Minotaur - La Recensione


Pensare a Woody Allen - al suo cinema - era l'ultima cosa che mi sarei aspettato di fare, mentre guardavo "Minotaur". Eppure, sarà per alcune soluzioni di trama, o per via di questo amministratore delegato protagonista che mi ha ricordato molto Melvil Poupaud in "Un Colpo Di Fortuna", che ad un certo punto ho creduto di assistere ad una specie di "Match Point" in salsa russa e, quindi, spietato e cinico, senza qualsivoglia ombra di ironia.

Del resto, non c'è nulla da ridere oggi in casa Russia e nel caso qualcuno si fosse appena svegliato dopo una lunga ibernazione, c'è Andrey Zvyagintsev pronto a fargli un preciso riassunto, a spiegargli per filo e per segno il dramma che sta vivendo la sua gente da quando la guerra con l'Ucraina - o l'operazione militare speciale, come è stata ufficialmente denominata - si è rivelata assai più lunga e complicata del previsto. E per rimediare all'inconveniente e non rischiare una debacle, il paese sta chiedendo uno sforzo - un altro - alla popolazione. Uno sforzo non trattabile, diciamo, che ha spinto in fuga verso le nazioni al confine tutti quei russi che non hanno la minima intenzione di pagare con la loro vita un conflitto che, magari, non vogliono e che non gli appartiene. Ecco perché l'azienda di Gleb - l'amministratore delegato di cui sopra - sta perdendo i pezzi, adesso, perché il suo personale è sparito ed è disposto a lavorare solamente da remoto. Lui è preoccupato, ma ancora convinto di poter gestire la situazione, finché il comune non lo convoca presentandogli una richiesta ufficiale, arrivata dall'alto, che lo obbliga a scegliere 14 dipendenti da mandare al fronte. O li sceglie lui, salvando gli indispensabili, oppure qualcuno verrà a pescarli a caso. E se ciò non bastasse, a metterlo in ginocchio ci si mette pure sua moglie: che stanca di fare la vita da ricca annoiata, ha cominciato a tradirlo con un giovane (e spiantato) fotografo che Gleb fa rintracciare di nascosto, tramite un suo dipendente della sicurezza.

Una vita perfetta che comincia a scricchiolare, insomma, a cadere in pezzi.
E il fattore scatenante deriva proprio da scelte politiche e da un potere che ora si è messo in testa di  condannare a morte i suoi figli, i suoi cittadini, costringendo gli altri - i più fortunati - a comportarsi da esecutori e da bracci destri. A quel punto nessuno è più innocente e, come accenna il titolo, è un attimo che le molle saltino e si perda il senno, trasformando l'essere umano in bestia e, di conseguenza, in un essere mitologico. Quel minotauro che all'improvviso Gleb sente esplodere dentro di sé, travolto da un contesto dove umanità e buon senso smettono di avere ruolo, di avere spazio. Dove la violenza è l'unica risposta, e se non dovesse bastare, allora bisogna rilanciare, aumentarne l'intensità. Sono queste regole a rimescolare le carte, a permettere a "Minotaur" di strizzare l'occhio al cinema di Allen più freddo e più amaro, dove chi vince paga la vittoria a caro prezzo, sentendo addosso tutto il dolore della natura (la sua) che ha tradito. 

Come affresco è piuttosto impressionante e difficile da digerire, quello realizzato da Zvyagintsev. Eppure, somiglia al negativo perfetto - restando in tema di fotografia - se l'obiettivo è rispondere e opporsi a una propaganda e a una disonestà dilaganti, evidentemente sofferte e non condivise. Lo stesso che trova il culmine nella scena di chiusura - magistrale - dove una ripresa delle nuvole dall'alto, a bordo di un aereo, diventa all'improvviso speculare a un'istantanea scattata su un territorio appena bombardato. Un'immagine che mette i brividi, che non lascia scampo, che ci ricorda la forza e l'importanza di un mezzo incredibile come il cinema. 

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