Her Private Hell - La Recensione


Luci a neon, oscurità, atmosfera sinistra.
Non fosse per un'ambientazione vuole evocare subito "Blade Runner", non avremmo dubbi sul fatto di trovarci di fronte a un film di Nicolas Winding Refn (quello più recente). Il quale, peraltro, sembra voler coprire l'assenza lunga dieci anni - dal grande schermo, non dal piccolo - andando a riprendere pari pari gli umori e i toni di quel "The Neon Demon" che, anche, aveva fatto (abbastanza) discutere.

Se non altro, perché già da li era evidente un certo tipo di cambiamento, da parte del regista (e sceneggiatore), che ormai sembra aver fatto pace ed essersi messo alle spalle le insicurezze e i dubbi che lo accompagnavano in auto durante quella famosa premiere di "Solo Dio Perdona", prevista al Festival di Cannes nel 2013. In quelle immagini - presenti nel documentario "My Life Directed by Nicolas Winding Refn", diretto dalla moglie Liv Corfixengirato - lo vedevamo preoccupatissimo per l'accoglienza del pubblico, un pubblico che (giustamente) fremeva - ne so qualcosa - dalla visione, perché ancora estasiato dal magnifico (capo)lavoro che era stato "Drive". Roba che, a ripensarci adesso, quelle immagini potrebbero tranquillamente appartenere a un passato lontanissimo, sbiadito, perché di fronte a "Her Private Hell" - al netto dei segnali intravisti già in precedenza, seppur in forma minore - è chiaro quanto NWR abbia superato quella fase. Probabilmente compiendo un salto che l'ha fatto atterrare esattamente dalla parte opposta. Perché ora lo spettatore - noi, in pratica - non rientra più nell'equazione, al suo posto è come se Refn abbia inserito sé stesso, il suo piacere, le sue ossessioni (il suo ego?). Ormai il cinema che produce è più vicino alla videoarte, votato maggiormente all'estetica, alla confezione (all'immagine in sé) e se un minimo di racconto è presente - per compromesso, per esigenze (non sue) - lo è comunque in forma superflua, magari personale (per temi, contenuti), ma non fondamentale.

Diventa difficile, allora, dare un senso - ammesso che ce l'abbia, con tali premesse - a una storia che, asciugata ai minimi termini, parla di un rapporto padre figlia da recuperare e di una matrigna - responsabile della rottura - che prima di sposare il genitore, era fidanzata con la prole. Una trama da film porno, in pratica, infittita dalla leggenda di un assassino immortale e dannato che, attraverso una nebbia onnipresente, vaga in eterno alla ricerca di una figlia scomparsa, placando il dolore uccidendo le figlie degli altri. Dramma e horror, insomma, incastrati in un contesto fantascientifico. Si, perché il padre di Elle - la figlia protagonista, di professione attrice - per convincerla a passare del tempo con la sua nuova moglie, la incastra nelle riprese di questo film che somiglia alla brutta copia di "Star Trek", convinto che condividere insieme la guerra del set, possa contribuire a ristabilire l'alleanza (femminile) perduta.

Tante spunti, allora, però senza una solida struttura che sia in grado di alimentarli a dovere, di amalgamarli e non disperderli inutilmente. Refn guarda un po' a Ridley Scott, un po' a Brian De Palma e un po' David Lynch, e quando butta in mezzo anche il suo cavallo di battaglia, ovvero le botte, complice un albergo fuori dal tempo e isolatissimo, finisce per chiamare in ballo persino la saga di "John Wick". Lui - speriamo - si diverte e si appaga, noi molto meno, a star dietro a quest'opera che, forse, segna la resa - per quanto mi riguarda - del desiderio legato al ritorno di un autore esploso con lo stesso fragore di un meteorite e diventato troppo rapidamente una meteora autoreferenziale: o perlomeno autore di riferimento di cinefili eccessivamente incalliti.
Un team di cui credevo di fare parte, ma non cosi tanto.

Trailer:

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