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sabato 25 marzo 2017

Life: Non Oltrepassare Il Limite - La Recensione

Life Gyllenhaal
Lo sa di somigliare ad “Alien” il “Life: Non Oltrepassare Il Limite” di Daniel Espinosa, sa che quella è la sua discendenza, l’ispirazione senza la quale probabilmente non sarebbe venuto alla luce. Perciò sa anche e soprattutto che se vuole sopravvivere deve trovarsi un suo (di) spazio, un posticino distaccato dal confronto parallelo con la pellicola di Ridley Scott dalla quale uscirebbe storto e ammaccato, un posticino quindi che suppergiù è situato qualche piano al di sotto, o, meglio ancora, all'interno di una differente categoria capace di aiutarlo ad affacciarsi come il b-movie nudo e crudo, ma dalla carrozzeria robusta e abbagliante qual è.

Del resto quello che succederà ai sei astronauti in rotta verso il pianeta Terra, alle prese con una forma di vita recuperata su Marte che con grande velocità comincia a crescere, fino a trasformarsi in un polpo di grosse dimensioni, con dei petali per mantello, lo sappiamo tutti, anzi, possiamo dire con certezza che siamo lì apposta, felicemente schierati, in fila, per goderne degli effetti e per far sì che ciò ci spaventi e, allo stesso tempo, ci diverta. Aspetto sotto il quale la pellicola di Espinosa ha il grande pregio di non deludere, spargendo ansia a profusione, con generosità, e costruendo scene dagli esiti forse prevedibili, ma non per questo incapaci di trasmettere tensione e disturbo allo spettatore: specie per via di quelle morti scenografiche, con sangue che galleggia a goccioloni e che vanno a succedersi con regolarità nell'astronave spaziale in cui si vive perennemente a gravità zero. Poco importa, poi, se sui dibattiti relativi alla questione deontologica - lungo i quali “Life: Non Oltrepassare Il Limite” in alcune pause decide di appoggiarsi per respirare - la credibilità tende a scricchiolare, se in quei momenti in cui i protagonisti decantano o discutono dell’enorme opportunità di compiere progressi per l’umanità da una parte e il rischio di porre fine alla stessa dall'altra, sembra tutto meno importante del previsto, superfluo, in confronto alla battaglia contro quel mostro pericolosissimo che come per noi, così per loro, gode della priorità assoluta.

Life EspinosaPerché come accadeva in "Kong: Skull Island" - che appunto con questo film condivide i crismi del cinema di serie b - l'attrazione reale, il vero protagonista su cui porre il faro e illuminare, anche qui è l'essere misterioso, l'alieno: il Calvin dotato di un'intelligenza straordinaria, inaspettata, e di una struttura cellulare che gli permette di sgusciare facilmente tra i vari canali della stazione spaziale di cui è ospite. E' giustissimo quindi che Espinosa dia poco rilievo a tematiche di maggior spessore, citandole unicamente per andare a rafforzare le regole dell'inseguimento infernale, attrazione massima della sua giostra. Dove sbaglia semmai e però, è nel non spingere più verso l'alto i suoi scienziati protagonisti, i quali non spiccano in nessun frangente, restando simili a delle ombre poco definite e di cui ci si dimentica fin troppo presto. Sarebbe bastato averne avuto almeno uno con la metà del carisma di Ellen Ripley per accrescere la propulsione della sua pellicola, insieme all'aggiunta, magari, di una dose di ironia superiore che, come ha dimostrato Jordan Vogt-Roberts, in questi casi può aiutare se c'è da innalzare il valore complessivo.

Tirate le somme, comunque, a "Life: Non Oltrepassare Il Limite" non lo si può rimproverare: fa il suo dovere, lo fa con competenza e porta a casa un intrattenimento gradevole che non lascia minimamente l'amaro in bocca. Certo, se un giorno decidessimo di voler rivedere un film sul genere, o se dovessimo consigliarlo a qualcuno per una bella serata, lui lo sceglieremmo a stento, ma questo, alla fine, è un discorso a parte.

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