L'Estranea - La Recensione


L'anno scorso, al Festival di Venezia (fuori concorso), con "La Valle Dei Sorrisi", Paolo Strippoli aveva attirato (molti) occhi su di sé. L'aveva fatto con un horror capace di sorprendere - critica e pubblico - per ottima scrittura e pregevole esecuzione, lanciandosi - meritatamente - come uno dei talenti nostrani più interessanti a cui prestare attenzione. Dodici mesi dopo - esatti - tornato al Festival di Venezia, Strippoli rilancia, e lo fa partecipando - in concorso - con "L'Estranea", un film che, forse, non sarà cosi libero e sorprendente come lo era stato il precedente, ma che comunque punta ad aumentare le (sue) ambizioni, ponendolo di fronte alla grande sfida di affermarsi come (nuovo) autore e regista di genere italiano.

Stavolta ci troviamo all'interno di un thriller che oscilla - a seconda di come lo vogliate vedere, o leggere - tra lo psicologico e il sovrannaturale (o entrambi), con una madre - la Anna di Jasmine Trinca - che viaggia da Bari a Roma per raccontare alla figlia - la Alice di Romana Maggiora Vergano - la vera storia della loro famiglia che, a quanto pare, è assai diversa da quella che la ragazza ha imparato a conoscere. Ad accoglierla, nella capitale, un diluvio universale che non accenna a diminuire, teatro ideale - o spettro premonitore - di ciò che prestissimo andremo ad udire. Perché non appena torniamo indietro nel tempo, alla fine degli anni '90, il colore tetro del presente si trasforma in una luce calda, accecante. E' la luminosità del successo, il chiarore dei vincenti, di chi ce l'ha fatta e può guardare il mondo dall'alto in basso, visto e considerato che - come afferma Anna - la famiglia Colonna, all'epoca, rappresentava quello che gli altri volevano diventare. Questo finché un incidente imprevisto, capitato proprio ad Alice, durante una delle loro feste in pompa magna, non ha richiesto di scendere a compromessi con qualcuno e compiere dei sacrifici, scelte cruciali che una madre come Anna, per continuare a proteggere e a preservare il bene(ssere) della sua famiglia, non se l'è sentita di rifiutare.

All'improvviso siamo, quindi, nella terra del diavolo, dei patti faustiani, quelli in cui si vende l'anima, oppure qualcos'altro, pur di non perdere (o per guadagnare) ciò a cui si tiene di più nel profondo. E Strippoli, che in questi territori è abituato a muoversi e ad indagare, conosce a menadito ognuna delle regole del gioco, riuscendo a trascinarci facilmente nella spirale infernale dei Colonna, a prescindere dalle nostre volontà, o propensioni. Ciò che "L'Estranea" mette in scena, infatti, è una storia stratificata e dai molteplici livelli di lettura, il cui apporto sovrannaturale, innescato dall'entrata in scena del personaggio - splendido, ironico e agghiacciante - di Valeria Bruni Tedeschi, rappresenta solo una chiave del racconto, il quale, sottende - o cela - legami con un'umanità terrena che (ci) riguarda tutti un po' da vicino. Perché, in fondo, c'è un'ossessione maniacale verso il controllo dietro gli accordi stipulati da Anna con la sua misteriosa estranea, una sorta di malattia (di mitomania?) di chi è convinto - o di chi pretende - di poter davvero decidere a pieno in merito all'andamento e alle sorti della propria vita (e di quella dei suoi cari). Un atteggiamento che Strippoli cavalca (conosce?) e, ovviamente, incentiva, attraverso la parte più malefica e sadica della sua pellicola, ma che non perde mai di vista nemmeno con l'altro occhio, quello scettico e lucido di Alice, che guarda e reagisce alla confessione della madre come si potrebbe fare di fronte ai deliri di una pazza in preda alla follia.

Una doppia prospettiva che permette a "L'Estranea" di non perdere mai quel suo effetto disturbante e angoscioso, col quale ci tiene incollati alla poltrona, muovendo a malapena un muscolo. E questo, forse, perché tutti, almeno una volta, siamo stati nella stessa posizione di Anna, fantasticando (o pregando) che si palesasse l'estranea di turno, alla quale avremmo venduto volentieri l'anima pur di avere in cambio un pezzettino di mondo, di felicità. 
Pratica che, per fortuna - ma pure a posteriori e grazie al what if di Strippoli - non si è mai concretizzata, per quanto mi riguarda, e alla quale nelle ultime ore non credo nemmeno più di essere interessato.

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