare un termine non preso a caso - che aveva sulle spalle si fosse conclusa e davanti le si stagliasse un vuoto, un dirupo, dettato da un catalogo di possibilità al quale non riesce a rispondere, o a reagire.

Le famose vertigini di Kierkegaard applicate a un matrimonio che, inevitabilmente, inizia a vacillare, a zoppicare. Perché se da un lato c'è il Mauro di Guido Caprino che della sua vita - che è semplice, esattamente come lui - è felice e contento, dall'altro c'è la Erika di Alba Rohrwacher che, invece, sente di aver bisogno di qualcosa di più, di un suo spazio. Uno spazio per imparare a (ri)conoscersi, a scoprirsi di nuovo, in un momento in cui, forse, l'unica certezza che sente è di non essere più la donna - la ragazza - che era un tempo. E Mauro questo, magari, lo capisce - e non vuole affrontarlo - o, magari, non riesce a leggerlo, a comprenderlo, influenzato da un carattere e da un maschile - evidenziato in un paio di scene - che potrebbe aver ereditato da un padre che odia (sentimento che l'anziano sembra ricambiare) e con il quale ha un dialogo, ormai, ridotto ai minimi termini. Ciò innesca una frattura, quindi, un divario all'interno della coppia, manifestato da una quotidianità che non sembra più abbastanza e da silenzi e distacchi che lasciano ipotizzare la fine di un amore (vero), assalito da sensi di colpa autodistruttivi e da domande cruciali.

Rischia molto Foglietta con "Una Storia", perché è subito evidente che non intenda scendere a nessun tipo di compromesso, che sia di carattere narrativo, oppure registico. Ciò dimostra consapevolezza, da parte sua, chiarezza di idee e grande voglia di trasmettere un pensiero, una prospettiva. Del resto, la sensazione è che dietro la storia di Erika e Mauro ci siano le storie di tante persone, di uomini e di donne che per il timore di sentirsi sbagliati, o per inibizioni ricevute, magari promosse dalla società, facciano fatica a parlarsi, a comunicare (a cambiare), preferendo tenere il male dentro, piuttosto che condividerlo e affrontarlo con l'altro, o con l'altra. Un male che, spesso, non ha un nome preciso, non ha (facile) soluzione, ma che rappresenta un peso che se portato soli è insostenibile, ma se portato insieme può alleggerirsi, ridursi e, a volte, chi lo sa, persino evaporare. Che poi è quello che, più o meno, accade nell'ultima, bellissima e commovente, scena di "Una Storia", con Erika e Mauro a cena, seduti come due estranei, senza più nulla da perdere, pronti finalmente a confessarsi, liberi e senza filtri, le loro paure, inquietudini e vulnerabilità.

Ed è in quel momento, con quell'inquadratura che fonde i primi piani di entrambi, che la pellicola di Foglietta raggiunge il suo fuoco. Dove il tema di cui si è fatta carico si fa chiaro, non lasciando più il minimo dubbio. Convincendo e conquistando lo spettatore, al netto di qualche imperfezione dettata forse dalla tanta voglia e dall'enorme desiderio di raccontare una storia così. In maniera spontanea, sincera e intensa come se ne vedono raramente.

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