Il rischio è quello di leggere la trama di "L'Essere Amato" e di pensarlo come una sorta di remake, o copia carbone, del recente "Sentimental Value". Perché anche Rodrigo Sorogoyen, come Joachim Trier, parte dall'assunto di un padre regista - il grandissimo Esteban Martinez, doppio premio Oscar - cinematografico che, per ricucire il rapporto con sua figlia Emilia - ormai adulta e abbandonata in tenera età per ricostruirsi una vita in America, lasciandosi alle spalle i problemi di alcol e droga - pensa sia una buona idea quella di offrirle un ruolo molto importante all'interno del nuovo film che vuole girare in Spagna. Una proposta che lei accoglie con freddezza, con timore, perché se da una parte potrebbe essere la svolta per la sua (acerba) carriera, dall'altra c'è la zavorra di un uomo che le ha lasciato ricordi dolorosi, complicati, e che forse - a dispetto di ciò che racconta - non la sta scegliendo proprio per meriti professionali.
Sorogoyen è bravissimo a far emergere tali sentimenti, a farci percepire il peso delle ferite, degli attriti. Lo fa con una scena d'apertura al ristorante - che rappresenta il loro incontro dopo anni di totale indifferenza - nella quale i due provano a parlarsi educatamente, a mettere da parte il passato, trattenendo ognuno (a stento) l'imbarazzo, la violenza e l'urgenza di ciò che, in realtà, vorrebbe esprimere (urlare?) in quel determinato momento. Nei primissimi piani con cui vengono inquadrati è impossibile non rendersi conto di una figlia che gioca sulla difensiva, alla ricerca di risposte, di spiegazioni, mentre trattiene a fatica la rabbia e il rancore nei confronti di un padre che, invece, cerca di sviare, di ridimensionare le sue bravate, sfruttando il potere (e il mestiere) della sua figura per non affrontare le colpe, i torti. Ed è questo, forse, a differenziare maggiormente e a spostar di territorio, la storia di "L'Essere Amato" da quella di "Sentimental Value", conferendo al primo un tono e una recitazione che tendono a lavorare in sottrazione, a preferire l'implosione, evitando ogni forma di dialogo schietto, o di scontro acceso e diretto. Javier Bardem - al solito gigantesco - e Victoria Luengo - bravissima ad accumulare inquietudine e a trasmettere il disagio della sua lotta intestina - (si) parlano con gli sguardi, coi silenzi, coi gesti di un corpo che, se da un lato (del padre) prova a cercare il contatto e l'avvicinamento, dall'altro (della figlia) tende a sfuggire, a eludere ogni tentativo di connessione che potrebbe risvegliare malesseri, fastidi, panico.
Ed è una danza che non si placa, che i due si trascinano dietro – e quindi sul set – come un'ombra, come un fantasma. I loro non detti finiscono per influenzare le dinamiche quotidiane, suscitando curiosità e preoccupazione in chi li osserva e alimentando pettegolezzi e improvvisi momenti di tensione (il ciak del pranzo, in questo senso, è terribile e irresistibile). Questo perché, a dispetto di quanto Esteban si ostini a forzare la mano, sfruttando la sua figura di (capo, di autoritario) cineasta, piuttosto che quella umana di padre ferito, solo e alla ricerca di perdono e di amore, nella vita vera non c'è modo di agire come nella finzione, andando a piegare e a risolvere una storia, magari ripensandola, o sistemandola attraverso una scena ben scritta e interpretata. Emilia, da figlia, lo sa benissimo e mura, di fatto, ogni suo tentativo, o scorciatoia di pacificazione, isolandolo, se serve, e criticandolo fino a spingerlo faccia a faccia coi demoni che (ancora) porta dentro: quelli che tutti (ri)conoscono, grazie ad aneddoti che lo perseguitano, lo esaltano (paragonandolo a Maradona) e che lui stesso ammette, giustificandosi con pessimi risultati.
Quell'amore (e quel perdono), allora, che Esteban era convinto di riscattare (e di pretendere) nell'immediato, aiutando Emilia ad emergere nel suo lavoro, ha bisogno - ammesso che sia realizzabile - di un processo di (ri)avvicinamento e di guarigione assai più lungo e tortuoso. E' uno scontro tra poli opposti, il loro rapporto, sebbene caratterizzato da atteggiamenti e inclinazioni che spesso si somigliano, si sovrappongono. Nulla di originalissimo, per carità, se non fosse che per come Sorogoyen co-scrive (con Isabel Peña) e dirige, non sbagliando mai cosa e dove inquadrare - il posto esatto, la giusta distanza - la loro storia travolge e conquista al punto da farsi indelebile e affascinante. Una guerra invisibile in apparenza, ma della quale si sentono forte e chiaro i sofferti bombardamenti.
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