IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

martedì 31 maggio 2011

Belli e (im)Possibili: It’s Kind of a Funny Story

La pellicola che apre la sezione dei Belli e (im)Possibili è “It’s Kind of a Funny Story”, opera scritta e diretta da Ryan Fleck e Anna Boden che vede tra i suoi protagonisti lo sconosciuto Keir Gilchrist, la semi-sconosciuta Emma Roberts (ma chi ha visto “Scream 4” la riconoscerà) e l’ormai notissimo Zach Galifianakis, proprio in questi giorni al cinema con il seguito di “Una Notte da Leoni”.

Il film racconta la storia del sedicenne Craig (Keir Gilchrist) che, depresso e affetto da manie suicide, decide di ricoverarsi volontariamente in un ospedale psichiatrico per adulti di New York. Questa scelta avventata lo costringerà a rimanere all’interno della struttura per un minimo di cinque giorni nonostante il suo immediato cambio di rotta.

E’ vero, potrebbe sembrare uno di quei drammoni pesanti e strappa lacrime ma la trama, sebbene serissima, non rende davvero giustizia alla messa in scena di questa deliziosa opera. La coppia Fleck-Boden riesce a raccontare in modo dolce e incantevole, il disagio giovanile sempre più comune dei giorni nostri. Un disagio figlio della difficoltà di vivere all’interno di un sistema troppo veloce, pieno di meccanismi obbligati, colmo di aspettative e dove se si sbaglia ad incastrare l’ennesimo pezzo del puzzle tutto cade e nulla ha più senso.
E’ questo il peso insostenibile del giovane Craig, quello che lo porta sotto analisi prima, sotto Zoloft poi e infine in manicomio. Un percorso che si rivelerà tanto folle quanto determinante, soprattutto nel dimostrare come le ansie e le preoccupazioni siano tutt'altro che malattie da curare ma anzi, sofferenze comuni note anche ai suoi coetanei più tenaci e riservati.

Da alcune angolazioni, non sarebbe del tutto errato affiancare questo film ad altri cult giovanili recenti come “Mean Girls”, “Easy Girl” o “Superbad”, l’unica differenza stavolta la fa il punto di vista della storia assolutamente disinteressato agli effetti della popolarità scolastica e degli amori adolescenziali ma piuttosto concentrato su argomenti profondissimi e dialoghi esistenziali di alto livello. Motivo per cui il triangolo amoroso tra il protagonista, la ragazza del suo migliore amico e la Noelle (interpretata da Emma Roberts) conosciuta all’interno dell’ospedale, passa palesemente in secondo piano.

A fare da contorno alle interessantissime sedute psichiatriche del protagonista, una manciata di simpatici e curiosi disadattati, capitanati da un incredibile Zach Galifianakis. L’attore, conosciuto negli ultimi anni grazie ai ruoli da fuori di testa interpretati nelle commedie di Todd Phillips, questa volta veste i panni di un internato molto meno squilibrato del solito ma anche assai più profondo e convincente. Le (poche) risate del film non arriveranno di certo da lui ma in cambio riesce a regalare moltissimi sorrisi e l’interpretazione migliore della sua (mini) carriera.

Sono questi (e forse molti altri) i motivi per cui, “It’s Kind of a Funny Story“ riesce a convincere più del previsto, catturando sin dal primo minuto e stimolando le corde emozionali dello spettatore scena dopo scena fino al suo compimento. Ciò lo rende a mio avviso un piccolo gioiellino che vi auguro possiate recuperare al più presto, magari proprio grazie alla mia positiva propaganda.

UPDATE 12/11/11: Ora disponibile in DVD & BluRay Disc col titolo "5 Giorni Fuori".

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giovedì 26 maggio 2011

Una Notte da Leoni 2 - La Recensione

Tornano i leoni (come dice la locandina) o per usare un termine più comune ad Alan, il branco si riunisce.
A un anno di distanza dal sorprendente, divertentissimo primo capitolo ambientato a Las Vegas, il regista Todd Phillips riunisce nuovamente l’intera banda di inaffidabili, scalmanati amici e questa volta decide di farli sballare tra le pericolose vie di Bangkok.

Phil (Bradley Cooper), Alan (Zach Galifianakis) e Doug (Justin Bartha) partono alla volta della Thailandia per celebrare il matrimonio di Stu (Ed Helms). Durante un drink organizzato per festeggiare l’evento, i quattro amici perderanno ancora una volta il controllo svegliandosi il giorno seguente a Bangkok, in una camera malridotta e in condizioni assai peggiori di quelle viste a Las Vegas.

