Ve lo ricordate quando, da bambini, vi sporgevate in avanti da dietro i sedili dell'auto e cominciavate a chiedere ai vostri genitori "Ehi, siamo arrivati?". E a risposta negativa, rilanciavate con: "E quanto manca?". Ecco, grossomodo, a quella domanda, seguiva sempre una risposta approssimativa più o meno soddisfacente, ma pensate cosa sarebbe successo se il vostro interlocutore - il vostro genitore - avesse detto: "Non lo so, non so dove siamo e non so cosa sta succedendo!".
Chissà come avreste reagito?
Se volete farvi un'idea, comunque, ad esplorare tale evento - chiaramente surreale (e metaforico) - ci ha pensato lo sceneggiatore, regista e montatore (ventisettenne!) Alexander Ullom che, con "It Ends", mette quattro amici neo-laureati a bordo di un'auto, inconsapevoli che quel breve viaggio che stanno per intraprendere li porterà a perdersi, di notte, dentro un'autostrada deserta, infinita e senza uscita. Uno scenario da brividi, reso ancor peggiore dalle regole - non scritte - che lo contraddistinguono: perché non appena si renderanno conto del mistero di cui sono vittime, oltre a non poter tornare indietro, i quattro protagonisti scopriranno presto di non potersi neppure fermare, altrimenti dal bosco fitto di alberi, presente ai lati della strada che li accompagna e li circonda, sbucheranno esseri umani affamati e violenti, pronti ad aggredirli. Il WTF è dietro l'angolo, insomma, così come la miriade di domande che un incipit del genere potrebbe scatenare nella testa dello spettatore, il quale magari può restare affascinato dalle premesse, ma rischia pure di stancarsi presto se vede che queste si limitano solo a funzionare come ennesima variazione (gratuita) sul tema, ispirata al cinema di Romero. Calcoli che avrà fatto in anticipo anche Ullom, probabilmente, preparandosi il terreno e caratterizzando i suoi personaggi in un momento specifico della loro vita: quello in cui, tra una cazzata e l'altra, ci si ritrova - per forza di cose - a pensare al futuro.
Ed è un futuro incerto quello che li attende, colmo di aspettative, speranze, sogni. Ma pure un futuro di cui nessuno sembra davvero convinto fino in fondo, come se la velocità con la quale devono andargli incontro, sceglierlo (abbracciarlo?), sia troppo precipitosa e precoce, rispetto a dove si trovano adesso. E, allora, ecco che quella strada maledetta, senza svolte e rettilinea, assume all'improvviso un significato diverso, profondo, così come il terrore di non potersi prendere una pausa per non rischiare di rimetterci il collo. Una costrizione alla quale ci si adegua, all'inizio, sebbene sia fisiologico, alla lunga (e qui è molto lunga, lunghissima) e a furia di girare a vuoto, accusare stanchezza e, a poco a poco, abbandonarsi a qualche domanda (esistenziale). Tipo, "Qual è il motivo per cui dovremmo continuare a procedere senza un senso?". Il che, sostanzialmente, è l'anticamera di una crisi che preannuncia brusche frenate, spingendo verso scelte cruciali (e poi accada quel che accada) e irreversibili. Fermo restando che ci sarà sempre chi a quelle domande preferisce sfuggire, non cedere, convinto di trovare ogni risposta alla fine della strada e ostinandosi a leggere qualsiasi segnale o cambiamento come messaggio sovrannaturale, o divino.
Va da sé, dunque, che è assai difficile non trascendere l'intrattenimento (che funziona, sia chiaro, e funziona benissimo) e non empatizzare coi timori e le vertigini di una generazione che dai millennials in poi, praticamente, incastra tutti, senza sconto e senza appello. Del resto, Ullom, anagraficamente parlando, rientra appieno nella categoria e non è un azzardo immaginare che "It Ends" sia il riflesso esorcizzato di un mostro che porta(va) dentro e che in molti - compreso chi scrive - condivideranno.
Apprezzando il prodotto, il (suo) talento e la creatività di fondo.
Apprezzando il prodotto, il (suo) talento e la creatività di fondo.
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