In "Inglourious Basterds", il tenente Aldo Raine e la sua squadra, per far si che i nazisti non si confondessero con le vittime e con chi aveva fatto parte della resistenza, andavano a stanarli con l'intento di ucciderli, o di lasciare sulla loro fronte una svastica che sarebbe rimasta lì come una cicatrice indelebile a identificarli.
Un particolare a cui non ho potuto fare a meno di pensare, mentre guardavo "Woman Unknown" e vedevo questi civili danesi che - a Guerra finita - per vendicarsi delle donne (con gli uomini era diverso) che avevano collaborato, o semplicemente si erano rese "troppo" disponibili coi tedeschi occupanti, si "accontentavano" di umiliarle in pubblica piazza, tagliandole i capelli cortissimi, strappando le loro vesti e dipingendo una svastica rossa sul loro petto.
Pratica barbara, certo. Violenta, senza dubbio. Ma molto meno terrificante, di sicuro, rispetto a un coltello affilato che ti scava la fronte.
Questo giusto per dire, e per rimarcare, quanto Marie, la protagonista del film co-scritto - insieme a Maren Louise Käehne - e diretto da May el-Toukhy, possa apparire a suo modo spregevole e crudele, a prescindere dalle ragioni che ha e che, al netto delle colpe e degli sbagli, sceglie di proteggere ad ogni costo. Lei coi nazisti è stata legata, con un soldato, in particolare, dal quale ha quasi avuto un figlio, poi perso durante il parto. Ora sta cercando di voltare pagina, di fuggire dal suo passato, ricominciando come cameriera per il proprietario (e padre vedovo) di una fabbrica di guanti che, nel frattempo, si è pure innamorato di lei, al punto di volerla sposare. Ma mentre questo salto di classe sociale sta per compiersi, la minaccia che lei temeva torna a bussare alla porta - letteralmente - della sua nuova casa, mettendole a rischio la copertura (e la vita) e spingendola a prendere decisioni sempre più drastiche e pericolose. Gioca col fuoco, Marie, convinta di non dover pagare quel prezzo che, secondo alcuni gli spetta, semplicemente perché ognuno, durante il conflitto, ha approfittato per guadagnare qualcosa dalla presenza del nemico. Persino il suo futuro marito, in quanto imprenditore, non ha impedito ai tedeschi di acquistare merce dal suo negozio.
E, allora, quella di Marie diventa più una ribellione, a una lotta di principio che, se cominciamo a vederla sotto l'aspetto etico e analitico, magari non è neppure cosi sbagliata ed egoistica come appare all'inizio, se non fosse che per tenere quel punto, finisce col provocare tragedie gravissime altrove, e per giunta a donne (e madri) innocenti. Ovviamente, nulla di ciò che produce è preventivato, o voluto, anzi. Se vogliamo la vera colpa di quanto accade in "Woman Unknown" è da attribuire a un paese intero, un paese che per rispondere alla ferita nazista, in qualche modo decide di prenderne il posto, di condannare con l'accetta e con estrema superficialità, poiché basta un sospetto (non verificato), o una segnalazione (vera o falsa che sia) per portare la croce in eterno. E questo a Marie non va giù, ma trovandosi in un contesto dove la donna può puntare al massimo al ruolo di tata o di cameriera, deve sbrigarsela come può, aumentando le cicatrici - non solo metaforiche - di un dolore che sembra crescere, ad ogni ipotetico trattamento di cura.
E il ruolo della donna, inteso qui anche come corpo - di madre, ma pure di cui approfittarsi, o col quale negoziare, o da punire - si fa importantissimo in termini di chiave di lettura (moderna). In un mondo dove il patriarcato domina(va) (ancora), e dove lei non sembra riuscire a svestire i panni di vittima perfetta a cui far pagare i crimini e le mancanze commesse da una nazione.
Un manifesto su cui la gelida e formalissima pellicola di May el-Toukhy (ci) invita chiaramente a riflettere, provando metterci nei panni di chi il peso di quel giudizio lo conosce e sa cosa significa portarlo addosso.
Trailer:

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