Il secondo capitolo di “Una Notte da Leoni”, è semplicemente un remake più eccessivo e più folle del capitolo precedente.

A fare la differenza sono solamente la nuova location e le diverse situazioni sempre più squilibrate vissute dai suoi spassosi protagonisti.
Sebbene già nel primo capitolo di Las Vegas le cose assurde e sorprendenti non esitavano a mancare, Bangkok metterà Phil, Alan e Stu di fronte ad alcune situazioni potenzialmente molto più pericolose della loro costante irresponsabilità. A dircelo in prima battuta, è la telefonata di Phil che apre l'inizio del film e a confermarcelo poco più avanti, sarà un risveglio molto più agghiacciante del loro ultimo.

Il regista Todd Phillips ripropone, in modo ancor più sovraccarico, lo stesso spettacolo già collaudato e molto apprezzato del film precedente. Quello che ne deriva però, è qualcosa di già visto, di poco divertente e, in alcuni casi, anche di leggermente noioso. Non c’è dubbio che oramai l’alchimia tra i personaggi sia diventata pressoché perfetta e che metterli insieme può generare sempre facilmente qualsiasi tipo di risata, ma c’è anche da dire però che se il primo capitolo aveva funzionato alla grande, non era stato solamente per il loro affiatamento ma soprattutto per l'inaspettata freschezza e originalità che portava con sè. Fattori che inevitabilmente questa volta non possono che andar perduti.

E’ evidente allora che qualcosa si inceppi.
Servono a poco le partecipazioni di Nick Cassavetes (il tatuatore) e Paul Giamatti, non aiutano molto nemmeno i rientri di Mike Tyson e Ken Jeong (Leslie Chow).
Ma l'impressione anzi, è che la storia avesse più bisogno di qualche nuovo personaggio, qualcuno da amalgamare alla compagnia, qualcuno con maggior spessore che potesse regalare qualcosa di veramente nuovo a ciò che era del tutto vecchio (vedi Heather Graham in passato).

E allora paradossalmente è proprio la presenza del precedente capitolo, fondamentale nella realizzazione del secondo, il motivo per cui quest’ultimo non avrebbe la necessità di esistere. A questo punto chissà se il paradosso sarà fondamentale anche per la realizzazione del terzo, visto che anche qui si parla già di trilogia.

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sabato 21 maggio 2011

Pirati dei Caraibi: Oltre i Confini del Mare - La Recensione

Jack Sparrow è, senza ombra di dubbio, uno dei personaggi più affascinanti e divertenti che il cinema è riuscito a regalare al pubblico negli ultimi anni. Per questo, è doveroso ringraziare sentitamente il Franchise che detiene la sua paternità: “Pirati dei Caraibi”. 

Iniziata nel 2003 con “La Maledizione della Prima Luna”, la saga dei Pirati Caraibici riuscì a riscuotere un successo così forte quanto inaspettato fra il pubblico, da “costringere” successivamente la Disney a realizzarne anche una futura trilogia terminata solo nel 2007 con l’episodio (pessimo) “Ai Confini del Mondo”.
Ora, a distanza di quattro anni, l’enorme e ingombrante presenza di Jack Sparrow/Johnny Depp torna a farsi prepotente ancora una volta, ma quella che inizialmente era stata una forza motrice positiva, sembra essersi trasformata adesso in una grossa trappola autolesionista.

A dirigere il quarto episodio non c’è più Gore Verbinski, autore della "vecchia" trilogia, bensì Rob Marshall, regista di “Chicago” e reduce da un'altro Musical: il flop “Nine” (omaggio a “8 e ½” di Federico Fellini). Tra gli altri cambiamenti, anche le importanti uscite di scena degli attori Orlando Bloom e Keira Knightley, rimpiazzati da due nuovi personaggi interpretati da Penelope Cruz e Ian McShane.

La storia riprende poco dopo la fine del terzo capitolo, con Jack Sparrow (Johnny Depp) ancora alla ricerca della fonte della giovinezza. Questa volta però, sprovvisto di nave e di ciurma, dovrà allearsi con la sua vecchia fiamma Angelica (Penelope Cruz) figlia del Pirata Barbanera (Ian McShane), anche loro alla ricerca della stessa fonte. Insieme affronteranno un viaggio pieno di pericoli e imprevisti, uno su tutti avrà il nome di Capitan Barbossa (Geoffrey Rush), in cerca di vendetta nei confronti di Barbanera.

