L'approccio col quale mi sono avvicinato a "La Città Dei Vivi" è stato il più imparziale possibile. E ciò nonostante, nelle ultime settimane, di voci sul film di Edoardo Gabbriellini ne avessi sentite fin troppe: tra chi lo elogiava ed era rimasto piacevolmente colpito dal modo in cui aveva deciso di affrontare la vicenda - di cronaca nera - di Luca Varani, e chi invece aveva storto un po' il naso, criticando molto le sue scelte.
Certo è, che il gesto (fortissimo) dei Fratelli D'Innocenzo - autori della sceneggiatura - di far rimuovere il loro nome dal progetto, non appena visionato il montato finale, aveva contribuito a generare non poco rumore. Rappresentando un'ombra che, per quanto la si cerchi di spingere sotto il tappeto, resta talmente ingombrante da venire a galla lo stesso.
Più che altro perché la certezza è che, in origine, il racconto sarebbe dovuto essere (molto?) diverso. E guardando ciò che è diventato, forse, è possibile intuire anche dov'è che Gabbriellini e i D'Innocenzo abbiano iniziato a scontrarsi e ad avere vedute discordanti. II problema più grande, a mio avviso, da spettatore che approccia alla vicenda senza conoscerla approfonditamente, è proprio il personaggio di Luca: un giovane adulto a suo modo semplice, alla ricerca di un posto nel mondo (ha lasciato la scuola senza prendere il diploma e ora cerca lavoro), sostenuto e supportato affettivamente sia dalla sua famiglia che da Gaia, la ragazza con cui addirittura sta progettando di andare a vivere insieme. Questo per dire che Luca è indisciplinato sì, a volte fumantino, ma non è uno stupido, non è ingenuo. E la posizione inedita dalla quale Gabbriellini lo inquadra e che rivendica come utile - forse anche per scacciare via le polemiche - ad asciugare l'esposizione dal crime, dalla morbosità e dall'atmosfera di una Roma corrotta e maledetta (analizzata fin troppo, sia nel libro di Nicola Lagioia, da cui il film è tratto, sia da vari podcast e approfondimenti), focalizzando l'interesse su chi fosse Luca prima dell'incidente, regge fino a quando non lo vediamo inciampare in quel giro losco dentro il quale però, uno come lui, non può semplicemente inciampare, perché dotato di sufficiente intelligenza per capire, in anticipo, in che guaio si sta cacciando.
Ed è a questo bivio, per quanto mi riguarda, che "La Città Dei Vivi" comincia a scricchiolare, a perdere intensità e coinvolgimento. Perché ci sta cambiare punto di vista, per carità, a volte può rivelarsi un'intuizione decisiva, ma la coerenza del personaggio non deve mai venire a mancare, né tantomeno disorientare lo spettatore. E, a volte, questo significa non poter eliminare a priori certe dinamiche della (e dalla) storia, certi snodi cruciali, certe informazioni che, ai fini della comprensione, e di un filare liscio generale, diventano imprescindibili. I motivi per cui Luca si lascia sedurre dai demoni che poi gli presenteranno il conto - e lo capiamo subito che sarà cosi - sembrano dati per scontati, o non delineati con tratto abbastanza lucido. C'è la tematica della povertà, dei soldi facili (la crisi sociale), ma non c'è nulla che spieghi come mai Luca si senta libero di bussare alla porta dei suoi (futuri) aguzzini - conosciuti da pochissimo, peraltro - chiedendo soldi a piacimento come se quello fosse un bancomat a sua completa disposizione. Chi glie l'ha detto che può farlo? Come viene motivata tale libertà? Qual è la moneta di scambio? Perché fino a quel momento, da parte sua, c'è stato pochissimo investimento nei loro confronti.
E allora, magari, quella divergenza artistica, legata alla sceneggiatura, potrebbe venirci incontro, farci fare uno più uno in merito a un film che, forse, supponiamo, era stato concepito con intenti diversi, trasformandosi in corso d'opera e mutando forma. Un film che, tuttavia, ha la fortuna di avere un cast di livello altissimo, capace di strappare lo stesso attimi di grande impatto (vedi la scena in cui i genitori di Luca vengono a sapere cosa è successo, o come reagisce Valerio Mastandrea all'obitorio) che lo aiutano a (re)stare in piedi, a prescindere dalle ambiguità e da un passo indeciso e altalenante.
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