Mi piacerebbe tanto parlare con un sostenitore accanito dell'MCU - lo so che ci siete - o, magari, con uno di quelli che dopo aver visto "Spider-Man: Brand New Day" ha tirato un sospiro di sollievo, se non addirittura, un bel yahoo (e si, ci siete pure voi, vi ho sentiti)!
Mi piacerebbe parlarci perché sarebbe interessante capire che tesi hanno per continuare a sostenere che il miscuglio di tutti questi universi e personaggi, non nuoce gravemente alla salute delle storie, del franchise (e del cinema).
Se gli va dato un merito, infatti, a questo quarto capitolo della saga capitanata da Tom Holland è proprio quello di fornire risposte incontrovertibili, tassative: se si va avanti cosi, non c'è modo di riprendersi. Inutile girarci intorno, è evidente che i momenti migliori di "Spider-Man: Brand New Day" siano quelli in cui al centro c'è lui: Peter Parker e la sua solitudine, il suo cambiamento, la voglia di ripristinare un passato (felice) a cui ha dovuto rinunciare. E ogni incursione, o invasione di campo, dettate da camei speciali, da semine calcolate per allargare il disegno, o per lanciare eventuali prodotti futuri, non facciano altro che appesantire, somigliare a delle zavorre. Persino il villain di turno - quello vero, quello che non si può nominare per non rovinare la visione ai ritardatari - è completamente sbagliato, e lo è sia in termini prettamente pratici - il suo potere è troppo forte, teoricamente dovrebbe vincere a spasso - sia in termini contestuali. Del resto, ora senza dire troppo: come si fa a non pensare che la maniera con cui viene utilizzato non rischi di trasformare il racconto in un intermezzo? Un film di passaggio, non fine a sé stesso? Dati alla mano, è chiaro che l'intenzione sia quella di voler cogliere l'attimo, di lanciare nel circo coloro che saranno i prossimi acquisti, i nuovi talenti.
E questo senza nulla togliere agli sforzi di Destin Daniel Cretton che, chiamato a dirigere questa - come la vogliamo chiamare? - attrazione(?), fa pure del suo meglio, tirando bai e abbracci ai colleghi Sam Raimi e Marc Webb e curando la fotografia e lo scenario di una New York in linea con la malinconia e le ombre che avvolgono (l'isolato) Peter. Da parte sua c'è la massima volontà nel realizzare qualcosa di buono, di valido, lo si comprende dai dettagli, da piccoli accorgimenti e, in certe parentesi, lo si vede pure nel concreto (le scene d'azione non sono affatto male). Solo che alcune policy aziendali - e qui vado a intuito, a istinto-ragno, ormai - gli impongono di effettuare determinate soste alle quali non ci si può opporre, quando si accettano certi incarichi, e se con "Spider-Man: No Way Home" si erano toccate vette stratosferiche, in merito a fan-service e delirio (e nonsense), qui si cerca di recuperare, un minimo scendendo giù di qualche metro, ma non abbastanza da evitare fastidi e cadute.
Quella che doveva rappresentare la rinascita, allora, dell'amichevole Spider-Man di quartiere, ovvero il ritorno alle origini del personaggio, archiviando il doping iniziale, alimentato da Tony Stark, funziona a sprazzi. All'interno di un film che quando si limita ad essere (di) Spider-Man trova i toni giusti, simpatici, coinvolgenti (emotivi), ma che non appena si ricorda che deve dar da mangiare anche agli Avengers, alla famiglia allargata e a tutto ciò che è stato programmato e che dovrà arrivare, perde quota, sbatte il muso, frana. E la cosa peggiore, è che c'è ancora qualcuno che finge di non accorgersene e non vederlo. Degustibus.
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