Liberamente ispirato al romanzo “Mari Stregati” di Tim Powers, questo capitolo della saga può tranquillamente essere etichettato come il peggiore di tutti. Sebbene anche il terzo lasciava molto a desiderare, questa volta si riesce addirittura a raschiare il fondo. Colpa di una sceneggiatura probabilmente scritta in quattro e quattr'otto, senza troppi indugi, priva d’idee e decorata con personaggi sviluppati molto superficialmente. Se, infatti, Jack Sparrow "i più" lo conoscono assai bene, era importantissimo dare ottimo spessore alla new-entry femminile Penelope Cruz, che invece si ritrova ad interpretare un ruolo inutile e senza senso. Su Ian McShane e Geoffrey Rush si potrebbe anche sorvolare, la loro parte potrebbe anche essere tollerata (e forse Rush è quello a cui è andata più di lusso), ma la conferma dell'assoluto disastro arriva proprio dal personaggio che non ti aspetti. Vedere Jack Sparrow girare a vuoto sulle sue stesse espressioni e inscenare un medley di vecchie performance non è proprio il massimo per lo spettatore, anche il più accanito, che inevitabilmente non può fare altro che sopperire, sperando solamente che il pessimo spettacolo finisca il prima possibile. Purtroppo vista la lunga durata di centotrentasette minuti, sarà solamente la noia mortale ad avere la meglio (Sirene escluse!).

Comprensibile che Depp sia innamorato perso del suo personaggio e che ogni volta non veda l’ora di re-interpretarlo ma in certi casi bisognerebbe saper desistere, per il bene di tutti. E' anche vero che la Disney sta dimostrando, negli ultimi anni, una grave perdita di intelligenza nel produrre i cosidetti "prodotti per famiglie". Mi riferisco per esempio a "Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo" piuttosto che a "L'Apprendista Stregone", entrambi film simili per struttura ma di mediocre riuscita. E questo ennesimo episodio di "Pirati dei Caraibi" dimostra ancor più pesantemente una mancanza di nuove idee a disposizione e vista l'ormai quasi ufficiale notizia di una seconda trilogia c'è quasi da spaventarsi per quello che potrebbe succedere in futuro al Capitan Jack Sparrow, sempre più in caduta libera.

PS: L'uso del 3D ancora una volta è inutile (solito discorso!). Dopo i titoli di coda c'è una scena a "sorpresa" (perdibile!).

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The Tree of Life - La Recensione

Presentato nella selezione ufficiale in concorso alla 64esima edizione del Festival di Cannes, “The Tree of Life” segna l’attesissimo ritorno del regista texano Terrence Malick sul grande schermo. Arrivato alla sua quinta opera registica, in quasi quarant’anni di carriera, sicuramente Malick non è l’esempio più comune della sua categoria. Nonostante ciò resta comunque uno dei registi più apprezzati dagli addetti ai lavori (meno dal pubblico) e i suoi film rimangono sempre tra i più attesi in assoluto.
Ad ampliare l’enorme curiosità nei confronti di quest’opera, anche la partecipazione di Douglas Trumbull, premio Oscar per gli effetti speciali di “2001 Odissea nello Spazio”, stavolta chiamato a collaborare per alcune delle scene del film.

Anni Cinquanta. Attraverso la visione del figlio maggiore di undici anni, assistiamo alle vicende di una famiglia del Midwest. Un padre severissimo, una madre dolce e affettuosa e tre fratelli armoniosi fanno da sfondo a un’opera molto più grande di quel che apparentemente potrebbe sembrare.

In realtà ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente maestoso.
Partendo dalla dolorosa morte iniziale con cui si apre la storia, Malick torna completamente al principio ripercorrendo la nascita dell’universo attraverso una serie di sequenze spettacolari e affascinanti, uno straripare d’immagini pronte a togliere il fiato allo spettatore per lasciarlo a bocca aperta. Definito ciò, passa alla nascita dell’uomo, mostrando prima la genesi dei due coniugi interpretati da Brad Pitt e Jessica Chastain e poi alla successiva nascita del piccolo Jack, consecutivo occhio di racconto delle vicende familiari.
Malick firma così una guida alla vita, una sorta di Bibbia personale in cui parla con Dio e cerca di dare (e darsi) risposte a domande comuni, personali ed esistenziali. Lo fa con la sua consueta poetica cinematografica, dilatatoria, scarsa di dialoghi e fatta prevalentemente d’immagini affascinanti, sequenze e momenti di vita potentissimi arredati esclusivamente da musiche in sottofondo. Un’armonia che trova tutto il suo culmine in un finale onirico ed emozionante.

