Una bambina chiede aiuto alla madre nel cuore della notte, per allontanare i mostri che dice di vedere nella sua cameretta. La donna corre immediatamente in soccorso della piccola e, con una torcia che si trasforma in una spada Jedi, fa piazza pulita, eliminando ogni singola minaccia. Ovviamente, quei mostri non esistono – come neppure la spada Jedi – è tutto frutto dell’immaginazione della bambina che però, da quel momento in poi, vedrà la madre come sua eroina e punto di riferimento.
Un prologo che gioca un ruolo importantissimo in “Tangles”, al quale poi segue uno stacco che ci porta di molto avanti nel tempo. Quella bambina, infatti, ora è diventata una donna, si è trasferita a San Francisco e lavora come fumettista e come attivista per i diritti della comunità LGBTQ+. Le copertine che disegna per una rivista a tema sono molto apprezzate e la sua vita sentimentale sembra aver preso una svolta da quando ha conosciuto Domino, con la quale è scattata immediatamente una fortissima chimica e attrazione reciproca. Un giorno, però, tornando a casa, nella sua piccola città natale si accorge di qualcosa di strano, sua madre è diversa, è confusa, è distratta. Comportamento che nessuno – né il padre, né la sorella e né tantomeno i parenti presenti – pare abbia intenzione di prendere sul serio, attribuibile alla recente perdita del lavoro, dice qualcuno, oppure alla menopausa imminente. Sarah non ci sta, per lei la faccenda andrebbe approfondita e quando, di fronte all’ennesimo atteggiamento sospetto, uno spavento li mette in guardia, decidono di interpellare i medici venendo a sapere che trattasi di Alzheimer. Un mostro che, stavolta, quella madre così abile e così agguerrita non potrà sconfiggere, purtroppo perché sia gli specialisti e sia le brochure dell’ospedale affermano che non esiste cura capace di debellarlo.
Nonostante sia un film – interamente – di animazione, si fa fatica a inquadrare "Tangles" come tale.
E questo perché si rivolge chiaramente ad un pubblico adulto – e forse solo a lui – mettendo da parte, o quasi, qualunque genere di spunto legato a leggerezza e ad ironia. Del resto, non è facile trovare spunti per strappare risate davanti alla tragedia di una madre che prima di morire deve aspettare di perdere uno ad uno i suoi ricordi più importanti. Con marito e figlie a cui spetta il compito di stare lì ad assistere impotenti e consapevoli di non poter fare nulla per aiutare, o per riuscire almeno a proteggere il tassello della loro esistenza. L'unica consolazione, allora, è strappare il massimo dagli ultimi istanti, che per Sarah significa trascurare la sua vita, rischiando di vedersela sfuggire in maniera irreversibile, mentre per la sorella sposare velocemente un uomo (discutibile), conosciuto da pochissimo, pur di non rinunciare al sogno di avere la propria madre presente al suo matrimonio.
Azzardi e rischi di una famiglia ormai in crisi, sottosopra, affranta da un dolore che riuscirà ad unirli e a ricompattarli solamente quando si renderanno conto che, in realtà, è condiviso e uguale per tutti (seppur vissuto in modo diverso). E per Sarah – e per la sorella – ciò segnerà il passaggio diretto verso l’età adulta, quella in cui si smette di essere figli e si è pronti per fare i genitori (per prendere il loro posto). Perché al netto del profondissimo dramma, trattato con estrema attendibilità e con rispetto, ciò che mette al centro “Tangles” – che, ricordiamolo, è tratto dalla graphic novel intitolata Tangles: A Story About Alzheimer's, My Mother and Me di Sarah Leavitt, qui co-sceneggiatrice insieme al regista Leah Nelson e a Trev Renney – è anche uno splendido racconto di formazione che la regia di Nelson, sviluppa, maneggia e amministra alla stregua di come si farebbe con un normale live-action. Utilizzando l'arma (in più) dell'animazione, sia per una forma di fedeltà con il fumetto, sia per le potenzialità creative che gli permettono di tirare fuori sequenze fantasiose, emotivamente commoventi, dolci e (un po') strazianti.
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