Robin Hood: Il Prezzo Del Sangue - La Recensione


La rivisitazione del mito e del personaggio è un'operazione ormai sdoganata, assorbita. Prendere la storia, la leggenda che il pubblico conosce a menadito e scegliere di tradirla, di ribaltarla, seguendo intuizioni fuori dagli schemi, o peggio ancora, provocatorie, è una tendenza con la quale abbiamo cominciato a scendere a patti, a convivere: vedi la Disney con i live action di "Maleficent", o "Crudelia".

Solitamente, però, l'obiettivo è sempre quello di ripulire il "cattivo", di liberarlo dall'infamia. Giustificandolo, magari, raccontando le sue origini e i motivi che lo hanno spinto - forzato - a diventare tale: e quindi mostrando le ingiustizie subite, le difficoltà che ha dovuto superare per non sopperire al suo destino, spesso sfortunatissimo. Con "Robin Hood: II Prezzo Del Sangue", il regista e sceneggiatore Michael Sarnoski, tuttavia, decide di andare controcorrente, di gettare fango sulla figura di Robin Hood, rappresentandolo come il fuorilegge che conosciamo, ma privo di quel codice etico un po' dolciastro e simpatico, secondo il quale rubava ai ricchi per dare ai poveri (sarà per questo che Hugh Jackman decide di interpretarlo con la stessa faccia che fa quando interpreta Wolverine, con la differenza che qui ha capelli e barba in stile Gandalf). Nel suo racconto Robin di Loxley - che poi è da vedere se davvero sia di Loxley - è un uomo ormai anche piuttosto vecchio che deve guardarsi le spalle. Lo deve fare perché gli errori che ha commesso in passato, gli omicidi spietati e cruenti - e gratuiti - con cui si è sporcato le mani, ora gli stanno addosso, lo perseguitano, tramite i figli e i parenti dei defunti che lo vanno cercando per avere vendetta. E se da un lato a lui non dispiacerebbe morire, dall'altro c'è questo istinto di sopravvivenza che continua a farlo reagire, a farlo combattere con lo stesso cinismo e con la stessa brutalità che ha contraddistinto gran parte della sua vita. Al suo fianco, torna pure Little John che, dopo essersi ritirato a fare il contadino e aver messo su famiglia, deve gestire l'invasione di chi non ha intenzione di fargli passare in cavalleria i crimini e le violenze di cui si è macchiato quand'era ancora il braccio destro del suo partner.

Insomma, ciò che sapevamo era tutto falso. Merito delle voci messe in giro sempre dall'astuto Robin, consapevole di quanto una bugia, se raccontata a ripetizione, alla fine, rischia di trasformarsi in una sorta di verità. Eppure, a lui non basta sapere che, forse, verrà ricordato per l'eroe che non è, e che non è mai stato, ciò che cerca realmente è la redenzione, la pace che, forse, potrebbe trovare nel Priorato di San Clemente - situato su un'isola remota - dove Little John lo abbandona, per fargli ricevere le cure necessarie dopo l'ennesimo attacco subito (e dove poi lo raggiungerà anche la figlioletta del suo (migliore?) amico). Da li, più o meno possiamo intuire come andranno le cose: ripresa fisica, falso nome, legami da stringere e potenziali amori (con la priora Suor Brigid, di Jodie Comer). Una parentesi in cui l'anti-eroe è costretto a guardarsi dentro, a fare i conti con sé stesso e a decidere verso quale tipo di commiato ha intenzione di dirigersi. Sono la cupezza e la ferocia, infatti, le vere protagoniste di questa rilettura del personaggio creato dallo scrittore Alexandre Dumas. Un escamotage che allontana anni luce Sarnoski dal pericolo di ricalcare inutilmente il binario classico, ma dentro il quale fatica a trovare la giusta energia, la verve - l'identità? - per far sì che il suo lavoro si imponga come qualcosa di (altrettanto) interessante, appassionante.

Sembra come se, tolto lo spunto col quale si va a rovesciare la bontà dell'icona, il resto fatichi profondamente con lo stare al passo, col sembrare all'altezza, non accendendo mai la partecipazione dello spettatore verso un racconto che, per quanto visivamente apprezzabile e curato, fatica a trovare lo spunto migliore per distinguersi e per mostrarsi come l'alternativa, come quell'outsider a cui, in teoria, si puntava. E, allora, la sensazione è che di questo "Robin Hood: II Prezzo Del Sangue" ci resti attaccato meno di quanto ci si potesse aspettare, sia da parte nostra che da parte del suo stesso autore, sfuocato e confuso, rispetto agli spolveri del passato: di quel "Pig: II Piano Di Rob", con protagonista Nicholas Cage che segnò i suoi esordi e le sue promettenti potenzialità.

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