Ma in un palcoscenico così atipico e perfetto, è possibile anche che qualche attore possa venir meno. Sebbene questo non capiti a Brad Pitt, presentissimo nel film, stessa fortuna non tocca a Sean Penn. Ridotto ai minimi termini, peggio di Adrien Brody ne "La Sottile Linea Rossa" (pensava di essere il protagonista!), Penn lo vediamo pressappoco per una decina di minuti complessivi. Uno smacco per un’artista del suo calibro, uno degli attori più bravi del cinema contemporaneo. Ma a Malick nessuno dice mai di no, anche se sullo schermo deve starci solo per dieci secondi. Basti pensare alle voci che dicevano di Leonardo Di Caprio pronto a lavorare per lui anche gratis.

Sta di fatto che "The Tree of Life" non può essere considerato "solo" un film, ma molto di più. E' un’esperienza, magari mistica, sicuramente devastante. Un qualcosa che si pianta all'interno della mente dello spettatore e si coltiva lenta nel suo inconscio per giorni e giorni. Malick ha realizzato il suo capolavoro più personale, l'opera più complessa e spettacolare della sua (breve) filmografia. Un inno alla vita.

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martedì 17 maggio 2011

Il Dilemma - La Recensione

Forte degli ottimi incassi ricevuti dai dimenticabili adattamenti de“Il Codice Da Vinci” e “Angeli e Demoni”, che in mezzo hanno visto anche la meno forte ma comunque ottima parentesi “Frost/Nixon” (nomination all’Oscar 2008), il regista Ron Howard abbandona le atmosfere misteriose dei libri di Dan Brown per tornare ad occuparsi di un genere a lui molto caro: la commedia. A undici anni da “Il Grinch” infatti, il Richie Cunningham di “Happy Days” riprende i toni leggeri e li riporta al cinema per presentare la sua ultima fatica: “Il Dilemma”.

Il titolo del film si riferisce all’incidente che vede Ronny (Vince Vaughn) trovarsi casualmente a scoprire il tradimento coniugale di Geneva (Winona Ryder), la moglie del suo migliore amico Nick (Kevin James). Scosso dall’accaduto, dovrà fare i conti con le difficoltà del caso e decidere la giusta modalità di comportamento. Meglio parlare o meglio tacere? Dilemma! Ne succederanno di tutti i colori.

Scritto dallo sceneggiatore Allan Loeb, il film di Howard si presenta subito con due domande che fungeranno poi da premesse basilari per lo svolgimento della storia. La prima, durante i titoli di testa, vede entrambe le coppie interrogarsi a tavola su uno dei quesiti fondamentali: Si può dire di conoscere veramente qualcuno? La seconda, più implicita e legata alla prima, è: Esiste la coppia ideale?
A rispondere a queste problematiche esistenziali dovrà essere il personaggio interpretato da Vince Vaughn che si troverà, suo malgrado, a fare i conti con il dilemma spiegato prima ed un altro consecutivo ancor più potente, che esploderà dentro di lui appena dopo il primo. Sfortunatamente è proprio in questo frangente che la pellicola mostra i suoi più grandi punti di debolezza. Nel momento in cui la storia dovrebbe riuscire a dosare la propria attenzione su due fronti ben precisi, si perde precipitosamente scegliendo di puntare con maggior interesse sulla risata di situazione piuttosto che sulla crisi interiore del suo protagonista (che c’è ma si intravede solamente). Di conseguenza viene a mancare leggermente l'orientamento, non riuscendo ad equilibrare come si deve entrambi i toni della pellicola: quello più serio (e più interessante) e quello più spassoso. Questo fa si che il bersaglio del film non venga centrato con precisione ma purtroppo solamente sfiorato, lasciando in questo modo i dubbi più profondi di Ronny alquanto offuscati.
 
