The Social: Il Prezzo Della Verità - La Recensione


Credo sia fondamentale mettere in chiaro alcuni punti in merito a “The Social: Il Prezzo Della Verità”, perché altrimenti si rischia di andare molto fuori strada e addirittura rischiare di rimanere delusi. Mi riferisco soprattutto al fatto che il nuovo film scritto e (stavolta anche) diretto da Aaron Sorkin non è un sequel (diretto) di quello che sedici anni fa, aveva portato al cinema David Fincher. Certo, è evidente che entrambi abbiano dei punti in comune e ruotino attorno allo stesso argomento, ma lo fanno in maniera assolutamente diversa. 

Quello di Fincher raccontava la nascita di Facebook, le cause scatenanti che hanno portato all’idea, alla progettazione e gli attriti – agli interessi economici – scaturiti da una proprietà intellettuale che era scontato avrebbe cambiato (per sempre) il mondo e le relazioni umane nel breve termine. Lo faceva puntando l’occhio sul suo creatore, Mark Zuckerberg, facendone un ritratto cinico e spietato, ma allo stesso tempo umano, con il quale non era poi così difficile andare a empatizzare, se pensiamo alle sue difficoltà a interagire e alla solitudine che ne conseguiva (vedi la scena che anticipa i titoli di coda). Da quel momento però sono passati più di vent’anni e Facebook – e con lui Zuckerberg – sono decisamente cambiati. La piattaforma non è più la stessa che conoscevamo, si è sviluppata, modificata (si è ampliata), trovandosi a lottare con una concorrenza che le ha tolto il monopolio, chiamandola a reagire (per rimanere competitiva, fatturare milioni). E nemmeno Zuckerberg è più lo stesso, ora è un magnate affermato, un uomo più sicuro, risoluto (il cinismo e la spietatezza restano), che di quella società con la quale non riusciva a integrarsi sa benissimo di tenere in mano i fili, di poterla manipolare. E, allora, è qui che entra in gioco “The Social: Il Prezzo Della Verità”, che è a tutti gli effetti ispirato – e che, quindi, va inquadrato e dobbiamo paragonare – a quei film dove è il giornalismo d’inchiesta a stare alla base: avete presente “Tutti Gli Uomini Del Presidente”, “Il Caso Spotlight”, “State Of Play”, "The Post"? O, se preferite, restando attaccati al mondo di Sorkin, “The West Wing” e “The Newsroom”? 

Al centro della storia ci sono Facebook Files, infatti, ovvero l’inchiesta investigativa portata avanti dal giornalista Jeff Horwitz del Wall Street Journal – iniziata nel 2019 – che grazie alla collaborazione di Frances Haugen – dipendete di Facebook, diventata poi ex – nel 2021 fece emergere quanto l’azienda fosse consapevolmente responsabile dei danni psicologici e sociali provocati dai suoi algoritmi, la cui unica priorità era quella di non far diminuire l’engagement da parte dei propri utenti (così da tenere alti gli introiti). Una questione etica da non sottovalutare e che, forse, è stata fin troppo sottovalutata (e continua a farlo). Ma per fortuna a Sorkin le questioni etiche – e gli effetti sulla democrazia, su chi la subisce – interessano molto e quando decide di prenderne una di petto, il suo genio – la sua scrittura – si esalta. Tant’è che lo ritroviamo nella sua essenza migliore, con in mano una sceneggiatura brillante, che non lascia scampo e che batte fortissimo sul ritmo e sulle emozioni con cui va a travolgere lo spettatore, mentre lato-regia non poteva che attingere, invece, dal cinema americano di stampo classico, quello di una volta (quello che ci manca, o che dovrebbe mancarci). 

Zuckerberg è marginale, in sostanza, lo vediamo a fasi alterne prepararsi per difendersi al meglio di fronte al Congresso Degli Stati Uniti che lo interrogherà per approfondire le accuse che lo riguardano, e i suoi atteggiamenti, le sue risposte, a noi servono esclusivamente a capire quali sono i suoi (nuovi) intenti, le sue responsabilità e come è terribilmente (rispettato e) indifferente ai rischi provocati dalla sua creatura. Perché la protagonista indiscussa è la Frances di Mikey Madison che tradisce Facebook non per infamia, ma per amore, lo dice spesso all’Horwitz di Jeremy Allen White, mentre gli passa le informazioni e i documenti privati: “Io amo Facebook, credo nel bene che può fare, noi non giochiamo nella stessa squadra!”. Questo finché non si accorge che l’amore non è reciproco, che gli intenti e la mission che, forse, Facebook poteva avere in partenza sono ormai affondati e a nessuno interessa, o conviene, recuperarli. E, soprattutto, che il Wall Street Journal non vuole attaccare Facebook perché si sente a sua volta attaccato, perché gli sta togliendo il lavoro, come precisa Horwitz, a un certo punto: “Non ce l’ho con voi perché ci state togliendo il mestiere, ma perché lo fate molto male!”. 

E sta tutto qui, se vogliamo, “The Social: Il Prezzo Della Verità”, in questo semplice scambio di battute. Dietro la democrazia e, quindi, dietro alla libertà di parola – vera o falsa che sia – in cui si nasconde – o vorrebbe farlo – lo Zuckerberg di Jeremy Strong, ci sono delle conseguenze, delle ripercussioni gravissime (sulle persone, sulla società, sulla politica). La democrazia – sempre per citare il film che, a mio avviso, porta alla luce questioni enormi – funziona nei governi, non va applicata a qualsiasi cosa. Altrimenti si rischia di influenzare la gente, di confonderla e di vedere immagini come quelle che chiudono la pellicola, che poi sono solamente la goccia di un vaso grande come il mondo che, a furia di disinformazione e di persone – il 43% ci viene detto – che continuano a consultare Facebook al posto dei giornali, sta virando progressivamente verso l’odio, la rabbia, il disastro (verso le istruzioni dell'algoritmo). Ma la cosa peggiore è che un’inversione di rotta, proprio a causa di ciò, non sembra ipotizzabile. Non senza l'intervento di una legge che regolamenti il sistema.

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