Elsinore - La Recensione


La storia è quella vera di Ian Charleson che nel 1989 venne scelto al posto di Daniel Day Lewis - uscito di scena dopo aver avuto un blocco in piena pièce - per interpretare l'Amleto di Shakespeare al National Theatre di Londra. Il sogno di una vita, il ruolo che ogni attore spera di interpretare almeno una volta prima di morire, peccato che a Ian questa cosa sembra essergli capitata proprio alla lettera. Perché i medici gli hanno appena diagnosticato l'AIDS e, quindi, dovrebbe sottoporsi alle cure di routine (chemio e radioterapia), evitando qualunque tipo di stress non richiesto. Lui però non vuole saperne e, contro ogni parere medico e amichevole consiglio, si immola per onorare al massimo la complessità di un ruolo, considerato in pratica l'Everest per chiunque faccia il suo mestiere.

Le basi sono fin troppo chiare, allora, siamo di fronte al classico dramma strappalacrime che difficilmente potrà approdare in luoghi diversi da quelli che conosciamo. E, infatti, non lo fa. Quello che fa però è regalarci l'interpretazione più intensa ed emozionante - della carriera? - di Andrew Scott che letteralmente si carica il film sulle spalle, reggendolo da solo e ad altissimi livelli. Una strategia premeditata, nel senso che "Elsinore" è strutturato - o perlomeno sembra esserlo - così dalle sue fondamenta, dalla stesura del progetto primordiale, non potendo contare su nessun effetto sorpresa in una trama che sostanzialmente ruota intorno al "ce la farà il nostro eroe a realizzare il suo sogno nel cassetto, prima che sia troppo tardi?". Intorno poi la sceneggiatura scritta da Stephen Beresford e diretta da Simon Stone cuce piccole sottotrame, se vogliamo, naturali, coerenti, come potrebbe essere quella del coming out di Ian che rappresenterebbe una svolta per la comunità gay, perché andrebbe a scuotere e a sensibilizzare l'opinione pubblica, sebbene lui preferisca continuare a nascondersi e a mentire, per non influenzare chi dovrà giudicare la sua performance sul palco (non sia mai qualche critico dovesse scrivere roba del tipo: "Niente male per un condannato a morte!". 

Eppure, l'intuizione migliore arriva proprio da questo contrasto, da quando "Elsinore" mette in piedi un parallelismo calzante ed efficace tra la lotta che Ian sta facendo nel suo privato e quella che come Amleto deve fare, a sua volta, nella finzione: con sotterfugi, pregiudizi e ostacoli che appaiono simili e speculari. E sono, forse, questi i momenti più potenti, più memorabili della pellicola, quelli dove teatro e vita si intrecciano e il capolavoro di Shakespeare sale in cattedra in tutta la sua grandezza, immortalità. Con Ian che attraverso l'arco narrativo e le vesti del personaggio da l'impressione di riuscire a trovare forze insperate, di potersi prendere pause dal dolore, per poi rientrarci immediatamente non appena lasciato il palco e rientrato nel backstage. Guizzi di luce che fanno bene e danno colore a una storia fondamentale dritta, rigidissima nel suo piano di navigazione e che rischia spesso di pagare dazio in retorica e prevedibilità.

Ostacoli che sfiora più volte e che è abile a evitare per il rotto della cuffia, spingendo forte il pedale sulla sofferenza e la commozione, ma mai in maniera ricattatoria, o fastidiosamente eccessiva. In questo modo Stone conserva solidità e spirito, permettendo che l'impresa (sovr)umana (e la storia) - perché di questo parliamo - di Ian arrivi al pubblico forte e chiaro, insieme a tutto il contorno e le sue proficue conseguenze.

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