In Un Battito - La Recensione


Comincia nell'esatto istante in cui si è interrotta la carriera calcistica di Edoardo Bove, "In Un Battito". Con le immagini di quel Fiorentina-Inter del 1 Dicembre 2024, quando al 17° minuto, all'improvviso, lo vediamo accasciarsi a terra, circondato da avversari e compagni scioccati e in lacrime, alla disperata ricerca di aiuto. Un momento di terrore che, fortunatamente, non si trasforma in tragedia, perché Edoardo viene rianimato e poi portato in ospedale per dei controlli.

Da li però, per lui, comincia un'altra partita, quella con sé stesso, quella da giocare con - o contro - le fatalità della vita e il suo cuore che, a quanto pare, ha qualcosa che non va e non gli può assicurare un tempestivo ritorno in campo. Si sperava - tutti - fosse solo un brutto spavento, ma i medici invece gli dicono che la cosa è seria e che non può essere sottovalutata. Ed è qui che dentro Edoardo qualcosa si spezza, si rompe, facendo entrare dentro di lui la paura che ormai niente sarà più come prima, che la sua identità è svanita. Come se l'immagine del calciatore (di successo) che era fosse tutto ciò che avesse, che rappresentasse. Per un ragazzo di ventidue anni in piena ascesa (calcistica) è un trauma indescrivibile, forse troppo grande - enorme - da metabolizzare, da assorbire. Non c'è la maturità - giustamente - e né tantomeno la voglia di accontentarsi, di mettersi all'angolo, perché a quell'età hai appena cominciato a mangiarti il mondo, a prenderti quello che ti spetta. E allora lo vediamo nelle mani di una mental coach - e terapeuta - che cerca di ricostruirlo, di abbattere credenze a cui non è più sicuro di potersi aggrappare, costruendo insieme a lui ipotesi di un approccio diverso, di una vita diversa, dove il calcio non è detto che debba sparire, ma deve smetterla di rappresentare il centro, accontentandosi di (piccola?) una parte.

Edoardo deve esistere, Edoardo è, a prescindere dal pallone.
Un concetto semplice ed elementare per noi comuni mortali (e spettatori), meno per il diretto interessato che ha appena rischiato la vita e visto il suo futuro crollare in pezzi. Un futuro che, tuttavia, c'è ancora, che è nelle sue mani, interamente da scrivere e conquistare. Ma è una conquista complicata, piena di alti e bassi, di curve e di dispetti, quelli di esami medici e prove fisiche che sembrano dare risultati positivi e incoraggianti, salvo poi mancare puntualmente l'appuntamento col rigore decisivo. Perché "In Un Battito" punta l'occhio proprio sul calvario, sulla speranza di un uomo - di un ragazzo - che nonostante le avversità a quel sogno coltivato sin da bambino non vuole rinunciare, nemmeno dopo aver rischiato di perdere tutto. E Giovanni Troilo, regista del documentario, ci mostra da vicinissimo quello che i giornali e le televisioni non sono riuscite a raccontare, a descrivere, a volte servendosi di parentesi oniriche, assai interessanti (e cinematografiche), inaspettate ed evocative.

L'Edoardo privato, l'Edoardo fragile e sconvolto da un destino che gli sta voltando le spalle, prendendosi gioco di lui, ogni volta che da una brutta caduta trova la forza di rialzarsi e ricominciare a lottare. Chissà in quanti al suo posto avrebbero mollato, quanti si sarebbero arresi e avrebbero accettato il premio assicurativo di circa sette milioni di euro, smettendo per sempre col calcio e mettendosi l'anima in pace. E chissà quanti di loro avrebbero trovato la forza di dire di no, rinunciando a quei soldi e scommettendo interamente sull'incertezza, sul fuoco della passione, su un battito - appunto - del cuore. Sono immagini che fanno venire i brividi, lacrime che generano lacrime - per quanto mi riguarda, non riuscivo a smettere di asciugarmi gli occhi - e non solo a noi sconosciuti che stiamo a guardare, ma soprattutto ai genitori, agli amici, agli agenti che vivono da vicino e più intensamente le decisioni cruciali di un ragazzo che sta cercando di ricomporre la sua esistenza, di capire più velocemente - e in anticipo, rispetto ai suoi coetanei - chi è per davvero e dove vuole andare.

Persino il padre - colui che lo aveva inoltrato alla passione per il calcio - ad un certo punto non è più sicuro se l'ossessione del figlio di riprendersi ciò che gli è stato tolto, sia lì per compiacere lui, o se per scelta personale. E lo confessa singhiozzando, a fatica, mentre riguarda i video con i gol di Edo da bambino e adolescente, oscillando tra il terrore di chi non sa come affrontare la situazione e la speranza di rivedere sorridere il figlio. Ma per quanto drammatica e triste - e ingiusta - quella di Edoardo Bove è comunque una bella storia. Lo è per come le persone intorno a lui lo hanno sempre sostenuto e incoraggiato, per come lui ha saputo cadere, soffrire e ripartire - resistendo a colpi durissimi, anche bassi - e per come ciò lo ha ripagato, rimettendolo su quel prato verde a fare ciò che è una (piccola?) parte, ma importantissima, di lui e per lui. Ed è una liberazione, dopo aver pianto lacrime su lacrime rivederlo con una maglia da calcio addosso, mentre corre, si batte e calcia in porta il pallone, andando a esultare con la sua nuova curva. Che porta gli stessi colori - sarà il destino? -  della Roma, la squadra del cuore - e ci risiamo - che lo ha cresciuto e coccolato, non smettendo mai di credere e di tifare per lui. 
Daje Edo, bentornato.

Trailer:

Commenti