A consolarci allora ci pensa un Vince Vaughn in forma straordinaria, come forse non lo si vedeva da "Due Single A Nozze". Sono suoi un paio di momenti divertentissimi che lo vedono protagonista prima con una bomboletta spray e un' accendino e poi con un brindisi molto particolare all’anniversario dei suoi suoceri. Immancabile è anche la bella Winona Ryder, protagonista di una scena magistrale in cui finge una falsa scenata al tavolo di un bar. Meno spazio invece alla bellissima Jennifer Connelly e al comico Kevin James. Tra l’altro, l’alchimia iniziale tra il personaggio di James e quello di Vaughn sarebbe potuta essere un arma in più da utilizzare nei momenti divertenti, anche perché inizialmente prometteva abbastanza bene, purtroppo si decide di non sfruttatarla a dovere.

Complessivamente però la piena sufficienza questo film se la prende tutta, ma lo deve fare assieme al rammarico di non essere potuto diventare qualcosa di molto più denso ed efficace. Dispiacere che resta, ma misto alle risate e al divertimento complessivo, se non altro, risulta meno invadente. Rimane, che da un regista come Ron Howard ci si deve aspettare (e ci si aspetta) molto di più.

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lunedì 9 maggio 2011

Fast & Furious 5 - La Recensione

Arriva al quinto capitolo, ma sarebbe più logico dire l’ennesimo, anche la saga di “Fast & Furious”. Cominciata circa dieci anni fa con un fortunatissimo grande successo, è stata successivamente vittima di numerosi sequel e croce e delizia per molti dei suoi protagonisti. C’è chi l’ha usata come trampolino di lancio tentando di costruirsi poi una carriera, chi invece ha preferito non abbandonarla mai assicurandosi sempre il proprio posto sul sedile davanti. Ma tra successi e fallimenti c'era anche chi di certo il posto sulla propria auto non l’avrebbe perso mai, le colonne: Vin Diesel e Paul Walker. Entrambi figliol prodighi e fondatori, tornati all’ovile insieme grazie al penultimo capitolo “Solo Parti Originali” (ma meglio dire grazie ai loro fallimenti cinematografici) scatenando un favorevolissimo consenso da parte del pubblico.
Le cose però adesso potrebbero cambiare nuovamente perché il quinto episodio, che magari qualcuno non vedeva l’ora di vedere (ma non io!), mette in luce una scarsissima qualità di idee, riuscendo a farci chiedere anche se davvero sia necessario e intelligente farne addirittura un sesto capitolo.

Questa volta le circostanze portano Dominic Toretto (Vin Diesel) e Brian O’Conner (Paul Walker) a Rio de Janeiro dove, a causa di un colpo, finiscono col rubare un microchip appartenente ad un mafioso uomo d’affari del luogo. L’incidente porterà sulle loro tracce anche l’agente Luke Hobbs (Dwayne “The Rock” Johnson), il quale avrà il compito di arrestare Toretto e Compagni. Oppure no!

Sappiamo tutti che la trama di questi film è solamente un pretesto per cominciare a fare caciara. Quello che spesso sfugge però, è che anche la caciara, stranamente deve avere un suo ordine ben preciso e senza dubbio, deve essere credibile. Se vuoi far assistere il pubblico ad una scena fuori dall’ordinario, devi prepararlo, convincerlo tramite una spiegazione più o meno plausibile che ciò a cui assisterà è in qualche modo possibile. Di solito le basi per degli ottimi film di azione-eccessiva si basano molto su questa teoria. “Fast & Furious 5”, magari per risparmiare tempo o semplicemente per menefreghismo assoluto, si dimentica questo fondamentale, iniziando a dar giù follie come se niente fosse. Quello che per alcuni, o molti, potrebbe essere accettato e anche etichettato come “ficata pazzesca” (passatemi il termine ormai troppo giovanile!) per altri fa si che la pellicola scenda nel ridicolo più assurdo finendo anche per risultare involontariamente divertente.
Da quello che ricordo inoltre, “Fast & Furious” aveva dalla sua, la particolarità delle corse con macchine altamente veloci e modificate: ma adesso che fine hanno fatto? Qui non se ne vede nemmeno l’ombra anzi, quando viene annunciata una gara (due volte) nemmeno ci fanno assistere ad essa ma staccano subito alla conclusione informandoci solo del vincitore.
Come mai si cerca di fare malamente una sorta di "Ocean’s Eleven" in cui oltre a sfidare le leggi della realtà si arriva fino a sfidare quelle della fisica, dimostrando che i muscoli di Vin Diesel e la bellezza di Paul Walker sono strumenti più efficaci di qualsiasi cosa? Non sarebbe stato meglio andare avanti con ciò che aveva contraddistinto questo titolo e mostrare le corse delle macchine?

Ma il mio più sincero applauso và allo sceneggiatore Chris Morgan. Scrivere le cose che si vedono in questo film non è mica da tutti. Chiunque prima di ideare una scena con un’enorme cassaforte di ferro (o quello che è) legata a una macchina e trasportata in autostrada con un inseguimento ad alta velocità di un quarto d’ora, si chiederebbe “ma non sto esagerando?; come faccio a renderlo credibile?”. Lui queste domande non se le pone nemmeno, merito magari di qualche sostanza particolare usata per “facilitare” la stesura del film!

E se per caso non siate troppo convinti che quello che vedete per due ore e dieci sia esageratamente eccessivo, non disperate perché dopo i titoli di coda c’è una scena ancor più incredibile che ovviamente dovrà essere “spiegata” nel sesto capitolo già annunciato. A dirigerlo dovrebbe esserci ancora una volta Justin Lin, il regista di questo film e mi auguro con tutto il cuore, anche Chris Morgan coi suoi straordinari stupefacenti per la sceneggiatura.

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sabato 7 maggio 2011

Red - La Recensione

Frank Moses (Bruce Willis) è un ex agente della CIA in pensione. Da uomo ordinario, passa le giornate mantenendosi in forma e chiacchierando al telefono con la giovane Sarah (Mary-Louise Parker), l'operatrice di un call-center. Quando una notte un gruppo di killer entra di nascosto in casa sua per ucciderlo, Frank sarà costretto a fuggire e a rapire Sarah, per evitare che questa possa essere presa come ostaggio da chiunque stia cercando di arrivare a lui.

Tratto dalla graphic novel di Warren Ellis e Cully Hamner pubblicata da DC Comics, arriva sugli schermi italiani, con un ritardo di circa sette mesi rispetto al resto del mondo: “Red”. Scritto da Erich e Jon Hoeber e diretto da Robert Schwentke (Flightplan; Un Amore all’Improvviso) il film è un thriller d’azione che tocca volontariamente anche i binari della commedia.

Partendo da uno script iniziale non molto distante dal già visto “Innocenti Bugie”, anche questa volta siamo di fronte alla solita storiella di un protagonista (ex)omicida –l'antiespressivo Bruce Willis- costretto a dover affrontare insieme ad una partner femminile "fuori luogo" una situazione in cui qualcuno sta cercando di ucciderlo.
Fortunatamente ad aggiungere un tocco di leggera originalità a tutto questo c'è l'idea di riunire la vecchia squadra di ex agenti in pensione amici del protagonista, per schierarla contro le nuove leve di oggi. Perchè il punto forte di "Red", se così lo vogliamo chiamare, non è affatto la solita azione trasgressiva e fuori misura che fa da padrona in questo genere di pellicole, ma piuttosto la delirante assurdità dei suoi "anziani" protagonisti, di rimettersi in gioco contro una gioventù non alla loro altezza. Si crea così uno scontro tra nuova e vecchia scuola che pende l'ago della bilancia completamente a favore della seconda, sempre un passo avanti nonostante la ruggine.

Ad allargare il cast del film, molte partecipazioni di lusso che vedono: Morgan Freeman, Helen Mirren e soprattutto il magnifico John Malkovich, l'unico ad avere un personaggio degno di nota. Non solo infatti è il più divertente e folle del film ma è anche protagonista di una scena decisamente inaspettata quanto coraggiosa.
Nei panni dell’ex omicida Marvin Boggs, un paranoico di dimensioni cosmiche, lo vediamo omaggiare il grande cinema di Sergio Leone in una scena dove armato di pistola, sfida a duello una giovane donna con tanto di bazooka alla mano, dando vita alla nuova teoria: “Quando un uomo con la pistola incontra una donna col bazooka, la donna col bazooka è una donna morta”. Come cambiano i tempi!

Non c'è molto da dire per questa pellicola. Tutto sommato accettabile, a tratti divertente e a tratti sopportabile, specie nell'ultima mezz'ora. Di solito per questo genere di film è sempre consigliabile non superare i novanta minuti. In questo caso la durata di circa centodieci risulta decisamente troppo abbondante ed eccessiva. Qualche taglietto in più in fase di montaggio avrebbe giovato maggiormente, sia al ritmo sia allo spettatore.

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domenica 1 maggio 2011

Source Code - La Recensione

Due anni fa un certo Duncan Jones esordiva per la prima volta dietro la macchina da presa grazie ad un film intitolato ”Moon”, con un Sam Rockwell protagonista assoluto. Sfortunatamente la pellicola è stata più un successo di critica, e tra il pubblico, quello italiano almeno, solo pochi ancora ne conoscono l’esistenza. Questa "sventura" però non gli ha permesso assolutamente di arrestare la sua carriera registica, anzi, è stato proprio l’ottimo lavoro svolto in quel film che l’ha portato fin negli States per dirigere lo Sci-Fi a basso budget  (32 milioni di dollari) e di grandissimo livello intitolato “Source Code”.

La trama vede il Capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) svegliarsi all’interno di un treno in corsa, senza alcun ricordo di cosa gli sia successo e di come abbia fatto ad arrivarci. Il mistero cresce quando scopre che la sua identità a bordo, è quella dell’insegnante di matematica, Sean Fentress. Mentre cerca di venirne a capo, il treno esplode all’improvviso, facendolo risvegliare sano e salvo all’interno di una capsula ermeticamente chiusa. Apprenderà quindi dal Capitano Carol Goodwin (Vera Farmiga) che è entrato, suo malgrado, a far parte di un programma chiamato Source Code, e che ora la sua unica missione sarà quella di smascherare l’identità del terrorista che ha causato l’attentato di quel treno, rivivendo, finché sarà necessario, sempre gli ultimi otto minuti che porteranno ogni volta alla stessa esplosione.

Difficile riassumere chiaramente una storia così complessa come quella di “Source Code”. E’ sicuramente più semplice apprenderla man mano venga sciolta gradualmente all’interno della sua stessa trama. Una tela di misteri, tutti concentrati sull’personaggio interpretato dal bravissimo Jake Gyllenhaal. La storia ricorda inevitabilmente il “Ricomincio da Capo” con Bill Murray, ma stavolta in una versione fantascientifica e sempre di ottima fattura. Il merito va ad una messa in scena intelligente, che sceglie di catapultare lo spettatore immediatamente nel vivo della trama senza mai più liberarlo, riuscendo a tenerlo col fiato sospeso fino alla fine (proprio allo stesso modo in cui il Capitano Stevens viene catapultato all'interno del treno). Anche qui, nonostante il tempo a disposizione sembri minimo, non manca lo spazio di inserire una piacevole storia d'amore tra il protagonista e la sua "compagna di treno" (interpretata dalla dolcissima Michelle Monaghan) che in questo frangente si instaura quasi involontariamente, durante i momenti in cui i due si trovano a condividere insieme i famosi "otto minuti". Rapporto che non sarà mai davvero rilevante, fin quando non si arriverà alle battute finali del film dove diventerà importantissimo ai fini del climax conclusivo.

Si potrebbe quasi parlare di una tattica vincente, il modo in cui è stato scelto di assemblare questo film. Lo spettacolo "Source Code" funziona alla perfezione e l’interesse nei confronti di un vero e proprio puzzle narrativo nello spettatore si fa sempre più grande e affascinante ad ogni minuto che passa, senza mai subire alcun tipo di danneggiamento.
E in un contesto magari prevalentemente intrattenitore, non si risparmia nemmeno di inserire dei spunti intelligenti, come ad esempio la debolezza Americana post undici settembre (fattore importantissimo nella storia).
Il merito di un lavoro così, non va solamente all’ottima sceneggiatura scritta da Billy Ray e Ben Ripley, ma anche (e soprattutto) a come essa riesca ad aderire quasi a pennello alle corde del suo regista, confermandolo non solo come ottima scelta alla direzione, ma anche come ottimo talento.

Insomma Duncan Jones, (per chi ancora non lo sapesse, è il figlio di David Bowie), rimane uno da tenere d’occhio e per adesso può considerarsi molto più che soddisfatto. E' riuscito a firmare un piccolo grande film di fantascienza, che non solo farà invidia ai suoi più grandi e più ricchi fratelli del genere, ma come se non bastasse, è anche detentore di uno dei finali più belli -sia per colpi di scena che per costruzione- che da anni non si vedevano sul grande schermo. E questo dovrà senz'altro fare invidia anche a tanti altri film in generale.

Trailer: